Archivi Mensili: giugno 2013

Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo

Il Premier Enrico Letta è tornato dall’Eurogruppo di Bruxelles soddisfatto per quanto ottenuto in tema di lavoro. La somma disponibile da impiegare per favorire il lavoro giovanile ammonta a circa 1,5 miliardi. La stampa è discordante e non è ben chiaro se le risorse siano spendibili nei prossimi due anni, quindi 2014/15 oppure in tutto il periodo 2014/2020 per il quale è stato definito il bilancio unitario europeo. Da un’intervista rilasciata dallo stesso Premier l’impressione è che il miliardo e mezzo sia da spalmarsi per tutto il settennato, mentre nel il primo biennio sia possibile allocare circa 800 milioni di euro, in ogni caso superiori rispetto a 500 milioni poi ritoccati a 550 – 600 inizialmente stimati.
Il risultato è quindi tutto sommato positivo anche se la cifra non ha la portata tale da risolvere i problemi dalla disoccupazione giovanile in Italia e dovrà essere impiegata nel migliore dei modi per adempiere al progetto europeo ‘youth guarantee’ nei modi e termini stabiliti. Non è in ogni caso condivisibile l’affermazione di Enrico Letta, forse fatta in un momento di entusiasmo, secondo la quale le aziende non avrebbero più alibi per non assumere giovani. Una azienda che non assume non lo fa per principio, anzi sarebbe ben felice di assumere in quanto vorrebbe dire che gli affari e gli ordinativi vanno bene e ci sono prospettive di crescita, ma è l’assenza di domanda ad esserne la causa.
Purtroppo i consumi, dall’alimentare ai beni più frivoli passando per i medicinali, sono calati talmente tanto che il potenziale produttivo attuale risulta decisamente sovradimensionato. Intervenire sul lavoro abbassando il cuneo fiscale, detassando le nuove assunzioni, favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro tramite stage e tirocini retribuiti, riformando i centri per l’impiego, è fondamentale, ma lo è ancora di più la creazione di nuovi posti di lavoro rilanciando la produzione. Il rilancio può avvenire solo grazie ad una spinta ai consumi conseguente all’aumento del potere d’acquisto della classe media che proporzionalmente più sta risentendo della crisi e puntando convintamente sull’export nel quale l’Italia ha potenzialità enormi.

Da inizio del 2013 sono fallite circa 45 aziende o imprese al giorno. Si tratta spesso do piccoli artigiani o commercianti oppure di PMI a conduzione familiare o dei distretti tipici del Veneto, della produttiva Emilia , del Piemonte o della Lombardia. Queste realtà, che difficilmente riusciranno a riaprire anche a crisi trascorsa, erano parte della cosiddetta spina dorsale del paese, cioè le rappresentanti della manifattura italiana. Esse sia per produttività che sia perché devolvevano in tasse oltre il 50% del loro fatturato hanno fatto davvero da traino al paese consentendone lo sviluppo.

Oltre alle entità medio piccole anche grandi aziende stanno pesantemente risentendo della crisi o in alcuni casi ne stanno approfittando per delocalizzare. In questi giorni la IBM ha annunciato 355 esuberi in Lombardia, la Whirpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Trento, che vedeva impiegati 450 lavoratori, per trasferire parte della produzione a Varese e parte in Polonia. La Indesit che aveva già annunciato 1450 esuberi e l’intenzione di chiudere due stabilimenti, uno nelle Marche ed uno in Campania, ha dichiarato il fermo produttivo (che cesserà il 2 luglio) a causa degli scioperi di Melano ed Albacina dai quali lo stabilimento Indesit di Fabriano si approvvigionava. La multinazionale ex Merloni ha nel piano industriale di mantenere in Italia solo alcune produzioni ad alto valore aggiunto dislocando in Polonia il resto.

Purtroppo, guardando in faccia alla realtà, è impossibile pensare che la manifattura come l’abbiamo sempre concepita torni ad avere il ruolo di traino, anche se si facessero tutte le migliori riforme sul lavoro possibili sarà impossibile competere con la manodopera di paesi come la Croazia, la Romania, la Turchia, la Polonia, la Cina, l’India, solo per citarne alcuni, ove il costo del lavoro è anche 15 volte inferiore rispetto all’Italia. Non è neanche credibile che l’edilizia, grande malato di questa crisi, riprenda a costruire a pieno regime. L’Università de L’Aquila ha calcolato in uno studio che non è più possibile in Italia tracciare una circonferenza con raggio uguale o superiore a 10Km senza incontrare un centro abitato, l’urbanizzazione è ormai arrivata a saturazione.

Dobbiamo puntare quindi ad un altro genere di manifattura, più di nicchia, che produca prodotti di eccellenza ad altissimo contenuto tecnologico e che dietro abbia un knowhow frutto di ricerca ed innovazione di qualità. Dobbiamo puntare sui internet, sull’efficienza energetica, sulle imprese digitali, sul lusso e la moda (non il semplice abbigliamento), proteggere la nostra enogastronomia chiedendo in sede europea tutele stringenti sull’originalità e la provenienza di certi prodotti tipici richiesti in tutto il mondo (la Francia lo ha fatto e lo ha ottenuto). Riscoprire l’agricoltura, il patrimonio forestale, ed in certi casi i mestieri che producono eccellenze e unicità non copiabili e che se ben pubblicizzate attirerebbero i nuovi ricchi del pianeta. Bisogna guardare sempre di più all’export, capire rapidamente i nuovi trends ed essere ‘on time’ sui mercati perché è probabile che i livelli di consumo dei periodi prima della crisi non li vedremo più, almeno nel breve termine. Si deve creare una filiera turistica organizzata e sviluppare tutto l’indotto potenziale, dai trasporti alle guide alla ristorazione, che sia in grado di accogliere e seguire il turista vendendogli non solo le bellezze uniche che fortunatamente abbiamo, ma anche il ‘prodotto Italia’ andando incontro alle sue esigenze: possiamo offrire turismo sportivo, marittimo, montano, percorsi culturali e fieristici, possiamo essere orientati ai giovani offrendo discoteche nella riviera romagnola o ai meno giovani offrendo il relax di un’isola come Pantelleria piuttosto che un percorso culturale nei borghi medioevali del centro o di relax e benessere negli agriturismi toscani o nelle terme del Veneto. L’edilizia dovrà convertirsi, passando da pure costruzione a recupero del patrimonio, ristrutturazione e riqualificazione secondo determinati standard energetici ed antisismici ed utilizzando materiali e tecniche innovative a basso impatto ambientale ed ad alta efficienza energetica, edilizia ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico quindi.

