Archivi del giorno: 4 maggio 2013

Il ‘resto del mondo’ e l’ Europa viaggiano su due binari differenti

La giornata di venerdì 3 maggio verrà ricordata per il record storico dell’ indice Dow Jones di Wall Street che ha sfondato i 15’000 punti chiudendo a 14’974 punti trainato dal dato sulla disoccupazione statunitense al 7%, livello che non si vedeva dal 2008. L’obiettivo degli USA e di Obama è quello di tornare al minimo storico di disoccupazione che fu del 5%; ‘Ci sono tanti posti di lavoro da recuperare’ dichiara il Presidente, ma nel frattempo le borse festeggiano.

Gioisce anche l’ indice tedesco DAX spinto dai dati d’oltre oceano, dalla decisione presa dalla ECB di tagliare i tassi di 25 punti base e soprattutto dalle previsioni relative alla Germania, che la vedono, nei prossimi anni, come primo esportatore europeo coprendo da solo oltre il 50% dell’ export dell’ Euro zona.

In Giappone la politica del Premier Abe di deprezzare lo Yen e contrarre debito per far partire investimenti e lavoro sta dando, almeno nel breve, i risultati sperati, cioè aumento dell’ occupazione, dei consumi e delle esportazioni e nuovi investimenti in infrastrutture. La Cina continua a crescere notevolmente, benché si sia verificato un rallentamento giustificato dalle congiunture economiche europee ed a un tendenziale spostamento dell’economia cinese dalla manifattura verso i servizi, si hanno di fronte cifre impensabili per il vecchio continente.

Pare che vi sia una parte del mondo composta da America, Asia e Germania che abbia posto le necessarie basi per iniziare l’inversione di tendenza e riprendere a crescere. A loro fa compagnia tutto il settore bancario mondiale, tornato abbondantemente in utile, prevalentemente grazie al settore investimenti, dopo le perdite subite a partire dal 2008.

Differente situazione si presenta nel resto d’ Europa dove il clima politico rimane teso ed i populismi persistono. L’ultimo caso sono state le elezioni amministrative in Gran Bretagna che hanno coinvolto circa il 40% dell’ elettorato e dove il risultato del partito euro-scettico UKIP (UK Indipendent Party) è stato importante, raggiungendo il 25% (i Laburisti rimangono il primo partito, ma perdendo consensi), tanto che il Premier Cameron ha sottolineato l’importanza di capire il significato di questo segnale. L’ UIKP si configura come un partito dalla vocazione piuttosto nazionalista fino a sfociare nelle frange più estreme al razzismo, ma quello che gli ha consentito di raccogliere consensi è stata la sua campagna anti-austerità che è animatrice di tutti i populismi europei.

Le elezioni della settimana scorsa in Islanda hanno visto vincenti i partiti indipendentisti di destra che si oppongono all’ ingresso del paese nell’ area Euro ed in Finlandia sta prendendo piede l’ idea di limitare l’immigrazione di Rom, Rumeni ed anche Francesi pe rtutelare l’ occupazione locale ed il livello di servizi raggiunto.

L’ EU ha concesso una proroga temporale a Spagna e Francia per rientrare entro il 3% del rapporto deficit/pil, mentre anche la virtuosissima Olanda, a causa del calo dello 0.8% del prodotto interno lordo relativo al 2013, arriverà ad un rapporto deficit/pil del 3.6% nel periodo 2013-14.

Sul fronte italiano l’ EU conferma il dato preoccupante sulla disoccupazione, attualmente al 12%, che crescerà anche nei prossimi anni, in particolar modo quella giovanile; a livello occupazionale l’ Italia impiegherà circa 14 anni a tornare ai livelli pre crisi, il doppio di quanto impiegò nel 1990 la Finlandia. Si conferma la crescita del debito al 131.4% per il 2013 e al 132.2% per il 2014 come la contrazione del pil -1.3% per il 2013 mentre +0.7% per il 2014. Contrariamente a quanto previsto dall’ OCSE, mantenutasi più pessimista, il rapporto deficit/pil è visto al 2.9% per il 2013 ed al 2.5% per il 2014 dunque entro i vincoli europei. Da ricordare però come i dati europei siano trimestralmente oggetto di corpose rettifiche, generalmente al ribasso (vedi stime di crescita per l’ Italia).

