Dalla procedura di infrazione ai dati OCSE. L’ UE rimane l’unica possibilità per il vecchio continente

Non era stata ancora chiusa la procedura di infrazione per deficit eccessivo ai danni dell’Italia, la notizia era però nell’aria… il vicepresidente della Commissione Europea Tajani l’aveva anticipata a riunione europea ancora in corso,  quasi da prestigioso insider con un vittorioso “cinguettio” mattutino, immediatamente cancellato, che l’organizzazione parigina Ocse ha diffuso i suoi report riportando il bel paese con i piedi per terra.

Analizzando il primo punto, la chiusura della procedura di infrazione è decisamente un evento positivo. Fa sorridere però la lettura di molti quotidiani odierni in cui si mostra stupore e delusione rispetto ai vincoli che l’Europa continua ad imporre. Ovviamente gli 8-12 miliardi liberati non possono essere distribuiti a pioggia né tanto meno impiegati in operazioni che non abbiano un ritorno sulla crescita e sulla competitività, vedi IMU, ma anche IVA o pagamento dei debiti alle PMI volti all’estinzione di indebitamento pregresso. Questo denaro deve essere destinato a riforme di lungo respiro che non saranno in grado di portare benefici nell’immediato, ma che dovranno porre le basi per una graduale ripresa. L’Europa richiede che i fondi servano per riforme strutturali, come semplificazione della burocrazia (che costa annualmente tra i 60 ed i 90 miliardi), riforma del sistema bancario in modo che ritorni a concedere credito e a farlo in modo più semplice soprattutto se destinato ad investimenti (il mio punto di vista su questo tema è la decisa necessità di un sistema bancario unificato a livello europeo, ma credo che ormai tutti convengano su questo punto), riforma ed ottimizzazione delle pubbliche amministrazioni, liberalizzazioni più spinte, dove si potrebbe lavorare molto sul settore delle TLC e delle frequenze TV, dei trasporti, dell’energia e del gas, delle poste e servizi, detassazione e riforma del lavoro in modo da renderlo flessibile in particolare per quel che riguarda l’accesso al mercato occupazionale per i giovani.

Il continuo controllo dei conti da parte dell’Unione era peraltro ovvio. Il debito italiano ha superato ampiamente i 2000 miliardi e nel 2014 raggiungerà il 134% del PIL; gli interessi sul debito ammontano annualmente a circa 86-90 miliardi. Non è quindi pensabile che la richiesta di rigore venga meno. Come già scrissi la chiusura della procedura di infrazione deve essere colta come se fosse un’iniezione di liquidità destinata esclusivamente alle attività che creano valore e crescita nel lungo termine mobilitando un indotto quanto più ingente possibile (è stato stimato da Repubblica che gli investimenti in piccoli lavori infrastrutturali potrebbero smuovere un indotto complessivo di circa 20 miliardi); al contempo si dovrà cercare di spostare la tassazione ridistribuendola in modo quanto più progressivo possibile ed inevitabilmente tenendo in considerazione il livello patrimoniale, andando a premiare le attività di investimento in ricerca e sviluppo piuttosto che le rendite finanziarie, tagliare ogni costo superfluo (inclusi quelli della politica che benché non decisivi sicuramente sarebbero da esempio) ottimizzando i processi di acquisto e delle gare degli enti pubblici, decidere come gestire il patrimonio statale e le aziende partecipate. Inoltre il Governo deve porsi come insindacabile obiettivo quello di lavorare nel modo più celere, coeso e costruttivo possibile, senza rincorrere demagogiche misure atte ad accattivarsi il consenso dei meno attenti, ma avendo la vision che si richiede ad una classe dirigente all’altezza.