Le possibilità non mancherebbero, si deve però cominciare rapidamente ad investire in ricerca e sviluppo, abbattere il digital divide, creare le giuste infrastrutture, riorganizzare ed ottimizzare i trasporti, offrire ai giovani percorsi formativi mirati, abbattere i muri di burocrazia che spesso stroncano sul nascere ogni iniziativa, proteggere il nostro patrimonio, adeguare tassazione e costo dell’energia. Non dimentichiamo di poter far leva sui fondi della BEI e sull’evento EXPO 2015. L’implementazione di piani di sviluppo a medio lungo termine credo che sarebbero ben apprezzati anche in sede europea e Bruxelles potrebbe mostrarsi disposta ad appoggiarli concedendoci credito in modo da avviare quel meccanismo grazie al quale sarà possibile la creazione di posti di lavoro che possano godere degli sgravi e dei denari che il Premier Letta ha sapientemente portato a casa dall’Eurogruppo.

29/06/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti

Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia

La prima giornata del vertice europeo di Bruxelles si è da pochissimo conclusa. Il lavoro è stato al centro del dibattimento ed erano attesi provvedimenti e misure per arginare la disoccupazione dilagante in molti stati europei. Dopo lunghe trattative, nel cuore della notte, l’accordo sul bilancio europeo 2014-2020, e quindi anche la possibilità di allocare risorse in favore del lavoro giovanile, è stato raggiunto. A rendere il negoziato particolarmente estenuante è stata la Gran Bretagna con il suo premier David Cameron, il quale rimproverava ai paesi più in difficoltà, tra cui ovviamente l’ Italia, di dover agire tagliando la spesa pubblica, come del resto ha appena fatto il suo governo per un ammontare complessivo di 11 miliardi di sterline, pari a circa 13 miliardi di euro (per rinviare l’iva in Italia servirebbero 1-2 miliardi di euro, 8 miliardi circa per IVA ed IMU a copertura del 2014).

Alla fine l’accordo ha portato allo stanziamento di 6 miliardi per i prossimi due anni ed altri due nel quinquennio successivo. All’Italia dovrebbero giungere circa 550-600 milioni di euro, in realtà non una gran somma, ma in questo periodo è certamente meglio che nulla e dovranno essere impiegati nel migliore dei modi. Il muro inizialmente eretto da Cameron probabilmente aveva lo scopo di ottenere alcune concessioni in ambito agricolo, poi acconsentite, e secondo me anche quello di proporre, se in futuro si rendesse necessario, qualche vincolo riguardo alla tematica finanziaria e di tassazione, ma le sue obiezioni non sono assolutamente prive di fondamenta. Effettivamente i tagli a cui siamo abituati hanno ordini di grandezza decisamente inferiori se non irrisori rispetto ad una spesa pubblica totale di oltre 300 miliardi annui che salgono a 800 se si considerano anche stipendi pensioni e le cosiddette spese incomprimibili. È assolutamente necessario affiancare ai fondi che ci arriveranno dalla EU anche quelli derivanti da tagli e razionalizzazioni delle spese (ad esempio il progetto di un centro unico per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni che avrebbe dovuto far risparmiare ogni anno circa 30 miliardi pare naufragato). Ciò a cui siamo avvezzi è una compensazione a mezzo di nuove imposte, riallocazioni di risorse oppure, come per lo slittamento dell’IVA, anticipi su altre imposte (IRPEF, TARES, TARSU…).

Sul fronte Ecofin invece un ulteriore passo avanti è stato fatto per quel che riguarda l’unione bancaria, ed in particolare al procedura di fallimento ordinato degli istituti per evitare il coinvolgimento dei governi. È stato deciso che i primi a pagare in caso di fallimento saranno gli azionisti, poi gli obbligazionisti a partire da quelli meno garantiti ed infine i correntisti a partire dai 100’000 euro in su (protezione dei depositi più bassi che mi pare già esistesse, almeno nel nostro paese). In realtà è stato formalizzato quanto in linea di massima in alcuni paesi già avviene. Altre azioni e provvedimenti più incisivi sono attesi sul fronte delle banche, ed in particolare dovranno riguardare la tassazione dei capitali e delle rendite, la trasparenza per ridurre al minimo la possibilità di evasione o elusione fiscale ed una regolamentazione nell’uso di derivati, fino alla separazione tra banche d’affari e commerciali, ma per questi aspetti la lotta sarà molto dura. Riguardo all’utilizzo di strumenti derivati e leverage di seguito un interessante articolo sullo stato delle banche europee: http://www.zerohedge.com/news/2013-06-26/lhorreur-goldman-finds-europes-two-worst-capitalized-banks-france

L’Italia, come ormai ripetuto innumerevoli volte, deve sicuramente lavorare su vari fronti (lavoro, consumi, tassazione, incremento esportazioni ecc), le stime del PIL sono state nuovamente riviste al ribasso da Confindustria e da S&P che concordano su un -1.9% per il 2013, correggendo profondamente quanto era stato stimato ad inizio anno.

Mi permetto una malizia senza fondamenta, alcuni eventi occorsi negli ultimi giorni sembrano quasi indicare un piano “segreto” per far saltare l’Euro zona, già di per se ricca di problemi, facendo leva principalmente sul nostro paese.

L’Italia rappresenta un membro fondatore dell’Euro ed al contempo una grande economia in difficoltà che potrebbe, considerato il suo rilievo sia economico che politico, essere davvero la causa di un crack della EU (di sicuro “too big to save”, meno certa è la prima parte della locuzione cioè “too big to fail”).  Fino a che situazioni “irrecuperabili” si limitano a Grecia e Cipro, senza nulla togliere a queste economie ma che rappresentano il PIL di una regione tedesca, francese o italiana, è poco credibile che per non pagare qualche miliardo necessario ad un loro salvataggio si rischi la stabilità dell’EU oppure che una loro uscita comprometta definitivamente la EU se non come negativo precedente, con l’Italia è diverso, le dimensioni italiane sono ben maggiori.

I fatti che gettano queste ombre ed a cui faccio riferimento sono:

  • l’ostinazione della      Germania e degli stati nordici a mantenere una rigida e cieca austerità      schierandosi apertamente contro ogni politica di allentamento monetario      (adesso anche la Bank of China ha esplicitamente dichiarato di voler      garantire tutta la liquidità necessaria al paese) che ha comportato una      menomazione delle esportazioni nostrane.
  • Il report di Mediobanca (l’unica      pseudo banca d’affari italiana), firmato tal Antonio Guglielmi, che prevede      il default italiano in 6 mesi se non verranno chiesti aiuti europei.
  • Le illazioni in merito a      perdite miliardarie (da 8 ad oltre 30 miliardi di Euro) in strumenti      derivati utilizzati dall’Italia per poter entrare nell’Euro pubblicate dal      Financial Times e da La Repubblica. In un seguente articolo il FT chiede      chiarimenti a al Governo; nel mentre la procura di Roma ha aperto una      inchiesta ed il tesoro ha dichiarato che non c’è fondatezza su quanto      asserito e che non esiste alcuna perdita (anche se tecnicamente parlando fino      a che una posizione finanziaria, anche se in “rosso”, non viene liquidata,      la perdita è solo potenziale).