Il commissario Olli Rehn ha confermato la necessità di mantenere i conti del nostro paese in regola proseguendo con la via del risanamento, ma anche l’avanzamento della pratica per chiudere la procedura di infrazione della soglia deficit/pil in essere ai danni dell’ Italia, ma prima è necessaria una approfondita analisi delle misure economiche e delle coperture finanziarie previste dal programma del Governo di Enrico Letta, probabilmente già entro fine maggio. Saccomanni e lo stesso Letta dovranno prepararsi bene e portare dati concreti per poter avanzare richieste di allentamento delle misure di austerità, il periodo dei convenevoli iniziali è finito.

I due binari nei quali stanno correndo America, Asia e Germania rispetto a quello del resto d’ Europa fa temere la volontà di creare una EU a due velocità, ma che per forza di cose amplificherà il divario tra le economie e l’insorgere di movimenti indipendentisti. La via da perseguire richiederebbe sacrifici distribuiti e cooperazione economico politica nel breve per un allineamento ed una più solida proficua unione nel futuro.

04 maggio 2013

Valentino Angeletti

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Nuovo Governo: il facile è fatto, ora viene il difficile

Un doveroso abbraccio ed un augurio di pronta guarigione ai Carabinieri feriti durante l’attentato che stamattina ha avuto luogo di fronte al portone di Palazzo Chigi. Il gesto è stato scellerato, ma si deve indagare per comprenderne la natura. Lo stato d’animo e l’aria che si respira nel Paese sta diventando sempre più pesante.

Tornando alla situazione politica si può affermare che ‘il meno è fatto’. Dopo 62 giorni di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, alleanze sperate, tentate, negate, definite impossibili e passando attraverso una elezione del Presidente della Repubblica letteralmente senza precedenti, si è compiuto quel processo costituzionale che dovrebbe automaticamente scaturire dalle elezioni politiche, che è la creazione del Governo.

Esiste dunque un Governo, che esso piaccia o no. L’ Esecutivo è stato definito in tutti i modi: inciucio, rinascita della DC, politico, temporaneo, d’emergenza, governicchio, governissimo, governo del presidente, giovane, sobrio…eccetera, dato di fatto è che è presente.

Si tratta di un esecutivo relativamente giovane, 53 anni di media, 11 in meno rispetto al precedente e con un terzo preciso di donne, sette su ventuno. Assecondando la richiesta proveniente da tutte le coalizioni rappresentate il Primo Ministro Enrico Letta ha evitato di inserire figure ‘impresentabili’ o grandi big, c’è un buon mix di persone fresche e competenti assieme a qualche navigato politico dalla indubbia ed utile esperienza in grado di mantenere l’ equilibrio necessario in un governo di coalizione, a cominciare dallo stesso Enrico Letta (PD) e da Angelino Alfano del PdL. Nelle posizioni chiave sono stati mantenuti tecnici super-partes, la Cancellieri alla Giustizia, Saccomanni all’ economia, Giovannini al Lavoro e le Politiche Sociali, ed infine Patroni Griffi come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Perché non manchi nulla ci sono membri del Bildemberg, dell’ Aspen Institute, di Bankitalia transitati per il Fondo Monetario Internazionale, ma sia chiaro, questo non è a priori un aspetto negativo, perché che si voglia o no queste entità esistono e sono importanti e se i rappresentanti italiani vi parteciperanno cercando di ottenere qualche piccolo beneficio, ad esempio in termini di investimenti e politiche globali, un po’ di sana Lobbying a favore del nostro paese insomma, ben venga la loro presenza.

Dopo una sorta di ‘in bocca al lupo’ sorge un primo monito che scaturisce dal primaverile ringiovanimento, ed è quello che gli ‘impresentabili’, tranquillizzati dai rispettivi partiti, non stiano attendendo il concludersi di un Esecutivo, che a detta di tutti difficilmente arriverà a fine legislatura, ma potrà durare ottimisticamente un paio d’anni, per poi riappropriarsi delle poltrone temporaneamente date in prestito.

Da oggi in poi, dopo la fiducia di lunedì alla Camera e martedì al Senato, viene ‘il difficile’: affrontare, in modo agile, rapido e flessibile i reali problemi del paese. Senza dubbio dovrà essere modificata la legge elettorale e dovrà essere dato respiro all’ economia cercando di favorire la crescita, che Moody’s, anticipando probabilmente la BCE, ha rivisto al ribasso per il 2013 pur mantenendo il rating stabile con outlook negativo motivando con l’ incertezza politica ed con la lentezza nell’ applicare le riforme.

