Un classico: Italia VS Francia, la sfida infinita

A quattro giorni dall’importante vertice tra Italia, Spagna, Francia e Germania su lavoro ed occupazione, temi scottanti in tutta Europa e individuati come prioritari per la ripartenza dell’economia dell’Unione, l’Istat ha diffuso dati che confermano per l’ennesima volta la condizione italiana di crisi e di recessione. Il PIL risulta diminuito dello 0.6% rispetto al trimestre precedente e del 2.4% rispetto ai primi tre mesi del 2012, le esportazioni sono in contrazione dell’ 1.9% (peggior dato dal 2009), le importazioni calano dell’ 1.6% ed i consumi delle famiglie registrano un -0.3%. Anche la produzione industriale è in calo di 0.3 punti percentuali, ma ad impressionare è il fatto che sia negativa da ben 20 mesi consecutivi.

La situazione permane drammatica, in particolare per i giovani, pervasi da frustrazione e scoramento poiché non vedono speranze concrete per il futuro e diventa impossibile pianificare la propria vita senza avere alcuna certezza (lavoro, casa, figli ecc). Di fatto la rotta che è stata intrapresa potrà essere modificata fino a raggiungere risultati tangibili solo con piani di lungo termine ben strutturati e funzionanti che richiedono svariate decine di anni, circa una generazione, per concretizzarsi. Iniziare il cambiamento, avendo l’appoggio delle istituzione e della Unione Europea ed intraprendere la via del risanamento è il primo passo necessario, ma senza illudersi di poter tornare nel breve agli standard di prosperità a cui siamo stati abituati in passato.

Si consideri la Francia, Stato in difficoltà, ma più credibile a livello europeo ed internazionale dell’Italia e senza dubbio anche più organizzato. I cugini d’oltralpe sono riusciti a contenere il calo del PIL a -0.4% (la Germania a -0.3%) con una previsione per il 2013 di un incremento pari a 0.1 punti percentuali. Dove però la Francia ha ottenuto il miglior risultato dall’agosto del 2009 è il dato sulla produzione che registra un +2.2% (+2.6% se limitato al solo settore manifatturiero, trainato principalmente dal settore auto, escludendo il comparto energetico) battendo le stime degli analisti che si attendevano un +0.3%.
Una chiave di lettura per questa sostanziale differenza può essere ricercata nella possibilità e nella capacità che la Francia ha avuto nello spendere, o meglio investire, in modo redditizio.

Alla Francia, probabilmente grazie ad un debito pubblico inferiore a quello italiano (circa 90.2 miliardi di euro contro gli oltre 130 di quello italiano), ad una maggiore affidabilità del governo, delle istituzioni e della burocrazia (ad esempio le PA non sono indebitate con le piccole e media imprese come nel nostro paese) e ad una maggior fiducia nei loro piani di spesa per investimenti nonché per la qualità degli investimenti stessi, sono stati concessi due anni in più per portare il rapporto deficit/PIL sotto il 3% (attualmente è a circa 4.8%). Ciò ha generato una maggior disponibilità di risorse da poter investire in lavoro, occupazione, sostegni alla produzione industriale, sostegni ai consumi che ben impiegati forse hanno già cominciato a dare i loro frutti.

All’Italia la possibilità di oltrepassare il 3% del tetto deficit/PIL, anche dopo la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo, non è stata concessa. Il debito ad oltre il 130% del PIL preoccupa in modo non nascosto l’Unione Europea. La fiducia nelle istituzioni italiane, non tanto nell’attuale Governo che pare godere di buona fama a Bruxelles, quanto nella macchina burocratica italiana è bassa. Del resto l’indebitamento che le pubbliche amministrazioni hanno nei confronti delle imprese fornitrici non è un bel biglietto da visita. Il pagamento di questi debiti è stato definito, giustamente, prioritario anche dal Cancelliere tedesco Merkel che ne ha sollecitato l’estinzione. Problematico è che non tutti i soldi, circa 70 miliardi, che dovrebbero tornare alle imprese saranno utilizzabili per investimenti che alimentino crescita e sviluppo, poiché per far fronte alle spese, agli stipendi, alla tassazione le PMI hanno dovuto a loro volta contrarre debiti; il timore è dunque che i debiti delle PA servano essi stessi a ripianare i debiti delle PMI nei confronti degli istituti di credito, dei dipendenti, di altri fornitori non innescando quindi un meccanismo realmente virtuoso.
Un altro fattore che può far titubare le istituzioni europee nel concedere la possibilità di sforare per uno o due anni il tetto del 3% è la comprovata incapacità dell’Italia, ripetutamente mostrata nel tempo, nell’investire e programmare in modo redditizio (quante opere incompiute? Quanti appalti e subappalti hanno fatto lievitare i costi? La TAV ed alcune opere autostradali ne sono solo un esempio. Quanti casi di vere ruberie, tangenti e corruzione?), inoltre anche l’eventuale rientro sotto il 3% non sarebbe una procedura banale.

Al momento quindi il leitmotiv è fare di più (come i Francesi), ma con meno risorse cercando di convogliare quanto più denaro possibile in quegli investimenti per la crescita che non saranno computati come deficit traendone il massimo risultato possibile, sicuramente anche agli occhi dell’Europa sarebbe un bel segnale di capacità gestionale e pianificazione che ci metterebbe di certo sotto una luce migliore.

10/06/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
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