Archivi Mensili: settembre 2013

Puntare sul meglio per un cambiamento inderogabile

Neanche il migliore tra tutti gli aruspici sarebbe in grado di prevedere quello che succederà alla scena politica italiana, si potrebbe andare a nuove elezioni anche nel giro di poco tempo, oppure il Premier Letta, che oggi incontrerà il Presidente Napolitano di ritorno da Napoli dove ha parlato della situazione indecente delle carceri per la quale l’Europa ci ha multato, potrebbe presentare le proprie dimissioni, ci potrebbe essere un rimpasto di governo magari con il supporto dei Senatori a vita, di qualche membro del M5S e del PdL, ambedue contravvenendo alla linea di partito e di Scelta Civica che si è sempre detta attenta ad agire per il bene del paese. Né tanto meno potrà facilmente vaticinare sulla risposta dei mercati, sull’ andamento dello spread e sulla reazione delle agenzie di rating.
Le scadenze imminenti non sono di poco conto, c’è l’approvazione della legge di stabilità da concludere entro metà ottobre per poi passarla alla commissione EU, finalizzata a presentare manovre e coperture di fine anno con l’intento di riportare il rapporto deficit/PIL sotto al 3% dal 3.1 – 3.2% attuale (a seconda delle stime). Se il governo saltasse e non venisse approvato nulla scatterebbero tutti quegli aumenti automatici (IVA ormai certa, seconda rata IMU, blocco pagamenti delle PA, blocco rifinanziamento CIG e missioni all’ estero) che paradossalmente colpirebbero duramente i contribuenti, ma potrebbero fare in un certo senso riquadrare i conti in modo apprezzato alla finanza che come è noto è imprevedibile e non scontata. È assai probabile che la situazione politica intricatissima peserà sulla direzione dei mercati, ma di certezze non ve ne sono.

In mezzo a tutti questi “forse”, che rispecchiano una situazione drammatica, c’è una certezza: la necessità di cambiamento. Un cambiamento che deve colpire la classe politica e dirigente italiana, non solo nei cosiddetti “palazzi”, ma anche nelle aziende a parziale controllo e private, nelle municipalizzate e nelle realtà locali partecipate.
Non deve avvenire quella rottamazione insensatamente basata su fattori anagrafici che sta fomentando un pericoloso e distruttivo odio generazionale; chi ha agito bene, o comunque ci ha provato, ma non è riuscito perché succube di un sistema che rende impotenti, prescindendo dall’età ha ancora molto da dare al paese e deve continuare a contribuire. Non è vero che tutta la politica o tutto il management è incapace o solamente interessato al proprio tornaconto, ci sono esempi, innumerevoli, che dimostrano il contrario e non si può permettere che vengano “buttati nel mucchio”.
A fianco di queste persone è però necessaria una nuova classe, quella del futuro, dei giovani, che dovrà già entrare nel circuito ed essere pronta alle prossime elezioni europee ed al semestre italiano che partirà a luglio 2014. In sede internazionale ci vuole la massima credibilità e competenza, non è possibile ripresentarsi con coloro che non hanno saputo gestire gli anni scorsi. Servono “vecchi” saggi mentori e giovani vogliosi e promettenti.

In Parlamento, alla Camera, in Senato vi sono ancora esponenti che si vantano di non utilizzare internet, dichiarando che il loro portaborse è un internet personalizzato. In questa era di cambiamento, di transizione c’è bisogno di gente che sappia cosa sia il digital divide, che conosca il significato di StartUp e di Crow-founding, che comprenda l’importanza della banda larga, che possa parlare di cambiamento climatico, di green economy, di energia, di mix energetico, di produzioni tipiche e biologiche e di sostenibilità aziendale. Persone che, quando si parla di rinnovare le PA, digitalizzare e sburocratizzare, non pensi che un posto di lavoro viene perso perché sostituito da uno stupido computer, animandosi di un luddismo da prima rivoluzione industriale, ma abbia chiaro che quel computer, se usato correttamente, snellirà ed ottimizzerà un processo, farà risparmiare in tempo e denaro, aumenterà l’efficienza e con la consapevolezza che dietro quel computer esiste un indotto di gestione, manutenzione, educazione digitale i quali rendono positivo il bilancio degli occupati ed in grado di creare valore.

La collaborazione generazionale è fondamentale in scenari che mutano rapidamente e per confrontarsi in modo competitivo e credibile nei consessi internazionali, le azioni di affiancamento e rinnovo devono però essere rapide perché la tendenza dei giovani, che in molti hanno perso speranza ed ottimismo, è quella di abbandonare alla volta di lidi sicuramente più favorevoli, anche senza dover percorrere migliaia di Km.

Solo con le migliori risorse, ed in Italia ce ne sarebbero da valorizzare a su cui puntare, delle generazioni passate, presenti e future che combatto insieme con voglia ed energia, ciascuno utilizzando le proprie capacità e conoscenze per un fine comune, si può raddrizzare una situazione che agli occhi dei più pare ormai compromessa irrimediabilmente.

29/09/2013
Valentino Angeletti
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Le contraddizioni che non sfuggono agli investitori

Il Governo ed il paese stanno attraversando l’ennesimo grave momento di fibrillazione, per usare un brutto termine tanto abusato nei mesi scorsi, che porterà il Premier a chiedere la fiducia. La causa scatenante, correlata alla votazione sulla decadenza del Senatore Berlusconi che ha stamani presentato la propria memoria difensiva, è stata la firma apposta dalla maggior parte dei parlamentari del PdL ad una lettera di dimissioni, all’ atto pratico più simboliche che reali considerando la complessità di una procedura simile, il tempo richiesto per portarla a conclusione e l’eventuale subentro dei primi non eletti. Il messaggio però è stato chiaro ed è apparso come una pugnalata alle spalle del Premier Letta che a New York aveva appena suonato la campanella di Wall Street e stava parlando con i più importanti investitori per promuovere l’Italia, dichiarando, un po’ ottimisticamente che nel nostro paese c’è stabilità politica e che in sostanza è un terreno fertile per gli investimenti; sicuramente data la crisi in corso qualche occasione interessante a buon mercato la si può trovare, ma è un dato di fatto che creare impresa è tutt’altro che semplice e profittevole, almeno per ora.

La divisione, e se si vuole, l’ingessatura nelle attuazioni del Governo, è testimoniata dall’ incapacità di evitare l’incremento dell’IVA, provvedimento tanto recessivo al nostro livello di tassazione quanto penalizzante per le classi a medio-basso reddito. Più che per la sostanza, considerando che probabilmente le coperture necessarie sarebbero derivate da un aumento delle accise sui carburanti e da anticipi IRAP e IRES quindi misure ugualmente recessive e di brevissimo respiro, il punto cruciale è il fatto che una maggioranza sostanzialmente concorde nell’ attuare un provvedimento non sia stata in grado di portarlo a termine, pertanto da martedì 1 ottobre IVA al 22% ad affliggere consumatori, produttori, artigiani, commercianti, imprese.
La decisione slittata sull’ IVA assieme ad altri provvedimenti, sarebbe rientrata all’ interno della “manovrina” che avrebbe dovuto chiarire le coperture e gli introiti da presentarsi nella legge di stabilità con scadenza metà ottobre e che andrà al vaglio della EU dalla quale continuiamo ad essere osservati.