Per dare sollievo all’ economia dovranno essere affrontati le questioni dell’ elevata pressione fiscale che vedrà il culmine nei prossimi mesi (prima rata dell’ IMU a giugno, aumento di un punto di IVA a luglio e prima rata della TARES nello stesso periodo), del costo del lavoro in modo da arginare la disoccupazione giunta a livelli preoccupanti, degli ammortizzatori sociali e del rinnovo dei contratti ai precari, della rimodulazione dell’ IMU (che sembra il primo punto di contenzioso tra PD e PDL), dello sblocco del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e dell’ accesso al credito dei privati e sopratutto delle aziende. Per perseguire questi obiettivi vi è necessità di lavorare sui tagli alle spese ed agli sprechi pubblici, sul ridimensionamento dei privilegi, sulla lotta all’ evasione che costa, secondo le stime tra i 120 ed i 180 miliardi di euro l’ anno ed sulla sburocratizzazione che pesa per altri 60 – 80 miliardi stimati.

Importantissimo tema col quale il nuovo Governo dovrà confrontarsi è quello dell’ Europa. Attualmente in Europa la Germania, complici anche le prossime elezioni, non vuole cedere alle richieste di minor austerità provenienti da molti degli Stati membri (in prima linea Italia, Francia, Spagna, Grecia). Addirittura il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble ha messo in dubbio la correttezza giuridica dell’ European Stability Mechanism (ESM) tra i cui mandati per mantenere la stabilità finanziaria nella Eurozona vi è per esempio la possibilità della ECB di acquistare titoli di stato sul mercato primario e secondario per evitare un eccessivo aumento dello spread di uno Stato membro. Evidentemente la CDU della Cancelliera Merkel non vuole modificare la politica che fino ad ora ha sempre portato avanti nonostante gli studi di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff secondo i quali un rapporto debito/pil superiore al 90% fosse foriero di bassa crescita siano stati smentiti, poiché non tenevano in considerazione importanti esempi in contraddizione con la loro teoria, come il Giappone e l’ Australia.

Sul tavolo dell’ Europa il nuovo Governo italiano, di concerto con quello francese, spagnolo, greco, portoghese, irlandese, ma anche britannico e soprattutto assieme alla ECB, che pare aver compreso come la necessità di crescita in questo particolare momento superi l’ esigenza di rigore,  che può essere un poco allentato, per consentire la ripresa del circolo virtuoso lavoro, potere d’acquisto, consumi, produzione, dovrà cercare di far cambiare rotta alla Germania.

Se questo fondamentale obiettivo verrà centrato allora sarà possibile una vera e duratura inversione di tendenza non solo per l’ Italia, ma per tutta l’ Europa ove verrà scongiurata una pericolosa disgregazione, forse addirittura monetaria, individualista che sancirebbe il fallimento del percorso di unificazione del vecchio continente ed il nuovo Esecutivo ne sarà a tutti gli effetti uno dei principali fautori.

 

 28/04/2013

Valentino Angeletti

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CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO

Di recente è stato divulgato il dato sull’emigrazione dall’Italia verso altri paesi che raggiunge nel 2012 il 30.1% coinvolgendo 78’941 persone contro le 60’635 del 2011.

Il 44.8% degli emigranti è rappresentato dei cosiddetti talenti, vale a dire giovani, generalmente in possesso di un grado di istruzione medio alto e compresi nella fascia di età tra i 20 ed i 40 anni.

In un contesto di prosperità questo dato sarebbe positivo poiché rappresenterebbe principalmente uno scambio culturale con altri paesi, da sempre fonte di arricchimento, inoltre esisterebbe il fenomeno inverso, cioè del rientro,  mettendo a disposizione risorse più aperte mentalmente, più ricche e pronte ad affrontare problematiche più complesse.