Fino a che sono banche d’affari o agenzie di rating a lanciare allarmi o infausti presagi, ai quali per la verità ci avevano già abituati, si può pensare che agiscano in conflitto di interessi per indirizzare il mercato a loro favore (riuscendoci molto bene peraltro), ma quando si coalizzano banche d’affari anche nostrane, giornali e pure l’Europa, un minimo sospetto nasce. Inutile ribadire che per intravedere una via d’uscita Europea alla crisi deve essere superato ogni particolarismo utilizzando scelte oggettivamente collaborative e lungimiranti.

 

27/06/2013

Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

LinkedIn: Valentino Angeletti

Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale

Il rapporto OECD sull’uguaglianza della distribuzione della ricchezza nei vari paesi rappresenta per l’Italia un ulteriore motivo di preoccupazione.

Il nostro paese, considerando lo strumento che misura la distribuzione della ricchezza, ossia l’indice GINI, si attesta (considerando la EU) al terzo posto per disuguaglianza dopo Portogallo e UK e sopra la media dei paesi OECD.

Indice GINI (valori alti rappresentano alta disuguaglianza)

Riassumendo i punti più critici, in continuo peggioramento, che riguardano l’Italia si possono annoverare:

  • La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi. Il 10% della popolazione detiene il 50% delle ricchezze.
  • La classe ricca sta diventando sempre più ricca ed i poveri sempre più poveri.
  • La classe media sia dei dipendenti che dei professionisti si sta impoverendo sempre di più.
  • La ricchezza è concentrata nelle mani delle generazioni di età più avanzata.
  • Non esiste sostanzialmente alcuna possibilità di mobilità sociale.
  • Anche il matrimonio non rappresenta più una possibilità di ascesa nella società in quanto tendenzialmente i matrimoni avvengono all’interno della stessa classe sociale.
  • L’aumento della scolarità non rappresenta un fattore determinante nel migliorare la propria qualità della vita.

In sostanza si conferma che i figli sono più poveri dei padri nonostante una migliore istruzione. L’assenza di lavoro per i giovani è un fattore determinante, ma anche i bassi salari contribuiscono ad aggravare la situazione. Si consideri che ad un qualsiasi lavoratore medio avente istruzione universitaria che si trasferisce a Roma o Milano per lavoro (dove si concentrano le poche possibilità lavorative) è impossibile provvedere ad un affitto per un mini monolocale (max 20mq) e deve ricorrere a condividere una stanza o un appartemento con altri lavoratori o studenti. Ancor peggio se il lavoratore avesse necessità di mantenere uno o più figli o pagare un mutuo (anche se a lavorare fosse pure l’eventuale consorte), ambedue i casi richiedono l’intervento dei genitori o dei nonni. la sola idea di acquistare una casa è meramente una utopia. In un paese europeo qualsiasi questa situazione è decisamente, non solo inesistente, ma inaccettabile. La stessa istruzione di alto livello (Università ed MBA) può non essere accessibile ai più poveri ed in tal caso la possibilità di scalata sociale è totalmente preclusa. Io stesso ad esempio avrei voluto conseguire un master in economia politica in una prestigiosa Università ma ho dovuto rinunciare per motivi economici.

Tale situazione ovviamente pone le nuove generazioni in condizioni di svantaggio, abbattendo le loro ambizioni e portandoli alla frustrazione ed all’assenza di prospettiva. Questo approccio è errato, l’ambizione positiva non dovrebbe mai mancare, ma vedendo la situazione circostante questo sentimento sfocia spesso nella tendenza all’emigrazione.

L’idea invece che ci sia una classe privilegiata e protetta che beneficia sempre e comunque in ogni situazione può portare a fenomeni di rabbia e di distacco dalla politica dovuti alla sensazione di impotenza. Da qui nasce lo scontro generazionale che vede i più “anziani” contro i più giovani, i primi hanno pensione, magari retributiva, varie garanzie sociali, posti fisso ecc, i secondi nulla di tutto ciò e se non disoccupati spesso oscillano tra precariato e contratti a termine. Di sicuro per riequilibrare un minimo il sistema una cessione di parte dei benefici dei primi in favore dei secondi è quantomeno eticamente corretta, ma la vera svolta è rappresentata dal cambio generazionale ai vertici, sia dello stato che delle grandi aziende.

Esso indubbiamente non può avvenire in modo netto perchè la gioventù non è sinonimo di competenza, nè l’anzianità implica inutilità ed inettitudine, anzi, spesso questa è permeata di saggezza ed esperienza. La chiave di volta, sia per la selezione dei giovani che dei manager, pubblici e non, è la meritocrazia. Solo il management più meritevole e portatore di risultati deve rimanere ed al suo fianco deve essere posta e formata a prendere decisioni critiche in contesti trasversali di continuo e rapido cambiamento  una classe di giovani che saranno a loro volta i dirigenti del futuro. Purtroppo non avendo adottato nel recente passato questo principio è stata persa una generazione di giovani ed è stata mantenuta una generazione di veterani che sarebbe stato meglio perdere. Questo è il momento di cambaire rotta, perchè il punto di non ritorno forse è già stato superato.

Non è lo scontro generazionale utile alla collettività, ma la collaborazione tra le generazioni e la consapevolezza che passato e futuro sono interconnessi ed un futuro positivo nasce come eredità dalla parte migliore del passato. Inoltre si deve abbandonare ogni tipo di egoismo e quella tendenza alla ricerca del privilegio personale possibilmente vita natural durante che fino ad ora ha dato tanti vantaggi a pochi.