I peggiori dati dell’IMF, rispetto a quanto fornito dall’Esecutivo, relativi al PIL 2013 -1.8%, al rapporto deficit/PIL a 3.2%, alla stima di crescita 2014 a 0.7%, assieme alla instabilità politica, incapacità di applicazione di norme ormai definite, incertezza sulla coperture, dubbi sulle scelte fiscali, IMU in primo piano ed all’entità del debito, hanno fatto ipotizzare che le agenzie di rating stiano valutando un downgrade, che se avvenisse e fosse limitato ad un solo “step”, ci porterebbe ad un gradino dal “not investment grade” ed a quel punto lo spread schizzerebbe veramente alle stelle e si innescherebbe un effetto domino che porterebbe tutte le principali aziende del paese ad essere retrocesse.
Rimanendo in campo europeo, a tutto ciò si aggiunge la procedura di infrazione aperta sul caso ILVA (che non si è stati in grado di risolvere in più di un anno e che costerà denaro sotto forma di multe), citando l’ ANSA:
“La Commissione ‘ha accertato’ che Roma non garantisce che l’Ilva rispetti le prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, con gravi conseguenze per salute e ambiente. Roma è ritenuta “inadempiente” anche sulla norma per la responsabilità ambientale. La direttiva sulla responsabilità ambientale, sancisce infatti il principio chi ‘inquina paga’”, e permangono le vicende, di cui abbiamo già parlato, su Alitalia, Telecom (il cui AD Franco Bernabè si potrebbe dimettere e dove si vorrebbero cambiare le carte in tavola a gioco iniziato e si vorrebbe frettolosamente porre una toppa a tutto ciò che non è stato fatto negli anni scorsi), Ansaldo Energia ed STS che dimostrano la totale assenza di politiche di lungo termine e non sono certo una buona pubblicità da proporre agli investitori esteri.

Da un lato quindi c’è l’Italia che si vorrebbe proporre e che si vorrebbe migliorare con il piano “Destinazione Italia” ed il pacchetto di riforme ben noto e condiviso per il rilancio della competitività, dall’altro ci sono le vicende interne reali, sempre più particolaristiche ed a scapito del paese, totalmente incuranti delle richieste europee, della legge di stabilità da sottoporre alla commissione tra 15 giorni, della coerenza e dell’agire programmato e lungimirante. Non c’è la minima traccia della coesione necessaria a presentare un paese solido ed appetibile e con la quale si potrebbe avere quella credibilità ed autorità internazionale per confrontarsi e negoziare da pari a Bruxelles. Le vie da percorrere urgentemente sono delineate, ma agli occhi esterni sembra non esservi la determinazione per intraprenderle. Nel paese qualche esempio positivo e che nel suo piccolo cerca di contribuire esiste, ENEL ad esempio, ma non è l’unica, ha avviato un piano di assunzione di 2000 giovani diplomati, conscia che quello dell’occupazione è un problema fondamentale. Questi gesti sono ammirevoli e testimoniano la sensibilità di molte realtà nazionali, ma da sole, senza il supporto e l’impegno delle istituzioni non sono sufficienti.

28/09/2013
Valentino Angeletti
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Buoni propositi in USA già infranti in Italia

Avendo seguito in bilico tra Italia e Londra le vicende degli ultimi giorni ammetto di poter aver perso qualche passaggio, ma mi sorgono un paio di interrogativi.

Ad inizio settimana il Premier Letta ha avviato il suo “road show” nelle più importanti piazze finanziarie mondiali per presentare il “prodotto Italia”, un prodotto nel quale investire e che vorrebbe attrarre capitali stranieri; è partito dal Canada, poi New York e prossimamente Emirati Arabi. Con se aveva il programma “Destinazione Italia”, un documento redatto da una “task force” del Ministero degli Esteri, dove sono stati messi in evidenza punti da migliorare, modificare o sviluppare per rendere l’Italia più competitiva ed attrattiva. In merito a Destinazione Italia cito il giornalista Oscar Giannino che ha espresso il suo favore al programma dicendo che, se venisse messo in pratica anche solo il 5% di quanto presentato, i risultati sarebbero tangibili ed evidenti, il punto ostante è l’immobilismo che la politica attuale ha mostrato di avere e che non rende particolarmente ottimisti sull’attuazione dei programmi.

Uno dei tanti punti fondamentali e necessari (ma non sufficienti) per far prendere in considerazione l’Italia agli investitori è la certezza normativa e legislativa. Quindi leggi chiare, stabili e durature.

Nel frattempo in Italia scoppiava il caso Telecom, Telefonica, quindi un partner straniero, dall’alto debito ma dall’EBITDA superiore alla capitalizzazione di Telecom stessa, si è aggiudicata la maggioranza relativa di Telco la holding controllante Telecom, diventandone di fatto socio di maggioranza.

Questa operazione non è piaciuta sostanzialmente a nessuna parte politica, tralasciando le dichiarazioni inopportune ed imprecise risuonate da varie e prestigiose parti, si è parlato e si continua a discutere sulla possibilità di modificare la legge sull’ OPA abbassando la soglia oltre la quale dovrebbe subentrare (ad oggi al 30%), si è parlato di modificare la legge sulla Golden Share/Golden Power, già sul tavolo di discussione da più di 300 giorni, ma mai affrontata realmente (forse perché quando la si doveva discutere c’erano in ballo cessioni di aziende Finmeccanica poi non verificatesi), si è parlato di scorporare la rete imponendo un Unbundling retroattivo tra società di servizi e gestione/manutenzione della rete TLC, tutto ciò per ostacolare l’investimento di Telefonica, invece che dialogare con la controparte spagnola per redigere un reale e condiviso piano industriale e di sviluppo per Telecom.

Sempre contro l’ingresso di stranieri in Italia si stanno svolgendo scioperi in Ansaldo Energia ed Ansaldo STS, società della galassia Finmeccanica e si vorrebbe impedire ad Air France di arrivare al 50% di Alitalia prediligendo una cordata di imprenditori, l’ennesima, soluzione che in passato non si è quasi mai rivelata vincente. La CdP è sempre stata tirata in ballo come possibile salvatore patriota per via della sua disponibilità liquida, senza considerare che quella liquidità altro non è che il risparmio postale del cittadino e che, per quanto poco possa contare, a quel cittadino sono state assicurate determinate condizioni e garanzie.

Ovviamente rete TLC e viabilità aerea possono essere considerate attività strategiche e la rete di interesse per la sicurezza nazionale, ma fino ad ora sono state valorizzarle e gestite a dovere?