Purtroppo la situazione italiana è decisamente grave ed il rientro in patria non è considerato. Senza voler fare allarmismi un giovane si trova di fronte la seguente situazione a riassume il 2012:

  1.  1’027’462 licenziamenti con un incremento del 13.9% rispetto al 2011.
  2.  146’000 imprese chiuse, circa 1’000 ogni giorno (la Presidente della Camera dei Deputati, Boldrini, dopo la tristissima vicenda dei suicidi di Civitavecchia ha asserito di essere sgomenta di fronte all’impossibilità degli italiani di far fronte a problematiche economiche. Purtroppo di queste vicende il paese già da tempo ne è pieno, fortunatamente non tutte hanno il medesimo epilogo, ma la gravità è innegabile. Il distacco tra politica, e la Boldrini sicuramente è persona attenta e non superficiale, ma nonostante ciò ha confessato di non aver be chiara l’entità del problema, e realtà è una delle cause che hanno portato all’attuale situazione di “impantanamento italiano”) .
  3.  Gli investimenti in cultura sono solo l’ 1.1% delle risorse pubbliche, contro una media della UE27 del 2.2%. In questa classifica siamo i più “parsimoniosi”, segue a ruota la Grecia con 1.2% di risorse destinate alla cultura.
  4.  Gli investimenti nella scuola arrivano all’ 8.5% delle risorse disponibili, contro una media UE27 del 10.9%, solo la Grecia fa peggio.
  5.  Gli stipendi annui medi in Italia si attestano, a seconda del settore produttivo tra i 23’000 ed i 24’000 € lordi contro gli oltre 43’000 € in Germania, i 40’000 € in Gran Bretagna, i 36’000 € in Francia, i 28’000 € in Spagna. Inoltre in Italia gli stipendi sono sbilanciati a favore dei lavoratori di lungo corso penalizzando i giovani che godono di un potere salariale decisamente inferiore.

Traducendo i numeri in parole si nota un mercato del lavoro totalmente fermo in tutti i settori e del quale paradossalmente né persone in cerca di occupazione, né lavoratori e neppure aziende beneficiano. Il futuro non lascia intravedere nulla di buono; i settori che dovrebbero sviluppare le future generazioni ed incrementare la competitività delle imprese sono colpiti da pesanti tagli lineari.

Quando si effettuano restrizioni in settori come innovazione, ricerca, istruzione e cultura si deve tenere in considerazione che i processi di innovazione, ricerca e formazione delle persone, necessari per creare una classe manageriale all’altezza basata sulla meritocrazia, che in Italia andrebbe approfondita in modo dedicato, sono regolati da dinamiche più lunghe della media e che la loro ripresa dopo uno stop richiede necessariamente più tempo ed ulteriori investimenti.

Le poche opportunità di occupazione esistenti sono principalmente nei grandi centri come Roma e Milano, dove con uno stipendio medio (non da neo-assunto, ma da professional) non si riesce a far fronte alle spese mensili.

Aggiungendo poi la situazione politica al limite dell’incredibile, non stupisce affatto come l’opzione “emigrazione” venga presa sempre più in considerazione sia da disoccupati che da occupati i quali, per ambizione personale o per contingenze particolari, non ultima lo scoramento e la rassegnazione,  si spostano principalmente verso altre mete europee, Germania, Svizzera, Gran Bretagna su tutte.

Questa tendenza studiata a livello nazionale può essere traslata nella particolarità della singola azienda.

Un tempo molte compagnie italiane godevano di una altissima attrattività a livello mondiale, attualmente le aziende, incluse le grandi multinazionali, sono sempre meno “attractive” per i giovani neo-laureati e per i professionals provenienti da ambienti competitors. Di sicuro il livello salariale gioca a sfavore del Bel Paese.

Analizzando un sondaggio non ufficiale che va a testare il sentiment all’interno delle grandi aziende italiane emerge come vi sia rassegnazione e non si percepisca la possibilità di emergere giovandosi di un meccanismo meritocratico. Ciò comporta da un lato una sorta di apatia lavorativa dall’altro fomenta meccanismi di esodo alla ricerca di ambienti più stimolanti principalmente in giro per il mondo. È evidente come in ogni caso sia l’azienda o il sistema paese ad uscirne danneggiato perdendo quelle che dovrebbero essere le solide fondamenta per un futuro di ripresa. Se in Italia le opportunità latitano non è così a livello globale: nei paesi del nord Europa e nello specifico in Danimarca, Germania, Svezia, Norvegia, Olanda vengono richieste figure giovani, dall’alto grado di istruzione (Master o PhD)  da destinare principalmente ai settori R&D e progettazione, in Gran Bretagna il settore dei servizi finanziari ha ricominciato ad assumere dopo un blocco iniziato con la crisi dei mutui subprime e guardando verso il medio oriente il settore OIL&GAS ed Energy è affamato di figure tecniche altamente specializzate (a partire da 10 anni di esperienza). Inutile dire che in tutti i casi menzionati il confronto con l’Italia non regge, a partire dal salario base, dalla parte variabile, dalle possibilità di carriera, dai benefit trattati a livello personale e tenendo in considerazione le singole esigenze (mobilità, famiglia, abitazione di proprietà o meno ecc) fino ad arrivare al trattamento pensionistico ed all’attenzione per la salute ed il benessere personale.

