Italiani comunque felici nonostante la crisi; ma un po’ di sana ambizione in più?

Proprio ieri, 22 maggio, mentre a Bruxelles si discuteva di energia, del suo eccessivo prezzo in Europa ed in Italia in particolare, della necessità di un mercato unico, del potenziamento della lotta all’evasione ed elusione fiscale e dello scambio automatico di informazioni tra Stati a fini di controllo fiscale, di lavoro principalmente giovanile, è stato emesso dall’ Istat il rapporto annuale 2013 sulle condizioni economiche in Italia.

( Rapporto annuale ISTAT 2013: http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-58976e3c-4335-4b77-ad3f-ac66b68b84c5.html?refresh_ce

Articolo Corriere: http://www.corriere.it/economia/13_maggio_22/istat-felicita-qualita-vita-benessere_cd288078-c2d8-11e2-b767-d844a9f1da92.shtml )

Più che un rapporto si tratta di un bollettino di guerra. I dati sono tutti estremamente avvilenti, colpiscono particolarmente quelli relativi alle persone in condizione di deprivazione o disagio economico, pari a circa il 25% della popolazione (40% al Sud) cioè quindici milioni ed alle persone in grave disagio che sono 8,6 milioni, cioè il 14,3%.

Nonostante questi allarmanti dati, soprattutto per le generazioni future compresa la mia, gli italiani si mostrano tutto sommato felici e soddisfatti della propria vita, in particolare grazie ai rapporti famigliari ed alle amicizie. Ciò è senza dubbio positivo, si riscoprono i veri valori, si elimina il superfluo e si ottimizzano i consumi.
È altresì vero che spesso le privazioni sul cibo, sul riscaldamento domestico e sulla sanità, comprovate dall’ ISTAT, non sono inseribile nella sfera del superfluo, non si parla solo di viaggi, cene al ristorante, caviale o bistecca fiorentina, ma di impossibilità a consumare un pasto adeguato almeno ogni due giorni o a riscaldare adeguatamente la propria abitazione. La situazione dal mio modestissimo ed insignificante punto di vista è critica e non c’è molto da essere soddisfatti

Già in tempi non sospetti avevo notato una tendenza degli italiani ad essere poco ambiziosi, utilizzando il termine nella sua accezione positiva, poco proattivi e forse un po’ pigri. È probabile che questo atteggiamento sia dovuto all’oggettivo benessere raggiunto in Italia dai nostri genitori, in fondo la maggiora parte possiede una casa di proprietà, i risparmi privati sono superiori alla media europea, il clima è favorevole, i rapporti tra persone calorosi e stretti, a differenza di quanto accade mediamente in nord Europa, il cibo è ottimo e fino ad ora, vuoi per il sostegno dei famigliari vuoi per gli amici o le associazioni di volontariato, un piatto di pasta è stato difficile non riuscire a procurarselo.

Lo spirito e l’ ottimismo intrinseco ed innato portano generalmente l’ italiano a raffrontarsi con chi sta peggio, ed ovviamente nel mondo sono tanti, e mai con chi ha condizioni sociali ed economiche migliori, livelli di servizi più alti, sanità, burocrazia e pubblica amministrazione più vicini, istruzione all’avanguardia, insomma un sistema di welfare decisamente superiore, per non parlare delle risorse economiche destinabili al consumo e degli stipendi. Attualmente in Italia a potersi permettere una vacanza che non sia una toccata e fuga e magari all’estero, non sono molti, a differenza di tanti paesi che economicamente dovrebbero essere equiparabili se non proprio allo stesso livello; si rammenti che l’ Italia è la terza economia dell’ Eurozona.

