Archivi Mensili: ottobre 2013

Datagate: da Internet ai Big Data

Internet si diffuse a partire dagli anni 2000, ma in USA, dove nacque, era già utilizzato, esclusivamente dalla US Army, da almeno 10 anni per fini militari . Dal caso Datagate emerge che la società civile si sta avvicinando negli ultimi mesi ai Big Data ed agli Analyitics, che sarebbero le intelligenze ed i complessi algoritmi che riescono ad estrapolare informazioni utili da una mole di dati impressionate i quali senza tecniche di estrazione e ricerca risulterebbero inutilizzabili, ma probabilmente tali tecnologie sono utilizzate da tempo per spionaggio anti terrorismo, ma non solo, anche per fini commerciali, spionaggio industriale e per tenere sotto controllo la situazione geopolitica in aree strategiche (tipicamente ad alta concentrazione di petrolio e gas). La differenza rispetto alla nascita di internet è che non solo gli USA sono depositari di queste tecnologie, ma sicuramente esse sono detenute anche da Cina, Israele e Russia, interessate a carpire segreti e dati, come dimostra il tentativo Russo (chissà se riuscito o meno) di violare i PC dei partecipanti al G20 di San Pietroburgo, con una tecnica molto rudimentale e vecchia, la chiavetta USB con Trojan interno data in dotazione e forse contenente le slide del meeting come accade in ogni conferenza che si rispetti, ma sempre efficace nonostante una misura di sicurezza informatica minimale sia la scansione automatica dei dispositivi USB oppure la disattivazione delle porte stesse. Ovviamente tutte le protezioni, soprattutto se note come quelle menzionate, sono aggirabili.

La Cina (ed esempio il colosso Hauwai) o Israele (i dispositivi Check Point) hanno distribuito in tutto il mondo dispositivi di Routing o Firewall, acquistati attraverso gara da tutte le compagnie di telecomunicazioni mondiali, inclusa Telecom, ed addirittura da importanti istituzioni e ministeri (si parla di ONU e di Ministeri della Difesa nazionali). In teoria, come già accaduto, salvo poi insabbiare la vicenda, per alcune chiavette UMTS che raccoglievano dati commerciali e li inviavano alla casa madre, tutti questi dispositivi potrebbero essere “programmati” in modo abbastanza semplice per spedire dati a server specifici in ogni parte del mondo oppure per diffondere malware e virus in rete con ogni tipo di scopo. Le finalità più interessanti agli occhi di queste compagnie sono quelle price sensitive (ben rivendibili), quindi dalle abitudini nei consumi dei clienti, fino ai dati finanziari e borsistici in modo da avere anticipatamente informazioni utili a prevedere gli andamenti dei mercati e quindi muoversi di conseguenza, o ancora conoscere eventuali trattati ed accordi commerciali e politici che influenzano costantemente le borse di tutto il mondo.
Per tali ragioni legare in modo unico la sicurezza della rete TLC, delle comunicazioni e della privacy al possesso della rete stessa, come volevano far credere nella vicenda Telecom, è quantomeno riduttivo e limitato.
Della vicenda Datagate non c’è da stupirsi. Lo spionaggio è sempre esistito e sempre esisterà e le migliori tecnologie sono sempre apparse in ambito militare anni prima della loro diffusione pubblica (dalle macchine enigma per decifrare i linguaggi in codice durante la Seconda Guerra Mondiale, al GPS, da Internet alle capacità di raccogliere ed analizzare i Big Data).
Fa pensare invece il fatto che nonostante la probabile adozione da parte di tutti e 35 i leaders spiati di contromisure anti spionaggio, la NSA sia stata in grado di raccogliere dati e decifrarli. La NSA dunque avrebbe un gap competitivo, almeno in termini di crittografia, molto ampio rispetto agli altri Stati o enti di sicurezza (oppure sono stati gli unici a farsi scoprire). Infine interessante è constatare come tutto sia nato dal fattore umano, un Insider, Edward Snowden.
Anche nella sicurezza informatica, il fattore umano, inteso sia come errore involontario che come volontà di danneggiare, rappresenta il rischio principale e necessario per arrecare danni ingenti e rilevanti in particolare ad infrastrutture complesse. A ciò le Aziende (grandi e piccole) e gli Stati dovrebbero prestare attenzione, poiché dipendenti o cittadini (magari impiegati dei Ministeri ecc) scontenti potrebbero essere l’ elemento scatenante di un processo di emulazione.

La dipendenza della nostra società da internet è molto stretta, e lo sarà sempre di più con le Smart City, l’internet delle cose, il cloud ed i servizi ad hoc. Va dalla finanza, con i mercati telematici e gli scambi HFT vino al commercio passando per attività governative, ne usufruiamo dei vantaggi, ma ne siamo anche oggetto delle vulnerabilità. Problematiche tecnologiche hanno già causato molti danni economici difficilmente quantificabili. Ovviamente il settore bancario e della finanza è quello più a rischio perché utilizza diffusamente internet e sistemi informatici e perché gestisce capitali enormi. Per citare qualche caso, il blocco informatico di qualche ora ai sistemi del Nasdaq ha comportato 150 milioni di dollari di perdita, mentre quello ai sistemi della Goldman Sachs è stato ancora più grave (anche se non si hanno stime precise si parla di 500 milioni di dollari).

Uno stimato amico qualche tempo fa identificava in quella di internet la terza guerra mondiale, evidentemente non si sbagliava affatto.