Il monito conclusivo che dovrebbe essere affrontato dal governo, dalle singole aziende e supportato a livello centrale europeo è quello di investire sulle persone, incrementare la propria attrattività, investire sulla trasparenza, sulla formazione, sulla ricerca e sviluppo, sull’innovazione. Si tratta di investimenti che porteranno benefici non immediati, bensì nel medio-lungo termine  ma che, senza esagerare, sono fondamentali per il futuro, il rischio è letteralmente il default o il fallimento.

Fonti (Il Corriere della Sera, Il sole 24 ore, ANSA, Milano Finanza):

  1.  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/04/06/-Esplode-fuga-Italia-30-emigrati-2012-_8511502.html
  2.  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-07/2012-sono-stati-oltre-140127.shtml
  3.  http://www.corriere.it/economia/12_aprile_18/unioncamere-rapporto-imprese_ba8aa904-8937-11e1-a8e9-f84c50c7f614.shtml
  4.  http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-04-07/italia-coda-investimenti-081533.shtml?uuid=AbjexxkH
  5.  http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-02-27/stipendi-italiani-ultimi-europei-152408.shtml?uuid=AamADbyE
  6.  http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201303011223391814&chkAgenzie=TMFI

07 Aprile 2013

Valentino Angeletti

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Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere

La luce in fondo al tunnel di questo periodo difficile, dominato da una congiuntura macroeconomica negativa, sembra essere sempre più lontana di quanto preventivato. I dati del PIL Europeo sono stati rivisti recentemente al ribasso dal Governatore Draghi, il quale ha previsto per il 2013 un dato compreso tra -0,9% e -0,1% e tra lo 0% ed il 2% per il 2014. Nella sostanza un anno in più prima di poter pensare ad una ripresa, tant’è che giovedì 14 marzo è stato fissato un Eurosummit straordinario per discutere di eventuali contromisure da porre in atto.

Agli stati Europei, tranne i virtuosi paesi nordici, è rimproverata una sostanziale lentezza nel rispondere ai mutati contesti macro attraverso opportuni provvedimenti e razionalizzando le spese, che, personalmente, ritengo ben diverso dall’attuare “semplicemente” una pesante politica di austerità andando a deprimere ulteriormente i già bassi consumi.

Probabilmente l’Europa e gli USA hanno creduto di poter fare a meno dell’economia reale, basata su prestiti alle imprese, investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione, produzione, import/export, creazione di posti di lavoro, disponibilità economica per la classe media e quindi in ultima istanza a chiudere il circolo virtuoso, consumi, in favore di una economia basata sulla finanza che evidentemente alla lunga non può sopravvivere senza la prima. Lungi dal voler demonizzare la finanza, ma è chiaro che sia necessario un mix ben bilanciato tra attività economica “speculativa” e non.

Ritengo che le grandi economie emergenti ci stiano letteralmente surclassando perché sono basate sulla produzione di beni e l’incidenza della finanza, benché crescente, non è ancora predominante. Ovviamente vivono una situazione legislativa molto più lasca in termini di diritti dei lavoratori, restrizioni sulle emissioni inquinanti, costo del lavoro esiguo che rendono impari la concorrenza nei loro confronti.