Forse proprio questo stato, di innata felicità e soddisfazione per ciò che si possiede, ha parzialmente contribuito ad arrivare alla situazione attuale sia in termini di classe dirigente e politica, la quale è le più anziana di Europa, che economico-finanziaria. È giusto chiedere un cambiamento ed un rinnovamento al sistema come quotidianamente si fa, ma bisogna anche essere disposti a perseguirlo attivamente e non rimanere statici cruogiolandoci dietro al fatto che tutto sommato le cose potrebbero andare peggio e che poi alla fin fine si vivacchia discretamente bene. Pare che si abbia il timore di abbandonare la propria “zona di confort” nonostante il confort sia sempre meno e si stia trasformando rapidamente in una “zona semplicemente nota e conosciuta” con la quale si ha famigliarità.
Non credo che sia meglio accettare una situazione nota e mediocre rispetto al mettersi in gioco, col rischio di fallire sia chiaro, per ottenerne a ragione una migliore, soprattutto in ottica di lungo termine.

Gli italiani e l’ Italia, ovviamente affiancando l’impegno delle istituzioni, hanno risorse per giocarsela davvero fino in fondo la partita, non hanno nulla da invidiare, in termini potenziali (perché guardando la situazione oggettiva i motivi di invidia sono molti), rispetto ad una Germania, Francia o Gran Bretagna; personalmente non mi sento affatto inferiore ad un tedesco o ad un inglese, ma un tedesco o un inglese nelle mie condizioni può togliersi decisamente più soddisfazioni, anche non frivole come ad esempio un approfondimento nell’educazione.
Il vero cambiamento può essere perseguito a patto di mutare un poco atteggiamento, dando importanza ai valori come l’amicizia e la famiglia che anche in tempi di guerra sopravvivono ed integrandoli con il giusto grado di ambizione e quella voglia di provare ad abbandonare la “zona di confort” che si sta riducendo a “zona conosciuta” per ottenere quel doveroso qualcosa in più.

23/05/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti

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5 Risposte

  1. Ciao Valentino, grazie per aver espresso un parere. Credo che la “resistenza al cambiamento” che tu citi sia figlia anche dell’effetto demografico. L’Italia è un Paese sempre più “grigio”: l’ambizione, lo slancio, lo spirito rivoluzionario dei giovani viene diluito, sedato dalla grande maggioranza dominante nel Paese: gli anziani, tenutari dei capitali, dei risparmi, dei posti di rilievo e anche dei redditi.

  2. Grazie a te Bimboalieno! Assolutamente d’accordo, infatti per vincere la resistenza al cambiamento saranno necessari molti fattori dipendenti sia dalle istituzioni che dalle persone singole e dalla società, ed Il fattore demografico è assolutamente di primaria importanza, anche perchè tra qualche anno un giovane lavoratore pagherà la pensione a 4 anziani circa…. evidentemente insostenibile.

  3. […] Mi sento di condividere l’affermazione che i giovani, noi giovani, in un periodo difficile come questo dobbiamo essere un po’ più ambiziosi e determinati, essere consapevoli che il mondo sta cambiando rapidamente, che ci dovremo mettere in gioco sempre di più perché il mito del posto fisso, magari sotto casa nella piccola azienda storica del paese, non esiste più, così come non esiste più il lavoro duraturo che ci accompagnerà fino alla pensione (pensione???); anche nella medesima azienda è pressoché certo che dovremo affrontare esperienze differenti, forse anche maturare nuove competenze neppure considerate fino a qualche tempo prima oppure spostarci all’estero. Certi lavori, come taluni impieghi manuali quasi scomparsi, torneranno, altri verranno cancellati, soppiantati dalle tecnologie, dall’automazione, da nuovi modelli produttivi, economici e nuovi settori industriali. Se poi, come sarebbe opportuno, verrà riformato il sistema degli ammortizzatori sociali verso una riqualificazione dei lavoratori, è possibile che in certi casi dovremo tornare quasi a scuola. Può piacere o no, ma tant’è, e difficilmente questo processo si potrà arrestare. Penso invece che convenga coglierlo per arricchirsi professionalmente e personalmente, per porci obiettivi ed impegnarci a perseguirli con determinazione, passione ed ambizione positiva, ricercando opportunità che però devono avere condizioni al contorno opportune per potersi creare (Giovani, italiani e ambizione – LINK). […]

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