24/06/2013

Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

LinkedIn: Valentino Angeletti

https://drive.google.com/?tab=mo&authuser=0#folders/0B3MuGDCOt8WfaWV4Y3RFWFhWMVk

IVA: il momento della verità

Tutti al Governo sapevano che questo momento sarebbe arrivato, forse speravano il più tardi possibile o pregavano per un colpo di scena, ma puntale il nodo è giunto al pettine. Mi riferisco all’ IMU ed all’ IVA. Alfano e tutto il PDL, che avevano fatto del blocco dell’ aumento dell’ IVA ed ancor di più della cancellazione definitiva dell’ IMU e della restituzione di quanto pagato nel 2012 la bandiera della loro campagna elettorale, stanno lanciando ultimatum finanche a minacciare la crisi del Governo del quale fanno parte.
Per ricordare un po’ di numeri la cancellazione dell’ IMU costerebbe circa 4 miliardi come la restituzione della quota 2012, il blocco dell’aumento dell’IVA costerebbe 2 miliardi per tre mesi e 4 per sei mesi (stimati). Coperture che ovviamente non ci sono.
In merito all’ IMU, per ora solo rimandata, è possibile che alla fine si propenderà per lo studio di meccanismi progressivi in favore delle prime abitazioni e degli immobili utilizzati a fini commerciali e lavorativi escludendo da ogni beneficio le case di pregio e le seconde (ed ulteriori) abitazioni. Del resto forme di tassazione sulla casa sono presenti in tutta Europa e spesso, stranamente, più ingenti che in Italia.
Più spinosa è la questione dell’ IVA. I consumi hanno registrato cali record, prendiamo come esempio emblematico il settore alimentare, particolarmente caro a noi italiani e che di norma è l’ultimo ad entrare in crisi. In occasione della conferenza economica di Lecce la CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) ha stimato che 16 milioni di famiglie italiane hanno effettuato tagli alla spesa, con un calo per il 2012 del 3.2% rispetto al 2011. I livelli raggiunti sono tornati agli anni settanta in piena crisi petrolifera, in 5 anni l’alimentare ha subito un colpo da 20 miliardi di cui 8 nel solo 2012. Altri beni di prima necessità come medicinali e cure mediche sono risultati in calo, oltre ovviamente a tutti i beni di consumo non fondamentali. Che l’aumento dell’ IVA sia pericoloso per gli stessi consumi e possa rivelarsi meno redditizio di quanto stimato sono tutti concordi, da Confindustria alle organizzazioni sindacali passando per le associazioni di piccoli esercenti (artigiani e commercianti) che sono stati letteralmente decimati dalla crisi, o meglio dal connubio calo dei consumi/pressione fiscale/credit cruch come pure il settore dell’ edilizia che in questa crisi pare abbia raggiunto la saturazione e che quando la ripresa sarà avviata dovrà convincersi a convertirsi dalla costruzione alla ristrutturazione, riqualificazione, efficientamento energetico adottando criteri e materiali eco compatibili ed eco sostenibili; molte imprese edili si sono già specializzate, ma il potenziale business è enorme.
Al momento è altamente probabile uno slittamento di 3-6 mesi dell’ incremento del punto di IVA, la copertura potrebbe derivare da riallocazioni di denaro pubblico, come avvenuto fino ad ora per il finanziamento di piccole opere pubbliche o il rifinanziamento della CIG, ma una soluzione definitiva deve essere trovata rapidamente e dovrà essere alimentata da tagli, ottimizzazioni delle spese, da riduzioni delle agevolazioni fiscali non più necessarie e rinvii o tagli delle spese militari.
Il Governo deve essere più risoluto e determinato di quanto sia stato fino ad ora, lo stesso decreto ‘Del Fare’ ha lasciato qualche perplessità sembrando poco incisivo in alcuni punti come gli sgravi sulla bolletta elettrica per 500 milioni che si sono rivelati ben poca cosa, senza intaccare in maniera incisiva alcuni oneri riversati sui cittadini o sulle aziende produttrici ed attualmente ingiustificati, oppure l’ eliminazione della tassa sulle imbarcazioni fino a 16 metri compensata però da un ‘mini rincaro’ delle accise sui carburanti del quale poco si parla ma che fa tanto tornare alla memoria i vecchi governi ed le tipiche modalità di azione.
Le tempistiche sono strette, già mercoledì 26 ci sarà un vertice di governo che segue gli incontri dal clima teso tra Letta ed Alfano, ed in ogni caso il termine del 30 giugno è terribilmente prossimo.

23/06/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti

Dall’ ECOFIN qualche spunto per riflettere

Con grande rammarico il vertice lussemburghese Ecofin che nei giorni scorsi ha visto riuniti tutti i ministri dell’economia e delle finanze degli stati europei è passato abbastanza inosservato, sicuramente troppo vista l’importanza e l’influenza sulle decisioni governative che la disciplina economica esercita.

La prima notizia di rilievo, in particolar modo per l’Italia, è la chiusura definitiva della procedura di infrazione per deficit eccessivo che era in vigore per cinque paesi: Lettonia, Lituania, Romania, Ungheria, ed appunto Italia. E’ stato anche dato il via libera all’ingresso nell’Euro della Lettonia. Riguardo a questo ultimo punto sorge il dubbio se nelle condizioni attuali l’Europa possa permettersi il rischio di nuove potenziali instabilità dei suoi membri. La situazione greca continua a dimostrarlo. Il paese ellenico sta vivendo una crisi politica con la sinistra che ha abbandonato la coalizione di governo e con il Fondo Monetario Internazionale che ha minacciato di uscire dall’ European Stability Mechanism (ESM) qualora la ECB e Commissione EU (gli altri due membri della Troika) non garantiscano coperture per altri 3-4 miliardi in aggiunta al piano di finanziamento per oltre 170 miliardi (cifra molto superiore rispetto a quanto sarebbe stato necessario per ‘salvare’ la Grecia agendo entro i primi 18 mesi di crisi manifesta). La Lettonia ha raggiunto quei requisiti sia economici che politici tali da renderla matura al punto gusto per entrare nella EU in un momento storico in cui non sono concessi errori? Personalmente non lo so, ma mi auguro che gli organi competenti abbiano verificato con precisione, meglio di quanto fecero con la povera Grecia. Anche la Turchia ha velleità di entrare nella Unione, la sua economia è in rapida crescita, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono enormi, alla stregua quelli in infrastrutture che creano in maniera continua posti di lavoro, l’istruzione è di primo livello come dimostrano le prestigiose università tecniche di Smirne o Istanbul, esiste una grande fuga di cervelli verso l’estero, ma che si conclude con il rientro in patria di queste persone notevolmente arricchite e preparate. La Turchia rappresenta inoltre la vera porta di accesso per il medio oriente ed è strategica per le pipeline del gas; vi è consapevolezza di questa forza, tanto che esponenti governativi hanno dichiarato che nel giro di pochi anni sarà più l’Europa a necessitare delle Turchia che viceversa. Il livello di democrazia e le tensioni politiche però dimostrano che il paese ancora non ha raggiunto quei livelli di garanzia dei diritti umani indispensabili per confrontarsi con le democrazie occidentali.

Passando alla chiusura definitiva della procedura di infrazione per l’Italia è noto come sia cosa buona, pur rimanendo necessario il rigore sui conti ed il continuo rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil, come ribadito dal Ministro Saccomanni. Su questo non si dovevano attendere novità. Il nostro paese, soprattutto per il debito ad oltre il 130%, ma anche per le passate cattive gestioni del denaro è sempre un osservato speciale al quale ovviamente non si può dare carta bianca in tema di spesa. L’impegno dimostrato dal paese e dai suoi cittadini contribuenti deve però essere premiato con concessioni sulla Golden Rule che consente di non calcolare come deficit le spese per investimenti produttivi. Trattando, negoziando sagacemente e ‘battendo i pugni a Berlino o Bruxelles’ in un modo non sguaiato ed arrogante ed esigendo interventi su questa regola aurea, senza chiedere sforamenti del 3%, si devono riuscire ad ottenere più margini di spesa, da impiegarsi assolutamente in modo che ogni euro ne produca direttamente o indirettamente altri, quindi non all’italiana, per far ripartire investimenti e creare posti di lavoro, possibilmente detassato, per giungere ad avere più potere d’acquisto, più consumi, più produzione e nuovi posti di lavoro.