Scendendo nel dettaglio italiano la situazione si complica ulteriormente. I consumi sono al livello del 2004 (-2,4% su base annua comunica la Confcommercio), i consumi energetici hanno subito il calo più pesante degli ultimi anni, basti pensare che a settembre 2012 si è registrato un calo del 9.6% rispetto al settembre 2011, le banche non concedono più credito nonostante le richieste crescenti. A gennaio il credito ha registrato un -1.6%, il maggior calo da 14 anni mentre il tasso di sofferenza dello stesso su base annua è aumentato del 17.5% e gli interessi richiesti sono sempre più alti riporta il Centro Studi di Confindustria. Gli ordinativi, dato con cui è possibile prevedere l’andamento economico futuro, sono calati a dicembre 2012 dell’ 1.8% sul dicembre 2011 registrando un -15.3% su base annua. Infine il PIL, il prodotto interno lordo italiano nell’ultimo trimestre 2012, ha subito un calo dello 0,9%, mentre su base annua il decremento è pari al 2,7%. A ciò si aggiunge una tremenda incertezza politica che destabilizza ulteriormente la nostra situazione, l’ingovernabilità, elezioni anticipate, ascesa dei populismi non sono scenari rassicuranti, del resto la via dell’accordo è assai accidentata e solo le prossime settimane sapranno indicarci con più chiarezza quale direzione verrà intrapresa. Nel frattempo Fitch ha ridotto il rating del nostro debito a BBB+ con outlook negativo, per la precisione la loro previsione per la fine del 2013 sul rapporto Debito-Pil è del 130% contro un target imposto al 125%, mentre il PIL è visto in calo anche nel 2014.

In uno scenario come quello sopra descritto, a cui si aggiungono le pressioni dalla Germania per continuare sulla via dell’austerità, è assolutamente indispensabile non perdere quello che è consolidato e saper sfruttare le poche occasioni che si presentano, ma pare che l’Italia non lo stia facendo. Un recente esempio riguarda il distretto di Bari, dove opera un impianto di produzione Bridgestone il quale ha deciso di chiudere, licenziando i 950 dipendenti, per poter poi delocalizzare verso paesi extra europei e riconvertire la produzione a manufatti di minor pregio e prezzo, sfruttando il basso costo del lavoro e la tassazione più favorevole  per riuscire a competere con le aziende dell’estremo  oriente. L’esigenza della Bridgestone è chiara, ma la politica in momenti come questi non deve consentire la perdita di un indotto simile che porterebbe probabilmente 950 famiglie, quindi circa 2500 persone, a soffrire ed a dover ridurre ulteriormente la loro qualità della vita ed i loro consumi, già ridotti al minimo. Uno sforzo e da parte dell’azienda e da parte delle istituzioni è necessario. La regione Puglia non è nuova a vicende di ritiro degli investimenti. Nel marzo 2012 la British Gas, intenzionata ad installare nel brindisino un rigassificatore che i vertici della multinazionale britannica avevano indicato come strategicamente indispensabile per incrementare la concorrenza nel mercato del gas e consentire una diminuzione delle tariffe al consumo nonché una maggiore disponibilità di combustibile anche in caso di tensioni geopolitiche in quanto avrebbe sfruttato differenti pipeline di approvvigionamento, dopo 11 anni di attesa e 250 milioni di euro già spesi a partire dal 2001 decise di abbandonare il progetto ritirandosi definitivamente. La causa dell’abbandono, oltre alle sindromi più o meno giustificate quali NIMBY (Not In My BackYards, cioè non nel mio giardino di casa) e NIMTO (Not In My Termo of Office, vale a dire non durante il mio mandato elettorale), è stata sostanzialmente un macchina burocratica dai meccanismi incomprensibili, inconcludente, che necessita di un numero letteralmente non precisato di carte, marche da bollo e passaggi di consegne tra Regione e Provincia. Alla fine dei conti, non entrando nel merito della reale necessità di una struttura simile o dell’impatto potenziale sull’ambiente (le sindromi NIMBY e NIMTO affliggono anche realizzazioni di impianti energetici da fonti rinnovabili), sono stai persi 1000 posti di lavoro diretti più tutto l’indotto.

