CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO

Di recente è stato divulgato il dato sull’emigrazione dall’Italia verso altri paesi che raggiunge nel 2012 il 30.1% coinvolgendo 78’941 persone contro le 60’635 del 2011.

Il 44.8% degli emigranti è rappresentato dei cosiddetti talenti, vale a dire giovani, generalmente in possesso di un grado di istruzione medio alto e compresi nella fascia di età tra i 20 ed i 40 anni.

In un contesto di prosperità questo dato sarebbe positivo poiché rappresenterebbe principalmente uno scambio culturale con altri paesi, da sempre fonte di arricchimento, inoltre esisterebbe il fenomeno inverso, cioè del rientro,  mettendo a disposizione risorse più aperte mentalmente, più ricche e pronte ad affrontare problematiche più complesse.

Purtroppo la situazione italiana è decisamente grave ed il rientro in patria non è considerato. Senza voler fare allarmismi un giovane si trova di fronte la seguente situazione a riassume il 2012:

  1.  1’027’462 licenziamenti con un incremento del 13.9% rispetto al 2011.
  2.  146’000 imprese chiuse, circa 1’000 ogni giorno (la Presidente della Camera dei Deputati, Boldrini, dopo la tristissima vicenda dei suicidi di Civitavecchia ha asserito di essere sgomenta di fronte all’impossibilità degli italiani di far fronte a problematiche economiche. Purtroppo di queste vicende il paese già da tempo ne è pieno, fortunatamente non tutte hanno il medesimo epilogo, ma la gravità è innegabile. Il distacco tra politica, e la Boldrini sicuramente è persona attenta e non superficiale, ma nonostante ciò ha confessato di non aver be chiara l’entità del problema, e realtà è una delle cause che hanno portato all’attuale situazione di “impantanamento italiano”) .
  3.  Gli investimenti in cultura sono solo l’ 1.1% delle risorse pubbliche, contro una media della UE27 del 2.2%. In questa classifica siamo i più “parsimoniosi”, segue a ruota la Grecia con 1.2% di risorse destinate alla cultura.
  4.  Gli investimenti nella scuola arrivano all’ 8.5% delle risorse disponibili, contro una media UE27 del 10.9%, solo la Grecia fa peggio.
  5.  Gli stipendi annui medi in Italia si attestano, a seconda del settore produttivo tra i 23’000 ed i 24’000 € lordi contro gli oltre 43’000 € in Germania, i 40’000 € in Gran Bretagna, i 36’000 € in Francia, i 28’000 € in Spagna. Inoltre in Italia gli stipendi sono sbilanciati a favore dei lavoratori di lungo corso penalizzando i giovani che godono di un potere salariale decisamente inferiore.

Traducendo i numeri in parole si nota un mercato del lavoro totalmente fermo in tutti i settori e del quale paradossalmente né persone in cerca di occupazione, né lavoratori e neppure aziende beneficiano. Il futuro non lascia intravedere nulla di buono; i settori che dovrebbero sviluppare le future generazioni ed incrementare la competitività delle imprese sono colpiti da pesanti tagli lineari.

Quando si effettuano restrizioni in settori come innovazione, ricerca, istruzione e cultura si deve tenere in considerazione che i processi di innovazione, ricerca e formazione delle persone, necessari per creare una classe manageriale all’altezza basata sulla meritocrazia, che in Italia andrebbe approfondita in modo dedicato, sono regolati da dinamiche più lunghe della media e che la loro ripresa dopo uno stop richiede necessariamente più tempo ed ulteriori investimenti.

Le poche opportunità di occupazione esistenti sono principalmente nei grandi centri come Roma e Milano, dove con uno stipendio medio (non da neo-assunto, ma da professional) non si riesce a far fronte alle spese mensili.

Aggiungendo poi la situazione politica al limite dell’incredibile, non stupisce affatto come l’opzione “emigrazione” venga presa sempre più in considerazione sia da disoccupati che da occupati i quali, per ambizione personale o per contingenze particolari, non ultima lo scoramento e la rassegnazione,  si spostano principalmente verso altre mete europee, Germania, Svizzera, Gran Bretagna su tutte.

Questa tendenza studiata a livello nazionale può essere traslata nella particolarità della singola azienda.

