Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia

La prima giornata del vertice europeo di Bruxelles si è da pochissimo conclusa. Il lavoro è stato al centro del dibattimento ed erano attesi provvedimenti e misure per arginare la disoccupazione dilagante in molti stati europei. Dopo lunghe trattative, nel cuore della notte, l’accordo sul bilancio europeo 2014-2020, e quindi anche la possibilità di allocare risorse in favore del lavoro giovanile, è stato raggiunto. A rendere il negoziato particolarmente estenuante è stata la Gran Bretagna con il suo premier David Cameron, il quale rimproverava ai paesi più in difficoltà, tra cui ovviamente l’ Italia, di dover agire tagliando la spesa pubblica, come del resto ha appena fatto il suo governo per un ammontare complessivo di 11 miliardi di sterline, pari a circa 13 miliardi di euro (per rinviare l’iva in Italia servirebbero 1-2 miliardi di euro, 8 miliardi circa per IVA ed IMU a copertura del 2014).

Alla fine l’accordo ha portato allo stanziamento di 6 miliardi per i prossimi due anni ed altri due nel quinquennio successivo. All’Italia dovrebbero giungere circa 550-600 milioni di euro, in realtà non una gran somma, ma in questo periodo è certamente meglio che nulla e dovranno essere impiegati nel migliore dei modi. Il muro inizialmente eretto da Cameron probabilmente aveva lo scopo di ottenere alcune concessioni in ambito agricolo, poi acconsentite, e secondo me anche quello di proporre, se in futuro si rendesse necessario, qualche vincolo riguardo alla tematica finanziaria e di tassazione, ma le sue obiezioni non sono assolutamente prive di fondamenta. Effettivamente i tagli a cui siamo abituati hanno ordini di grandezza decisamente inferiori se non irrisori rispetto ad una spesa pubblica totale di oltre 300 miliardi annui che salgono a 800 se si considerano anche stipendi pensioni e le cosiddette spese incomprimibili. È assolutamente necessario affiancare ai fondi che ci arriveranno dalla EU anche quelli derivanti da tagli e razionalizzazioni delle spese (ad esempio il progetto di un centro unico per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni che avrebbe dovuto far risparmiare ogni anno circa 30 miliardi pare naufragato). Ciò a cui siamo avvezzi è una compensazione a mezzo di nuove imposte, riallocazioni di risorse oppure, come per lo slittamento dell’IVA, anticipi su altre imposte (IRPEF, TARES, TARSU…).

Sul fronte Ecofin invece un ulteriore passo avanti è stato fatto per quel che riguarda l’unione bancaria, ed in particolare al procedura di fallimento ordinato degli istituti per evitare il coinvolgimento dei governi. È stato deciso che i primi a pagare in caso di fallimento saranno gli azionisti, poi gli obbligazionisti a partire da quelli meno garantiti ed infine i correntisti a partire dai 100’000 euro in su (protezione dei depositi più bassi che mi pare già esistesse, almeno nel nostro paese). In realtà è stato formalizzato quanto in linea di massima in alcuni paesi già avviene. Altre azioni e provvedimenti più incisivi sono attesi sul fronte delle banche, ed in particolare dovranno riguardare la tassazione dei capitali e delle rendite, la trasparenza per ridurre al minimo la possibilità di evasione o elusione fiscale ed una regolamentazione nell’uso di derivati, fino alla separazione tra banche d’affari e commerciali, ma per questi aspetti la lotta sarà molto dura. Riguardo all’utilizzo di strumenti derivati e leverage di seguito un interessante articolo sullo stato delle banche europee: http://www.zerohedge.com/news/2013-06-26/lhorreur-goldman-finds-europes-two-worst-capitalized-banks-france

L’Italia, come ormai ripetuto innumerevoli volte, deve sicuramente lavorare su vari fronti (lavoro, consumi, tassazione, incremento esportazioni ecc), le stime del PIL sono state nuovamente riviste al ribasso da Confindustria e da S&P che concordano su un -1.9% per il 2013, correggendo profondamente quanto era stato stimato ad inizio anno.

Mi permetto una malizia senza fondamenta, alcuni eventi occorsi negli ultimi giorni sembrano quasi indicare un piano “segreto” per far saltare l’Euro zona, già di per se ricca di problemi, facendo leva principalmente sul nostro paese.

L’Italia rappresenta un membro fondatore dell’Euro ed al contempo una grande economia in difficoltà che potrebbe, considerato il suo rilievo sia economico che politico, essere davvero la causa di un crack della EU (di sicuro “too big to save”, meno certa è la prima parte della locuzione cioè “too big to fail”).  Fino a che situazioni “irrecuperabili” si limitano a Grecia e Cipro, senza nulla togliere a queste economie ma che rappresentano il PIL di una regione tedesca, francese o italiana, è poco credibile che per non pagare qualche miliardo necessario ad un loro salvataggio si rischi la stabilità dell’EU oppure che una loro uscita comprometta definitivamente la EU se non come negativo precedente, con l’Italia è diverso, le dimensioni italiane sono ben maggiori.

I fatti che gettano queste ombre ed a cui faccio riferimento sono:

  • l’ostinazione della      Germania e degli stati nordici a mantenere una rigida e cieca austerità      schierandosi apertamente contro ogni politica di allentamento monetario      (adesso anche la Bank of China ha esplicitamente dichiarato di voler      garantire tutta la liquidità necessaria al paese) che ha comportato una      menomazione delle esportazioni nostrane.
  • Il report di Mediobanca (l’unica      pseudo banca d’affari italiana), firmato tal Antonio Guglielmi, che prevede      il default italiano in 6 mesi se non verranno chiesti aiuti europei.
  • Le illazioni in merito a      perdite miliardarie (da 8 ad oltre 30 miliardi di Euro) in strumenti      derivati utilizzati dall’Italia per poter entrare nell’Euro pubblicate dal      Financial Times e da La Repubblica. In un seguente articolo il FT chiede      chiarimenti a al Governo; nel mentre la procura di Roma ha aperto una      inchiesta ed il tesoro ha dichiarato che non c’è fondatezza su quanto      asserito e che non esiste alcuna perdita (anche se tecnicamente parlando fino      a che una posizione finanziaria, anche se in “rosso”, non viene liquidata,      la perdita è solo potenziale).

Fino a che sono banche d’affari o agenzie di rating a lanciare allarmi o infausti presagi, ai quali per la verità ci avevano già abituati, si può pensare che agiscano in conflitto di interessi per indirizzare il mercato a loro favore (riuscendoci molto bene peraltro), ma quando si coalizzano banche d’affari anche nostrane, giornali e pure l’Europa, un minimo sospetto nasce. Inutile ribadire che per intravedere una via d’uscita Europea alla crisi deve essere superato ogni particolarismo utilizzando scelte oggettivamente collaborative e lungimiranti.

 

27/06/2013

Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

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3 Risposte

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