Comincia a risentirne anche il settore della produzione e dei lavorati ad alto valore aggiunto, dove l’Italia eccelle ed ha competenze riconosciute ovunque e dove non c’è la concorrenza che punta al basso costo del lavoro poiché non è il costo del manufatto bensì la qualità l’elemento cardine. In questo settore gli investimenti in R&D sono fondamentali per combattere la sfida della competitività. Prendiamo come esempio i lavorati in acciaio speciale (ma vale lo stesso per la siderurgia, la chimica, la meccanica di precisione, ecc) destinati all’industria dell’automotive; l’Italia ha da sempre primeggiato, ma ora sta vivendo un deciso momento di crisi dovuto principalmente a due fattori. Il primo è legato alla riduzione se non alla totale assenza degli investimenti in R&D di molte ed importanti aziende del settore. Come sempre capita nei momenti di crisi tutti gli investimenti che dovrebbero dare vantaggio competitivo nel lungo periodo vengono bloccati in favore di attività più remunerative nell’immediato, perdendo però prospettive di crescita e sviluppo nel tempo. Questo fatto è quello che ultimamente è accaduto all’Ilva. Dopo l’ingresso dei Riva la ricerca e sviluppo sono stati sostanzialmente bloccati e la produzione spostata verso fasce di livello medio-basso, di fatto dando il fianco ai concorrenti dell’estremo oriente. Vi è poi una sostanziale distanza tra università o scuole tecniche ed industria. Permangono nonostante tutto nel nostro paese centri di eccellenza, come il Centro Sviluppo Materiali, o la multinazionale Arvedi, che godono di importanti incentivi europei per la ricerca (5 milioni di Euro nel 2012, secondi solo alla Germania con 9 milioni di Euro), ma che, e questo è il secondo problema, lavorano sempre più per l’estero, quindi per nazioni concorrenti, come Svezia, Giappone, Corea o la stessa Germania, ovviamente l’internazionalizzazione e positiva e testimonia la qualità dell’attività made in Italy, ma al contempo avvantaggia altre economie e sistemi industriali a scapito di quelli nostrani.

 

 Cattura

Grafico   1: Percentuale dei ricavi totali investita in R&D dalle principali   aziende operanti nel comparto degli acciai speciali.

Le fondamenta per risolvere una situazione siffatta, che non è limitata solamente entro i confini di singoli Stati, ma è diffusa nella zona EU e negli USA i quali, nonostante i buon i dati occupazionali del primo venerdì di marzo, stanno contraendo un debito sempre più grande da ripagarsi prima o poi, non possono prescindere da provvedimenti sia locali che condivisi ed applicati a livello europeo.

L’ Italia deve assolutamente lavorare cercando di recuperare la sua “attrattività”, in questo momento non deve vedere con sospetto l’ingresso di capitali esteri, ma deve essere in grado di far valere i propri punti di forza e negoziare intelligentemente. Deve riuscire a superare l’ostacolo della burocrazia, lentezza e rigidità non consentono di rispondere prontamente agli eventi o cogliere tempestivamente opportunità. La corruzione costa circa 60 miliardi di Euro l’anno e allontana ogni tipo di investitore. È poi necessario un allineamento all’Europa per quanto concerne le telecomunicazioni e l’ICT abbattendo il digital divide e portando il costo del lavoro a livelli consoni poiché con un costo del lavoro ed una tassazione altissimi assieme a buste paga e salari tra i più bassi, è evidente che né aziende né lavoratori possano vedere nel nostro paese un terreno fertile dove svilupparsi e prosperare.

Devono poi ripartire gli investimenti in R&D a lungo termine, le banche devono consentire alle aziende di contrarre questo genere di debito che è debito “buono” poiché in grado di portare benefici nel tempo, contrariamente ai debiti contratti per il pagamento di fornitori o imposte.

A questo ultimo punto però è strettamente connessa l’entità istituzionale europea che deve porsi come obiettivo ultimo l’unità politica, economica, finanziaria e sociale. L’ EU deve implementare un piano strategico di lungo periodo coinvolgendo attivamente tutti gli Stati membri, volto ad uniformare le legislazioni locali favorendo la reale integrazione e leale concorrenza tra le varie componenti nazionali, che renda comuni tutti quei settori fondamentali per la crescita, quindi le politiche di R&D, le infrastrutture per le telecomunicazioni, le comunicazioni ed i trasporti, la legislazione che regola le banche, la tassazione sulla finanza, la parametrizzazione del costo del lavoro e dei salari. Infine è auspicabile una road map per giungere ad un mercato dell’energia comune, stabilire un programma per l’efficientamento e la sostenibilità energetica, un mix energetico bilanciato ed un abbattimento delle emissioni in atmosfera condiviso e sottoscritto da tutti i membri e le aziende le quali devono accettare un codice, CSR (Corporate Social Responsibility), di responsabilità sociale ed ambientale.

Solo lavorando all’implementazione dei punti presentati si potrà far fronte al cambiamento, da tempo in atto, degli scenari e degli equilibri geopolitici in modo da poter giocare, come Unione Europea forte e coesa, la dura e tutt’altro che scontata partita della competitività globale.

Marradi 09/03/2013

Valentino Angeletti

(Twitter: @Angeletti_Vale, LinkedIn: Valentino Angeletti)