Allarme Centro Studi Confindustria, ma la manifattura da sola non può bastare

Ancora una volta, l’ennesima durante questa crisi che pare imperitura, i dati pubblicati oggi ed emessi dal Centro Studi Confindustra sembrano un bollettino di guerra.

Non v’è dubbio che il settore rappresentato da Confindustria stia risentendo pesantemente dell’attuale situazione, ma di fatto può essere considerato come lo specchio di una intera società in difficoltà.

I numeri che il Centro Studi di Viale dell’Astronomia presenta sono pessimi, -10% nel numero di occupati negli ultimi 4 anni, i posti di lavoro persi dal 2007 al 2012 sono 539’000, hanno chiuso 55’000 imprese, più di 35’000 nel manifatturiero ed è stato distrutto il 15% del potere produttivo. Viene dunque sottolineata nuovamente l’emergenza occupazionale, il calo dei consumi e la necessità di agire velocemente. Nel dato del 15% di perdita di potere produttivo vi sono numerose aziende che hanno chiuso e che non riusciranno a riaprire neppure a crisi trascorsa, una perdita definitiva dunque.

Lo stesso Presidente di Confindustria, Squinzi, ha denunciato la lentezza dell’attuale governo, che a suo modo di vedere non sta reagendo in modo rapido e pronto a ciò che sta accadendo, requisito quello della rapidità che avrebbe dovuto avere nel suo mandato. Del resto, la decisione di nominare un comitato di ben 35 saggi (in Italia le commissioni sono utilizzate anche con troppa facilità) che preparasse le modifiche alla Costituzione, tra cui quella alla legge elettorale decisamente importante per la governabilità futura del nostro paese e la discussione attorno all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, fortemente caldeggiata dall’ex Premier Silvio Berlusconi, non pare la scelta che nelle condizioni in essere avrebbe dovuto godere di così tanta precedenza, anche perché è altamente probabile che non vi sia il desiderio di riformare nel breve la legge elettorale in quanto poiché se ciò accadesse sarebbe altamente probabile un immediato ritorno alle elezioni. Statisticamente le modifiche alle leggi elettorali sono sempre state effettuate alla fine del mandato governativo. Per quanto riguarda invece il tema dell’elezione del Presidente della Repubblica la questione ricade sulla pura priorità della sua discussione.

Squinzi ha asserito convintamente che il motore per far ripartire l’economia sia la ripartenza del manifatturiero a seguito del sostegno occupazionale in quel settore.

Il primo appunto è che probabilmente l’era del manifatturiero in Italia non vedrà mai più gli splendori di un tempo, questo perché, anche se si facessero tutte le modifiche richieste dalla Confindustria, integrandole con ulteriori migliorie, sarebbe comunque impossibile competere con le economie emergenti che hanno un costo del lavoro almeno un ordine di grandezza inferiore rispetto a quello dei paesi più avanzati e presso le quali le industrie hanno possibilità di muovere in una economia di mercato globale. Un esempio emblematico è rappresentato  dalle proteste odierne al di fuori degli stabilimenti Indesit nelle Marche ed in Campania. L’azienda di elettrodomestici ha infatti annunciato un riduzione del personale di 1500 unità in seguito alla decisione di spostare la produzione di prodotti di consumo verso la Polonia e la Turchia lasciando in Italia solamente le produzioni a più alto valore aggiunto in favore delle quali in futuro verranno investiti 70 milioni di Euro; al momento però la certezza è l’esubero di personale e quei 70 milioni presunti potrebbero fare la fine di una piccola “Fabbrica Italia di marchionnana memoria”. A questo problema probabilmente neppure l’ Unione Europea può porre rimedio.

Una seconda questione riguarda la creazione di posti di lavoro. L’ ente ILO (International Labor Organization) ha chiaramente detto che le politiche devono essere mirate a far nascere nuovi posti di lavoro e non rimpiazzare i più anziani. Ciò è comprensibile poiché esodi incentivati a carico delle aziende non costituirebbero un risparmio per le stesse aziende probabilmente già in difficoltà, visto che dovrebbero pagare i nuovi dipendenti e dare un esborso ai vecchi, né per lo Stato perché in caso di pensione anticipata sarebbe il sistema previdenziale a doversi accollare l’onere. Nuovi posti di lavoro però hanno come presupposto un incremento di produzione, dunque di consumi quindi di potere d’acquisto ancora depresso ai minimi termini.

Un tentativo di soluzione che potrebbe essere intrapreso dovrebbe avere due componenti distinte, una politica per dare respiro nel breve termine ed una pianificazione strutturale di medio-lungo termine. In ogni caso però vi è necessità di una azione a livello centrale europeo, ed in particolar modo dell’ECB.

Per quanto concerne le misure a breve termine esse devono essere rapide quindi si potrebbe considerare una politica monetaria più aggressiva, come svalutazione della moneta/stampa di nuovo conio, acquisto titoli di stato massivo, unita a nuovi investimenti per la crescita che concretamente potrebbero essere tutte quelle piccole opere infrastrutturali necessarie nei centri urbani o il completamento delle tante incompiute. Da un lato si darebbe un po’ di potere d’acquisto in più che potrebbe dare un poco di incremento ai consumi, dall’altro si creerebbe già qualche posto di lavoro nelle opere dirette e nell’indotto senza dover temere di aumentare troppo il rapporto deficit/pil poiché l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione le consente di poter fare investimenti per la crescita senza che essi vengano computati come deficit. L’obiettivo è far sì che il meccanismo virtuoso “Potere d’acquisto – Consumi – Produzione” smetta di decadere come sta facendo da molto tempo e possibilmente inizi ad innescarsi. A tal proposito, in ottica breve termine, sarebbe importante (ancor più che l’IMU) evitare l’incremento di un punto di IVA a luglio che deprimerebbe ulteriormente i consumi come già è accaduto

Riguardo alla politica monetaria, mentre l’Europa è titubante, gli Stati Uniti, forse spinte dai dati di crescita definita “non più moderata ma mediocre” e dalla revisione al ribasso delle stime di crescita tedesche, stanno temendo la delicata e stretta interconnessione tra le economie grobali e la FED sta considerando di sostituirsi alla ECB intervenendo nel vecchio continente con massicci acquisti di titoli di stato.

