Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo

Il Premier Enrico Letta è tornato dall’Eurogruppo di Bruxelles soddisfatto per quanto ottenuto in tema di lavoro. La somma disponibile da impiegare per favorire il lavoro giovanile ammonta a circa 1,5 miliardi. La stampa è discordante e non è ben chiaro se le risorse siano spendibili nei prossimi due anni, quindi 2014/15 oppure in tutto il periodo 2014/2020 per il quale è stato definito il bilancio unitario europeo. Da un’intervista rilasciata dallo stesso Premier l’impressione è che il miliardo e mezzo sia da spalmarsi per tutto il settennato, mentre nel il primo biennio sia possibile allocare circa 800 milioni di euro, in ogni caso superiori rispetto a 500 milioni poi ritoccati a 550 – 600 inizialmente stimati.
Il risultato è quindi tutto sommato positivo anche se la cifra non ha la portata tale da risolvere i problemi dalla disoccupazione giovanile in Italia e dovrà essere impiegata nel migliore dei modi per adempiere al progetto europeo ‘youth guarantee’ nei modi e termini stabiliti. Non è in ogni caso condivisibile l’affermazione di Enrico Letta, forse fatta in un momento di entusiasmo, secondo la quale le aziende non avrebbero più alibi per non assumere giovani. Una azienda che non assume non lo fa per principio, anzi sarebbe ben felice di assumere in quanto vorrebbe dire che gli affari e gli ordinativi vanno bene e ci sono prospettive di crescita, ma è l’assenza di domanda ad esserne la causa.
Purtroppo i consumi, dall’alimentare ai beni più frivoli passando per i medicinali, sono calati talmente tanto che il potenziale produttivo attuale risulta decisamente sovradimensionato. Intervenire sul lavoro abbassando il cuneo fiscale, detassando le nuove assunzioni, favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro tramite stage e tirocini retribuiti, riformando i centri per l’impiego, è fondamentale, ma lo è ancora di più la creazione di nuovi posti di lavoro rilanciando la produzione. Il rilancio può avvenire solo grazie ad una spinta ai consumi conseguente all’aumento del potere d’acquisto della classe media che proporzionalmente più sta risentendo della crisi e puntando convintamente sull’export nel quale l’Italia ha potenzialità enormi.

Da inizio del 2013 sono fallite circa 45 aziende o imprese al giorno. Si tratta spesso do piccoli artigiani o commercianti oppure di PMI a conduzione familiare o dei distretti tipici del Veneto, della produttiva Emilia , del Piemonte o della Lombardia. Queste realtà, che difficilmente riusciranno a riaprire anche a crisi trascorsa, erano parte della cosiddetta spina dorsale del paese, cioè le rappresentanti della manifattura italiana. Esse sia per produttività che sia perché devolvevano in tasse oltre il 50% del loro fatturato hanno fatto davvero da traino al paese consentendone lo sviluppo.

Oltre alle entità medio piccole anche grandi aziende stanno pesantemente risentendo della crisi o in alcuni casi ne stanno approfittando per delocalizzare. In questi giorni la IBM ha annunciato 355 esuberi in Lombardia, la Whirpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Trento, che vedeva impiegati 450 lavoratori, per trasferire parte della produzione a Varese e parte in Polonia. La Indesit che aveva già annunciato 1450 esuberi e l’intenzione di chiudere due stabilimenti, uno nelle Marche ed uno in Campania, ha dichiarato il fermo produttivo (che cesserà il 2 luglio) a causa degli scioperi di Melano ed Albacina dai quali lo stabilimento Indesit di Fabriano si approvvigionava. La multinazionale ex Merloni ha nel piano industriale di mantenere in Italia solo alcune produzioni ad alto valore aggiunto dislocando in Polonia il resto.

Purtroppo, guardando in faccia alla realtà, è impossibile pensare che la manifattura come l’abbiamo sempre concepita torni ad avere il ruolo di traino, anche se si facessero tutte le migliori riforme sul lavoro possibili sarà impossibile competere con la manodopera di paesi come la Croazia, la Romania, la Turchia, la Polonia, la Cina, l’India, solo per citarne alcuni, ove il costo del lavoro è anche 15 volte inferiore rispetto all’Italia. Non è neanche credibile che l’edilizia, grande malato di questa crisi, riprenda a costruire a pieno regime. L’Università de L’Aquila ha calcolato in uno studio che non è più possibile in Italia tracciare una circonferenza con raggio uguale o superiore a 10Km senza incontrare un centro abitato, l’urbanizzazione è ormai arrivata a saturazione.

Dobbiamo puntare quindi ad un altro genere di manifattura, più di nicchia, che produca prodotti di eccellenza ad altissimo contenuto tecnologico e che dietro abbia un knowhow frutto di ricerca ed innovazione di qualità. Dobbiamo puntare sui internet, sull’efficienza energetica, sulle imprese digitali, sul lusso e la moda (non il semplice abbigliamento), proteggere la nostra enogastronomia chiedendo in sede europea tutele stringenti sull’originalità e la provenienza di certi prodotti tipici richiesti in tutto il mondo (la Francia lo ha fatto e lo ha ottenuto). Riscoprire l’agricoltura, il patrimonio forestale, ed in certi casi i mestieri che producono eccellenze e unicità non copiabili e che se ben pubblicizzate attirerebbero i nuovi ricchi del pianeta. Bisogna guardare sempre di più all’export, capire rapidamente i nuovi trends ed essere ‘on time’ sui mercati perché è probabile che i livelli di consumo dei periodi prima della crisi non li vedremo più, almeno nel breve termine. Si deve creare una filiera turistica organizzata e sviluppare tutto l’indotto potenziale, dai trasporti alle guide alla ristorazione, che sia in grado di accogliere e seguire il turista vendendogli non solo le bellezze uniche che fortunatamente abbiamo, ma anche il ‘prodotto Italia’ andando incontro alle sue esigenze: possiamo offrire turismo sportivo, marittimo, montano, percorsi culturali e fieristici, possiamo essere orientati ai giovani offrendo discoteche nella riviera romagnola o ai meno giovani offrendo il relax di un’isola come Pantelleria piuttosto che un percorso culturale nei borghi medioevali del centro o di relax e benessere negli agriturismi toscani o nelle terme del Veneto. L’edilizia dovrà convertirsi, passando da pure costruzione a recupero del patrimonio, ristrutturazione e riqualificazione secondo determinati standard energetici ed antisismici ed utilizzando materiali e tecniche innovative a basso impatto ambientale ed ad alta efficienza energetica, edilizia ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico quindi.

Le possibilità non mancherebbero, si deve però cominciare rapidamente ad investire in ricerca e sviluppo, abbattere il digital divide, creare le giuste infrastrutture, riorganizzare ed ottimizzare i trasporti, offrire ai giovani percorsi formativi mirati, abbattere i muri di burocrazia che spesso stroncano sul nascere ogni iniziativa, proteggere il nostro patrimonio, adeguare tassazione e costo dell’energia. Non dimentichiamo di poter far leva sui fondi della BEI e sull’evento EXPO 2015. L’implementazione di piani di sviluppo a medio lungo termine credo che sarebbero ben apprezzati anche in sede europea e Bruxelles potrebbe mostrarsi disposta ad appoggiarli concedendoci credito in modo da avviare quel meccanismo grazie al quale sarà possibile la creazione di posti di lavoro che possano godere degli sgravi e dei denari che il Premier Letta ha sapientemente portato a casa dall’Eurogruppo.

29/06/2013
Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale
LinkedIn: Valentino Angeletti

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4 Risposte

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