Passando al secondo e più dolente punto, l’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita italiane portando la stima sul pil per il 2013 da -1.5% a -1.8% con un cenno di ripresa nel 2014 che diminuisce però da +0.5% a + 0.4% (ma da ora al 2014 il tempo per ulteriori ritocchi non manca, ne siamo stati finora testimoni). L’aspetto che rimane preoccupante e che pervade sostanzialmente tutta l’Europa è l’assenza di lavoro e l’altissima disoccupazione giovanile; in Italia la percentuale dei senza lavoro crescerà dall’ 11.9% del 2013 al 12.5% del 2014 (era 10.6% nel 2011) . I giovani dovrebbero essere fulcro e volano della ripresa, ma senza un nuovo innesco del meccanismo virtuoso “domanda-produzione-guadagni-richiesta nuovi posti di lavoro” la situazione difficilmente potrà uscire dallo stallo. Per tale ragione è innegabile la necessità di una riforma che detassi il lavoro giovanile ed anche le imprese, ed ancora più dell’ IMU, si dovrebbe considerare il blocco dell’aumento dell’IVA, incremento che è dimostrato andrà a deprimere ulteriormente i consumi. L’OCSE ha inviato anche un monito alla BCE, la quale secondo l’ente parigino dovrebbe adottare una politica monetaria più accomodante e questa misura sicuramente nel breve potrebbe portare qualche beneficio, ma deve essere scongiurato il rischio di incappare in bolle monetarie o finanziarie che potrebbero affossare definitivamente un sistema economico già debilitato. L’obiettivo della BCE sembra quello di voler creare valore reale e tangibile che possa sostenersi nel lungo termine cercando di evitare per quanto più possibile le crisi sistemiche e cicliche che si ripresentano in modo più o meno regolare nel tempo. Il punto d’arrivo è senza ombra di dubbio nobile e condivisibile, ma purtroppo non prescinde da una economia globale influenzata delle terre di oltre oceano e dell’estremo oriente. Infine l’OCSE ribadisce come debba essere allentata l’austerità nei confronti degli stati più in difficoltà ed anche questa affermazione sembra essere stata avvalorata dal recente passato. L’austerità in un periodo di recessione, soprattutto senza alcuna possibilità di investire in crescita a lungo termine e perseguire riforme strutturali, non fa altro che aggravare la recessione stessa.

In un contesto del genere sono sempre più i movimenti anti-europeisti che sorgono, dalla Germania (movimento Alternative für Deutschland) alla Gran Bretagna (partito UKIP) passando per il nord e l’est Europa. L’ultimo caso è quello del Portogallo dove è stato sostenuto a gran voce l’abbandono della moneta unica. Tale teoria è ultimamente appoggiata e rilanciata dall’ex funzionario del ministro delle finanze e professore alla Technical University di Lisbona João Ferreira do Amaral nel suo ultimo libro “Why we should leave the Euro” dal quale si è repentinamente dissociato il primo ministro Pedro Passos Coelho.

Personalmente capisco alla perfezione come sia naturale una reazione simile, ma bisogna essere oggettivi, analizzare il mondo in cui stiamo vivendo e capire cosa ciò comporterebbe. Sicuramente godrebbero le esportazioni, ma il valore reale del capitale di privati e banche verrebbe sostanzialmente dimezzato, i prezzi immobiliari crollerebbero, mancherebbero strumenti di finanziamento con i quali pagare stipendi e pensioni e gli interessi sul debito sarebbero insostenibili; il paese dovrebbe poi risultare totalmente autosufficiente in quanto il prezzo dei prodotti di importazione, pagati in dollari o euro, raggiungerebbe valori altissimi (petrolio, prodotti alimentari, grano, gas, energia ecc). Quindi penso che si debba andare cauti con certe posizioni.

Diverso è un approccio che invece di scagliarsi contro l’Europa, intesa come progetto di unificazione in un sistema centrale e unico sotto tutti i punti di vista (finanza, banche, economia, energia, mercati ecc), critichi le modalità con cui sono state affrontate certe situazioni problematiche, critichi la politica di eccessivo rigore ed in certe circostanze cieca austerità intraprese rigidamente senza quella flessibilità che il dinamico mondo odierno ci richiede. Il vero punto sul quale agire è il superamento dei particolarismi locali ed i tentativi di sovrapporre interessi propri e locali a quelli dell’Unione che si deve capire essere l’unica possibilità affinché il Vecchio Continente possa sperare di competere a livello globale. Una differente linea rispetto a quella adottata fino ad ora sembra intravedersi, infatti dall’ ultima riunione europea sono scaturite anche raccomandazioni per la virtuosa Germania, ed in particolare le è stato suggerito di ridurre tasse e contributi sociali, soprattutto per i redditi più bassi, in modo tale da sostenere la domanda interna; liberalizzare il mercato dei servizi; consolidare ulteriormente il sistema bancario, migliorandone la governance.

Pur non illudendoci perché i sacrifici saranno ancora tanti e principalmente sulle spalle di noi giovani esiste la possibilità che sia stato intrapreso un percorso che pur ricco di insidie potrà mostrarsi premiante.

 

30/05/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] dei Ministri si pronuncia su IMU e CIG, ma è all’Europa che bisogna guardare 20/05/2013 Dalla procedura di infrazione ai dati OCSE. L’ UE rimane l’unica possibilità per il vecchio con… L’IVA … e la coperta tricolore sempre troppo corta 14/06/2013 Incomprensibilmente ancora troppi […]

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