Archivi Mensili: luglio 2013

Non c’è bisogno dell’ autunno caldo che i presupposti lasciano intravedere

Non vogliamo un autunno caldo, ha dichiarato il Premier Letta ad una emittente televisiva ellenica.
Secondo il Premier il 2014 può essere l’anno della svolta, della ripresa, dell’inversione di tendenza, ma è necessario che si lavori in modo collaborativo per il raggiungimento di quegli obiettivi nazionali e  comunitari ormai noti.
Le sue parole calzano decisamente bene sia se intercalate nel contesto europeo che limitatamente a quello italiano, in ambedue i casi però la svolta nel 2014 arriverebbe con un po’ di ritardo.

Relativamente all’Unione fino ad ora, e Grecia ed Italia lo hanno vissuto sulla loro pelle, i particolarismi hanno spesso avuto la meglio rispetto all’interesse della EU. Solo per citare alcuni esempi si possono ricordare la questione dell’unione bancaria, della regolamentazione Basilea 3, della trasparenza e dello scambio dati tra istituti di credito per la lotta all’evasione, gli accordi sui bilanci unici europei, l’utilizzo dei meccanismi ESM ed OMT e più in generale tutta la politica economica e monetaria che ha subito importanti pressioni dai governi ‘nordici’ e dalle loro banche centrali. Questo autunno si preannuncia tutt’altro che tranquillo, complici le elezioni tedesche che hanno tenuto in scacco le decisioni politico-economiche comunitarie degli ultimi mesi in più di una occasione.

In Italia il governo della svolta si è insediato a febbraio e, forte di una maggioranza molto ampia, doveva agire immediatamente, quasi con azioni lampo, sui temi fondamentali. Invece hanno prevalso le divisioni tra i partiti, la campagna elettorale non è sostanzialmente mai cessata e si sono rincorsi provvedimenti più di propaganda che di oggettiva utilità o incisività.
La situazione del prossimo autunno non sarà calma, ci sono le vicende giudiziarie del Cavaliere Berlusconi riguardo al caso Mediaset che stanno dividendo il PDL. L’esito del processo ha valenza politica anche per il PD non concorde su come comportarsi a seconda del pronunciamento della corte, del resto le divisioni nel PD sono uno stato ormai costante; il congresso che si terrà in autunno inoltrato, forse addirittura a dicembre, assieme all’elezione del nuovo segretario e del candidato a Premier sembra siano le priorità dei Democratici.
I due partiti di maggioranza paiono decisamente più interessati a portare avanti le loro vicende interne che a lavorare assieme negoziando costruttivamente per perseguire i target dichiarati.
Per il 2014 ci sono previsioni leggermente positive, il PIL tornerebbe a crescere dello 0.7% (salvo solite rettifiche), ultimamente i negozi e le attività chiuse sono inferiori rispetto a quelle che hanno aperto, i consumi e la produzione potrebbero tornare a respirare ed il credito alle famiglie (non alle imprese) è concesso con più facilità, i dati sul lavoro e sulla disoccupazione invece rimarranno ancora negativi. Dunque nel 2014 qualche speranza esiste e può essere sfruttata; se però non muterà l’atteggiamento sia interno alla EU che al nostro governo, il prossimo autunno sarà tutto tranne che tranquillo.

28/07/2013
Valentino Angeletti
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Toyota leader per mobilità sostenibile e investimenti in R&D, ma il settore è sempre più competitivo

La Toyota ha raggiunto il traguardo delle 3 milioni di Prius vendute da quanto nel 2007 il progetto di mobilità ibrida del colosso nipponico vide gli albori commerciali.
Nonostante il successo la casa automobilistica continuerà ad investire 790 miliardi di Yen in R&D sulla mobilità verde (e non solo) che nell’ambito dell’auto ibrida gli ha consentito di godere di un vantaggio competitivo notevole trasformatosi in interessanti utili.
Inoltre verrà costruito un nuovo parco tecnologico dedicato alla R&D proprio di fianco un impianto ‘Powertrain Development and Production Engineering’.
(Link articolo di Repubblica)

Le joint venture sul tema della mobilità sostenibile sono innumerevoli, ultimamente la Siemens e la Porsche hanno svolto test su vetture totalmente elettriche (Blog Siemens), in italia l’ENEL ha avviato un’intesa con ENI per integrare colonnine di ricarica elettrica nelle stazioni di servizio della compagnia petrolifera. Sempre ENEL ha collaborato con Mercedes per lo sviluppo della Smart, con la Mitsubishi, con la Peugeot, con la Renault e continua a raffinare le tecnologie di ricarica come del resto anche altre utilities italiane e non.

Purtroppo in Italia mancano le case automobilistiche intenzionate ad investire nella mobilità elettrica, la FIAT ad esempio ha abbandonato il progetto della 500 elettrica proponendo nel nuovo piano industriale un SUV alimentato a benzina o diesel. Forse solo i convincenti piani anti inquinamento di Obama, benché il potente settore petrolifero statunitense potrebbe avere interesse a rallentare la diffusione delle soluzioni di mobilità elettrica, riusciranno a modificare i progetti del Lingotto.
Di sicuro nello sviluppo della mobilità sostenibile ENEL c’è e continuerà ad esserci.

27/07/2013
Valentino Angeletti
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Vice Ministro Fassina: idee chiare e ragionevoli su un certo tipo di evasione

Cosa avrebbe detto di male il Vice Ministro dell’Economia Fassina? Che, pur non giustificandola, esiste “una evasione di sopravvivenza”?  Questo fenomeno oggettivo è noto da tempo qui nel paese dove si lavora fino all’ 11 Giugno per pagare le tasse, non è certo Fassina a scoprirlo. 

Partendo dal sacrosanto presupposto che l’evasione fiscale, fardello per il nostro paese, dal peso stimato di 250 miliardi di euro all’anno, deve essere combattuta duramente,  portata a reato penale e le sanzioni devono essere inasprite poiché di fatto adesso per i grandi evasori è conveniente rischiare considerando che nel peggiore dei casi si ricorrerà ad un patteggiamento ed al  pagamento di una somma inferiore a quanto dovuto al fisco, non è altresì possibile far finta che quelle realtà dei piccoli commercianti ed artigiani, delle partite iva e degli studi di settore non esista. 