Un tempo molte compagnie italiane godevano di una altissima attrattività a livello mondiale, attualmente le aziende, incluse le grandi multinazionali, sono sempre meno “attractive” per i giovani neo-laureati e per i professionals provenienti da ambienti competitors. Di sicuro il livello salariale gioca a sfavore del Bel Paese.

Analizzando un sondaggio non ufficiale che va a testare il sentiment all’interno delle grandi aziende italiane emerge come vi sia rassegnazione e non si percepisca la possibilità di emergere giovandosi di un meccanismo meritocratico. Ciò comporta da un lato una sorta di apatia lavorativa dall’altro fomenta meccanismi di esodo alla ricerca di ambienti più stimolanti principalmente in giro per il mondo. È evidente come in ogni caso sia l’azienda o il sistema paese ad uscirne danneggiato perdendo quelle che dovrebbero essere le solide fondamenta per un futuro di ripresa. Se in Italia le opportunità latitano non è così a livello globale: nei paesi del nord Europa e nello specifico in Danimarca, Germania, Svezia, Norvegia, Olanda vengono richieste figure giovani, dall’alto grado di istruzione (Master o PhD)  da destinare principalmente ai settori R&D e progettazione, in Gran Bretagna il settore dei servizi finanziari ha ricominciato ad assumere dopo un blocco iniziato con la crisi dei mutui subprime e guardando verso il medio oriente il settore OIL&GAS ed Energy è affamato di figure tecniche altamente specializzate (a partire da 10 anni di esperienza). Inutile dire che in tutti i casi menzionati il confronto con l’Italia non regge, a partire dal salario base, dalla parte variabile, dalle possibilità di carriera, dai benefit trattati a livello personale e tenendo in considerazione le singole esigenze (mobilità, famiglia, abitazione di proprietà o meno ecc) fino ad arrivare al trattamento pensionistico ed all’attenzione per la salute ed il benessere personale.

Il monito conclusivo che dovrebbe essere affrontato dal governo, dalle singole aziende e supportato a livello centrale europeo è quello di investire sulle persone, incrementare la propria attrattività, investire sulla trasparenza, sulla formazione, sulla ricerca e sviluppo, sull’innovazione. Si tratta di investimenti che porteranno benefici non immediati, bensì nel medio-lungo termine  ma che, senza esagerare, sono fondamentali per il futuro, il rischio è letteralmente il default o il fallimento.

Fonti (Il Corriere della Sera, Il sole 24 ore, ANSA, Milano Finanza):

  1.  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/04/06/-Esplode-fuga-Italia-30-emigrati-2012-_8511502.html
  2.  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-04-07/2012-sono-stati-oltre-140127.shtml
  3.  http://www.corriere.it/economia/12_aprile_18/unioncamere-rapporto-imprese_ba8aa904-8937-11e1-a8e9-f84c50c7f614.shtml
  4.  http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-04-07/italia-coda-investimenti-081533.shtml?uuid=AbjexxkH
  5.  http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2012-02-27/stipendi-italiani-ultimi-europei-152408.shtml?uuid=AamADbyE
  6.  http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201303011223391814&chkAgenzie=TMFI

07 Aprile 2013

Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

LinkedIn: Valentino Angeletti

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Una Risposta

  1. […] La presentazione delle linee guida sulla scuola sono slittate; probabilmente non c’è stato modo di reperire le coperture per le assunzioni previste ed anticipate dal Ministro Giannini. Grande è stata l’indignazione dei professori e dei precari. Il fronte scuola doveva essere un pezzo forte della giornata ed avrebbe dovuto “sorprendere”. Il Premier giustamente punta molto sul settore istruzione, università e ricerca. Ciò è più che giusto perché la ripartenza del paese non può prescindere da un sistema di formazione che miri all’eccellenza, al rilancio dei talenti e del capitale umano, così come gli investimenti e le aziende necessitano di competenze e di un sistema di istruzione che sia più vicino alle loro oggettive esigenze. Al momento lo scollamento è notevole. Il miglioramento del settore istruzione dovrebbe inoltre garantire più opportunità per tutti, prescindendo dal ceto sociale e basandosi su meritocrazia e competenze in modo da demolire quel meccanismo di politica ed economia relazionale che ha dominato in Italia. Link capitale umano Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/14 Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/14 CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO 04/05/13 […]

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