Finanziamento pubblico ai partiti: una storia da vecchia politica

Ad animare in queste ultime settimane la scena politica è senza dubbio la questione dei rimborsi elettorali ai partiti. Il tema è certamente importante ed è bene che il Governo lo affronti, ma nella gestione di questa problematica all’Esecutivo Letta-Alfano si devono rimproverare, a mio modestissimo modo di vedere, alcuni punti.

Il primo è quello delle priorità; nel paese il livello di disoccupazione è drammatico, a ricordarcelo ancora una volta ci sono i dati del centro studi CISL che quantificano in oltre 674’000 i posti di lavoro persi in 5 anni ed in 123’000 quelli a rischio nel 2013 e quelli del centro studi CGIL i quali sostengono che saranno necessari 13 anni per recuperare il PIL perso dal 2007 (non i livelli salariali dei quali è stato chiaramente detto di dimenticarsi) e ben 63 per tornare ai livelli occupazionali sempre del 2007 (prima dell’esplosione della crisi americana dei mutui SubPrime). Sia dall’Unione Europea durante l’Eurogruppo di fine maggio che dal Presidente della Repubblica, nel messaggio in occasione del 2 Giugno, sono state identificati come prioritari i temi del lavoro, dell’alta tassazione, dell’evasione fiscale ‘monster’, delle riforme, inclusa quella elettorale, dell’energia, indispensabile per trainare il settore industriale e manifatturiero. Sono molti quindi gli aspetti su cui intervenire celermente nei 18 mesi individuati da Enrico Letta, che sono nel frattempo diventati 16, e forse impegnare tempo e cervelli in discussioni e negoziati sui rimborsi elettorali in questo momento non sarebbe proprio il caso.

Il secondo punto è relativo al rimborso in quanto tale ed a quanto previsto nel Consiglio dei Ministri di venerdì scorso. Il finanziamento pubblico ai partiti fu abolito a mezzo di un referendum nel 1993, ma nonostante ciò, con un truffaldino espediente, esso è rimasto sotto la mentita spoglia di rimborso elettorale, che alla fin fine assicurava (e continua a farlo) circa 5 euro per ogni euro speso, (ovviamente stimati in quanto di rendicontazioni delle spese o scontrini non se ne è mai vista neppure l’ombra) andando ad alimentare un sistema di sprechi e spese inutili fino ad arrivare ad utilizzi personali del denaro pubblico. Nel Consiglio dei Ministri pare che sia stata definita l’opzione di un 2 per mille di trattenuta sulla denuncia dei redditi in favore dei partiti. Si può scegliere se destinarlo ad un partito o genericamente ai partiti, in tal caso la somma verrà ripartita. Il vero problema è che questo denaro non può non essere destinato, come una donazione volontaria dovrebbe consentire, ai partiti, in quanto qualora non ci si pronunciasse il 2 per mille andrebbe allo Stato il quale provvederebbe a distribuirlo in maniera proporzionale rispetto a coloro che hanno espresso una preferenza di destinazione. Di nuovo quindi soldi pubblici erogati, che secondo stime non ufficiali sarebbero addirittura superiori rispetto alle erogazioni attuali (circa 300 milioni di euro annui contro i 200 della situazione corrente). Questo genere di comportamenti un Governo civile, nè tanto meno il Governo Letta, nato in condizioni di emergenza, e che lo stesso Premier definisce straordinario ed eccezionale, non può permetterseli. Non si può dare di nuovo agli italiani l’immagine di una istituzione statale lontana dai problemi delle persone e che adotta escamotage e scappatoie per mantenere i privilegi, quasi come se rimescolare le carte in tavola e creare un po’ di confusione attorno ad un argomento consentisse ogni volta di perseguire la filosofia ‘Gattopardiana’ per la quale cambia tutto per non cambiare nulla. La trasparenza e la fiducia reciproca tra istituzioni e cittadini deve essere la base per il cambiamento di rotta necessario. Se il finanziamento pubblico fosse realmente necessario e la politica, per essere buona e tornare la cosa più bella del mondo come ai tempi dei fori ateniesi, non ne potesse fare a meno, che se ne parli, ma apertamente senza dare alla gente il senso di impotenza nei confronti del sistema, perché sono proprio sentimenti del genere ad alimentare insofferenze, come quelle che portano all’astensione, populismi ed insurrezioni.

Il terzo ed ultimo punto riguarda la velocità di azione del Governo. L’Esecutivo fin dall’inizio ha dichiarato di dover agire rapidamente, quasi in stato di calamità, si proponeva di essere flessibile tanto quanto le condizioni attuali richiedono, ma poi, identificato il finanziamento ai partiti un tema su cui agire urgentemente, ancor prima rispetto a lavoro, riforma elettorale ecc ecc, perché dover attendere fino al 2017 per vedere questa importante modifica entrare pienamente a regime, col rischio che futuri Esecutivi vi possano mettere nuovamente mano vanificandola? Un governo celere su una questione ritenuta basilare avrebbe dovuto metterla definitivamente alle spalle in molto meno tempo.

Attenzione quindi, questo può essere ‘il Governo che nessuno avrebbe voluto’, ma in grado di voltare pagina purché si allontani dalle usanze del passato, la fiducia si perde rapidamente e difficilmente la si riguadagna ed il modo appena adottato per affrontare un problema sa tanto di vecchia politica.

02/06/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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