Il Vice Min. Fassina avrà sicuramente fatto riferimento a qualcuno di loro, rendendosi conto delle loro condizioni. Ovviamente non si parla di evasioni palesi, come i grandi orefici o gioiellieri che dichiarano 6’000 euro all’anno o gli imprenditori che dichiarano meno dei dipendenti o ancora dei locali notturni che dichiarano mediamente un rosso di 6’000 euro annui, ma si fa riferimento a piccoli esercizi, ad imprese individuali, ad attività artigiane spesso in contesti di piccoli paesi. 

L’evasione alla quale credo Fassina volesse alludere è quella di queste piccole realtà che supponendo un giro d’affari che va realisticamente dai 1000 ai 3000 euro al mese potrebbero evadere un totale di 50-70 euro al mese, sufficienti per la spesa di una settimana o per il pagamento di qualche bolletta. 

Parlando da dipendente non vorrei sentire colleghi con il posto fisso  asserire l’ovvietà che dei servizi ospedalieri “et similia” usufruiscono anche i piccoli commercianti, i quali potrebbero controbattere di non avere tutele come la cassa integrazione, permessi per malattie, di avere pensioni molto inferiori, di non poter godere di permessi retribuiti per assistere parenti malati, in caso di infortunio poi le somme percepite sono  molto esigue e non mi dilungo oltre. 

Questo scontro sarebbe solo una triste lotta tra poveri che non porta a nulla se non a distogliere l’attenzione dal reale problema che è la grande evasione ed elusione. 

Chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di qualsiasi classe sociale appartenga, qualsivoglia lavoro svolga, che non abbia compreso questa situazione di oggettiva difficoltà del paese vuol dire che non ha ancora chiaro come si sta evolvendo l’economia, come sta cambiando la società ed il mondo del lavoro e di come le prese di posizioni idealistiche ora più che mai sono controproducenti anche per le stesse parti che vorrebbero rappresentare o delle quali vorrebbero farsi portavoce. 

Sarebbe invece auspicabile un impegno comune, a partire dal governo e dall’Europa, per quel che riguarda la tassazione nella UE, la protezione e lo scambio dei dati bancari e quella dei paradisi
fiscali per fare in modo che nessuno abbia necessità di evadere per sopravvivere. 

Non mi stupisco di quanto detto da Fassina, economista di prestigio e di Bocconiana formazione, ed ancor di più non mi stupisco di coloro che  esprimono solidarietà, pur non giustificandoli, nei confronti di quelle attività che per sostentamento primario sono costrette ad evadere qualche decina di euro al mese.

Per inciso ha fatto quasi meno scalpore quando si ricorse al condono sul rientro dei capitali esteri con garanzia dell’anonimato.

 

25/07/2013

Valentino Angeletti

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Tremenda evasione, ma Premier impreciso

Il Premier Letta oggi ha dichiarato lotta durissima contro l’evasione fiscale, ovviamente come non essere d’accordo, visto che la somma sottratta al fisco da questa pratica illegale è stimata attorno ai 150 miliardi di euro all’anno. Asserendo che in Italia le tasse sono oggettivamente troppo alte perché non tutti le pagano è stato chiaro nel messaggio, ma forse un po’ superficiale e retorico. L’alto livello di imposizione fiscale in Italia non può attribuirsi in toto all’evasione, la quale rappresenta una parte delle motivazioni che sono ben più complesse.

L’evasione è stata tacciata anche di consentire un vantaggio competitivo per le aziende disoneste che ne usufruissero, in quanto darebbe loro la possibilità di offrire servizi di qualità inferiore. Questa affermazione è imprecisa, gli evasori hanno vantaggio competitivo nel poter offrire un servizio o un prodotto di qualità media a prezzi inferiori rispetto ai competitors onesti. Se la qualità fosse inferiore avrebbero vita breve poiché sarebbe lo stesso mercato a decretare la loro fine ed invece l’evasione prospera.

Volendo giustamente dichiarare guerra all’evasione esiste nell’immediato la possibilità di mettersi alla prova. In questi giorni la GdF ha scoperto una truffa ai danni del fisco operata da parte di una società romana che serviva numerosi personaggi famosi (si sono fatti i nomi di un cantante e del padre di un motociclista, ambedue famosissimi). L’ammontare complessivo delle somme gestite pare superasse il 1 miliardo di euro. La società operava prendendo in consegna il denaro, triangolandolo attraverso vari istituti di credito e società off shore dei classici paradisi fiscali (Isole Vergini, Antille Olandesi, Isola di Man ed altri ameni lochi) e depositandolo infine presso istituti di credito sanmarinesi.

Invece di un classico patteggiamento, irrisorio nei confronti dell’evaso, che di fatto rende l’operazione illegale in ogni caso profittevole, perché non sequestrare l’intero ammontare e magari utilizzarlo come copertura all’IVA? Si ricorda che l’evasione non è reato penale essendo stato depenalizzato,  si potrebbe renderlo nuovamente penale? Di sicuro se fosse un reato penale e la multa fosse veramente penalizzante il fattore deterrente sarebbe esponenzialmente superiore.

Purtroppo l’affermazione che se in Italia si recuperasse appena il 15% rispettivamente da evasione, dai costi della burocrazia e dalla criminalità non vi sarebbero problemi di coperture è tanto emblematica quanto avvilente.

24/07/2013

Valentino Angeletti

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Decreto “del fare”: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda

Anche sul decreto “del fare” si notano numerosi traccheggiamenti e discordie che hanno imposto il voto di fiducia. Purtroppo la tendenza è sempre quella a rallentare le azioni, nonostante la rapidità sia fondamentale, è la realtà a ricordalo ogni volta.

Oggi ad esempio è uscito un dato non positivo per l’Italia, l’export extra europeo nel mese di giugno è calato del 2.9%. La giornata lavorativa in meno è sicuramente complice, ma il fatto che i cali maggiori si siano registrati nei confronti degli USA e del Giappone, paesi che hanno dati migliori rispetto alla UE, fa pensare come effettivamente le loro politiche monetarie stiano influenzando positivamente economia e consumi interni.

Da inizio anno il dato sulle esportazioni rimane positivo, in buona parte grazie alla Cina, verso la quale le esportazioni del mese di giugno sono aumentate del 14.9%, Russia, India e Medio Oriente che registrano a Giugno +2%, in calo rispetto alla media del primo semestre.

Anche il dato sull’import extra UE è in calo (-8.7% a giugno)  a testimonianza di una stagnazione totale dei consumi e di domanda che dovrebbe portare a puntare il più possibile le esportazioni.

Nel paese stiamo assistendo a delocalizzazioni di aziende verso l’estero non per usufruire del basso costo del lavoro, infatti i paesi preferiti sono Austria, Germania, Francia ed anche Svizzera, ma per non dover lottare contro la burocrazia, avere leggi, normative e tassazione chiare e stabili nel tempo potendosi quindi concentrare sullo sviluppo del business (la Fiat è stata l’ultima azienda a dichiarare di valutare l’opzione di delocalizzazione in Olanda, ma dietro le dichiarazioni della Fiat vi sono motivazioni più complesse).

Tornando al decreto “del fare” punterei un attimo lo sguardo sulla “liberalizzazione” del WiFi e sull’accordo occupazionale finalizzato ad EXPO 2015.

L’accesso WiFi nei luoghi e negli esercizi o locali pubblici non è più soggetto ad identificazione e tracciatura delle utenze e diventa sostanzialmente libero, purché non rappresenti il core business dell’esercizio che lo offre. Questo passo è decisamente positivo, ma non fa altro che allinearci a quanto in Europa, ivi inclusi paesi che nell’immaginario collettivo molti pensano più arretrati dell’Italia, accade già da anni. Nella maggioranza degli stati europei è sostanzialmente possibile essere sempre connessi ad una rete WiFi pubblica tanto che, portando il concetto all’estremo, potrebbe non essere necessario essere dotati di un abbonamento privato. Ciò, assieme ad un reale processo di liberalizzazione, ha consentito alle tariffe degli abbonamenti, siano essi domestici, mobili o aziendali, di raggiungere livelli molto più bassi che da noi.

Il punto da dover affrontare, che rappresenta il collo di bottiglia dello sviluppo delle nuove tecnologia in Italia, è il digital divide. L’Italia, come si può osservare dalla figura 1, ha registrato nel primo quarto del 2013 una velocità media delle connessioni internet di 4.4 Mbps (ultima in Europa) con velocità massima di picco pari a 30.6 Mbps. Si consideri che una connessione ad almeno 20 Mbps medi è quella necessaria alle aziende medio grandi che vogliano utilizzare la rete come pilastro del loro business. Rimangono inoltre numerose le zone non coperte dalla risorsa internet.

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Figura 1. Velocità delle connessioni internet media e di picco nel Q1 del 2013 (fonte: Akamai)

Passando al “mobile” le cose non migliorano, molti altri stati europei adottano già ampiamente la tecnologia 4G, anche in zone rurali, mentre in Italia sono in atto solo recenti sperimentazioni in alcune zone metropolitane.

Oltre alle lacune infrastrutturali vi sono anche quelle di educazione. È stata istituita la PEC (posta elettronica certificata) per ogni attività, anche una semplice impresa artigiana del solo proprietario, per snellire la burocrazia opprimente che è oggettivamente pesante. Obiettivo encomiabile quello di Brunetta, fervente sostenitore della PEC, il punto è che molti piccoli e piccolissimi imprenditori non hanno la minima idea di come si gestisca una casella di posta e visto che ormai tutte le comunicazioni importanti delle pubbliche amministrazioni arrivano esclusivamente via PEC il risultato ottenuto è stato quello di costringerli a rivolgersi ad un ente terzo (i CAF, la CNA ecc) affinché venisse gestita la PEC conto terzi e non sempre gratuitamente. Quindi oltre al costo della PEC stessa (la versione gratuita benché esista è conosciuta solo dal 52% degli italiani), oltre al costo eventuale dell’ente per il supporto, si è incrementata ulteriormente la burocrazia, questa volta fatta non più di carta, ma di uffici e deleghe.

In sostanza la liberalizzazione del WiFi è un passo verso la civiltà, la vera sfida è vincere il digital divide in termini di infrastrutture ed educazione alle potenzialità di business che interne offre.

Il secondo punto del decreto “del fare” di cui vorrei far menzione è l’accordo sull’impiego nel lambito dell’ EXPO2015. Esso introduce nuovi elementi di flessibilità che consentono assunzioni per la gestione e realizzazione del grande evento EXPO e potrebbe essere un modello per tutti i grandi eventi. Nel dettaglio la società Expo assumerà 340 giovani con contratto di apprendistato di età inferiore ai 29 anni ed implementerà specifici piani formativi. Circa 300 persone  saranno individuate partendo dalle liste di mobilità e di disoccupazione e saranno assunte con contratto a tempo determinato. Un totale di 195 persone potranno svolgere uno stage percependo buoni pasto ed un rimborso mensile di 516 euro. Con le regole attuali le assunzioni non avrebbero potuto avere luogo del resto applicare rigidi criteri tipici dei contratti a tempo indeterminato per un evento “spot”, benché di grande rilevanza, come l’EXPO2015 avrebbe avuto oggettivamente poco senso. L’accordo, ritenuto positivo dalla maggior parte delle associazioni e dei partiti politici,  è stato sottoscritto dalla società EXPO (AD Giuseppe Sala) e di sindacati (CGIL, CISL, UIL) dando esempio di flessibilità e collaborazione di cui ora più che mai c’è necessità.

Quella dell’EXPO è una vetrina importante per l’Italia e per i giovani impegnati in ogni forma (assunti, stagisti o volontari) perché mette in contatto con realtà differenti, arricchisce culturalmente e da la possibilità di crearsi un network lavorativo utile. In tal caso a prescindere dalle condizioni economiche si deve consigliare ai giovani, citando la ex ministro Fornero, di non essere “Choosy” e di mettersi in gioco.

Purtroppo anche questa volta non è mancato il colpo di coda della vecchia politica che con un’abile manovra, inserendo un innocuo “NON” all’interno di una frase del decreto, ha annullato la proposta elaborata dall’ esecutivo Monti di mettere un tetto (circa 300’000 Euro all’anno)  allo stipendio dei manager delle società pubbliche e partecipate dalla Stato non quotate in borsa, guarda caso a poche ore dal rinnovo del mandato di AD delle Ferrovie ed a pochi mesi di quello delle Poste… un saggio della politica italiana possessore di un grande archivio avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma….

 

27/07/2013

Valentino Angeletti

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Economie in via di sviluppo: i nuovi mercati emergenti

Lo scenario economico mondiale sta mutando, ormai è ben noto. La centralità economica è passata dall’Europa agli USA ed ora si sta rapidamente dirigendo verso l’estremo oriente, con China ed India che fanno da traino più consistente. In ottica futura però, quali sono le parti del globo che una Multinazionale intenzionata ad investire ed ampliare il proprio business dovrebbe monitorare? La Figura 1 può dare una idea.

Figura 1. Previsione della crescita del GDP (PIL) per il 2013

Figura 1. Previsione della crescita del GDP (PIL) per il 2013

Immediatamente si nota come ad avere crescita negativa, oltre all’Iraq, siano solamente alcuni stati del vecchio continente, tra cui Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.

Il tasso di crescita della Cina rimane ben oltre il 6% nonostante abbia subito una battuta d’arresto dovuta in parte alla crisi globale che ha colpito le sue esportazioni.

Il Sud America cresce a ritmi costanti, ma anche in tal caso si è verificato un rallentamento nel tasso di crescita del Brasile il quale, benché andrà ad ospitare importanti eventi (Olimpiadi e Mondiali di calcio) che fanno da traino alla crescite economica ed agli investimenti, sta vivendo momenti di tensione interna politica e sociale non trascurabile.

Il dato più importante però riguarda l’ Africa (cartina politica in Figura 2). I tassi di crescita di alcuni stati del “Continente Nero” sono ragguardevoli (gli stati a maggior tasso di crescita sono rappresentati in Figura 3). Vero è che il tasso di crescita non può prescindere dal valore assoluto del GDP che per alcuni stati africani è talmente basso che sono sufficienti relativamente pochi investimenti per fa impennare il tasso di crescita. In ogni caso è significativo ad indicare  quali, con buone probabilità, saranno in un futuro non troppo lontano le economie emergenti. L’Africa complessivamente, secondo l’IMF, crescerà costantemente di qui al 2025 di poco più del 4% all’anno ed è il continente che nel medio – lungo periodo ha tassi di crescita più elevati seconda solo ad alcune economia asiatiche in via di sviluppo. Gli stati che già ora crescono a ritmi oltre il 6% supereranno abbondantemente il 4% medio dell’intero continente. L’Africa è certamente ricca di insidie e contraddizioni tra le quali l’enorme disuguaglianza, la classe dirigente corrotta e militarizzata, l’insicurezza e l’assenza di rispetto dei diritti umani, l’instabilità politica e la guerriglia, in alcuni casi la fame, la siccità e l’assenza di infrastrutture ed elettrificazione, ma è ricca di risorse naturali e minerarie ed il fenomeno del “Land Grabbing” ,del quale la Cina è la massima esponente, testimonia le potenzialità africane.

Figura 2. Mappa politica dell’Africa

Figura 2. Mappa politica dell’Africa

Figura 3. Tasso (%) di crescita del GDP per il 2013

Figura 3. Tasso (%) di crescita del GDP per il 2013

In un momento come quello attuale il portfolio investimenti di qualsiasi grande azienda deve essere diversificato sia per produzione, anche rimanendo nello stesso settore merceologico (tecnologie produttive e bacini di utenti differenti ecc), sia geograficamente. Sempre più difficoltà avranno le compagnie che punteranno a mercati limitati o solamente interni. Per l’Europa in particolar modo l’export dovrà essere dominante.

Una Multinazionale, una tra le poche, che avesse possibilità di investire nei periodi di difficoltà, oltre a consolidare ed incrementare la presenza nelle economie ex emergenti ed ora a pieno titolo realtà come la Cina ed Emirati e in misura minore il India o Sud America, guardando principalmente al futuro non dovrebbe mancare di essere presente, inizialmente anche solo come presidio in modo da individuare tempestivamente opportunità di business,  nella zona africana ed in particolare in quegli stati che stanno già crescendo a ritmi “cinesi”.

In Nigeria ad esempio, oltre alle compagnie petrolifere, sono già presenti numerose imprese edili europee ed italiane. Il settore edile è quello che funge da precursore allo sviluppo andando a creare le infrastrutture necessarie ad ogni attività, immediatamente dopo vengono il settore dei trasporti e quello energetico, elettrico in particolar modo.

Proprio per il continente africano l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha in programma importanti piani di investimento e sviluppo in collaborazione con Governi ed aziende private. Il fine dell’ONU è quello etico e morale di arginare la povertà in quelle zone, come il sub sahariano Sahel, che rimangono in assoluto tra le più povere della terra. Le priorità individuate dall’ONU e dal suo rappresentante Romano Prodi sono la lotta a guerre e guerriglie, alla fame ed alla siccità, la costruzione di infrastrutture e vie di comunicazione e l’accesso all’energia.  Tutto ciò con lo scopo di creare micro e piccole economie anche di dimensioni domestiche. Questi propositi, in particolar modo quello dell’accesso alla risorsa elettrica con il programma “Energy for all” è totalmente condiviso ed indicato come prioritario anche dalla World Bank.

Altamente probabile che dopo gli anni asiatici assisteremo ad anni in cui una protagonista sarà l’Africa e chi avrà anticipato il trend, valutandone correttamente rischi ed opportunità, ne saprà sicuramente trarre vantaggio.

21/07/2013

Valentino Angeletti

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Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi sul concreto

Il voto di sfiducia al Governo ha avuto esito negativo.

Il Premier Letta ed il suo Esecutivo l’hanno scampata dunque? A dire il vero solo parzialmente perché la vicenda Kazaka ha lasciato strascichi di non poco conto, del resto la questione è complessa sul piano geopolitico internazionale, un vero e proprio intrigo. Nonostante il voto a favore del Governo nel PD si sta diffondendo l’idea della necessità di un rimpasto dell’Esecutivo in ottobre. Ciò si aggiunge alle tensioni già in essere dovute principalmente all’esito del “processo Berlusconi” del 30 luglio che ha sicuramente un’importante valenza politica ed alle decisioni che dovranno essere prese entro il 31 agosto.

Come un eventuale voto di sfiducia al Governo anche un rimpasto non è un provvedimento banale non sono convito che passerà inosservato agli occhi degli altri stati europei ed a quelli delle istituzioni di Bruxelles poiché testimonierebbe che gli attriti già evidenti, ma fino ad ora domati dal Premier con il supporto del Presidente Napolitano, stanno assumendo dimensioni sempre maggiori col rischio di minare seriamente la stabilità politica. In Europa attualmente i paesi che stanno fronteggiando crisi di governo, mettendo i apprensione i mercati, sono non a caso il Portogallo e la Grecia le cui difficili condizioni sono ben note.

Il contesto che stiamo attraversando impone collaborazione e negoziati produttivi sia perché non c’è tempo da perdere in contrasti sia perché le risorse sono poche e vanno utilizzate al meglio, quindi tutte le energie dovrebbero essere vincolate in modo costruttivo. Abbiamo l’onere e l’onore, effettivamente non sempre riconosciuto dagli altri stati membri, di essere un paese fondatore dell’Unione Europea e la terza economia del vecchio continente, questo deve essere chiaro a Bruxelles, ma anche a Roma, non ci possiamo permettere di essere ulteriormente causa o capro espiatorio per movimenti di mercato problematici o alibi per gli speculatori che, considerando le situazioni economiche di Asia ed USA, vedono nel nostro continente la preda più debilitata ed il nostro paese ne rappresenta la vitale giugulare ove attaccare mortalmente.

A proposito di risorse il 31 agosto è il termine per prendere decisioni in merito a quattro temi fondamentali per la resistenza dell’esecutivo: il nodo esodati, la procedura di pagamento della prima tranche da 20 miliardi dei debiti alle PA che vorrebbe essere anticipata rispetto al 2014 ed infine il nodo IMU ed IVA. La cancellazione totale dell’IMU richiesta dal PDL non è ormai evidentemente percorribile, ma la soluzione definitiva è ancora lontana, si parla di franchigia entro un certo limite (i capannoni industriali produttivi non dovrebbero essere tassati in accordo con Confindustria, ma pronunciamenti definitivi non si sono sentiti), oppure di integrazione con TARES e TARSU, o ancora una imposta comunale che tenga conto del patrimonio immobiliare incrociato con il nuovo indice ISEE, ovviamente anche l’ipotesi di un rinvio alla
legge di stabilità del 2014 non manca, servirebbero 4 miliardi, ma la riunione odierna della Cabina di Regia ha confermato, senza esplicitare i modi, una definitiva risoluzione entro il 31 agosto.

L’IVA, che dovrebbe passare al 22% dal 1 ottobre, analizzando i dati è un falso problema, non dovrebbe essere aumentata in quanto non strutturale, non porterebbe gettito e vesserebbe ulteriormente consumatori ed imprese. È dimostrato (Curva di Laffer in figura) che aumentare l’imposta oltre un certo livello (in Italia già superato) deprime i consumi portando incassi molto inferiori rispetto a quanto previsto. È successo con l’aumento dal 20 al 21% e si è ripetuto con l’incremento delle accise sui carburanti che, a causa del drastico calo dell’utilizzo delle auto ed alle difficoltà delle grandi aziende di autotrasporto, ha apportato un gettito inferiore rispetto a quando le accise erano più basse.

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

 

Questi nodi sono fondamentali più per consentire al Governo di sboccarsi e concentrarsi su questioni sostanziali che per il loro valore assoluto, pochi spiccioli nel mare magnum del debito. Alcune ombre sulle coperture di qui a fine anno sono state sollevate, poi smentite dai Ministeri competenti. Si sono sentite voci su una possibile manovra correttiva da 12 miliardi, del resto l’oggettiva necessità di concentrarsi sull’abbattimento del debito di oltre 2060 miliardi di € ha portato il Ministro Saccomanni a paventare l’ipotesi, durante il G20 di Mosca, di cessione delle aziende partecipate (leggi le strategiche ENI – ENEL – FINMECCANICA molto appetibili per settore merceologico a stati asiatici, arabi ed anche la stessa Russia dove il Ministro era intervistato) subito smentita modificando “cessione” in “garanzie collaterali” (oggettivamente ai valori attuali più che vendita sarebbe una svendita con conseguente rinuncia ai dividendi che nel complesso, tra Ministero del Tesoro e CdP, ammontano a quasi 2 miliardi annui) ed inserendo la possibilità di quotare Poste e Ferrovie dello Stato che già si sono affacciate sul mercato obbligazionario.

La vera questione da chiarire nell’immediato è che senza investimenti strutturali non conteggiati nel deficit (applicare la golden rule per grandi investimenti infrastrutturali, interventi nell’ambito dell’Expo 2015, detassazione del lavoro ecc), abbattimento della pressione fiscale e del costo del lavoro applicando entro dicembre i provvedimenti della Youth Guarantee, modifica dei contesti produttivi e del modello economico trainante (mettere la finanza al servizio dell’economia reale e di produzione, comprendere quale siano i nuovi settori che saranno trainanti riconvertendo quelli più tradizionali e dei quali l’Europa sta perdendo il primato), spostamento della fiscalità dalle persone ed imprese ai consumi, lotta all’evasione, alla corruzione ed alla burocrazia, abbattimento della spesa pubblica e gestione profittevole del patrimonio statale, costo dell’energia allineato a quello del resto d’Europa, incremento dell’export, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro favorendo la riallocazione e riconversione dei lavoratori sarà la stessa Unione e non uscire dalla crisi e rischiare l’implosione.

Le misure sono quello ormai note e devono essere prese in sede Europea: unione bancaria e fiscale, mercato unico dell’energia, condivisione trasparente dei dati bancari, regimi sui proventi finanziari comuni e soprattutto politica monetaria che temporaneamente inietti liquidità (applicando il meccanismo OMT dell’ ESM o stampando direttamente) per far partire la fase degli investimenti come hanno fatto, fino ad ora a ragione, il Giappone, momentaneamente in attesa del rinnovo della Camera Alta, e gli USA che hanno registrato buoni dati in termini occupazionali ed hanno i loro indici borsistici ai massimi storici.

L’esempio della Grecia, col senno di poi, dovrebbe essere una lesson learnt. Avere agito subito senza ricorrere in modo quasi ostinato all’austerità che ha portato in ultimo al taglio di 25000 dipendenti pubblici che sicuramente contribuiranno a deprimere ulteriormente economia e consumi nonostante un drastico abbassamento dell’IVA su certi prodotti e servizi per supportare il turismo estivo favorito dalle tensioni in medio oriente ed Egitto, avrebbe ridotto di 10 volte il costo sostenuto fino ad ora dai greci e dall’ Europa tutta.

L’obiettivo è dunque superare il 31 agosto, sbloccare l’empasse e lavorare con determinazione così a Roma come a Bruxelles senza pensare in questo frangente a rimpasti, congressi e vicende processuali. Cosa fare si sa, come fare si studia e si implementa, cominciare e subito a farlo è fondamentale.

20/07/2013

Valentino Angeletti

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Come comunica la politica? Dalla Fornero alla vicenda kazaka

 

Sempre più spesso rimango colpito, quando non addirittura basito, di fronte all’incapacità di alcuni politici di comunicare in maniera efficace o di pesare quanto stanno per dire alla luce delle loro importanti cariche istituzionali o di quante poche relazioni interne ed esterne ci siano tra vari enti di Governo.

Si ricordi ad esempio la definizione di “choosy”, letteralmente “schizzinoso”, che l’allora Ministro Fornero affibbiò ai quei ragazzi che non volessero accontentarsi, prescindendo dal loro titolo di laurea, di un posto di lavoro più o meno qualsiasi. Personalmente interpretai il discorso del Ministro come voler spronare i ragazzi ad entrare in un meccanismo lavorativo che, piano piano, partendo dalla gavetta, magari allontanandosi da casa, rischiando un po’ e  sfruttando le proprie capacità, potesse portare gradualmente nuove prospettive e nuove opportunità. In tal contesto si può, anzi si deve, consigliare ad un giovane di non essere choosy, ma di adattarsi, impegnandosi e dimostrando il proprio valore. Purtroppo questo meccanismo difficilmente in Italia esiste ed il rischio molto concreto è che un ragazzo neo laureato rimanga disoccupato o entri in una spirale infinita di contratti a termine e precariato senza tutele, diritti, prospettive ed al limite dello sfruttamento che si vede costretto ad accettare per necessità. Considerando la posizione istituzionale della Fornero e l’indubbia conoscenza del problema, essendo allora il Ministro del Lavoro, la sua uscita non fu di sicuro felice come non fu felice la definizione di “noioso” che l’ ex Premier Monti diede al posto di lavoro fisso. Anche in tal caso in una società o azienda dove vi fossero opportunità di cambiare lavoro, se necessario seguire un percorso di riconversione (magari con sostegno statale come accade in Germania), acquisire nuove competenze, ampliare la propria visione, conoscere nuovi mondi e nuovi approcci ai problemi, in sostanza arricchirsi personalmente, sarei il primo a non voler fare per 40 anni la stessa mansione, anzi mi augurerei di cambiare periodicamente. Purtroppo in Italia non funziona così e le aziende che danno queste possibilità di mobilità intra o extra company sono pochissime e nel nostro paese la riconversione del lavoratore non esiste.

L’ultimo episodio di comunicazione molto scadente e non consono al ruolo, è l’accostamento che il Vice presidente del Senato Calderoli ha fatto tra il Ministro per l’integrazione Cecilie Kyenge ed un Orango, proseguendo dicendo che sarebbe un ottimo ministro in Congo e che non parla correttamente l’Italiano, cosa tra l’altro falsa. Il riferimento al razzismo è lampante e del tutto differente rispetto ad altri paragoni animaleschi avvenuti in politica, ma soprassediamo. Gli aspetti più improbabili e peggiorativi sono staiti i tentativi di giustificazione addotti. Il primo è stato che il riferimento non era politico, ma “semplicemente” di somiglianza fisica, bene, un galantuomo il Vice Presidente. Poi disse che era una frase da comizio, suvvia per agitare le folle acclamanti, come se ad un comizio un Vice Presidente del Senato possa esprimersi in quei termini, anche se la cosa più preoccupante è che esistano ancora folle, magari poco consistenti ma sempre troppo numerose, che nel 2013 nella civile Italia si esaltano per frasi simili. Infine, la scusa più patetica è stata la confessione di una “forma mentis” per la quale Calderoli associa ad ogni persona un animale, si trovano quindi l’airone Letta, la rana Alfano, il cane San Bernardo Ministro Cancellieri definita paciosa ma sempre pronta a mordere, infine l’apoteosi: il Ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo associata, udite udite, ad una gallina ovaiola!

La reazione della Kyenge dal canto sue è stata impeccabile, non ha mostrato alcun rancore o livore nei confronti del Vice Presidente ed anche dal punto di vista comunicativo ha abbassato i toni non scadendo nella facile polemica, accettando le successive scuse e limitandosi a dire molto tranquillamente nei modi e nei toni che quello è il tipo di atteggiamento dal quale la politica dovrebbe liberarsi.

Un altro importante caso degli ultimi giorni è rappresentato dalla vicenda kazaka che causerà il 19 luglio la procedura di voto di sfiducia al Governo. La vicenda denuncia una totale mancanza di comunicazione ed in particolare di relazioni interne e passaggio di informazioni tra enti relazionati gerarchicamente, che in una nazione rappresenta un fatto gravissimo. Sia il Ministro degli Interni che quello degli Esteri si sono detti ignari di tutto, mentre 50 poliziotti speciali compivano una azione non proprio all’ ordine del giorno ed un aereo (non si sa se kazako o austriaco) partiva da Ciampino alla volta probabilmente di Astana con a bordo una mamma ed una bimba di sei anni. Si potrebbe pensare ad un accordo tra Italia e Kazakistan per via delle importanti relazioni strategiche oppure semplicemente a lacune nel passaggio di informazioni. In ambedue i casi si nota come la comunicazione o la condivisione di importanti informazioni tra elementi interessati non abbia funzionato per nulla.

Altri casi simili che hanno rischiato di compromettere un paese, la sua immagine o gli equilibri politici, economici e sociali, esistono non solo a livello italiano, ma anche europeo e mondiale; ad esempio quando Dijsselbloem disse che tutto sommato le modalità di intervento nella crisi cipriota avrebbero potuto rappresentare un modello per l’Europa, causando le reazioni immediate dei mercati e delle istituzioni europee.

Un rapporto odierno dell’Istat rivela che:

“in Italia sono 9 milioni 563 mila le persone in povertà relativa, pari al 15,8% della popolazione. Di questi, 4 milioni e 814 mila (8%) sono i poveri assoluti, che non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa”.

Non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno improvvisandosi filosofo arrivasse a dire che alla fin fine un po’ di povertà potrebbe aiutarci a riscoprire gli antichi valori e magari ad avvicinarci a stili alimentari più corretti….. (che tra parentesi sarebbe anche falso).

Ci si potrebbe domandare: ma come comunica la politica?

Raggiungerà mai un totale, benché comprensibilmente difficile, dominio della comunicazione che la renderà in grado di diffondere il messaggio voluto senza fraintendimenti e soprattutto pesando intelligentemente quanto sta trasmettendo in relazione al ruolo istituzionale del proferente parola?

16/07/2013

Valentino Angeletti

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M&A: tutti molto più attivi che noi

Opinioni contrastanti si sono lette sulle ultime due importanti acquisizioni che aziende estere hanno portato a termine nel nostro paese.

L’ultima in ordine temporale è stata l’acquisto da parte dei Toksoz, turchi di Istanbul, della Pernigotti, storica azienda italiana operante nel settore dolciario, rinomata per il famoso Gianduiotto e posseduta dalla famiglia Averna. Precedentemente si era verificata un’altra grande acquisizione nel campo del lusso, la francese Lvmh del miliardario Bernard Arnault si aggiudicò per la cifra  molto consistente di 2 miliardi di euro (altro che acquisto in sconto) l’80% dell’azienda Loro Piana, famosissima per i suoi cachemire e tessuti di pregio; lo scorso anno sempre la Lvmh aveva rilevato la maison del gioiello Bulgari per oltre 4 miliardi di euro.

Aziende italiane, in un momento di debolezza come quello attuale, possono rappresentare un buon investimento ed un modo di fronteggiare la recessione per quei paesi emergenti dall’alto tasso di crescita (la Turchia ad esempio fino ad ora ha corso quasi al 5%) o per quelle aziende solide che per aggredire il mercato e la crisi hanno, a mio avviso giustamente, deciso di investire in eccellenze ed in prodotti rinomati, di qualità e ad alto valore aggiunto, consapevoli che non può essere europea la battaglia del basso costo.

Il fenomeno delle acquisizioni non è unilaterale, ma i numeri sono decisamente squilibrati: nel 2011 le imprese straniere hanno operato 108 grandi o piccole acquisizioni nel nostro paese (operazioni “Estero su Italia”), per un controvalore totale di 18 miliardi di euro. Decisamente di consistenza inferiore sono state le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero”, rispettivamente 157 e 64, per un controvalore pari ad “appena” 10 miliardi di euro.

La nazionalità delle aziende che hanno acquistato realtà italiane sono molteplici, ci sono i paesi emergenti come la Cina che ha acquistato la ferretti Group leader nella costruzione di yacht di lusso; i solidi europei come la Germania dove è andata a finire la Lamborghini o alcune cantine del nord est; i cugini transalpini francesi dove hanno trovato dimora i marchi del lusso già citati, la pasticceria Cova, importanti marchi della grande distribuzione, la Parmalat confluita nella Lactalis e l’energetica EDISON divenuta EDF; i lontani statunitensi che hanno acquistato la Ducati; i ricchi arabi con Valentino ed anche gli spagnoli che nel 2008 con il Grupo SOS acquistarono l’azienda olearia Bertolli dopo aver già acquisito il marchio Olio Dante.

Il fatto che aziende straniere investano in Italia è da ritenersi positivo, è un riconoscimento della validità e delle capacità di creare prodotti di qualità, inoltre allo stato attuale non esistono realtà nazionali in grado di impegnare ingenti capitali. La condizione però deve essere quella di investimenti reali che mantengano e possibilmente incrementino posti di lavoro, preservino le tipicità e le caratteristiche delle produzioni e dei manufatti senza operare, come è accaduto in passato, acquisendo solo il brand per potersi fregiare del suo prestigio, delocalizzando poi in zone con bassi costi di manodopera e regimi fiscali più accomodanti oppure cambiando fornitori a scapito della qualità, tradizione e “geograficità”. Un investimento estero concreto e consistente sarebbe sicuramente un esempio di buona globalizzazione ben rappresentato dal motto “Think globally but act locally” in grado di portare progresso e benessere nel pieno rispetto delle tradizioni, una sorta di GSR “Globalization SOcial Responsibility”.

Acquistare un brand italiano di pregio ed in seguito delocalizzare non è fortunatamente sempre banale poiché le competenze, spesso tramandate da generazioni e patrimonio di una precisa area geografica, non sono facilmente replicabili, esistono infatti esempi che hanno visto tentativi di delocalizzazione fallire ritornando poi a produrre nel luogo d’origine.

Un elemento interessante del fenomeno è che coinvolge non solo potenze emergenti, ma anche altri stati europei colpiti anche pesantemente dalla crisi sistemica che stiamo vivendo. Per la potenza economica che teoricamente l’Italia dovrebbe essere, membra del G8 e terza economia dell’area Euro,  le grandi aziende italiane, prime tra tutte le partecipate, dovrebbero approfittare di questo momento per fare shopping acquisendo imprese e compagnie estere, ma ciò avviene molto raramente. Evidentemente nel nostro paese non vi è quasi nessuna multinazionale in grado di permettersi significative operazioni di M&A paragonabili ai 2 miliardi spesi per Loro Piana da Lvmh, anzi la tendenza attuale per le realtà nostrane è quella di dismettere assets.

Questa è la conseguenza di un sistema paese, di una politica e forse anche di una classe dirigenziale che fino ad ora non hanno saputo creare quel tessuto di grandi e meno grandi aziende in grado di auto sostenersi nonostante la crisi, come è accaduto in Francia dove un sistema di welfare, di politiche per il lavoro ed al contempo di sostegno alle imprese unite a manager di valore ed intuito ha consentito la nascita di realtà che hanno costruito una potenza di fuoco da noi senza eguali. La capitalizzazione di tutta la borsa italiana è inferiore rispetto a quella di alcuni singoli colossi come la Shell, la Exxon, la Apple o la Microsoft del resto è difficile pensare che in Italia possano trovare terreno fertile e facilità di sviluppo grandi realtà industriali se è vero che oltre 15’000 aziende sono fallite a causa dei mancati pagamenti delle PA (in Finlandia lo Stato paga in media entro 24 giorni), oppure se pensiamo all’enorme burocrazia che una azienda deve quotidianamente subire, alle difficoltà nell’ottenere permessi e certificazioni districandosi nella giungla di norme e leggi valide a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale, limitate ad enti particolari come le comunità montane oppure alle regioni a statuto speciale ecc. Di sicuro in Italia Bill Gates, Steve Jobs o Mark Zuckerberg avrebbero avuto molte più difficoltà ad avviare i loro imperi in uno scantinato, certamente non a norma ASL. Come non menzionare poi il costo del lavoro ed il livello di tassazione, inoltre anche le aziende come i cittadini spesso sono viste alla stregua di “toppe” per i problemi di bilancio, si pensi ad esempio alla Robin Hood Tax sul settore energetico da poco estesa anche a realtà più piccole per fatturato. Non esenti da colpe sono poi le stesse aziende che spesso hanno avuto strategie senza significativo ritorno, non hanno saputo adeguare rapidamente la produzione alle nuove richieste, hanno avuto troppe influenze dalla politica la quale probabilmente ha messo dinnanzi agli interessi dell’azienda e dell’azionista i propri, non sono stati seguiti criteri meritocratici e poco è stato fatto per identificare, sviluppare e trattenere quei talenti di cui il nostro paese e le stesse aziende sono piene e che sempre più frequentemente, come sta accadendo per le “Companies” nostrane, prendono la via di sola andata per l’estero.

Osservando tutti questi fenomeni e quanto valide siano le nostre potenzialità ancora una volta c’è di che rammaricarsi.

13/07/2013

Valentino Angeletti

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Priorità rimandate ed energie sprecate

Pare sempre più incredibile come su molti mezzi di stampa ed in TV non si faccia altro che parlare delle vicende giudiziarie del PDL, delle contestazioni in Parlamento degli esponenti del M5S e delle tensioni interne al PD. Ancora peggio se si pensa che siffatte vicissitudini stanno rallentando o bloccando i lavori di un Governo che, seppure da tutti indesiderato, avrebbe le carte in regola, e per competenza di molti membri primo tra tutti il Premier Letta, e per i numeri che lo dovrebbero supportare, per ottenere buoni risultati in tempi brevi e negoziare autorevolmente le politiche europee, come sarebbe, anzi è, necessario fare nella situazione che stiamo vivendo.

Inutile ricordare i dati che ogni giorno ci confermano l’estrema difficoltà in cui versa il paese sebbene qualche flebile segnale positivo si stia cominciando a percepire; ad esempio è leggermente aumentata negli ultimi mesi la propensione al risparmio degli italiani, che ovviamente, da bravi “cassettisiti” storici, non spendono e consumano, ma tendono a depositare in banca per affrontare le incertezze del prossimo futuro.

Mi chiedo ingenuamente perché ci sia questa ostinazione ad agire lentamente e senza convinzione, eppure di cose urgenti ed importanti da fare ce ne sarebbero. Ad esempio accelerare ulteriormente il pagamento dei debiti alle PA pare infatti che vi siano dei problemi a rallentare la procedura oppure agire con un piano deciso nel tagliare la spesa pubblica. Tutti rammentano che ci sono margini, ma allora perche non pianificare già da subito dove poter aggredire? Ad esempio il centro unico di spesa è stato implementato?

Il tema del lavoro, giovanile in particolare, dalla detassazione, agli stage, all’abbattimento del cuneo fiscale, alla riforma delle agenzie per l’impiego, è oggetto di quell’accordo e di quelle misure europee previste dalla “Youth Guarantee” che dovranno essere implementate ed entrare in vigore entro la fine del 2013 per poter avere accesso a tutti finanziamenti stanziati da Bruxelles. Mi chiedo se si è cominciato a lavorare su questi importanti provvedimenti. Mi domando anche come proceda il disegno di una nuova legge elettorale e se, avendo identificato il problema del costo dell’energia come uno dei più importanti, stiano già lavorando in tal direzione. La lotta alla burocrazia? Ci sono idee concrete?

Parlando di infrastrutture l’Italia non è al livello degli altri stati membri, il superamento del digital divide è fondamentale, “e-banking” a parte l’Italia nell’ “e-commerce” è molto arretrata contrariamente a quanto avviene in Europa. Addirittura 1 italiano su 3 dichiara di non aver mai usato internet, senza considerare quelli, e non sono pochi, che lo utilizzano in modo “elementare”. Alla luce del fatto che sarà inevitabile per questioni di costi ed efficienza digitalizzare ove possibile servizi e pubbliche amministrazioni, un piano di educazione digitale  potrebbe essere fonte di occupazione, risparmio e creare valore aggiunto per tutta la cittadinanza? Le strade, le ferrovie, le grandi e le piccole opere a vario titolo bloccate sono in via di sblocco?

Uno studio redatto dalla Università Luiss assieme alla Enel Foudation ed all’Aspen Institute rivela che su un campione di 40 aziende il 50% dichiara di essere rallentata nel proprio sviluppo a causa di infrastrutture inefficienti (energia, comunicazioni, internet, trasporti ecc), non sarebbe il caso di confrontarsi seriamente col problema?

Limitatamente a questi pochi esempi sembra che di cose da fare ce ne siano, perché allora non cominciare di buona lena ad affrontarle?

Il declassamento del debito italiano (in genere quelle delle aziende segue a ruota) operato da S&P  sembra sorprendente, ma non è proprio così, come non è vero che non abbia avuto conseguenze, gli oltre 9.5 miliardi (ottimo risultato per la richiesta)  di BoT collocati il giorno seguente hanno superato l’1% di interessi. Sicuramente queste agenzie lavorano in regime di conflitto di interessi, ma risposte chiare dal nostro paese su provvedimenti e riforme strutturali non sono ancora pervenute. La CIG è stata rifinanziata fino a dicembre con fondi destinati alla produttività, le piccole opere con quelli destinati alla TAV, l’IMU e l’IVA saranno coperte, ma da cosa precisamente? Il ministro Saccomanni dice che sarà presentato un piano di dettaglio, ma una dichiarazione non soddisfa S&P. Oggettivamente come sarà affrontata la disoccupazione, i problemi delle imprese o l’elevato livello di tasse? Come si cercherà di incrementare l’export? Si è detto quasi di sfuggita di voler ottenere rendite dal patrimonio immobiliare, benissimo, ma come? Vendendo o creando un fondo privato (ipotesi più probabile)? E quanto potrebbe essere ricavato? Si sono sentiti numeri da 50 a 400 miliardi di €, testimonianza che le idee non sono proprio chiare.

Con tutte queste incertezze non stupisce se le “tremende” agenzie ci osservano e ci penalizzano, attualmente per S&P abbiamo lo stesso rating del Marocco, BBB a due passi dal livello spazzatura; titoli spazzatura, per statuto non possono essere acquistati da molti fondi, istituti bancari o Governi ed allora sarebbe davvero la fine.

Perché è così difficile capire che le priorità sono altre rispetto a ciò che sta bloccando la politica? Nel mentre il debito aumenta attestandosi a oltre 2’057 miliardi di €  e su un noto quotidiano spunta l’ipotesi di qui a fine anno di una “mini-manovrina” fiscale per coprire IMU ed IVA … ma tanto ci sarà il piano di Saccomanni.

 

10/07/2013

Valentino Angeletti

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