Inoltre con questi atteggiamenti, totalmente agli antipodi rispetto a quella sicurezza normativa richiesta da Destinazione Italia, da Confindustria, da Fulvio Conti in veste di presidente di Eurelectric alla EU e da portavoce delle 29 multinazionali più importanti durante il G20 di San Pietroburgo ed assicurata da Letta alle piazze finanziarie, come possiamo sperare che aziende, investitori o qualsivoglia entità non autolesionista punti sul nostro paese?

27/09/2013
Valentino Angeletti
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World Cup 2022: Non si può prescindere dalla CSR

Il Quatar è un Emirato del Medio Oriente molto ricco. Ovviamente tutta la sua economia ruota attorno al petrolio ed al LNG del quale è il maggiore esportatore, nel North West Dome si trovano i più grandi depositi del mondo di gas naturale non petrolifero. I tassi di disoccupazione sono molto bassi e la maggior parte della forza lavoro, in gran parte proveniente da paesi molto poveri come Nepal, India ed altri vicini stati, ruota attorno all’indotto dell’estrazione degli idrocarburi.

Nel 2022 i Mondiali di  Calcio verranno disputati proprio nell’Emirato a testimoniare che l’era del petrolio e degli idrocarburi è ancora attuale…o forse sta per iniziare la via del tramonto di questo fonte di approvvigionamento alla volta di combustibili e tecnologie più sostenibili come l’elettricità e l’evento dei Mondiali ne rappresentano il varco?

Lasciando in sospeso questo interrogativo che verificheremo in un futuro non lontano, l’industria dei Mondiali di Calcio ha creato un ulteriore indotto attorno alle attività di manifattura, carpenteria ed edilizia principalmente per costruire nuovi stadi e strutture ricettive ed ha richiesto nuova forza lavoro.

L’associazione Human Rights Watch denuncia le condizioni di lavoro delle persone che sono impegnate “nell’industria dei Mondiali”. I lavoratori sono immigrati da paesi poverissimi, vengono pagati 2$ al giorno e lavorano senza nessuna misura di salute e sicurezza, nessuna tutela, al limite dello sfruttamento se non della schiavitù vera e propria, tanto che molti immigrati decidono di fuggire, tornando nuovamente nel paese di origine, oppure di rifugiarsi nelle proprie ambasciate. L’ambasciatore del Nepal in Quatar, dopo aver accolto un lavoratore nepalese che aveva chiesto aiuto si è lasciato scappare la dichiarazione poco diplomatica che in Quatar il lavoro, per i mondiali di calcio in particolar modo poiché non possono sussistere ritardi e contrattempi tali da compromettere le tempistiche dei progetti, è una vera prigione a cielo aperto.

Nel mondo abbiamo giustamente richiesto una modalità di lavoro differente, le società devono agire nella più totale trasparenza, senza tollerare corruzioni o condizioni di lavoro malsane e pericolose, i lavoratori, così come i consumatori devono sentirsi parte di una realtà aziendale che non è solo un parte con cui trattare, ma è una realtà da vivere e da partecipare attivamente, sta nascendo il concetto di corporate citizenship ed il concetto di corporate social responsibility (CSR) sta diventando sempre più centrale, necessario e richiesto anche dagli stessi investitori segno che la direzione in cui il business si sta dirigendo non è più quella del cieco profitto, ma della coscienza ambientale, sociale ed economica che è fondamentale per affrontare il futuro senza mandare il sistema alla deriva (rischio non remoto nelle prossime decine di anni se la rotta non verrà invertita). Questo concetto è da estendersi non solo alla singola grande azienda, ma a tutto l’indotto che mobilita, fornitori e ditte appaltate incluse così come gli stessi Governi dovrebbero controllare e non consentire comportamenti lacunosi, benché legali.

Detto ciò alla domanda se è possibile accettare ciò che sta accadendo in Quatar la risposta è ovviamente no, a maggior ragione se consideriamo che stiamo parlando di un’ industria che, nonostante mobiliti miliardi e miliardi di $, è pur sempre ludica e finalizzata al divertimento. Anche in Quatar si deve agire seguendo i principi di tutela del lavoro e CSR controllandone il reale rispetto, divertirci di fronte alle partite di calcio non può farci dimenticare la sofferenza che può esserci stata stata dietro la creazione di uno svago che è ad appannaggio di una minoranza se consideriamo l’intera popolazione mondiale.

27/09/2013
Valentino Angeletti
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Telecom: Stato e cordata, ma di cosa stiamo parlando?

Oggi a Bruxelles verrà presentato ufficialmente il rapporto sulla competitività nell’ Unione Europea.

L’Italia cala di posizione, ponendosi alle spalle di Grecia e Spagna, le cause principali per questa retrocessione sono le problematiche occupazionali, il costo del lavoro e dell’energia, la de-industrializzazione ed in generale l’assenza di una politica industriale lungimirante (non fa eccezione il settore delle TLC), investimenti in R&D ed un adeguato affiancamento all’ attuale classe dirigente di giovani per formare i nuovi manager. Come al solito questa classifiche lasciano un po’ il tempo che trovano, e non sempre rispecchiano le reali condizioni socio-economiche del paese, ma indiscutibilmente un peggioramento c’è stato ed è sensibilmente percettibile.

Detto ciò passiamo alla vicenda Telecom. Telecom è detenuta per il 22% (la maggioranza) dalla società Telco, nella quale la quota della spagnola Telefonica salirà prima al 60 (al 2014 diventando il maggiore azionista di Telecom), poi al 75 fino ad arrivare al 100%. Telefonica pagherà ogni azione 1.09 € a fronte di un prezzo di mercato di circa 0.6 €.

Tra i problemi spesso citati che affliggono le nostre aziende ci sono la dimensione contenuta ed il basso potere di penetrazione, anche per settori di eccellenza, nei mercati esteri a causa di carenze di filiera distributiva, che le taglia fuori dal contesto globale dove solo i big player possono competere. A testimonianza di questa tendenza ci sono un’enorme quantità di operazioni di acquisizione da parte dei cinesi in mezzo mondo (dal Canada agli Usa), in particolare nei settori energetici, minerari, siderurgici, Oil&Gas (senza menzionare il land grabbing) in alcuni casi impediti dai governi, la recente fusione Microsoft-Nokia, per rimanere nel campo dei servizi e della telefonia ne è un altro esempio, come l’interesse di AT&T per l’olandese KPN. L’unione tra Telefonica e Telecom potrebbe creare nuove possibilità di sviluppo e di competizione con altri big players.

Le critiche all’operazione ovviamente non mancano, viene citato il sentimento patriottico di mantenere in mani italiane una realtà come Telecom. Quando la Telecom stessa fu privatizzata passando ad imprenditori italiani le conseguenze non furono le migliori (attualmente Telecom detiene un debito stimato di circa 44 miliardi di €), lo stesso Letta da New York, ha definito l’operazione come un caso di privatizzazione finito non particolarmente bene.

