Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere

La luce in fondo al tunnel di questo periodo difficile, dominato da una congiuntura macroeconomica negativa, sembra essere sempre più lontana di quanto preventivato. I dati del PIL Europeo sono stati rivisti recentemente al ribasso dal Governatore Draghi, il quale ha previsto per il 2013 un dato compreso tra -0,9% e -0,1% e tra lo 0% ed il 2% per il 2014. Nella sostanza un anno in più prima di poter pensare ad una ripresa, tant’è che giovedì 14 marzo è stato fissato un Eurosummit straordinario per discutere di eventuali contromisure da porre in atto.

Agli stati Europei, tranne i virtuosi paesi nordici, è rimproverata una sostanziale lentezza nel rispondere ai mutati contesti macro attraverso opportuni provvedimenti e razionalizzando le spese, che, personalmente, ritengo ben diverso dall’attuare “semplicemente” una pesante politica di austerità andando a deprimere ulteriormente i già bassi consumi.

Probabilmente l’Europa e gli USA hanno creduto di poter fare a meno dell’economia reale, basata su prestiti alle imprese, investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione, produzione, import/export, creazione di posti di lavoro, disponibilità economica per la classe media e quindi in ultima istanza a chiudere il circolo virtuoso, consumi, in favore di una economia basata sulla finanza che evidentemente alla lunga non può sopravvivere senza la prima. Lungi dal voler demonizzare la finanza, ma è chiaro che sia necessario un mix ben bilanciato tra attività economica “speculativa” e non.

Ritengo che le grandi economie emergenti ci stiano letteralmente surclassando perché sono basate sulla produzione di beni e l’incidenza della finanza, benché crescente, non è ancora predominante. Ovviamente vivono una situazione legislativa molto più lasca in termini di diritti dei lavoratori, restrizioni sulle emissioni inquinanti, costo del lavoro esiguo che rendono impari la concorrenza nei loro confronti.

Scendendo nel dettaglio italiano la situazione si complica ulteriormente. I consumi sono al livello del 2004 (-2,4% su base annua comunica la Confcommercio), i consumi energetici hanno subito il calo più pesante degli ultimi anni, basti pensare che a settembre 2012 si è registrato un calo del 9.6% rispetto al settembre 2011, le banche non concedono più credito nonostante le richieste crescenti. A gennaio il credito ha registrato un -1.6%, il maggior calo da 14 anni mentre il tasso di sofferenza dello stesso su base annua è aumentato del 17.5% e gli interessi richiesti sono sempre più alti riporta il Centro Studi di Confindustria. Gli ordinativi, dato con cui è possibile prevedere l’andamento economico futuro, sono calati a dicembre 2012 dell’ 1.8% sul dicembre 2011 registrando un -15.3% su base annua. Infine il PIL, il prodotto interno lordo italiano nell’ultimo trimestre 2012, ha subito un calo dello 0,9%, mentre su base annua il decremento è pari al 2,7%. A ciò si aggiunge una tremenda incertezza politica che destabilizza ulteriormente la nostra situazione, l’ingovernabilità, elezioni anticipate, ascesa dei populismi non sono scenari rassicuranti, del resto la via dell’accordo è assai accidentata e solo le prossime settimane sapranno indicarci con più chiarezza quale direzione verrà intrapresa. Nel frattempo Fitch ha ridotto il rating del nostro debito a BBB+ con outlook negativo, per la precisione la loro previsione per la fine del 2013 sul rapporto Debito-Pil è del 130% contro un target imposto al 125%, mentre il PIL è visto in calo anche nel 2014.

In uno scenario come quello sopra descritto, a cui si aggiungono le pressioni dalla Germania per continuare sulla via dell’austerità, è assolutamente indispensabile non perdere quello che è consolidato e saper sfruttare le poche occasioni che si presentano, ma pare che l’Italia non lo stia facendo. Un recente esempio riguarda il distretto di Bari, dove opera un impianto di produzione Bridgestone il quale ha deciso di chiudere, licenziando i 950 dipendenti, per poter poi delocalizzare verso paesi extra europei e riconvertire la produzione a manufatti di minor pregio e prezzo, sfruttando il basso costo del lavoro e la tassazione più favorevole  per riuscire a competere con le aziende dell’estremo  oriente. L’esigenza della Bridgestone è chiara, ma la politica in momenti come questi non deve consentire la perdita di un indotto simile che porterebbe probabilmente 950 famiglie, quindi circa 2500 persone, a soffrire ed a dover ridurre ulteriormente la loro qualità della vita ed i loro consumi, già ridotti al minimo. Uno sforzo e da parte dell’azienda e da parte delle istituzioni è necessario. La regione Puglia non è nuova a vicende di ritiro degli investimenti. Nel marzo 2012 la British Gas, intenzionata ad installare nel brindisino un rigassificatore che i vertici della multinazionale britannica avevano indicato come strategicamente indispensabile per incrementare la concorrenza nel mercato del gas e consentire una diminuzione delle tariffe al consumo nonché una maggiore disponibilità di combustibile anche in caso di tensioni geopolitiche in quanto avrebbe sfruttato differenti pipeline di approvvigionamento, dopo 11 anni di attesa e 250 milioni di euro già spesi a partire dal 2001 decise di abbandonare il progetto ritirandosi definitivamente. La causa dell’abbandono, oltre alle sindromi più o meno giustificate quali NIMBY (Not In My BackYards, cioè non nel mio giardino di casa) e NIMTO (Not In My Termo of Office, vale a dire non durante il mio mandato elettorale), è stata sostanzialmente un macchina burocratica dai meccanismi incomprensibili, inconcludente, che necessita di un numero letteralmente non precisato di carte, marche da bollo e passaggi di consegne tra Regione e Provincia. Alla fine dei conti, non entrando nel merito della reale necessità di una struttura simile o dell’impatto potenziale sull’ambiente (le sindromi NIMBY e NIMTO affliggono anche realizzazioni di impianti energetici da fonti rinnovabili), sono stai persi 1000 posti di lavoro diretti più tutto l’indotto.