Da sottolineare come elemento non totalmente positivo ed il cui aggiornamento è stato rimandato a mercoledì 26 giugno è l’accordo sul sistema bancario. Al centro della discussione sono state le regole da adottare comunemente per liquidare le banche in difficoltà senza dover gravare sui contribuenti e su come contabilizzare i derivati in bilancio. Il Ministro francese Moscovici ha dichiarato che il 90% dell’accordo è consolidato, mancano solo alcuni dettagli che si spera verranno definiti mercoledì prossimo. Il tema dell’unione bancaria in Europa è fondamentale e necessario esattamente come quello dell’adeguamento della tassazione in particolare per i proventi finanziari. Per avere una concorrenza cross-europea leale, evitando fughe di capitale da alcuni paesi verso altri, unificare il sistema bancario è un pilastro, in tal modo si favorirebbero la lotta all’evasione-elusione fiscale e la ripresa industriale e manifatturiera rendendo possibile, con un sistema regolatorio centrale e ben strutturato, un più facile accesso al credito. Benché tutti paesi siano formalmente a favore, a causa della stretta dipendenza tra interessi particolari locali e sistema bancario, molti stati europei, in particolare quelli che hanno nella finanza una parte consistente del loro indotto, cercano di mantenere indipendente il proprio sistema bancario; ne è un esempio il pesante alleggerimento avvenuto nei mesi scorsi dei criteri di Basilea III. Per ribadire quanto delicato sia il sistema bancario si rimanda ad un articolo del sito http://www.zerohedge.com:
http://www.zerohedge.com/news/2013-06-15/deutsche-bank-horribly-undercapitalized-its-ridiculous-says-former-fed-president-hoe
Il pezzo tratta della tedesca Deutsche Bank, ma va detto che le piccole banche dei land tedeschi hanno situazioni simili ed una particolare propensione all’utilizzo di forti leve finanziarie con il vantaggio di non essere, viste le loro piccole dimensioni paragonabili alle BCC o alla Banche Popolari italiane, soggette ai criteri di Basilea.
In ambito europeo (e mondiale) l’unione bancaria, la divisione tra banche d’affari e commerciali, la tassazione equa delle rendite che deve essere superiore rispetto a quella sul lavoro, sulle imprese e sulla produzione sono importanti voci per cercare di riportare la finanza al servizio della vera economia e non viceversa, cercando di redistribuire più equamente le ricchezze, che in tutto il mondo sono sempre più ad appannaggio di pochi super facoltosi, e di evitare quella sospettosa ciclicità delle crisi. Al momento a soffrirne è il sistema europeo, ma anche gli altri mercati sono a rischio, proprio ieri la Bank of China pare sia entrata in una condizione di crisi di liquidità, subito smentita dalle ‘trasparentissime’ autorità di Pechino; cosa potrebbe accadere ad esempio se la Cina cominciasse a liquidare i titoli di stato USA in suo possesso?
Ulteriore testimonianza di come la finanza cerchi di influenzare le scelte governative è data da un rapporto di JP Morgan (http://www.wallstreetitalia.com/article/1592227/euro/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste.aspx) nel quale, oltre ad interessanti cenni alla necessità di deleveraging bancario e a liberali proposte sul lavoro e sulle privatizzazioni, si riporta che gli stati del sud Europa dovrebbero abbandonare le loro costituzioni (definite sinistroidi ed antifasciste) per rimanere agganciati alla moneta unica. Una tale ingerenza da parte di una banca d’affari è a dir poco di cattivo gusto.
Concludendo, per riportare l’economia reale al centro dell’Europa ed effettuare una , lavorare per ottenere quanto prima una unione bancaria è sempre più prioritario, da augurarsi che l’incontro del 26 giugno sia decisamente concreto.

22/06/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti

Le tre T che si aggirano al G8 di Lough Erne in Irlanda del Nord

Sta ormai volgendo a conclusione G8 nord irlandese tra i potenti della terra iniziato lunedì 17 giugno 2013. Tre T hanno dominato la scena a Lough Erne, Tax, Transparency and Trade.

Sul fronte del Trade ci sono incoraggianti segnali di collaborazione sul libero scambio commerciale tra USA ed Europa che a detta del presidente americano Obama potrebbe portare alla creazione di svariate centinaia di migliaia di posti di lavoro (circa 30’000 in Italia).

Gli USA dal conto loro hanno molto diplomaticamente ribadito che, benché in un contesto di tendenziale ripresa, non sono ancora nella condizione di poter fungere da traino per l’Euro-Zona, la quale ancora pericolosamente debole in particolare sul fronte occupazionale, potrebbe risultare una zavorra insostenibile. Parafrasando, il Presidente Obama avrebbe incoraggiato l’Europa a cercare la via della crescita con sempre più convinzione, adottando anche quelle misure monetarie che la FED e la BoJ hanno già intrapreso. I timori d’oltre oceano nei confronti della EU si sono mostrati qualche settimana fa, quando il presidente della FED Ben Bernanke ha mostrato la sua disponibilità ad acquistare titoli di stato europei qualora se ne rendesse necessario per allentare le tensioni sui mercati.

Il Giappone di Abe ha fatto della politica monetaria il pilastro della fase 1 del suo piano economico cioè stimolare consumi, investimenti ed esportazioni nel breve termine. Con la fase 2, di aspirazione strutturale, saranno fortificati investimenti a lungo termine e volti a creare occupazione e crescita nel lungo periodo. Forse il rientro nel nucleare (che dopo il disastro di Fukushima avrebbe dovuto essere abbandonato) fa parte proprio di questa fase in quanto è un indotto che crea molti posti di lavoro e rende il Giappone quasi indipendente energeticamente svincolandolo dalle importazioni di combustibili fossili che, con uno Yen particolarmente debole, sta pagando a caro prezzo.

La cosa che però risulta più interessante e se vogliamo strana ha riguardato le due T restanti.