Passando poi ad un’altra vicenda, quella dell’Alitalia la situazione non migliora affatto. Due anni fa quando i problemi della compagnia aerea non poterono più essere gestiti, si arrivò alla necessità della vendita. Air France si dimostrò interessata mettendo sul piatto approssimativamente 2 miliardi di € per acquistare l’intera società, sia utili che debiti, tra i sostenitori di questa operazione vi era Romano Prodi. In nome dell’italianità però si preferì cedere Alitalia ad una cordata di imprenditori con il vincolo di mantenere le quote per almeno due anni. La cordata si aggiudico solo gli utili, in quanto la bad company creata per far confluire i debiti societari dovette essere rilevata dallo stato italiano tramite CdP e Tesoro. Ora a distanza di due anni la situazione dell’Alitalia, quella parte buona in mano agli imprenditori, rimane critica e torna l’ipotesi Air France che però stavolta è disposta a pagare una somma ben inferiore e non ha intenzione di accollarsi anche i debiti. Quella dell’Alitalia tra l’altro è una vicenda con radici antiche che portarono ad una scissione in bad e good company ben prima di due anni fa, con conseguenti esuberi di personale, modifica dei contratti applicati ecc.

Se le mani degli italiani chiamati in ballo sono quelle presentate credo che tutti conveniamo nell’auspicare un intervento esterno.

Altre ipotesi sono quelle di un intervento dello Stato. Il governo in questo frangente non può permettersi spese, è a corto di coperture ed ha avviato un piano, Destinazione Italia, per attrarre investimenti e capitali esteri ed incentivare aziende straniere a venire nel nostro paese, che proprio in questi giorni è presentato alla comunità economico finanziaria mondiale da Enrico Letta, oggi a New York. Come è pensabile dunque un intervento centrale in questo frangente che vede la tendenza a cercare patrimoni fuori dai confini per carenza di denaro e per instaurare partnership e JV importanti?

Alcuni avanzano la possibilità di utilizzare i soldi destinati alla TAV, ma questi non sono già stati parzialmente usati per rifinanziare la CIG? Inoltre la TAV ricordiamo essere un progetto europeo nel quale è bene non prendere decisioni unilaterali, ma confrontarsi con tutti gli attori interessati.

Il punto è che in Italia non è stata sviluppata dai governi che si sono succeduti una politica industriale di lungo termine anche nei settori strategici come energia e TLC, ma, seguendo le logiche finanziarie,  è stato preferito un approccio “day by day” che non crea profitto e crescita durevole. Lo Stato ha avviato processi di privatizzazione spingendo per il libero mercato in tutti i settori (TLC, Siderurgia, Gas, Energia) e le mani degli italiani nelle grandi operazioni non sono state un manna, anzi hanno spesso perseguito il profitto a scapito dell’azienda stessa, dei lavoratori e del sistema economico italiano in generale. Paura di investitori esteri? Parafrasando un noto conduttore radiofonico,ma di che cosa stiamo parlando? Non si possono prendere decisioni aziendali importanti spinti da sentimenti fulminei o con una logica propagandistica.

Ovviamente non si deve prendere tutto con “leggerezza”, le TLC sono e sempre più saranno un elemento strategico, in particolare pensando alle città ed ai servizi del futuro. Tutte le informazioni circoleranno grazie alle TLC e tutte quelle aziende, come le aziende energetiche e le utilities a partire da ENEL, ENI, A2A, Hera, Iren ecc, che per rimanere competitive dovranno aggiungere al loro core business anche la fornitura di servizi al cittadino e, ed è il caso delle utilities, gestire efficientemente le smart cities e le smart grid, non potranno prescindere dalla telecomunicazione e quindi alleanze (o perché no acquisizioni) con aziende fornitrici di servizi TLC e/o proprietari di assets importanti come la rete, saranno in un futuro vicinissimo, sempre più rilevanti e necessarie.

L’acquisizione di Telecom da parte di Telefonica è un operazione tra privati, ma il Governo italiano dovrebbe, come fatto da Obama con la Fiat-Chrysler, richiedere agli spagnoli adeguati investimenti in innovazione, la protezione dei posti di lavoro evitando processi di delocalizzazione (molti servizi informatici, di telecomunicazioni o di customer service spesso vengono de localizzati in India), mantenere e migliorare gli standard di QoS, garantire che le partecipazioni di Telecom in Sud America (unico vero mercato redditizio per Telecom) vengano gestiti nel migliore dei modi, inserendo, in caso di non rispetto degli accordi, delle penalità.

Per concludere c’è poi da dire che il rapporto Italia-Spagna  è sempre stato molto stretto, l’operazione ENEL Endesa, che ha portato il colosso italiano a diventare possessore della Utility spagnola, è stata un’operazione molto interessante che ha aperto il mercato sud americano, attualmente in forte crescita contrariamente a quanto sta accadendo in Europa, all’azienda italiana, ed è in corso un grande processo molto gradito ai mercati di integrazione tra le due utilities volto ad una governance comune all’insegna dell’efficienza e del taglio degli costi superflui.

25/09/2013
Valentino Angeletti
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Per Bruxelles una domenica tra Merkel e Saccomanni

È giorno di elezioni in Germania e di certo a Bruxelles le stanno seguendo con trepidazione. Il futuro governo Tedesco, probabilmente presieduto nuovamente dalla Merkel, dovrà scegliere se essere più europeista e meno particolarista, cercando di trainare realmente la competitività dell’Unione.

Il movimento antieuropeo e pro Marco, Alternativa per la Germania, ha ottime possibilità di superare il 5% ed entrare in Parlamento. Se così fosse sarebbe a scapito principalmente dei liberali. Tale ipotesi porrà la Merkel in una condizione non invidiabile nella quale sicuramente dovrà tenere in considerazione questi delusi dell’Europa Unita, tipicamente provenienti dalla destra anche estrema. Molto più favorevole a Bruxelles e probabilmente è l’esito che Euro Tower e ECB auspicano, è una grande coalizione tra CDU ed SPD, dichiaratamente più propensi ad una reale unificazione europea.

Il Cancelliere Merkel, ha sottolineato come un ritorno al Marco sia impensabile e rischioso vestendo i panni di europeista convinta, ma poi ha dichiarato, in una delle sue ultime uscite pubbliche, che la Germania non farà sconti ai paesi meno virtuosi o più in difficoltà, dirà no agli Eurobond e porrà il veto su alcuni punti dell’unione bancaria che nella realtà dei fatti fanno tremare gli istituti tedeschi, dai Land territoriali ai colossi Deutsche Bank e Commerzbank, molto esposti a causa di un elevato leverage.

Il bene del continente, dell’istituzione Europea e della competitività sono strettamente connessi alle decisioni tedesche che fino ad ora, probabilmente anche per via delle imminenti elezioni, sono state poco accomodanti. L’auspicio è che, una volta posto alle spalle lo scalino delle votazioni, l’atteggiamento della Merkel e degli alleati, chiunque essi siano, si faccia più rilassato, è questa la sfida che il nuovo esecutivo dovrà cogliere per essere davvero la locomotiva intercontinentale dell’EU, poiché non v’è dubbio che in summa la via dell’austerità inflessibile ha fallito e quindi una strada alternativa deve essere trovata ed applicata congiuntamente dagli stati membri senza diktat e veti bloccanti in favore di pochi.

