Dall’ ECOFIN qualche spunto per riflettere

Con grande rammarico il vertice lussemburghese Ecofin che nei giorni scorsi ha visto riuniti tutti i ministri dell’economia e delle finanze degli stati europei è passato abbastanza inosservato, sicuramente troppo vista l’importanza e l’influenza sulle decisioni governative che la disciplina economica esercita.

La prima notizia di rilievo, in particolar modo per l’Italia, è la chiusura definitiva della procedura di infrazione per deficit eccessivo che era in vigore per cinque paesi: Lettonia, Lituania, Romania, Ungheria, ed appunto Italia. E’ stato anche dato il via libera all’ingresso nell’Euro della Lettonia. Riguardo a questo ultimo punto sorge il dubbio se nelle condizioni attuali l’Europa possa permettersi il rischio di nuove potenziali instabilità dei suoi membri. La situazione greca continua a dimostrarlo. Il paese ellenico sta vivendo una crisi politica con la sinistra che ha abbandonato la coalizione di governo e con il Fondo Monetario Internazionale che ha minacciato di uscire dall’ European Stability Mechanism (ESM) qualora la ECB e Commissione EU (gli altri due membri della Troika) non garantiscano coperture per altri 3-4 miliardi in aggiunta al piano di finanziamento per oltre 170 miliardi (cifra molto superiore rispetto a quanto sarebbe stato necessario per ‘salvare’ la Grecia agendo entro i primi 18 mesi di crisi manifesta). La Lettonia ha raggiunto quei requisiti sia economici che politici tali da renderla matura al punto gusto per entrare nella EU in un momento storico in cui non sono concessi errori? Personalmente non lo so, ma mi auguro che gli organi competenti abbiano verificato con precisione, meglio di quanto fecero con la povera Grecia. Anche la Turchia ha velleità di entrare nella Unione, la sua economia è in rapida crescita, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono enormi, alla stregua quelli in infrastrutture che creano in maniera continua posti di lavoro, l’istruzione è di primo livello come dimostrano le prestigiose università tecniche di Smirne o Istanbul, esiste una grande fuga di cervelli verso l’estero, ma che si conclude con il rientro in patria di queste persone notevolmente arricchite e preparate. La Turchia rappresenta inoltre la vera porta di accesso per il medio oriente ed è strategica per le pipeline del gas; vi è consapevolezza di questa forza, tanto che esponenti governativi hanno dichiarato che nel giro di pochi anni sarà più l’Europa a necessitare delle Turchia che viceversa. Il livello di democrazia e le tensioni politiche però dimostrano che il paese ancora non ha raggiunto quei livelli di garanzia dei diritti umani indispensabili per confrontarsi con le democrazie occidentali.

Passando alla chiusura definitiva della procedura di infrazione per l’Italia è noto come sia cosa buona, pur rimanendo necessario il rigore sui conti ed il continuo rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil, come ribadito dal Ministro Saccomanni. Su questo non si dovevano attendere novità. Il nostro paese, soprattutto per il debito ad oltre il 130%, ma anche per le passate cattive gestioni del denaro è sempre un osservato speciale al quale ovviamente non si può dare carta bianca in tema di spesa. L’impegno dimostrato dal paese e dai suoi cittadini contribuenti deve però essere premiato con concessioni sulla Golden Rule che consente di non calcolare come deficit le spese per investimenti produttivi. Trattando, negoziando sagacemente e ‘battendo i pugni a Berlino o Bruxelles’ in un modo non sguaiato ed arrogante ed esigendo interventi su questa regola aurea, senza chiedere sforamenti del 3%, si devono riuscire ad ottenere più margini di spesa, da impiegarsi assolutamente in modo che ogni euro ne produca direttamente o indirettamente altri, quindi non all’italiana, per far ripartire investimenti e creare posti di lavoro, possibilmente detassato, per giungere ad avere più potere d’acquisto, più consumi, più produzione e nuovi posti di lavoro.

Da sottolineare come elemento non totalmente positivo ed il cui aggiornamento è stato rimandato a mercoledì 26 giugno è l’accordo sul sistema bancario. Al centro della discussione sono state le regole da adottare comunemente per liquidare le banche in difficoltà senza dover gravare sui contribuenti e su come contabilizzare i derivati in bilancio. Il Ministro francese Moscovici ha dichiarato che il 90% dell’accordo è consolidato, mancano solo alcuni dettagli che si spera verranno definiti mercoledì prossimo. Il tema dell’unione bancaria in Europa è fondamentale e necessario esattamente come quello dell’adeguamento della tassazione in particolare per i proventi finanziari. Per avere una concorrenza cross-europea leale, evitando fughe di capitale da alcuni paesi verso altri, unificare il sistema bancario è un pilastro, in tal modo si favorirebbero la lotta all’evasione-elusione fiscale e la ripresa industriale e manifatturiera rendendo possibile, con un sistema regolatorio centrale e ben strutturato, un più facile accesso al credito. Benché tutti paesi siano formalmente a favore, a causa della stretta dipendenza tra interessi particolari locali e sistema bancario, molti stati europei, in particolare quelli che hanno nella finanza una parte consistente del loro indotto, cercano di mantenere indipendente il proprio sistema bancario; ne è un esempio il pesante alleggerimento avvenuto nei mesi scorsi dei criteri di Basilea III. Per ribadire quanto delicato sia il sistema bancario si rimanda ad un articolo del sito http://www.zerohedge.com:
http://www.zerohedge.com/news/2013-06-15/deutsche-bank-horribly-undercapitalized-its-ridiculous-says-former-fed-president-hoe
Il pezzo tratta della tedesca Deutsche Bank, ma va detto che le piccole banche dei land tedeschi hanno situazioni simili ed una particolare propensione all’utilizzo di forti leve finanziarie con il vantaggio di non essere, viste le loro piccole dimensioni paragonabili alle BCC o alla Banche Popolari italiane, soggette ai criteri di Basilea.
In ambito europeo (e mondiale) l’unione bancaria, la divisione tra banche d’affari e commerciali, la tassazione equa delle rendite che deve essere superiore rispetto a quella sul lavoro, sulle imprese e sulla produzione sono importanti voci per cercare di riportare la finanza al servizio della vera economia e non viceversa, cercando di redistribuire più equamente le ricchezze, che in tutto il mondo sono sempre più ad appannaggio di pochi super facoltosi, e di evitare quella sospettosa ciclicità delle crisi. Al momento a soffrirne è il sistema europeo, ma anche gli altri mercati sono a rischio, proprio ieri la Bank of China pare sia entrata in una condizione di crisi di liquidità, subito smentita dalle ‘trasparentissime’ autorità di Pechino; cosa potrebbe accadere ad esempio se la Cina cominciasse a liquidare i titoli di stato USA in suo possesso?
Ulteriore testimonianza di come la finanza cerchi di influenzare le scelte governative è data da un rapporto di JP Morgan (http://www.wallstreetitalia.com/article/1592227/euro/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste.aspx) nel quale, oltre ad interessanti cenni alla necessità di deleveraging bancario e a liberali proposte sul lavoro e sulle privatizzazioni, si riporta che gli stati del sud Europa dovrebbero abbandonare le loro costituzioni (definite sinistroidi ed antifasciste) per rimanere agganciati alla moneta unica. Una tale ingerenza da parte di una banca d’affari è a dir poco di cattivo gusto.
Concludendo, per riportare l’economia reale al centro dell’Europa ed effettuare una , lavorare per ottenere quanto prima una unione bancaria è sempre più prioritario, da augurarsi che l’incontro del 26 giugno sia decisamente concreto.

22/06/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti

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