Transparency: è stata apertamente dichiarata guerra ai paradisi fiscali, quindi la direzione è quella di una maggior trasparenza nella circolazione del denaro e di una vigilanza sulla creazione di società o hedge found Off-Shore praticamente esenti da qualsiasi controllo o accertamento e dall’anonimato garantito. Lo scambio automatico tra le varie banche dati di istituti di credito appartenenti a paesi differenti sarà un mezzo per raggiungere la trasparenza. È chiarissimo come alla T di Transparency sia connessa la T di Tax. La trasparenza è necessaria al fine di vincere l’evasione e l’elusione fiscale (che costa solamente all’Italia tra i 120 ed i 150 miliardi di Euro l’anno). Altro punto fondamentale, affrontato nel secondo giorno di lavori (martedì 18 giugno 2013) è dunque la lotta serrata ad ogni forma di evasione.

L’obiettivo è nobilissimo e foriero di benefici certi, ma suona strano come uno dei maggiori portavoce di queste misure sia il Premier inglese David Cameron. È notorio come la City londinese sia particolarmente allegra nelle gestioni finanziarie così come sia di grande aiuto a tutte quelle società che abbiano necessità di creare entità fittizie da utilizzare per far rimbalzare di sponda denaro di dubbia provenienza o che si vuol nascondere al fisco verso paradisi off-shore veri e propri. La Gran Bretagna offre inoltre bassissima tassazione sui proventi finanziari ed un regime fiscale per le aziende particolarmente conveniente attraendo capitali che in modo formalmente legale vengono sottratti al fisco locale alimentando quel fenomeno detto “elusione fiscale”.

Come mai allora Cameron ha deciso così fortemente di sostenere le due T di Transparency and Tax? Ovviamente la risposta la conosce solo il Premier inglese che sicuramente avrà agito con tutte le buone intenzioni, ma un pericolo sorge. Una azienda che volesse evadere o godere di regimi fiscali bassi e non potesse più usufruire dei paradisi Off-Shore sarebbe portata a dirottare i suoi asset, in particolare quelli liquidi, verso gli stati, magari membri della EU, a minor regime fiscale, così come tutti i fondi e gli investitori andranno a prediligere investimenti presso paesi in cui il prelievo sulle rendite finanziarie è inferiore; tra questi rientra appunto il Regno Unito, assieme a buona parte dei virtuosi e meno virtuosi paesi del nord Europa (Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo ecc). Il rischio, ad esempio per l’Italia ma non solo, è che i capitali potenzialmente sottratti all’evasione totale prendano la strada dell’elusione iniettando liquidità nelle economie nordiche senza che l’economia locale ne benefici.

Ovviamente i propositi di Cameron e di tutto il G8, sono da perseguire fortemente ma devono essere un  corollario rispetto a misure più ampie che vanno prese in sede europea ed in particolare il riferimento va all’unione bancaria e fiscale che l’Europa deve necessariamente raggiungere per mantenere il livello di competitività interna equo, scongiurando controproducenti concorrenze intestine.

 

17/06/2013

Valentino Angeletti

Vale84.a@gmail.com

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

L’IVA … e la coperta tricolore sempre troppo corta

Il programma era buono, fin troppo, quasi incredibile. Già da subito vennero sollevati dubbi sulle coperture economiche, prima da parte degli italiani, poi dall’Europa che ha ribadito come si debba sempre e comunque proseguire con il risanamento dei conti. Era giusto avere fiducia e mettere alla prova questo strano Governo, di emergenza, speciale e che nessuno avrebbe voluto, ma del quale quasi tutti, più o meno velatamente, avevano fiducia.

La drammatica situazione in cui versa il nostro paese e gli ultimi eventi hanno però mostrato le difficoltà nell’attenersi al programma, o meglio ai buoni propositi, ridando all’Esecutivo un volto più simile a quello a cui in politica eravamo avvezzi: leggi poco chiare come quella del 2% destinato al finanziamento volontario dei partiti; riforme costituzionali, che a meno di quella elettorale, ben poco concorso possono avere nella soluzione alla crisi; sagge e pingui commissioni di esperti; rettifiche a dichiarazioni precedentemente indicate come fondamentali perché si sa che la coperta è sempre troppo corta.

L’ IMU, che da principio avrebbe dovuto essere cancellata è stata solo rinviata a dicembre, ed ovviamente la restituzione della quota versata nel 2012 non è neanche presa in considerazione, allo stato attuale la rimodulazione dell’imposta sugli immobili sembra essere la  soluzione più razionale ed equa. La CIG è stata rifinanziata fino alla fine del 2013, ma attingendo ai fondi per la produttività che dovranno essere reintegrati.

Il pagamento dei debiti delle PA sembra definitivamente sbloccato, ma andrà a tamponare in molti casi situazioni di difficoltà e raramente potrà essere impiegato in investimenti proficui.

Tra pochi giorni, il primo luglio, scatterà poi l’aumento dell’IVA dal 21 al 22% senza che il Governo debba fare nulla in quanto già previsto dall’Esecutivo precedente. La notizia nefasta, ormai ribadita più volte dai Ministri Zanonato e Saccomanni, è che al momento non è possibile pensare ad un blocco di questa misura che costerebbe circa 2 miliardi quest’anno e 4 miliardi gli anni successivi, forse uno slittamento di tre mesi, ma senza troppa convinzione (è troppo facile addurre al fatto che i quasi 4 miliardi per il risanamento di MPS sono stati trovati in pochi giorni; certamente si tratta di un prestito a tassi altissimi, ma con in conto il rischio di insolvenza). Il problema, già sorto dopo altri aumenti delle imposte ed in particolare dell’IVA stessa, è che statisticamente il gettito effettivo si rivela poi inferiore a quello previsto a causa del calo fisiologico dei consumi (gettito del -6% lo scorso anno su quanto stimato).

Questo contraccolpo va evitato perché i consumi sono già depressi, le aziende e le attività commerciali sono allo stremo e non sopporterebbero ulteriori cali delle vendite. Di per sé un 1% può sembrare poca cosa, ma come è sempre accaduto questo ulteriore rincaro colpirà, in modo scorretto, tutta la filiera di prodotto che al consumatore finale costerà più caro rispetto al semplice punto percentuale (fino anche ad un 4-5% in certi casi).