Bruxelles però oggi avrà trovato preoccupante anche la situazione italiana, dove il Ministro Saccomanni, dando una spallata alla stabilità politica, ha paventato le sue dimissioni se non cesseranno gli scontri sul tema IVA, il cui aumento ora come ora non può essere scongiurato, contrariamente a quanto vorrebbero sia PD che PDL i quali, in modi più o meno pacati, lanciano il loro ultimatum. Per giunta poi anche la seconda rata dell’IMU ha esito incerto.

Le vie comuni e condivise sono alla base di un governo di grande coalizione, e l’aumento dell’IVA è spinoso poiché non garantirebbe gettito certo e stabile visti i consumi sempre più in calo. Quello dell’IVA sarebbe  con tutta probabilità un ritardo al massimo fino al 31 dicembre poiché va ricordato che solo poche settimane fa Visco di Bankitalia ha ammonito che non è pensabile che l’IVA non aumenti nel 2014.

La situazione generale è ancora più complessa se si considera che l’ IFM ha rivisto ulteriormente al ribasso le stime del paese, portando la crescita (che pesa sul rapporto deficit/PIL) 2013 a -1.8% da -1.7% e la previsione sul 2014 a +0.7% invece che +1% inoltre il tetto del 3% sul rapporto deficit/PIL è stato sforato di 0.1% il che equivale a dover reperire altri 1.5 miliardi di € entro fine anno.

Alla luce di ciò la reazione di Saccomanni è comprensibile, ma verrebbe da chiedersi perché non si sia manifestata prima; almeno a partire da quando gli scontri erano sull’IMU, la cui abolizione non è affatto piaciuta all’Europa, al fine di mettere in chiaro duramente lo scopo di uno strano Governo che per tempi e modi dovrebbe agire rapidamente ed incidendo profondamente su priorità ben note, senza doversi inventare strane alchimie. L’Europa da questo punto di vista alla fantasia mediterranea preferisce sicuramente il pragmatismo e l’ordine nordico.

 

22/09/2013

Valentino Angeletti

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Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine

In occasione dell’aggiornamento del DEF il Premier Letta ed il Ministro Saccomanni hanno confermato il dato che in maniera non ufficiale era stato sospettato già dall’Ecofin di Vilnius, ossia il raggiungimento del 3.1% per quanto riguarda il rapporto Deficit/PIL.

Le cause dello sforamento di un decimo di punto percentuale, quantificabile circa in 1.5 miliardi di euro, sono molteplici, sicuramente l’instabilità politica menzionata da Letta, ma anche il peggioramento del dato sul PIL a -1.7%, che, essendo il denominatore del rapporto, calando contribuisce ad un innalzamento del quoziente, è stato fondamentale, come l’insufficiente taglio delle spese, che il Premier ha quantificato in 1.7 miliardi di Euro. Vi sono poi gli investimenti di 12 miliardi nel triennio in corso che ancora non hanno portato frutti benefici, i pagamenti dei debiti delle PA già in corso, le manovre su IMU, il rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero, che hanno avuto un certo peso.
I comuni dichiarano che potrebbero sussistere problemi nel pagare gli stipendi a partire dalla fine di settembre qualora non fosse versato dal Governo il corrispettivo dell’IMU, ed in oltre c’è il nodo IVA il cui aumento potrebbe non apportare il gettito previsto come è accaduto fino ad ora e ridurre ulteriormente i consumi interni, ma che rappresenta un ennesimo fattore importante di stabilità politica.

È evidente la complessità della situazione e lo è anche agli occhi di Bruxelles che conferma la fiducia nelle parole di Saccomanni, rassicuranti sul fatto che a fine anno l’impegno di rimanere sotto il 3% verrà rispettato e che le misure attuate porteranno, una volte a regime, il differenziale BTP-BUND a 100 punti base (ma a che prezzo?).

Il 3% però non deve essere visto come un obiettivo di fine anno, ma deve essere una costante da monitorare in ogni momento della vita politico-economica del governo. Di certo l’abbattimento delle spese ed il contenimento dei costi sono fondamentali, ma non si può prescindere dal far ripartire l’economia e quindi il PIL. La crescita economica nel nostro paese si può ottenere non puntando solamente su un fattore, come potrebbe essere l’export che pare riprendersi, ma dal rilancio dei consumi e della produzione interna e da un mix di provvedimenti che portino benefici anche nel lungo termine, altrimenti ad ogni legge di stabilità si dovrà fronteggiare il medesimo problema.

In tal ottica il progetto Destinazione Italia è fondamentale ed il testo uscito oggi sembra promettente. Vi è però un altro punto piuttosto problematico, gli investimenti, principalmente i grandi investimenti infrastrutturali, energetici e di riqualificazione edile, devono venire anche dallo Stato stesso che in questo frangente non ha coperture per affrontare spese con ritorno a lungo termine. I mercati e gli investitori osservano e questi hanno vista molto breve, ragionano in giorni a volte anche in ore o minuti, basti pensare alle oscillazioni dello spread sull’oda di rumors. Se necessario proprio per questo genere di investimenti, con ritorno sul PIL a lungo termine, è necessario negoziare con la EU e Bruxelles affinché concedano un temporaneo sforamento del rapporto Deficit/PIL, con la garanzia, e qui entra in gioco la serietà del paese e la capacità di raggiungere gli obiettivi non sempre dimostrata, che, in un tempo definito a priori, la crescita del prodotto interno lordo nel lungo periodo abbatterà il rapporto, idealmente più di quanto gli sia stato momentaneamente concesso di salire.

20/09/2013
Valentino Angeletti
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Comprensibili e giustificate ingerenze europee

Queste sono giornate d’attesa per il voto della giunta sulla decadenza, per il video messaggio, che parrebbe già da tempo circolare in multiple versioni, e per le sorti del Governo.

Anche i giorni scorsi sono stati però densi di avvenimenti importanti e di respiro internazionale. Il commissario degli affari europei Olli Rehn è stato in visita presso le Camere italiane in occasione di una delle discussioni sulla legge di stabilità (si dovrebbe fermare fino a venerdì 20 quando è previsto un CDM di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza), vale a dire quella che fino a qualche anno fa era chiamata legge finanziaria. Per molti questa “intromissione” ha già sapore di commissariamento, quasi una anticipazione della Troika. A pensarla così sono esponenti di tutte le parti politiche (M5S, PDL, PD), ad eccezione di Scelta Civica di Monti, che hanno ritenuto una invasione di perimetro, adducendo che l’ Europa non ha da insegnare nulla, anzi dovrebbe pensare agli sbagli fatti negli anni e mesi scorsi, a cominciare dalla Grecia ed al suo ingresso in Europa nonostante conti, a detta loro, notoriamente truccati.