In Giappone al momento la politica monetaria pere aver diminuito la spinta propulsiva data fino ad adesso, ma l’aumento di oltre il 50% da inizio anno dell’indice può far pensare a prese di posizione, take profit automatici e ritracciamenti fisiologici per scaricare gli oscillatori. C’è poi da dire che la politica di Abe prevede esplicitamente una “fase due” più strutturale a seguito della spinta montaria-finanziaria; infine è stato testato che non sempre v’è immediata rispondenza tra finanza ed economia reale.

Per quanto riguarda invece le misure strutturali che aspirano al medio-lungo periodo, esse comprendono sicuramente la lotta all’evasione e la circolazione dei dati bancari nella Eurozona (ma solamente?), la diminuzione della burocrazia e dell’incertezza normativa, il pagamento dei debiti delle PA (in parte già avvenute o prossime ad esserlo, ma spesso destinate a coprire debiti bancari delle imprese creditrici nei confronti delle PA, pagare stipendi e fornitori, quindi non spendibili per investimenti), detassazione e riforma del lavoro, diminuzione del cuneo fiscale sia per i lavoratori che per le imprese, gestione redditizia del patrimonio immobiliare e delle partecipate statali, piano energetico di lungo termine con l’obiettivo di diminuire il costo dell’energia uniformandolo in tutta Europa, detassazione degli investimenti in R&D ed innovazione, sostegno al credito e riforma del sistema bancario (di concerto con la sorveglianza bancaria direttamente demandata all’ Unione Europea), investimento in grandi opere di oggettivo interesse internazionale e, dulcis in fundo, diminuzione del carico fiscale (misura che potrebbe essere presa anche immediatamente a patto di trovare le coperture o essere meno vincolati a Bruxelles).

La difficoltà per le imprese e per i privati di accesso al credito ed ai prestiti bancari è stata riportata anche dall’analisi dell’agenzia di rating S&P che denuncia la sottrazione all’economia italiana di circa 70 miliardi di credito negli ultimi 4 anni. Il credit crunch è dunque un problema oggettivo a maggior ragione se rappresenta come nel sistema attuale, lo strumento per investire in sviluppo e crescita. Con l’obiettivo di verificare questa lacuna nei prossimi giorni arriveranno i controllori della ECB mandati direttamente dal Presidente Mario Draghi. Da aggiungere l’indecente costume delle banche che nei periodi di crisi più profonda hanno preferito la sicurezza dei depositi overnight presso la ECB rispetto al sostegno all’economia produttiva che dovrebbe essere parte fondamentale della mission degli istituti di credito.

Supponendo però che le cose vadano piuttosto bene e si imbocchi la via della ripresa e della crescita è da considerare concretamente che il settore manifatturiero ed in generale i consumi come li abbiamo percepiti fino ad ora non potranno più essere la base economica della società, tanto più in Europa. Si devono pensare altri modelli di business più sostenibile e meno soggetti a crisi cicliche. Ad esempio in questo periodo in Italia vi potrebbe essere la riqualificazione e ristrutturazione degli edifici pubblici e privati seguendo canoni di eco-compatibilità ed eco-sostenibilità. Le vecchie costruzioni sono tutte energeticamente inclassificabili o di classe G. Con opportune opere e tecnologie possono essere portate in classe A risparmiando energia, CO2, e consentendo una ripresa del settore dell’edilizia senza esser costretti a cementificare ulteriormente rischiando una bolla  immobiliare; si consideri che attualmente il parco di invenduto in Italia è molto alto. Questo per dire che la manifattura, un traino fino ad ora, deve essere mantenuta, in particolare quella di nicchia e d’elite come la meccanica di precisione, il settore biomedicale o il lusso, ma va affiancata ad altre attività altrettanto importanti e che al momento sono le uniche a mantenere un certo livello di richiesta occupazionale (agricoltura, potenziamento del turismo attraverso la creazione di una solida industria e di una filiera, ecc), del resto la diversificazione è vincente in ogni settore.

Nuovamente si sottolinea come la collaborazione a livello Europeo sia una prerogativa per intraprendere il cammino virtuoso. I primi riscontri si avranno già il 14 giugno con l’importante vertice sul lavoro (tema scottante per tutti gli stati europei) tra i ministri di economia e finanza di Germania, Francia, Italia e Spagna, le prime quattro economie europee, anche se a tenere in scacco il vecchio continente oltre alla Germania sembrano essere le economie nordiche, molto “finance oriented” volendo essere critici, ed a seguire il 27 e 28 giugno con l’Eurogruppo.

 

 

05/06/2013

Angeletti Valentino

LinekdIn: Valentino Angeletti

Twitter: Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] Servono poi investimenti concreti da escludere nel computo del deficit grazie ad una migliore applicazione della golden rule, come quelli destinati ad innovazione e ricerca, al riassetto idrogeologico, all’efficienza e sostenibilità energetica ed ambientale, alla conclusione delle opere cantierabili ma ad oggi bloccate, alla riqualificazione di aree, industrie ed impianti inutilizzabili, insomma il percorso deve portare ad un nuovo modello di sviluppo economico e di base produttiva (Link nuova base produttiva ; Link Manifattura). […]

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