La situazione va affrontata in primis con misure volte ad incrementare i consumi in modo da creare più richiesta e posti di lavoro. In un momento simile la spinta al consumo può avvenire o attraverso un intervento monetario centrale da parte della ECB, che non è contemplato almeno fino alle elezioni tedesche, o da un abbassamento della pressione fiscale che non fa il paio con il rincaro dell’imposta sul valore aggiunto. Chiaramente il problema delle coperture non è banale, tagliare rimane la parola d’ordine, ma su cosa? Verrebbero in mente le spese militari, ad esempio la digitalizzazione dell’esercito ed i vari progetti ad essa collegati dal costo complessivo di svariate decine di miliardi di Euro (solo il programma Forza NEC vede stanziata una somma di 22 miliardi di Euro spalmati in 25 anni, ve ne sono però molti altri, la maggior parte dei quali ruota attorno alla galassia Finmeccanica), non potrebbero slittare di qualche anno? Una patrimoniale ben impostata? Ridurre i costi della politica, benché forse una goccia nel mare, sarebbe auspicabile anche da un punto di vista di immagine e di etica. I risparmi derivanti da tassi di interesse più bassi sul debito sovrano non possono essere impegnati a sostegno dei consumi? Il patrimonio immobiliare potrebbe essere messo in un fondo e fatto fruttare? Potrebbero essere formulati dei bond con a garanzia asset statali come le azienda partecipate o gli stessi immobili e quindi a tasso nullo? Una revisione di tutto il sistema di incentivazione a carico dello Stato (mi vengono in mente ad esempio gli incentivi alle rinnovabili) potrebbe essere presa in considerazione? Infine la CdP, grazie all’ingente liquidità che detiene (in essa confluiscono tutti i depositi postali, i buoni fruttiferi ecc), non potrebbe essere utilizzata per lavorare sulla ripresa dei consumi?

Qualche domanda sorge, ma vi sono fior fior di Tecnici e Saggi che domineranno sicuramente il problema meglio di quanto testé fatto.

Altro punto fondamentale è il lavoro. La detassazione, l’abbattimento del cuneo fiscale, l’incentivazione all’assunzione a tempo indeterminato sono giustissime misure ed anche di ciò si parlerà nel vertice di Roma di venerdì 14 giugno tra Francia, Spagna, Italia e Germania.

Gli sforzi maggiori andranno però rivolti alla creazione di nuovi posti. Le aziende ben sanno che, anche se il costo del lavoro scendesse, difficilmente con il livello di consumo attuale riuscirebbero ad impegnarsi in un numero di assunzioni non trascurabili. Si ritorna pertanto alla necessità di incrementare la produzione grazie ad un rinvigorimento dei consumi.

Un’ ultima osservazione, che mostra come le taglie delle coperte non siano tutte uguali, alcune hanno incredibilmente la giusta misura ed volte sono anche eccessivamente lunghe, sulla Germania.

Alla stregua di come spesso capita ai potenti lo stato tedesco sta trovando un susseguirsi di condizioni incredibilmente favorevoli. Le tensioni sullo spread che hanno pervaso l’Europa fino a qualche mese fa le hanno consentito di  finanziarsi a costo zero, se non addirittura a tassi negativi, le imminenti elezioni tedesche hanno contribuito a non far ritoccare alla ECB la politica monetaria europea che avrebbe un poco indebolito la Germania, infine l’ ultimo episodio è riferibile al meccanismo OMT di acquisto di titoli di stato dei paesi europei in difficoltà da parte della ECB. La costituzionalità del provvedimento è sotto processo presso la Corte Costituzionale di Karlsruhe. Benché, in accordo con le istituzioni europee e con  il Fondo Monetario Internazionale, ma scontrandosi con quanto sostenuto da Wiedmann presidente della Bundesbank, anche la Merkel si sia schierata a favore dell’ OMT le tensioni sui mercati si sono fatte sentire alzando i livelli di spread dei paesi più esposti, Italia inclusa, e si protrarranno fintanto che la sentenza definitiva non verrà pronunciata. Nella migliore delle ipotesi il giudizio finale potrà avvenire negli ultimi giorni del 2013 e di questa incertezza l’unica a giovarne sarà appunto la Germania che potrà finanziarsi a tassi ancora inferiori mentre noi siamo alle prese con le coperture economiche cercando di allungare quella coperta tricolore sempre maledettamente troppo corta.

 

13/06/2013

Valentino Angeletti

Mail: vale84.a@gmail.com

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

Un classico: Italia VS Francia, la sfida infinita

A quattro giorni dall’importante vertice tra Italia, Spagna, Francia e Germania su lavoro ed occupazione, temi scottanti in tutta Europa e individuati come prioritari per la ripartenza dell’economia dell’Unione, l’Istat ha diffuso dati che confermano per l’ennesima volta la condizione italiana di crisi e di recessione. Il PIL risulta diminuito dello 0.6% rispetto al trimestre precedente e del 2.4% rispetto ai primi tre mesi del 2012, le esportazioni sono in contrazione dell’ 1.9% (peggior dato dal 2009), le importazioni calano dell’ 1.6% ed i consumi delle famiglie registrano un -0.3%. Anche la produzione industriale è in calo di 0.3 punti percentuali, ma ad impressionare è il fatto che sia negativa da ben 20 mesi consecutivi.

La situazione permane drammatica, in particolare per i giovani, pervasi da frustrazione e scoramento poiché non vedono speranze concrete per il futuro e diventa impossibile pianificare la propria vita senza avere alcuna certezza (lavoro, casa, figli ecc). Di fatto la rotta che è stata intrapresa potrà essere modificata fino a raggiungere risultati tangibili solo con piani di lungo termine ben strutturati e funzionanti che richiedono svariate decine di anni, circa una generazione, per concretizzarsi. Iniziare il cambiamento, avendo l’appoggio delle istituzione e della Unione Europea ed intraprendere la via del risanamento è il primo passo necessario, ma senza illudersi di poter tornare nel breve agli standard di prosperità a cui siamo stati abituati in passato.

Si consideri la Francia, Stato in difficoltà, ma più credibile a livello europeo ed internazionale dell’Italia e senza dubbio anche più organizzato. I cugini d’oltralpe sono riusciti a contenere il calo del PIL a -0.4% (la Germania a -0.3%) con una previsione per il 2013 di un incremento pari a 0.1 punti percentuali. Dove però la Francia ha ottenuto il miglior risultato dall’agosto del 2009 è il dato sulla produzione che registra un +2.2% (+2.6% se limitato al solo settore manifatturiero, trainato principalmente dal settore auto, escludendo il comparto energetico) battendo le stime degli analisti che si attendevano un +0.3%.
Una chiave di lettura per questa sostanziale differenza può essere ricercata nella possibilità e nella capacità che la Francia ha avuto nello spendere, o meglio investire, in modo redditizio.

Alla Francia, probabilmente grazie ad un debito pubblico inferiore a quello italiano (circa 90.2 miliardi di euro contro gli oltre 130 di quello italiano), ad una maggiore affidabilità del governo, delle istituzioni e della burocrazia (ad esempio le PA non sono indebitate con le piccole e media imprese come nel nostro paese) e ad una maggior fiducia nei loro piani di spesa per investimenti nonché per la qualità degli investimenti stessi, sono stati concessi due anni in più per portare il rapporto deficit/PIL sotto il 3% (attualmente è a circa 4.8%). Ciò ha generato una maggior disponibilità di risorse da poter investire in lavoro, occupazione, sostegni alla produzione industriale, sostegni ai consumi che ben impiegati forse hanno già cominciato a dare i loro frutti.