Si potrebbe essere non totalmente d’accordo con alcune politiche Europee, in particolare con l’eccessiva austerità “ad ogni costo”, con l’assenza di flessibilità sui conti, inclusi il rapporto deficit/PIL e la procedura di infrazione, volta alla redistribuzione degli oneri dai paesi meno in difficoltà a quelli più problematici, fermo restando un controllo continuo e constante da parte delle autorità di Bruxelles, o con la decisione di attuare una politica monetaria che avrebbe potuto essere più aggressiva per rilanciare competitività, investimenti ed esportazioni.

Detto ciò è altresì innegabile che, nonostante l’impegno italiano ed i risultati ottenuti a partire dall’Esecutivo Monti e continuati con quello Letta grazie ai quali, con grandi sacrifici della popolazione, qualche voce di bilancio è stata riequilibrata, molte linee guida europee applicabili in modo relativamente semplice sono state disattese; in particolare non è avvenuto lo spostamento della tassazione dalle persone, imprese ed attività produttive, quindi il cuneo fiscale sul lavoro, alle rendite, proprietà e consumi, anzi, proprio con l’IMU la direzione intrapresa è stata quella opposta causando le osservazioni e la richiesta di chiarimenti sulle coperture da parte di Bruxelles che aveva già definito l’abolizione della tassa sulla proprietà immobiliare oltre che pericolosa per i conti anche iniqua. Proprio il taglio del cuneo fiscale è un provvedimento condiviso da ogni partito, dai sindacati e dalle stesse associazioni di categoria, ma che l’instabilità politica ed i veti incrociati su tutti i temi oggetto di discussione hanno bloccato rallentando ulteriormente il paese.

Se volessero essere mantenuti i piani, quindi abolizione completa dell’ IMU, mantenimento dell’IVA al 21% fino a dicembre, rifinanziamento delle missioni all’estero e considerando il dato sul PIL del secondo trimestre 2013 a -2.1% ed inferiore alle previsioni, entro fine anno dovrebbero essere reperiti circa 6.5 – 7 miliardi. Tali somme difficilmente potranno essere trovate solamente con tagli agli sprechi, benché si tratterebbe di solo il 2% della spesa immediatamente aggredibile di 300 miliardi su un totale di circa 850, e l’aumento dell’ IVA, o comune un incremento del livello di tassazione che è auspicabile non sia lineare ma progressivo e proporzionale alla ricchezza,  risulta quindi molto probabile al fine di rispettare il rapporto del 3% che tassativamente è stato ribadito essere intoccabile. Ci sono inoltre l’instabilità politica e le attenzioni da parte della commissione europea che spingono lo spread e gli interessi sul debito al rialzo, portandoli ai livelli della Spagna, la quale, secondo la EU, assieme ad altre nazioni come il Portogallo, ha recepito le istruzioni europee in modo migliore ed ora ne sta raccogliendo qualche beneficio.

Sicuramente gli sprechi sono un elemento chiave su cui agire per reperire risorse economiche senza appesantire ulteriormente una tassazione non più sopportabile che si piazza ai massimi livelli in Europa. Per fare un esempio il tratto di autostrada Salerno – Reggio Calabria costa al Km circa 52 milioni di euro, 4 volte la  media europea.

Alla luce di quanto detto non è insensato che Olli Rehn vanga a farci visita e si permetta in un certo qual modo di redarguirci. Non è questione se la legge di stabilità verrà fatta in Italia o a Bruxelles, il punto è farla bene in modo equilibrato e sostenibile, ed a quanto pare a Roma fino ad ora hanno avuto evidenti difficoltà che forse possono essere superate con un po’ di costruttivo pressing europeo.

Gli obiettivi da porsi nei prossimi mesi dovrebbero essere orientati all’ottenimento di condizioni più favorevoli per finanziare investimenti e crescita, confidando che la Germania e la Merkel (probabilmente rieletta) abbiano posizioni meno rigide, a rilanciare l’export, i consumi, la domanda interna e la produzione supportata da una diminuzione della tassazione sul lavoro e da una maggior concessione di credito alle imprese. Inoltre di estrema importanza è la capacità di attrarre nuovi investimenti di aziende nostrane ed estere, tanto che sul tavolo del Governo ci sarebbe già un programma di possibili dismissioni di asset statali. In tal direzione, e non si può non fargli un in bocca al lupo vista la sua complessità ed importanza, si sta muovendo il progetto “destinazione Italia” (CDM previsto per il 19 ore 9:30) patrocinato non a caso del Ministero degli Esteri (gli investimenti provenienti da altri paesi sono fondamentali per l’Italia, ed attualmente sono ostacolati dall’alto costo del lavoro, dalla burocrazia, dall’incertezza politico-normativa ed anche dalla corruzione).

Ovviamente presupposto e condizione necessaria per giungere a risultati positivi, soprattutto in campo europeo ed internazionale, sono, come ripetuto più volte, la credibilità e la stabilità politica ancora lacunosa.

17/09/2013
Valentino Angeletti
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Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza

Cinque anni fa, in data odierna, assistevamo attoniti alle immagini, che popolavano ogni breaking news ed edizione TG straordinarie, di persone, che poi scoprimmo essere dipendenti di ogni livello, da semplici impiegati a top manager strapagati, che nel cuore della notte uscivano frettolosamente trasportando scatoloni di varie dimensioni da un edificio….. eravamo di fronte all’inizio della più grande crisi di tutti i tempi, il crack della storica banca statunitense Lehman Brothers fondata nel 1850.

A distanza di un lustro potrebbe sembrare che ben poco sia cambiato, i vertici politico economici di allora rimangono in posizioni apicali. Per fare solo alcuni esempi Lawrence Summers, segretario del Tesoro dell’amministrazione Clinton, luminare di Harvard, colui che appoggiò l’abolizione del ‘Gramm-Leach-Bliley-Act’ con il quale si sanciva la separazione tra banche d’affari e commerciali e colui che deregolamentò il mercato dei derivati, elementi alla base della crisi dei mutui subprime esplosa nel 2007, è tra i principali candidati alla presidenza della FED ed in ogni caso è uno dei personaggi principali della politica economica statunitense. Ben Bernanke, l’allora presidente della FED che ebbe ruoli non troppo trasparenti nelle operazioni Marrill Lynch – Bank of America e nel fallimento della compagnia di assicurazioni AIG (che forniva assicurazioni, CDS, sulla solvibilità dei mutui), è ancora a capo della Federal Reserve. Dick Fauld, ultimo CEO della Lehman,vive piuttosto agiato non ha scontato alcuna pena né si è scusato per l’accaduto ed ha aperto la propria società di consulenza, la Matrix Advisors, che assiste prestigiose multinazionali. In generale, il Top Mangement di allora, dopo aver percepito laute buonuscite, continua ad essere in posizioni di prestigio presso istituti finanziari, entità governative o consulting firms. Il middle management che ha resistito e stretto i denti, approssimativamente continua a fare quello che faceva prima, massimizzare in ogni modo il profitto con l’unico consiglio di non tirare troppo la corda. Il mercato dei derivati è tornato a crescere e le sue dimensioni sono spaventose, le banche d’investimento sono tornate a macinare utili con incrementi fino al 30% rispetto all’anno precedente. Il settore, sia in USA che in UK, è tornato ad assumere, anche se con contratti e stipendi ridimensionati (ancora molto alti rispetto ai nostri numeri), gli indici borsistici USA, e non solo, hanno toccato i massimi storici superando i livelli pre-crisi (non il nostro FTSE MIB).