Comincia a risentirne anche il settore della produzione e dei lavorati ad alto valore aggiunto, dove l’Italia eccelle ed ha competenze riconosciute ovunque e dove non c’è la concorrenza che punta al basso costo del lavoro poiché non è il costo del manufatto bensì la qualità l’elemento cardine. In questo settore gli investimenti in R&D sono fondamentali per combattere la sfida della competitività. Prendiamo come esempio i lavorati in acciaio speciale (ma vale lo stesso per la siderurgia, la chimica, la meccanica di precisione, ecc) destinati all’industria dell’automotive; l’Italia ha da sempre primeggiato, ma ora sta vivendo un deciso momento di crisi dovuto principalmente a due fattori. Il primo è legato alla riduzione se non alla totale assenza degli investimenti in R&D di molte ed importanti aziende del settore. Come sempre capita nei momenti di crisi tutti gli investimenti che dovrebbero dare vantaggio competitivo nel lungo periodo vengono bloccati in favore di attività più remunerative nell’immediato, perdendo però prospettive di crescita e sviluppo nel tempo. Questo fatto è quello che ultimamente è accaduto all’Ilva. Dopo l’ingresso dei Riva la ricerca e sviluppo sono stati sostanzialmente bloccati e la produzione spostata verso fasce di livello medio-basso, di fatto dando il fianco ai concorrenti dell’estremo oriente. Vi è poi una sostanziale distanza tra università o scuole tecniche ed industria. Permangono nonostante tutto nel nostro paese centri di eccellenza, come il Centro Sviluppo Materiali, o la multinazionale Arvedi, che godono di importanti incentivi europei per la ricerca (5 milioni di Euro nel 2012, secondi solo alla Germania con 9 milioni di Euro), ma che, e questo è il secondo problema, lavorano sempre più per l’estero, quindi per nazioni concorrenti, come Svezia, Giappone, Corea o la stessa Germania, ovviamente l’internazionalizzazione e positiva e testimonia la qualità dell’attività made in Italy, ma al contempo avvantaggia altre economie e sistemi industriali a scapito di quelli nostrani.

 

 Cattura

Grafico   1: Percentuale dei ricavi totali investita in R&D dalle principali   aziende operanti nel comparto degli acciai speciali.

Le fondamenta per risolvere una situazione siffatta, che non è limitata solamente entro i confini di singoli Stati, ma è diffusa nella zona EU e negli USA i quali, nonostante i buon i dati occupazionali del primo venerdì di marzo, stanno contraendo un debito sempre più grande da ripagarsi prima o poi, non possono prescindere da provvedimenti sia locali che condivisi ed applicati a livello europeo.

L’ Italia deve assolutamente lavorare cercando di recuperare la sua “attrattività”, in questo momento non deve vedere con sospetto l’ingresso di capitali esteri, ma deve essere in grado di far valere i propri punti di forza e negoziare intelligentemente. Deve riuscire a superare l’ostacolo della burocrazia, lentezza e rigidità non consentono di rispondere prontamente agli eventi o cogliere tempestivamente opportunità. La corruzione costa circa 60 miliardi di Euro l’anno e allontana ogni tipo di investitore. È poi necessario un allineamento all’Europa per quanto concerne le telecomunicazioni e l’ICT abbattendo il digital divide e portando il costo del lavoro a livelli consoni poiché con un costo del lavoro ed una tassazione altissimi assieme a buste paga e salari tra i più bassi, è evidente che né aziende né lavoratori possano vedere nel nostro paese un terreno fertile dove svilupparsi e prosperare.

Devono poi ripartire gli investimenti in R&D a lungo termine, le banche devono consentire alle aziende di contrarre questo genere di debito che è debito “buono” poiché in grado di portare benefici nel tempo, contrariamente ai debiti contratti per il pagamento di fornitori o imposte.

A questo ultimo punto però è strettamente connessa l’entità istituzionale europea che deve porsi come obiettivo ultimo l’unità politica, economica, finanziaria e sociale. L’ EU deve implementare un piano strategico di lungo periodo coinvolgendo attivamente tutti gli Stati membri, volto ad uniformare le legislazioni locali favorendo la reale integrazione e leale concorrenza tra le varie componenti nazionali, che renda comuni tutti quei settori fondamentali per la crescita, quindi le politiche di R&D, le infrastrutture per le telecomunicazioni, le comunicazioni ed i trasporti, la legislazione che regola le banche, la tassazione sulla finanza, la parametrizzazione del costo del lavoro e dei salari. Infine è auspicabile una road map per giungere ad un mercato dell’energia comune, stabilire un programma per l’efficientamento e la sostenibilità energetica, un mix energetico bilanciato ed un abbattimento delle emissioni in atmosfera condiviso e sottoscritto da tutti i membri e le aziende le quali devono accettare un codice, CSR (Corporate Social Responsibility), di responsabilità sociale ed ambientale.

Solo lavorando all’implementazione dei punti presentati si potrà far fronte al cambiamento, da tempo in atto, degli scenari e degli equilibri geopolitici in modo da poter giocare, come Unione Europea forte e coesa, la dura e tutt’altro che scontata partita della competitività globale.

Marradi 09/03/2013

Valentino Angeletti

(Twitter: @Angeletti_Vale, LinkedIn: Valentino Angeletti)

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6 Risposte

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