All’Italia la possibilità di oltrepassare il 3% del tetto deficit/PIL, anche dopo la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo, non è stata concessa. Il debito ad oltre il 130% del PIL preoccupa in modo non nascosto l’Unione Europea. La fiducia nelle istituzioni italiane, non tanto nell’attuale Governo che pare godere di buona fama a Bruxelles, quanto nella macchina burocratica italiana è bassa. Del resto l’indebitamento che le pubbliche amministrazioni hanno nei confronti delle imprese fornitrici non è un bel biglietto da visita. Il pagamento di questi debiti è stato definito, giustamente, prioritario anche dal Cancelliere tedesco Merkel che ne ha sollecitato l’estinzione. Problematico è che non tutti i soldi, circa 70 miliardi, che dovrebbero tornare alle imprese saranno utilizzabili per investimenti che alimentino crescita e sviluppo, poiché per far fronte alle spese, agli stipendi, alla tassazione le PMI hanno dovuto a loro volta contrarre debiti; il timore è dunque che i debiti delle PA servano essi stessi a ripianare i debiti delle PMI nei confronti degli istituti di credito, dei dipendenti, di altri fornitori non innescando quindi un meccanismo realmente virtuoso.
Un altro fattore che può far titubare le istituzioni europee nel concedere la possibilità di sforare per uno o due anni il tetto del 3% è la comprovata incapacità dell’Italia, ripetutamente mostrata nel tempo, nell’investire e programmare in modo redditizio (quante opere incompiute? Quanti appalti e subappalti hanno fatto lievitare i costi? La TAV ed alcune opere autostradali ne sono solo un esempio. Quanti casi di vere ruberie, tangenti e corruzione?), inoltre anche l’eventuale rientro sotto il 3% non sarebbe una procedura banale.

Al momento quindi il leitmotiv è fare di più (come i Francesi), ma con meno risorse cercando di convogliare quanto più denaro possibile in quegli investimenti per la crescita che non saranno computati come deficit traendone il massimo risultato possibile, sicuramente anche agli occhi dell’Europa sarebbe un bel segnale di capacità gestionale e pianificazione che ci metterebbe di certo sotto una luce migliore.

10/06/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
https://valentinoangeletti.wordpress.com/

La ECB verso lo stop all’acquisto di Bond?

Notizie ufficiali in merito non ce ne sono, forse se ne parlerà domani (10/6/13) nei quotidiani, ma pare che la ECB e quindi Mario Draghi, stia seriamente pensando di assecondare le pressioni tedesche sul fronte della politica di acquisto di titoli di stato dei paesi europei più in difficoltà, come l’Italia. Ovviamente è inutile precisare che Weidmann, il presidente della Bundesbank, stia richiedendo di allentare pesantemente o di sospendere l’acquisto di Bond.

Verrebbe quindi indebolito considerevolmente l’ ESM che in passato aveva rassicurato i mercati ed aveva di fatto consentito agli ‘spread’ di molti paesi membri di scendere dando loro la possibilità di finanziarsi a tassi di interesse più bassi. Che fine farà dunque il famoso pilota automatico di Draghi?
Il perseverare nel non stampare moneta assieme all’abbandono di questa procedura di salvaguardia sono da considerarsi decisamente rischiosi e portano di fatto quasi a zero gli interventi della ECB sul fronte monetario.
Proprio qualche giorno fa, a causa dei timori che gli USA hanno di un contagio europeo alla loro economia che sta mostrando dati di ripresa, oltre che finanziaria (indici borsistici ai massimi), anche sul fronte dell’occupazione, consumi e produzione, il presidente della FED Ben Bernanke si è spinto ad affermare che sarebbe pronto a sostituire la ECB qualora decidesse di sospendere l’acquisto di Bond di paesi membri della EU.
E’ noto però che tanto più il debito sovrano appartiene ad entità lontane dallo stesso Stato debitore, tanto più esso sarà esposto al rischio di speculazione. E’ emblematico il caso del Giappone, dove il debito è elevatissimo (circa 230% del PIL), ma prevalentemente in mano agli stessi giapponesi, ed infatti l’economia nipponica non ha mai subito attacchi speculativi significativi. Sarebbe dunque auspicabile che la ECB considerasse questo rischio; dal canto suo la Germania è in ogni caso ben protetta dalla speculazione grazie ai bassi tassi con i quali si finanzia (in certi casi anche negativi) dovuti alla solidità della sua economia indi che sia la ECB o la FED ad acquistare Bond poco cambia dal punto di vista tedesco, anzi un po’ di speculazione ai danni dei paesi in difficoltà le consentirebbe di finanziarsi a tassi ancora inferiori. Mi auguro che Weidmann non stia giocando con questi equilibri.

Affinché l’Europa possa imboccare la strada della difficile ripresa è necessario che la Germania, dall’alto della sua perfezione, sia più disponibile a collaborare con la ECB e con gli stati membri per il bene dell’Unione anche se ciò potrà voler dire pagare per il debito altrui e perdere qualche privilegio nel breve, dietro la certezza che nel lungo periodo questa disponibilità sarà abbondantemente ripagata. E’ una strada obbligata, è in gioco la tenuta della EU.

Il tempo, mai come in queste situazioni, è un fattore determinante, ma cambiamenti di atteggiamento da parte della Germania non ve ne saranno se non prima delle elezioni del prossimo autunno. Confidiamo in una variazione di rotta.

09/10/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti
https://valentinoangeletti.wordpress.com/

Consumi in calo, -3.9% y/y. L’aumento dell’IVA è una mossa azzeccata?

I consumi secondo Confcommercio sono in calo del 3.9% su base annua. Si confermano le restrizioni negli acquisti da parte degli italiani anche per gli alimentari, i beni di prima necessità, i medicinali e le spese mediche oltre che ovviamente per l’ abbigliamento, cura della persona, benessere ecc. Per la prima volta si registrano cali anche in settori che avevano tenuto fino ad ora, come le TLC, …l’elettronica di consumo, gli smart-phon ed i tablet ai quali gli italiani pareva proprio non riuscissero a rinunciare, magari privandosi di cose oggettivamente prioritarie. L’aumento IVA già avvenuto non ha portato le entrate previste, ma ha ulteriormente depresso le spese. Mi chiedo allora, che sia il caso di incrementare l’IVA di un ulteriore punto a luglio protandola al 22% dopo aver già deciso di incrementarla su prodotti e bevande distribuite dalle macchinette automatiche e sui gadget delle cartolerie?
Senza una ripresa anche graduale dei consumi non v’è nuova richiesta a giustificare la produzione (non solo di beni, ma anche di servizi) e quindi non si creano nuovi posti di lavoro (purtroppo è già difficile confermare quelli in essere), tema fondamentale per il Governo e per l’Europa grazie al quale, puntando principalmente sui giovani, si dovrebbe invertire la rotta verso la ripresa.
07/06/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti