Incomprensibilmente ancora troppi attriti

Nei giorni scorsi sono stati diffusi alcuni dati interessanti. L’ISTAT ha certificato che i consumi degli italiani sono al minimo dal 1997, cioè da quando ebbe inizio la serie storica, prima del 1997 non si raccoglievano dati relativi ai consumi. Rispetto all’anno precedente nel 2012 la spesa delle famiglie ha registrato un calo del 2.8%  attestandosi a 2’419 € per nucleo. Dal 53,6% è passata al 62,3% le percentuale delle famiglie che ha dichiarato di aver ridotto la spesa alimentare sia per quantità che per qualità ed anche la spesa per medicinali e cure mediche sono diminuite, posticipate in attesa e nella speranza di tempi migliori. Questi ultimi due dati sono a mio avviso quasi umilianti e davvero poco si addicono ad un paese civile ed in linea teorica benestante. Non vedo benessere in rinunce a cibo e cure, per questo è necessario intervenire al fine d incrementare il potere d’acquisto delle classi meno abbienti.

L’Assoviaggi-Confesercenti ha rilevato un calo delle prenotazioni turistiche, sia in entrata che in uscita rispettivamente del 15% e del 7%. Il turismo e più in generale i consumi stanno sopravvivendo grazie alle presenze straniere, come sostenuto dell’ente organizzatore dell’evento “Notte Rosa” sulla riviera romagnola. Segno che comunque il settore “tira”, va sviluppato e va creata la filiera e l’indotto annesso che colpevolmente in Italia manca, come manca, causando un eccesso di spesa, una sinergia tra le regioni ed i vari enti per pubblicizzare e vendere le bellezze ed il prodotto Italia. Criticamente direi che questa conclusione non è di certo degna del più acuto stratega.

Una buona notizia arriva invece dal settore agricolo che, secondo la Coldiretti, nei primi tre mesi del 2013 registra un aumento delle assunzione tra gli under 35 del 9%. Le figure ricercate non sono solo stagionali, ma anche imprenditoriali, così come i lavori spaziano dal tipico lavoro di raccolta nel campo ad impieghi più specializzati legati a produzioni tipiche o particolari (prosciutti e salumi locali, primizie, yogurt, latticini, confetture, vini e spumanti, oli ecc). In aumento sono anche i ragazzi che scelgono di formarsi in istituti agrari, restituendo la giusta dignità ai mestieri della terra dei quali dobbiamo necessariamente far tesoro e tutelare gelosamente perché all’estero l’enogastronomia italiana è sempre più apprezzata.

Altra notizia buona è data dalle esportazioni. Uno studio di I.T.A.L.I.A. – Geografie del novo made in Italy rivela che oltre ai noti settori dell’ alimentare, del lusso, della moda, molto richiesti all’estero sono i prodotti della manifattura di precisione ad esempio per la lavorazione del legno, di mezzi di trasporti, di sistemi per la navigazione aerea e spaziale (Finmeccanica nonostante tutte le vicissitudini rimane una eccellenza mondiale), del caffè torrefatto, della rubinetteria, alla ricerca sulla graphene e molto altro, segno che l’export può dare un contributo notevole al rilancio ed alla crescita del nostro paese. Se non fosse per l’elevato costo dell’energia, dove in ogni caso il governo e l’ Europa devono agire, il Made in Italy sarebbe al 4° posto per esportazioni all’interno del G20. Altra evidente indicazione è data dall’aumento del e-commerce, cresciuto del 144% in un anno, quindi sfruttare le nuove tecnologie ed abbattere il digital divide non sono semplici discorsi, tra l’altro in voga già da molto tempo, ma necessità. Riallacciandoci al turismo sia turisti che agenzie utilizzeranno sempre più lo strumento elettronico per creare pacchetti ad hoc e quindi imprese turistiche ed una filiera turistica off-line risultano fuori mercato.

In un contesto del genere, dove permangono i segnali negativi, ma si hanno anche chiare indicazioni su dove puntare e l’EXPO, se ben sfruttato, non come le Olimpiadi in Grecia, potrebbe costituire un eccellente driver, pare veramente difficile capire come il Governo, che pure ha ottenuto buoni risultati in Europa per quel che riguarda la procedura di infrazione e sul fronte interno con una decisa accelerazione dell’abolizione delle province, rimanga ostaggio di particolarismi e lotte intestine.

Da un lato si moltiplicano le correnti, i candidati alla segreteria, gli scontri sul congresso di partito, in sostanza il problema della leadership interna è messo in primo piano rispetto a tutto. Sull’altro fronte l’ostinazione sul tema della cancellazione dell’IMU, che dovrebbe essere definitiva per Ferragosto, è vincolante alla stabilità dell’Esecutivo a tal punto che indiscrezioni attribuirebbero al PDL la richiesta di dimissioni del Ministro Saccomanni definito inadatto. Come se durante una guerra in un piccolo paese si stesse a discutere sul divieto di sosta nella piazza principale.

Lo stesso IMF ha ammonito asserendo che l’imposta sugli immobili non può essere cancellata (si ricorda che originariamente oltre alla cancellazione totale avrebbe dovuto sussistere anche la restituzione dell’imposta versata nell’anno trascorso). Il nostro debito pubblico oltre il 130% del PIL è stato paragonato a quello della Grecia, la quale però ha avuto il merito di riuscire nonostante tutto a ridurlo. Non si poteva attendere altro monito riguardo all’IMU, vero è che non sempre l’ IMF ha avuto ragione, ma un’imposta sugli immobili esiste in tutti gli altri paesi europei, è un’imposta la cui cancellazione non avvantaggia le fasce a più basso reddito bensì quelle a reddito maggiore che secondo la Costituzione dovrebbero contribuire al benessere dello Stato in misura superiore. Il problema dell’ Italia non è l’ IMU, ma è l’unione tra tassazione elevata (abbiamo raggiunto il 4° posto in Europa con il 44% sul PIL, superando la Finlandia, l’ EU27 si attesta al 40.5%) in particolare sulle persone e sulle imprese, al netto dell’evasione le tasse pesano quasi il 50% sulle persone e circa il 60% sulle imprese, il cuneo fiscale, gli sprechi e le spese della macchina pubblica elevatissime, la cattiva gestione del patrimonio statale e dei lavori pubblici, la mancanza di politiche di sviluppo a lungo termine, la burocrazia insostenibile, il sistema di welfare iniquo e spesso inefficiente, che hanno portato a questa situazione ed al debito di oltre 2 triliardi di € che significano tra gli 85 ed i 90 miliardi di interessi annui.

Considerando che molte delle misure intraprese fino ad ora sono oggettivamente scoperte, si pensi al rifinanziamento della CIG che è stata possibile attingendo alle risorse per i salari di produttività che dovranno essere reintegrati come pure il budget allocato sulla TAV che ha consentito la ripartenza di alcuni cantieri di piccole e medie opere pubbliche rimaste bloccate, è decisamente improbabile che si possa pensare ad una cancellazione dell’IMU. La sua rimodulazione ed eventualmente ridefinizione delle soglie e dei target paiono invece una via decisamente più percorribile e sostenibile. Si dovrà anche cercare di abbassare la tassazione sul lavoro e di evitare l’aumento dell’IVA. Positivo è che si cominci a sentire qualche dichiarazione, benché ritardataria, in favore di un fondo privato di gestione del patrimonio immobiliare, già da tempo sostenuto da alcuni …. I 400 miliardi che circolano sembrano decisamente ottimistici, ma sicuramente cifre importanti si possono ottenere.

Ultimo episodio che vorrei mettere in luce riguarda la vicenda di una piccola impresa del Veneto che, avendo visto un lieve incremento di ordini dall’estero, ha chiesto ai suoi dipendenti, per SALVARE l’azienda e dunque tutti i POSTI DI LAVORO, di potersi trattenere, in alcune circostanze, 30 minuti aggiuntivi rispetto al normale orario di lavoro per consentire il rispetto dei tempi di consegna. Questi straordinari non sarebbero stati immediatamente retribuiti, ma lo sarebbero stati a fine anno qualora la situazione fosse migliorata. Il parere dei lavoratori è stato favorevole, ma ad opporsi in modo deciso sono stati invece i sindacati. L’impresa oggetto della vicenda è una piccola impresa di 30 dipendenti probabilmente a gestione famigliare, dove non c’è gerarchia, ma amicizia, una di quelle che non gioca con la finanza, ma che produce, che paga le tasse e che ha impossibilità di accesso al credito. Anche in tal caso, sempre considerando il contesto che stiamo attraversando, maggior flessibilità ed un approccio win-win ai negoziati è fondamentale. I tempi dei muri e degli arroccamenti a posizioni fisse è finito tanto in politica quanto in economia. Vince chi è in grado di cambiare, adattarsi rapidamente comprendendo ed anticipando i trends e rivedendo se necessario le proprie convinzioni. Non esiste una teoria od un provvedimento adatto sempre e comunque, tutto dipende dai periodi e dalle circostanze.

Evidentemente in un clima ove sussistono tutti i conflitti ai quali assistiamo: politici, generazionali, di classe, dove si mettono in primo piano i particolarismi, gli egoismi e la propaganda non è possibile portare avanti nel migliore dei modi l’interesse della cosa pubblica, lo dimostrano i rallentamenti sul fronte del risarcimento dei debiti delle PA alle imprese emersi negli ultimi giorni.

Ritengo incredibilmente controproducente questo atteggiamento e non credo che la politica non lo abbia capito, stento però a comprendere, senza usare malizia o forse realismo, il perseverare di attriti così significativi.

 

07/07/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] il vecchio continente 30/05/2013 L’IVA … e la coperta tricolore sempre troppo corta 14/06/2013 Incomprensibilmente ancora troppi attriti 07/07/2013 Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/2013 Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi […]

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