Tutto come prima quindi? No, perché tante vite direttamente o indirettamente sono state distrutte, solo in USA sono stati persi 9 milioni di posti di lavoro e distrutta una ricchezza pari a 19 miliardi di $, ha avuto inizio una crisi senza precedenti che si è dipanata anche in Europa e dalla quale gli USA stanno faticosamente uscendo, mentre il vecchio continente sta ancora cercando di trovare le contromisure per fronteggiarne gli effetti e le ricadute.
Una nuova ed importantissima consapevolezza si è poi diffusa, una coscienza finanziaria più sensibile, siamo stati eruditi su SPREAD, CDS, LEVERAGE, LIBOR, MUTUI SUBPRIME, DERIVATI, DEFAULT, MERCATI NON REGOLAMENTATI ecc, abbiamo preso dimestichezza con PIL, DEFICIT, POLITICHE MONETARIE, QE o INIEZIONI DI LIQUIDITÀ, parliamo con dimestichezza di cifre a nove zeri, abbiamo compreso che il sistema finanziario è complicato condizionato da agenzie di rating in evidente conflitto di interessi, da vendite allo scoperto o ‘short selling’ grazie alle quali si guadagna se un titolo scende e va male (‘I tori guadagnano, gli orsi guadagnano e i maiali vengono sgozzati!’ Cit. Wall Street: il denaro non dorme mai), sappiamo che esiste l’ HFT (High Frequency Trading) che, grazie a scambi elettronici eseguiti in tempi nell’ordine dei nano secondi (cioè un miliardesimo di secondo), consente di muovere in pochissimo tempo un volume di titoli tale da ‘costruire artificialmente’ l’ andamento degli stessi a prescindere da bilanci e dati aziendali; si pensi che per l’ HFT, che inizialmente necessitava di tecnologie talmente avanzate e costose da essere usato solo da pochi istituti, anche la distanza tra la sede dove si impartiscono gli ordini di ‘buying and selling’ e la sede della Borsa dove si eseguono è fondamentale per risparmiare quelle frazioni di secondo, dovute alla propagazione del segnale elettronico, che consentono di essere più veloci dei competitors. Abbiamo compreso che l’uso di derivati consente alle banche di nascondere il reale ammontare dei crediti concessi, che non può essere illimitato, per concederne di nuovi raggiungendo livelli di leverage insostenibili. Ora sappiamo che in Europa non siamo immuni dai problemi bancari, in Italia, oltre a vari aumenti di capitale, abbiamo i casi MPS, Banca Marche, Carige solo per citarne alcuni, che in modo differente dimostrano la vulnerabilità del sistema bancario che dovrebbe essere la linfa per le attività produttive. Le grandi banche inglesi come RBS (nazionalizzata) o Barclays o quelle del nord Europa, incluse le tedesche Commerz Bank, Deutsche Bank o la miriade di banche tedesche territoriali (i Lander, che non saranno soggette a controllo bancario da parte della EU né dovranno rispettare i vincoli Basilea 3 ulteriormente alleggeriti negli ultimi mesi) non fanno eccezione, anzi, secondo alcuni articoli avrebbero livelli di leverage pericolosamente alti.
Molte aziende e multinazionali non finanziarie (dalla manifattura ai servizi) hanno agito abbandonando il proprio core business e spostando il loro profitto sulle attività finanziarie, che in taluni stati (Italia inclusa) offrono un regime fiscale più conveniente.

In sostanza abbiamo capito che la finanza è un mondo altamente articolato, complesso e drogato, totalmente scollegato dall’economia reale ed abbiamo identificato in questo fatto una pericolosa vulnerabilità che deve essere combattuta. Su questa linea si stanno muovendo G20 ed EU con il processo di unione bancaria al momento in essere, con la Tobin Tax o tassazione sul trading ad alta frequenza (ancora in fase di studio), inoltre la necessità di dividere le banche d’affari da quelle commerciali risulta sempre più palese come anche una differente etica economico sociale delle aziende e dei governi; le prime, a cominciare dalla banche, dovranno convincersi ad agire secondo precisi criteri di CSR, mentre i secondi, agendo in modo compatto ed unitario, perché nell’epoca della globalizzazione non esistono entità singole, ma solo grandi sistemi interconnessi, dovranno allearsi per combattere la disuguaglianza sociale che il sistema economico basato sul denaro virtuale e sulla speculazione sta accentuando. In questa ultima crisi, ma soprattutto, ed è la prima volta nella storia, in questo primo accenno di ripresa, i ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri sempre più poveri. Tutte le riprese economiche del passato sono state ad appannaggio di tutti in misura proporzionale, questa, che gli USA stanno vivendo e che l’Europa potrebbe attraversare nei prossimi mesi, invece no. La ricchezza ed il benessere si sta distribuendo verso una classe di benestanti sempre più agiati e facoltosi, impoverendo chi già povero è e quella middle class che sta scomparendo, protagonista di un declassamento in certi casi anche umiliante.

Se non nei fatti, in termini di conoscenza e consapevolezza non si può dire che tutto sia come prima del crack Lehman Brothers, sarebbe troppo semplicistico e limitato. Il sapere è arricchimento ed è il primo passo per muovere verso modelli ed approcci migliori, verso la correzione degli sbagli. Certo è che dopo la consapevolezza non si può essere statici, ma si devono prendere provvedimenti rapidi per evitare di ripetere gli errori, per evitare che avidità ed egoismo dominino la finanza, la quale non è un essere demoniaco se al servizio della collettività, la storia e l’esperienza devono essere maestri, altrimenti la bolla più drammatica e cruenta sarà quella che deve ancora scoppiare.
‘Qual è la definizione di follia? Il ripetere continuamente la stessa azione e aspettarsi un risultato diverso.’ (Cit. Wall Street: il denaro non dorme mai).

Grazie quindi per averci edotti e buon compleanno fratelli Lehman, ora è il turno di aziende, istituzioni e governi, buon lavoro.

Nota: Quasi profeticamente, ieri (15/09/2013) nella tarda serata italiana, pomeriggio USA, Lawrence Summers avrebbe ritirato la propria candidatura come successione di Bernanke alla guida della FED (da WSJ).

15/09/2013
Valentino Angeletti
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L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone

Solo pochi giorni fa il Premier Letta dal G20 dichiarava orgoglioso che l’Italia, avendo lavorato bene sul fronte dei conti, non era più “l’osservata speciale”.
Tutti noi, un minimo attenti alle vicende economico-politiche nazionali ed internazionali, non potevamo farci completamente convincere da questa affermazione (scrissi poco dopo la dichiarazione del Premier: https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/09/05/g20-letta-ottimista/ ), il debito italiano rimane in trend crescente al 130% del PIL, gli interessi annui ammontano a 80-85 miliardi, tra i membri del G7 l’Italia è l’unico paese a non crescere, l’instabilità politica è evidente come la lentezza nel mettere in atto le riforme necessarie, per giunta sacrificate ad operazioni dispendiose, ma di scarso effetto sia sul breve che sul lungo termine, emblematico è il caso dell’IMU, non troppo gradito anche alle istituzioni europee.
Il lavoro sui conti pubblici iniziato con l’Esecutivo Monti che ha portato all’uscita dalla procedura di infrazione è stato un ottimo risultato, un inizio non sufficiente e da consolidarsi.

Oggi dall’Eurogruppo di Vilnius più voci, in primis, il commissario EU per gli affari economici Olli Rehn ed il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, hanno sottolineato che i dati italiani non sono buoni, il PIL per il secondo trimestre 2013 è in calo dello 0.2%, ma quel che preoccupa di più è l’instabilità politica, mentre in Europa la situazione è in miglioramento (molto lento ad essere precisi).
Benché internamente fino ad ora si sia cercato di sdrammatizzare, è evidente e lampante che la situazione politica ballerina sia vista, a ragione, come una minaccia, se non globale di sicuro europea. Il timore, presente anche nell’ultimo bollettino della ECB, è che i provvedimenti presi fino ad ora, come i doverosi pagamenti alle PA e la manovra sull’IMU rischino di mettere a rischio la tenuta del rapporto DEFICIT/PIL al 3% che, stando alle previsioni, non rispettabili secondo alcune recenti voci, avrebbe dovuto essere mantenuto al 2.9% di qui a fine anno.

Il Ministro dell’economia Saccomanni ed il premier Letta hanno subito tranquillizzato, garantendo la tenuta del 3%, ma il Primo Ministro ha anche affermato le difficoltà quotidiane che il governo deve affrontare e di quanto sarebbe necessario un lavoro comune permeato di responsabilità.

Un altro punto che pone l’Italia nel mirino degli osservatori europei, con il rischio di apertura di una procedura di infrazione (che comporterebbe pene pecuniarie) è il non rispetto dei tempi di pagamento alle PA di 30 giorni istituiti da Bruxelles, prorogabili a 60 in taluni casi specifici che diventerebbero troppo frequenti nel caso Italia, come riferisce il VP della commissione EU Antonio Tajani durante una conferenza stampa a Roma.

L’Europa se vuole avere possibilità di uscire dalla crisi più grave di sempre deve muoversi in modo unito e compatto riformando dove necessario (il sistema bancario su cui stanno lavorando ed il mercato dell’energia sono due cardini per la competitività) e ridistribuendo ricchezze in modo oculato e produttivo, che ovviamente non piacerà a chi è detentore di queste ricchezze (le elezioni tedesche di settembre per questo argomento sono uno spartiacque decisivo), ma che nel lungo termine gioverà anche a loro.
Il problema della disoccupazione, che l’ Europa deve arginare, non si risolve con qualche decimo di punto, ma servono crescite sostanziose del PIL, tra 1% ed 2% affinché si crei nuova occupazione; nel nostro paese poi devono essere effettuate profonde riforme (dalla tassazione alla revisione degli ammortizzatori sociali e del sistema pensionistico).

L’entità della crisi e le difficoltà nostrane rendono necessaria una spinta propulsiva per tornare a crescere che solo internamente non può essere trovata, perché, come in un gorgo, quasi tutti i giorni sorgono nuove questioni da risolvere e nuovi tavoli di discussione (ultimi casi sono quelli di Vestas in Puglia e delle aziende del gruppo Riva che hanno messo in mobilità 1400 lavoratori) i quali risucchiano e vanificano ogni minimo segnale positivo che principalmente può essere attribuito ad export e produzione interna di certi beni.
Questa spinta deve necessariamente venire dall’Europa che, controllando e monitorando severamente destinazione ed usi degli investimenti, deve applicare la “Golden Rule” per quelle attività necessarie al rilancio, ma che, obbiettivamente, in autonomia questa Italia non può accollarsi, come grandi infrastrutture ed opere incompiute, riqualificazione, ammodernamento ed efficientamento energetico di edilizia abitativa ed industriale, agricoltura, ridefinizione di un nuovo e più efficiente ed efficace mix energetico e così via. È però lampante che concessioni simili potranno essere date solo ad un governo serio e stabile.
A livello interno oltre alle dismissioni ed al miglior utilizzo del patrimonio pubblico, è necessario comprendere che tutte le nostre aziende, turismo in primis, devono cercare di diventare big player mondiali, puntando su export e qualità produttiva ed investendo oltre che in innovazione, ricerca e nuove tecnologie al servizio dell’abbattimento dei tempi e dei costi, per ingrandirsi e fare “massa critica” dotandosi di una filiera distributiva funzionale ed internazionale, cosa che alle nostre imprese, anche più grandi e globalizzate manca (l’EXPO2015 potrebbe essere un’occasione interessante).

Infine c’è un punto, forse una fissazione ma non credo, che è fondamentale per il futuro, e sono le persone. Il cambiamento e rinnovamento della classe dirigente sia privata che pubblica e politica è alla base per il futuro poiché solo attraverso coloro che il futuro lo vivranno è possibile comprenderlo e cercare di anticiparlo, non perché le generazioni passate non siano in grado, ma perché sono state protagoniste di altre epoche con altre dinamiche ormai non più applicabili. La contaminazione e la collaborazione tra generazioni deve essere un obiettivo per ogni governo. Si deve dare la possibilità a tutti coloro che ne potrebbero essere in grado di contribuire al alto livello, cosa che al momento non è possibile un po’ per il sistema di formazione sia universitario che non risponde alle esigenze del sistema, sia post universitario che risulta ad appannaggio di pochi, tipicamente già introdotti, rampolli (dopo l’università avrei voluto iscrivermi ad un MBA in una prestigiosa Università milanese, ma ho dovuto desistere per motivi economici) che sicuramente saranno validi, ma che appartengono sempre alla stessa elite economica, contribuendo ad incrementare la disuguaglianza sociale già alta nel nostro paese e nel mondo intero, dove le grandi banche di investimento ed i loro manager sono tornati a guadagnare lautamente con strumenti finanziari, principalmente derivati.
Guardandosi intorno, fanno parte dei più prestigiosi “Think Tank”, che di fatto formano il nuovo management, quasi esclusivamente cognomi noti come accade per a posti apicali di grandi aziende, oggi ad esempio è stato nominato dirigente di una azienda della Poste un parente molto prossimo e giovane del Ministro Alfano. Sicuramente costui è meritevole e validissimo, ma il punto è che per sperare di traghettare l’Italia fuori dalla crisi e mantenerla competitiva nel lungo termine si devono trattenere e formare persone attingendo ad ogni ceto sociale, senza consentire una fuga in sola andata di talenti.
L’aspetto delle opportunità, se si vuole di “pari opportunità”, evidenziato sopra, può essere considerato utopico e di poco conto per risolvere i problemi attuali, ma è fondamentale per affrontare e competere nel futuro.

13/09/2013
Valentino Angeletti
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