28/10/2013
Valentino Angeletti
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Ipotesi privatizzazione Rai e rientro capitali

Due punti presenti nella legge di Stabilità e dei quali si sta dibattendo in questo momento sono le dismissioni immobiliari e le privatizzazioni delle società partecipate, finalizzate alla riduzione del debito per un ammontare complessivo per questa prima fase dello 0.5% del PIL (tra gli 8 ed i 9 miliardi di €) ed il rientro dei capitali dall’ estero.

Partendo dalla seconda voce non si tratterebbe di un odioso scudo fiscale, ma di un incentivo al rientro dei capitali per un ammontare stimato di 200 miliardi di €. Di fatto è una sorta di auto-denuncia che consentirebbe agli evasori di riportare in patria i capitali pagando gli interessi e le somme dovute, ma avendo al contempo garanzia di uno sconto sulla sanzione e probabilmente sui procedimenti penali nei quali tale reato dovrebbe far incorrere. Questa è solo una ipotesi, poiché il meccanismo è ancora tutto da discutere e definire all’interno delle aule preposte. Di certo si sa che l’ultimo scudo del 2009, altamente favorevole agli evasori e per somme richieste (solo 5% a fronte di una tassazione ordinaria di quasi il 50%) e per il totale anonimato assicurato, ha riportato in patria solamente 9 degli oltre 60 miliardi calcolati; come se ancora non bastasse i versamenti all’erario sono ad oggi in fase di riscossione e molto probabilmente non verranno mai completamente incassati.
La lotta all’ evasione ed alla stregua del rientro dei capitali indebitamente detenuti all’ estero, nei paradisi fiscali, è un punto fondamentale per il paese, poiché si sta parlando di somme complessive nell’ ordine di centinaia di miliardi di € all’ anno (stime calcolano in 150 miliardi annui il costo dell’evasione). La strada da perseguire è quella di una lotta comune a livello europeo e mondiale perché non ci siano disparità di trattamento e quindi concorrenze sleali nell’ attrazione di capitali. Dal punto di vista italiano la lotta dovrebbe cominciare con la redazione, per la verità in fase di implementazione, di accordi con i vicini Svizzera, Principato di Monaco e Liechtenstein. Nel frattempo è pensabile cercare di recuperare ciò che è già fuggito, ma questa non deve essere un’ operazione poco severa e sbandierata ai quattro venti, poiché i capitali illegali sono vischiosi e veloci nello scomparire. Già dopo le prime illazioni ingenti somme (altrettante lo avevano già fatto in precedenza) avranno sicuramente preso le rotte asiatiche o dei paesi caraibici con la complicità degli istituti di credito che possiedono filiali dislocate in ogni punto strategico e che con i grandi patrimoni sono molto più accomodanti che non con i piccoli risparmiatori o con le piccole imprese. Del resto l’ultima patrimoniale sui conti correnti dei contribuenti, ricchi e poveri, fu fatta la notte tra il sabato e la domenica. Affinché poi la lotta al sommerso sia coerente non si deve consentire che vi sia, anche in caso di identificazione, un vantaggio nel trasferire capitali illegali all’ estero, altrimenti è evidente che il fenomeno continuerà a dilagare: sono necessarie sanzioni pecuniarie più pesanti rispetto all’ ammontare dovuto in caso di regolare dichiarazione ed una componente penale non trascurabile.

Passano alla voce privatizzazione per ridurre il debito, i primi probabili interventi riguarderanno Snam Rete Gas, Terna, Eni, Fincantieri e forse Rai. Per le prime tra società già quotate (come per ENEL e Finmeccanica qualora si volesse valutare una parziale cessione) non vi sono grossi problemi, analogamente Fincantieri potrebbe essere quotata con relativa facilità; in tutti e quattro i casi lo Stato non perderebbe il controllo, cederebbe quote continuando a detenere la maggioranza relativa dell’azionariato.
Il discorso Rai invece è decisamente più complesso sotto vari punti di vista e probabilmente non andrà in porto. Una quotazione, almeno nel breve termine, è difficile, non è certo che la Rai, avendo la struttura di una società pubblica che percepisce un canone e dovrebbe garantire un certo livello di servizio, abbia i requisiti richiesti dalla Consob per una sua collocazione nel mercato azionario; vi sono poi i “no” bipartisan della politica assolutamente contraria a cedere una parte dell’informazione televisiva e radiofonica benché il Ministro Saccomanni abbia garantito che il controllo complessivo rimarrebbe statale.

È “buffo” constatare come nei mesi e nelle settimane scorse, in modo trasversale all’interno di tutti i partiti politici, si sia fatto un gran bel parlare di privatizzazioni, cessioni di asset, attrazione di investitori stranieri, salvo poi minare ulteriormente la nostra credibilità comportandoci in patria in modo diametralmente opposto, ironicamente proprio in contemporanea alla presentazione del piano “Destinazione Italia” a Wall Street ad opera del Premier Letta. Telecom, Alitalia, Ansaldo STS, Ansaldo Energia ed ora Rai ne sono un esempio. Il motivo per cui una modifica alla govenrance della Rai sia forse necessaria risiede negli oltre 200 milioni di € di perdita per l’esercizio 2012, ed i circa 34 stimati (effettivamente molto ridotti grazie al taglio dei costi ed alla lotta all’evasione dell’anacronistico canone) per il 2013, nonostante canone e pubblicità, e nonostante il servizio non sia a volte all’altezza di quanto pagato dal cittadino.

Quella delle privatizzazioni è una mossa sicuramente delicata, soprattutto in settori strategici. Vi sono casi di successo come per ENI, ENEL, Terna e casi di insuccesso, come per Ilva, Alitalia, Telecom. Un elemento imprescindibile è che dietro le privatizzazioni vi sia un disegno strategico ed un piano ben definito e che sia chiaro quale obiettivo si vorrebbe raggiungere da queste cessioni, solamente con l’idea di fare cassa non si possono privatizzare, benché mantenendone il controllo, settori come l’Oil&Gas, l’Energy o la comunicazione/media (non parlo di TLC e collegamenti aerei perché i buoi sono già scappati).
Qualora poi si decidesse di privatizzare il bando dovrebbe essere aperto a tutti i potenziali acquirenti e non un passaggio di quote a prezzo concordato, generalmente sfavorevole allo Stato, a soggetti già ben identificati oppure alla CdP in modo da abbassare artificialmente il debito in bilancio. Se privatizzazione deve essere che sia vera, trasparente ed aperta a soggetti, valutati sotto il profilo dei requisiti, delle competenze e dei bilanci, seri e benintenzionati.

27/10/2013
Valentino Angeletti
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Disoccupazione, la necessità di una nuova base produttiva

Già sapevamo che l’ Italia si trova ai vertici di una poco lusinghiera classifica, quella della disoccupazione, ma ogni volta che ciò viene confermato dai numeri e dagli studi aumenta la consapevolezza di quanto ci sia da cambiare e quanto ci sia da lavorare per imboccare i binari giusti. Da tempo sostengo che la generazione dei 20 – 30 enni sarà quella che dovrà sacrificarsi, senza la speranza legittima di poter vivere meglio dei padri, per riportare a quei livelli il benessere dei loro figli. Questo potrà avvenire solo con il supporto delle istituzioni e dei governi se seriamente convinti ad intraprendere questa via di cambiamento e soltanto se i giovani non sceglieranno di emigrare definitivamente e non siano rassegnati, senza speranza ed ambizioni, attitudine che in un contesto come quello che stiamo attraversando potrebbe anche essere comprensibile.

I numeri riguardo al nostro paese riportano un tasso di disoccupazione complessivo del 12.1%, rispetto ad una media EU 27 del 10.9%, ma decisamente superiore se paragonato alle economie europee mature e con le quali vorremmo confrontarci. In termini assoluti oltre 6 milioni di persone non lavorano pur volendo farlo; di questi. 3.07 milioni sono disoccupati, 2.99 milioni non cercano neppure o perché scoraggiati o perché al momento non possono lavorare per propri motivi.

Puntando l’attenzione sugli scoraggiati, essi sono 1.3 milioni, tantissimi. Un paese civile, industrializzato e moderno non dovrebbe consentire che vi sia scoraggiamento rispetto alla ricerca di un diritto fondamentale che è presente nel primo articolo della Costituzione, questo segnale è già di per sé assai pericoloso. La rassegnazione deriva da vari motivi, che possono essere il sistema ingessato, l’assenza di meritocrazia, la base clientelare di alcune situazioni, il fatto che neppure l’istruzione di alto livello consenta una scalata sociale ed incrementi le opportunità di lavoro, la laurea infatti offre ormai meno possibilità di un diploma ed alcune lauree decisamente importanti, tanto più in una culla della cultura com’è l’Italia, sono addirittura definite inutili. Mossi dai medesimi sentimenti vi sono i NEET (Not Employed Educated and Trained) cioè coloro che non lavorano, non hanno educazione né si stanno formando professionalmente, si tratta di inattivi, che in Italia raggiungono il 36.6% contro un 26.4% della EU 27. Queste persone sono collocate nella fascia di età 15-64 anni e rappresentano una situazione da debellare attraverso politiche specifiche che non saranno sicuramente di breve termine, ma che devono cominciare ad essere implementate immediatamente.

Le riforme fatte fino ad ora non hanno portato effetti immediati, un po’ perché non sufficientemente incisive, un po’ perché per rilanciare il mercato del lavoro serve incrementare la domanda e quindi il potere d’ acquisto. Da solo il cuneo fiscale, soprattutto nei termini in cui è stato affrontato, è insufficiente. Entro fine anno per rispettare quanto concordato a Bruxelles dovremo impiegare circa 1.5 miliardi di fondi EU proprio per favorire l’ occupazione, la speranza è che se ne vedano i risultati embrionali quanto prima.

Un altro dato interessante è relativo at tipo di istruzione che i ragazzi intraprendono. Se una volta gli istituti tecnici erano i più gettonati, nel 2013 hanno attratto solo 21’000 iscrizioni contro le 46’000 degli istituti alberghieri.
Il calo degli iscritti agli ITIS ed IPISA è probabile che sia dovuto alla crisi della manifattura, ai numerosi casi di cassa integrazione, alle chiusure di intere aziende e distretti industriali ed alla delocalizzazione che stanno portando, a cominciare dalle regioni del Mezzogiorno, ad una vera desertificazione industriale. L’ incremento della richiesta per gli istituti alberghieri può essere letto come un tentativo dei giovani, spinti forse anche da genitori e mass media, di ricollocarsi nel mondo del lavoro, andando ad incontrare quelle che sono le forze del Made in Italy; la ristorazione e l’enogastronomia di qualità, così come il turismo d’elite, sono senz’altro volani fondamentali (alcuni addurrebbero questo fenomeno di incremento nelle scuole alberghiere alle numerose serie tv e programmi televisivi che puntano sulla cucina, ma sinceramente non credo a tal teoria).

Questo processo di riallocazione è indubbiamente intelligente e dimostra come lentamente il tessuto produttivo italiano potrebbe cambiare. L’ Italia deve puntare sulle sue eccellenze per rilanciare l’export, la produzione, i consumi e creare dunque posti di lavoro. Le produzioni dovranno essere ad altissimo valore aggiunto, quindi per quel che riguarda l’industria è comprensibile che vi sia una minore necessità di manodopera generica in favore di figure di più alto profilo, tecnici specializzati, ingegneri, progettisti e specialisti di macchinari che saranno impiegati in industrie di componentistica di nicchia e meccanica di precisione, che non competeranno sui prezzi, ma sulla qualità. In tal scenario il numero complessivo degli impiegati del settore rispetto al passato potrebbe essere inferiore, ma con alle spalle un sistema scolastico e formativo che li avvicini al mondo del lavoro. Assieme alla manifattura ad alto valore aggiunto gli altri settori su cui puntare sono il lusso, l’agroalimentare, il turismo e la moda i quali necessiteranno di una filiera e di una struttura distributiva, pubblicitaria e comunicativa, non ultima in forma digitale, tali da renderli altamente visibili ed appetibili anche all’estero. Si aggiunge poi la filiera del risparmio energetico e della riqualificazione edile verso criteri di eco compatibilità ed efficienza delle quali in paese ha necessità.

Se l’investimento dei giovani nel settore alberghiero, ma anche in quello agricolo, fosse mosso dall’ idea di una nuova economia, sarebbe senza dubbio un segno positivo.
Al momento dove mancano segnali positivi di ristrutturazione del settore produttivo trainante è nella politica. Troppo spesso sembra che si voglia continuare a seguire un modello industriale che non può essere competitivo, soprattutto nei confronti dei paesi a bassa manodopera ed avendo un Euro eccessivamente apprezzato. I meccanismi di contributo alla disoccupazione e cassa integrazione non tengono conto che la maggior parte delle aziende chiuse ed alcuni settori che hanno delocalizzato in massa (Elettrolux è l’ultimo esempio) non si riprenderanno più e che sarebbero dunque necessari meccanismi, ad esempio alla tedesca, di riallocazione dei lavoratori, riqualificandoli verso settori produttivi più profittevoli.
Infine da valorizzare ci sono le start-up, generalmente nel settore dei servizi , che fanno altissimo uso delle tecnologie digitali per sviluppare il loro business.
La politica dovrebbe quindi comprendere la necessità di cambiamento economico, abbattere rapidamente le barriere burocratiche e le macro lacune, come il costo dell’energia o l’accesso alla banda larga (oltre 30 Mbit), che tarpano letteralmente le ali al settore produttivo, e cominciare fin da ora a compiere riforme che nel lungo termine porteranno ad un nuovo modello di crescita più consono alle nostre caratteristiche ed a quelle che il mondo globale sta assumendo.

27/10/2013
Valentino Angeletti
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Le inezie e la realtà

Dopo la stesura della quasi definitiva legge di stabilità la discussione politica si è nuovamente spostata su problemi più lontani dalle priorità del paese e da quanto chiede la società e l’economia per provare a ripartire.

Lo scontro riguardo all’ imposta sugli immobili, che sarebbe integrata in quella ventura sui servizi indivisibili, torna in auge causando inevitabilmente attriti, tra coloro che sostengono che nella nuova Legge di Stabilità non esisterebbe una tassa equiparabile all’IMU e coloro che ne azzardano invece quantificazioni.
Nella nuova imposta sui servizi effettivamente sarà presente una componente legata alla proprietà dell’immobile, che verrà spalmata anche sugli affittuari (cosa che non piacerà a Bruxelles) e che sarà variabile a seconda dei comuni di residenza, i quali, spesso in difficoltà economica, probabilmente non potranno fare altrimenti se non applicare l’aliquota massima. Allo stato delle cose, prescindendo dal nome che gli si vorrà attribuire, una tassazione sulla proprietà immobiliare rimane, come rimarrà sostanzialmente invariata l’ IMU sulle seconde, terze ed ulteriori case, sugli immobili di lusso (anche se l’attuale catasto è molto deficitario) e sui capannoni industriali, negozi ed immobili adibiti ad attività produttive (una contraddizione in un’ economia che si vorrebbe far ripartire e nella quale le imprese, soprattutto PMI, soffrono enormemente). Altro paradosso è che, essendo venuta meno l’esenzione al di sotto dei 200€ e gli sgravi per i figli a carico, a risentire maggiormente (in termini percentuali) della nuova imposta saranno gli immobili più popolari rispetto a quelli più prestigiosi.

Quella dell’ IMU è risultata una “promessa” propagandistica e di sicuro effetto, considerata la sensibilità di molti italiani per la tassazione sugli immobili, però nei fatti disattesa perché sulle prime case una componente per il loro possesso si continuerà a pagare e coinvolgerà anche gli inquilini che sfortunatamente una proprietà non ce l’hanno, è poi rimasta per le seconde/terze case, per gli immobili di lusso e per quelli produttivi ed in più è costata la critica di Bruxelles che consiglia di spostare la tassazione sul patrimonio (dunque anche quello immobiliare che a conti fatti continua ad esistere, per ora in maniera nascosta anche agli occhi della EU) e sui consumi.

Oltre alla diatriba sulle nuove imposte e sul saldo complessivo della Legge di Stabilità, alla ricerca di chi ci guadagna e chi ci rimette in una spirale che porta ad una guerra tra poveri (generazionale e sociale), vi è la scissione di 24 membri del PDL dalla linea del partito, la votazione, palese o meno, sulla decadenza di Berlusconi, il rinvio a giudizio dello Stesso da parte del tribunale di Napoli, la corsa alle primarie ed al congresso del PD, ed infine la nomina di Rosi Bindi a presidente della commissione antimafia che ha fatto infuriare il PDL.

Queste problematiche sono mediamente importanti in situazioni di calma, una inezia se si esamina lo stato del paese: un paese che deve rinascere e che invece sta arrancando e sprofondando.

Sulla Legge di Stabilità sì è discusso molto per inserire il taglio del cuneo fiscale, che, detta in modo impreciso, consentirà un incremento di 14 € mensili in alcune buste paga. Si tratta di un’ altra inezia.

L’Italia, il cui debito pubblico oltre il 133% del PIL è secondo solo alla Grecia, sta subendo una drammatica deindustrializzazione che sfiora la desertificazione industriale. Industrie grandi e piccole chiudono per fallimento oppure emigrano verso altri paesi, anche più avanzati del nostro ma più semplici per burocrazia. Interi settori e distretti industriali stanno svanendo ed il destino per una attività che chiude è quello di non riaprire mai più. Tutto ciò comporta ulteriori costi sociali che sono quelli della cassa integrazione e dei sussidi di disoccupazione che hanno ancora una struttura statica e non consentono la riqualificazione ed il reimpiego del lavoratore verso un modello di economia ed industria che nel nostro paese deve necessariamente cambiare. Questi dati per quel che riguarda il sud sono certificati dal rapporto SVIMEZ che denuncia il ritorno per le regioni del Mezzogiorno a tassi di emigrazione, una vera fuga di cervelli in sola andata, pari a quelli del dopo guerra, una perdita di 10 punti percentuali di PIL in 5 anni ed una povertà diffusa non degna di un paese civile, così come il livello dei servizi.

Passando poi alle singole aziende e persone la situazione è altrettanto drammatica. Molte delle imprese che non evadono il fisco stentano a sopravvivere poiché il carico fiscale e la burocrazia le distruggono. Si salvano solo le aziende che fanno dell’export il loro core business e questo è un segnale che nel nuovo disegno economico italiano dovrà essere considerato.
Le persone stipendiate hanno subito decurtazioni dello stipendio notevoli. Per quanto riguarda i dipendenti pubblici il mancato rinnovo contrattuale ed il taglio dell’indennità di vacanza contrattuale (circa 17€ al mese) hanno comportato una perdita negli ultimi 5 anni che oscilla tra i 4’500€ ed gli oltre 21’000€ a seconda dell’inquadramento (una perdita complessiva che va dal 10.5 al 14.5% in dipendenza da quanto si protrarrà il blocco contrattuale). Analoga situazione è riservata ai dipendenti del settore privato.
Per i pensionati continuerà il taglio delle rivalutazioni (per pensioni sopra 3 volte il minimo, circa 1’400€ lordi mensili), e saranno considerate pensioni d’oro, alla pari, importi netti mensili che vanno dai 2’000€ (appena sufficienti al sostentamento di una famiglia in una città media) fino ad oltre 25’000€, lo squilibrio è lapalissiano.
Complessivamente nell’ arco di 5 anni la decurtazione per statali e pensionati sarà tra le 3 e le 4 mensilità.
Infine la legge di Stabilità sarà composta da nuove entrate per 7.2 miliardi di € e da minori spese per 4.2 miliardi di €, quindi la direzione è già dettata.

Alla luce di questi numeri e considerando come il rilancio del potere d’acquisto sia da tutti definito imprescindibile è evidente come la discussione sui 14 € e sulle potenzialità anche nel medio termine di tutto ciò su cui si sta dibattendo siano inezie.

La realtà è che tutto il potere d’acquisto perduto e tutta la liquidità sottratta all’ economia e messa al servizio della “inefficiente macchina burocratica” potranno essere recuperati in decine di anni, sicuramente non prima. I provvedimenti mirati ad aggiungere qualche decina di euro ai salari di alcuni, a fronte di continui tagli (nel 2014 vi sarà anche il passaggio, retroattivo per 2013, dal 19 al 18% delle detrazione, per arrivare nel 2015 al 17%, contrariamente a quanto accade in altri stati dove le detrazioni su alcuni servizi mediamente aumentano andando a rendere meno appetibile l’evasione fiscale) sono drasticamente insufficienti ed ora la sussistenza di tanti è dovuta solamente al risparmio privato dei genitori tipico della nostra società, ma che si sta depauperando. Le generazioni tra i 20 – 30 anni non potranno pensare di vivere come hanno vissuto i genitori, e già questa è una sconfitta; se, e non è né scontato né semplice, lavoreranno bene e saranno supportati dalla politica e dalle istituzioni, potranno gettare le basi per riportare le generazioni future a condizione equiparabili a quelle dei padri.

È evidente che l’immagine è di un paese veramente in difficoltà, quasi allo stremo, che non offre possibilità e prospettive a giovani e meno giovani, né da loro speranza. Il potenziale di crescita esisterebbe e sarebbe di buon livello ma solo a condizione di voler accettare e partecipare al cambiamento.

Lavorare strenuamente per rispettare tutti i parametri imposti dall’ Europa (ed in certi casi anche auto inflitti) è importante per credibilità, affidabilità ed autorevolezza, ma se, sia a livello nazionale che comunitario, si continua ad agire ciecamente si corre il rischio di avere un involucro esterno perfetto, ma un contenuto scadente, come un junk food a cui fosse stata modificata la data di scadenza, l’etichetta degli ingredienti e quella dei valori nutrizionali.

23/10/2013
Valentino Angeletti
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Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow

Apposta vi era la firma di Mario Draghi, Presidente della ECB, si trattava di una lettera rivolta alla Commissione di Bruxelles dal carattere riservato. Il “manoscritto” esprimeva le preoccupazioni del Presidente nei confronti della situazione finanziaria del sistema bancario europeo in particolare in relazione al processo di Unione Bancaria che prevede una serie di stress test a partire dal prossimo anno.
Il timore di Draghi è che dagli stress test emerga che la capitalizzazione degli istituti sia insufficiente a far fronte agli impegni sottoscritti ed al loro indebitamento.
Gli stress test riguarderanno circa 150 banche europee, le principali, di cui 13 italiane.

Già a partire del 2007/08, immediatamente dopo il crack Lehman Brothers, si sono susseguiti interventi di stato per salvare istituti di credito mal gestiti: le banche irlandesi hanno devastato l’economia del paese ora in ripresa (sono ricominciate le emissioni di bond), la britannica RBS è stata nazionalizzata, aiuti di stato sono stati indispensabili alla franco belga Dexia così come all’ iberica Bankia e le crisi greca e cipriota non hanno risparmiato gli istituti dei due paesi.

Alcune stime affermano che l’ ammontare complessivo necessario per mettere al riparo il sistema bancario europeo oscilla tra i 25 ed i 55 miliardi di € a seconda dei metodi di calcolo utilizzati. Le banche più esposte sarebbero quelle tedesche a cominciare dai colossi Commerzbank e Deutsche Bank seguite dagli istituti italiani. Riguardo alla Germania andrebbe poi detto che esiste una moltitudine di banche locali, le landsbank, paragonabili alle nostre Banche di Credito Cooperativo, particolarmente propense all’ uso di derivati e leverage e che, dopo l’allagamento delle maglie dei criteri di Basilea (dal tempismo piuttosto sospetto), non rientrerebbero, poiché troppo piccole, tra quelle messe sotto controllo; nonostante ciò per la loro dimensione, il loro portfolio e la loro numerosità in caso di problemi di solvibilità il sistema finanziario tedesco ed a catena quello europeo verrebbe messo a rischio. Sempre in Germania la Commerzbank pare (questi dati sono sempre molto segreti e difficili da reperire) usi un leverage di circa 30x mentre Deutsche Bank di circa 40x con una esposizione complessiva (noti e non) ai derivati di poco oltre i 55’000 miliardi di € (contro un PIL tedesco di circa 2’700 miliardi di €).

Per il Ministro Saccomanni lo scenario bancario italiano non ha di che temere, ma secondo uno studio della Goldman Sachs la MPS sarebbe la banca più a rischio di tutta Europa. Inoltre gran parte del flottante immobiliare italiano è in mano alle banche, le quali contabilizzano nei loro bilanci questi assets con valori ipotetici e decisamente fuori mercato non considerando l’attuale potere d’acquisto dei privati (ciò è una delle cause per le quali i prezzi delle case nel nostro paese non sono crollati e quindi anche dello stagnamento del mercato immobiliare) e che gli eventuali ispettori europei potrebbero imporre di rivalutarli, ovviamente al ribasso.

È probabile che la causa prima dell’ eventuale sotto-capitalizzazione bancaria sia da cercare nel diffuso utilizzo di derivati, che secondo uno degli “inventori”, Lawrence Summers, avrebbero dovuto essere utilizzati solo da pochi esperti vista la loro complessità. Essi in realtà vengono utilizzati come una sorta di garanzia per incapsulare o cartolarizzare mutui e prestiti e reimmetterli nel mercato nascondendoli dal bilancio così da poter continuare a concedere credito, che in situazioni normali non può superare un certo rapporto in relazione alla patrimonializzazione dalla banca (Tier 1). Con questo espediente il leverage e quindi il rischio di esposizione della banca aumenta, ma non in modo ufficiale e documentato. Tutto il meccanismo ovviamente impiega il denaro dei risparmiatori ai quali spesso sono proposti simili prodotti che paradossalmente potrebbero contenere anche il mutuo da loro stessi contratto, che, in parole molto semplici, verrebbe pagato due volte.

Le misure per bilanciare l’esposizione bancaria e senza l’aiuto di stato, come prevedono le recenti norme europee che pongono gli azionisti e poi gli obbligazionisti al primo posto tra coloro che dovrebbero accollarsi eventuali perdite, mettono ansia ai vertici della ECB. L’insolvenza nei confronti di azionisti ed obbligazionisti, piccoli e grandi, Stati sovrani, altre banche, regioni e comuni inclusi, costringerebbero nuovamente in ginocchio tutta l’Europa, vanificando il poco fatto fino ad ora. Il problema è molto complesso e Draghi forse sta temendo che il processo di Unificazione e Controllo Bancario possa avere l’effetto contrario rispetto alla stabilità finanziaria europea che si prefiggeva e che sia ancora presto per un simile provvedimento, o forse sta pensando che il motto secondo cui le “banche non falliscono” sia da rivedere dalle fondamenta.

Certo è che per il futuro è necessario porre un freno all’ uso di derivati e shadow banking, cercare di regolamentare anche quei mercati ora fuori controllo, ma soprattutto tornare a segregare le banche commerciali da quelle di investimento e d’affari. Questa commistione ha già fatto troppi danni, tranne che ad alcune banche perché, detto in modo delicato che non troppo si si addice alle cruente immagini di squali, sangue, tori e orsi della finanza, se tanti perdono ne consegue che pochi guadagnano e tanto.

Citando le parole, forse leggendarie ma d’ effetto, attribuite ad un trader londinese:
“Se ti siedi ad un tavolo per trattare di derivati e non sai chi è il pollo, insospettisciti perché è altamente probabile che il pollo sia tu”.

Per approfondimenti:
Stralcio lettera Draghi, La Repubblica
Stress test bancari, Linkiesta

19/10/2013
Valentino Angeletti
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Una stabilità senza infamia né lode e l’opportunità cinese per l’Europa

Tutti contenti, o meglio, tutti scontenti. La legge di stabilità appena spedita a Bruxelles e che comunque dovrà essere rivista in Parlamento è il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto che dir si voglia. Non sono soddisfatti coloro che, molto pessimisticamente, pronosticavano tagli alla sanità e pesanti aumenti delle imposte e non sono accontentati neppure coloro che invece propendevano per qualche azione di maggiore incisività, principalmente sul fronte del cuneo fiscale.

I poco meno di 4 miliardi all’anno per 3 anni (per un totale di 11.6 miliardi nel triennio) non sembrano consentire quella spinta, quella rottura, necessaria al cambio di marcia. Di sicuro è stata una manovra fatta con il bilancino, con un occhio a Bruxelles ed ai parametri del debito (che ad agosto è diminuito per la prima volta dopo molto tempo di 13.9 miliardi attestandosi a 2’060 miliardi di €) e del rapporto deficit/PIL, da mantenere sotto il 3% che non ci consentono troppi margini, e con l’altro occhio che guarda a non proporre provvedimenti troppo impopolari e pesanti in un clima sociale già molto teso. Il premier Letta, da Washington pare abbia ammonito le richieste di sindacati e Confindustria dicendo che se avessero avuto proposte valide avrebbero dovuto farsi avanti, per farle valutare nelle apposite sedi.

Il saldo finale della legge di stabilità è più o meno in pari. Se da un lato il cuneo fiscale consente entrate mensili nelle tasche di alcuni cittadini fino ad un massimo di 14 € al mese, che difficilmente saranno percepite e modificheranno le abitudini al consumo, e 600 €/anno in più per le aziende, somma ugualmente insufficiente, dall’altro lato si hanno riduzioni di alcune detrazioni e viene reintrodotta l’imposta di bollo sul deposito titoli. È stata riproposto il contributo di solidarietà per le pensioni d’oro, che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale, costringendo lo Stato a ridare indietro il mal torto, ma che, secondo il Sottosegretario Carlo Dell’Aringa, stavolta ha i requisiti per poter essere applicato senza contestazioni. Il gettito che prima proveniva dall’IMU è stato inglobato assieme ai servizi indivisibili come illuminazione pubblica e spazzatura, in sostanza è stato distribuito in modo leggermente differente e su una platea più ampia: pagheranno un po’ di meno di prima i possessori di prima casa, ed un po’ di più i possessori di seconde ed ulteriori abitazioni, gli “sfortunati” proprietari delle poche (rispetto al totale) case accatastate come immobili di pregio o di lusso e gli affittuari che sono andati cosi ad ampliare la platea dei paganti (una parte, variabile a seconda del comune di residenza, della vecchia IMU sarà anche a loro carico).
Gli straordinari dei dipendenti pubblici sono stati oggetto di detassazione, purtroppo però è dell’Esecutivo Monti che hanno subito un taglio quindi pochi saranno i beneficiari dello sgravio, i dipendenti pubblici e pensionati hanno inoltre subito il blocco contrattuale e dell’adeguamento salariale (totale per le pensioni sopra i 3’000 € lordi ed proporzionale, 90% – 75% – 50%, per importi inferiori). Se a tutto ciò si aggiunge l’ IVA incrementata di un punto percentuale dal 1° ottobre, quindi precedente alla legge di stabilità,allora abbiamo che il saldo diviene effettivamente negativo, senza considerare le indiscrezioni di alcuni giornali secondo i quali starebbero lavorando ad un aumento delle accise sui tabacchi.

Ovviamente vi sono anche aspetti positivi come il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, che però evidente mente non è più sostenibile ed andrebbe sostituita con forme di incentivazione per il reimpiego e riconversione dei lavoratori, con la consapevolezza che tante aziende perse in questa crisi non riapriranno più; la social card; il fondo per la non autosufficienza; la trasformazione dei contratti da tempo determinato ad indeterminato. Interessanti poi sono le misure di incentivazione alle aziende che investono in innovazione ed assumono giovani, ma da capire l’entità e le modalità di questo intervento, come il rientro di capitali dall’estero e dai paradisi fiscali, accompagnato dagli accordi con la Svizzera in materia fiscale, che non devono essere il tipico condono a vantaggio di coloro che hanno commesso un delitto odioso ed ai danni di tutta la società. Brunetta riguardo al rientro ha detto che non si può applicare una penalizzazione troppo bassa, ma neppure troppo alta poiché altrimenti i capitali “volerebbero via”…. un ragionamento simile sarebbe l’ennesima beffa per gli onesti e per tutti gli imprenditori che per il fisco sono falliti o che hanno sempre assolto i propri obblighi erariali così come per gli stipendiati che hanno visto il proprio potere d’acquisto eroso enormemente (il 25% delle famiglie italiane non arriva a fine mese e deve attingere ai risparmi, se presenti, a parenti, amici o al sociale).

La manovra ha voluto rispettare principalmente vincoli europei e non consentirà le grandi svolte che servirebbero e che abbisognerebbero di molte più risorse (circa 100 miliardi secondo la Confindustria). Per un cambio radicale di rotta non c’è dubbio che oltre all’impegno dei singoli Stati c’è bisogno di una regia europea che non si limiti all’analisi dei parametri, ma sia più lungimirante con l’appoggio degli Paesi Membri.

Se la situazione non verrà affrontata in modo differente, più sinergico e consentendo più investimenti per lo sviluppo e la crescita l’ipotesi paventata e poi smentita dall’ IMF di una “mega patrimoniale lineare” (e per questo decisamente ingiusta) potrebbe essere realmente l’ultima spiaggia in particolare per il nostro paese, dove le banche ed in parte lo Stato hanno compreso che la finanza è utile, ma rischiosa. Il sistema finanziario adottato fino ad ora, basato su molta moneta virtuale ma di fatto non esistente (il rapporto tra denaro reale e denaro virtuale, su mercati regolamentati o meno, è 1:14 cioè ogni $ reale ve ne sono 14 virtuali) funziona e si autoalimenta in modo perverso se c’è fiducia e non paura, in caso di problemi il rischio è che in molti corrano a mettere al sicuro in forme differenti i propri capitali i quali non sono sufficienti, poiché appunto virtuali, a coprire tutte le richieste; è un po’ come se un giorno più della metà delle auto italiane facessero un incidente e le assicurazioni dovessero risarcire, le RCA fallirebbero non avendo fondi sufficienti. Il timore è che per mettere una toppa a questa deriva si stia cercando capitale reale e che nel nostro paese si voglia far leva sul patrimonio privato sopra la media europea, impoverendolo ed inducendo pian piano la popolazione ad adottare un modello più anglosassone basato sull’indebitamento privato (in Italia ancora basso), sui prestiti, sulle carte di credito revolving ed amenità simili che sono state alla base delle ultime crisi finanziarie, andando pericolosamente ad alimentare di altra linfa il sistema bancario che dovrebbe essere più al servizio dell’economia e più controllato nell’operatività a coni soldi dei risparmiatori.

L’ Unione Europea in questo momento potrebbe approfittare di ciò che è successo negli USA. Lo shutdown ed il default appena scongiurato, o meglio, rimandato a gennaio, ha messo in allerta la Cina, grande creditrice degli Stati Uniti. Le autorità cinesi hanno dichiarato di essere stati spaventati dagli eventi e di non nutrire più una solida fiducia né negli USA né nel Dollaro come moneta di riferimento per gli scambi commerciali. Questa potrebbe essere una grande occasione per l’Europa di intercettare il capitale dell’estremo oriente dirottandolo nei circuiti economici europei e di fatto proponendo l’ Euro come moneta dominante.

16/10/2013
Valentino Angeletti
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Problema carceri di chirurgica precisione

L’ultimo motivo di tensioni e scontri nello scenario politico italiano è il dibattito sull’ amnistia e l’indulto. Le opinioni delle varie parti politiche, ovviamente discordi all’ interno del PD,  ormai si conoscono, tanto ce le stanno proponendo sui giornali ed in TV. Tutti sappiamo che il Presidente della Repubblica dopo la sua ultima visita in alcune carceri si sia espresso totalmente a favore dei provvedimenti, da espletare in modo urgentissimo.

Quello dei carcerati è un problema grave e annoso, che costa sanzioni a livello europeo ed una bruttissima figura in tutto il mondo poiché tali condizioni di sovraffollamento ed igienico sanitarie non sono ammissibili in un paese civile. Questa situazione non è affatto nuova, perdura da anni, per essere risolta necessita di una riforma profonda in materia di carcerazione e giustizia (tra cui anche il reato di clandestinità per essere concreti) ed è un capo saldo dei programmi dei Radicali Italiani e del Ministro degli Affari Esteri Emma Bonino, ma finora è sempre stata messa in secondo piano.

A prescindere se potrà essere applicata ai reati finanziari e di frode, cosa mai accaduta secondo la Cancellieri, quindi in sostanza a Berlusconi, il quale ha già beneficiato dell’ indulto su due anni di condanna, ad insospettire è la precisioni chirurgica, immediatamente dopo l’inaspettato voto di fiducia al Governo, con la quale viene proposta alla collettività attraverso una imponente campagna comunicativa, sapendo ovviamente che avrebbe spostato il dibattito sul solito Cavaliere, all’ insegna del giustissimo motto che non possono esistere leggi “ad personam” ma neppure “contra personam” e distogliendo attenzione ed impegno da ben altri e più concreti problemi.

Sembrerebbe quasi un “do ut des” (che fa leva su un grave e reale problema e per ciò ancor più di cattivo gusto), ovviamente non scontato e certo, un tentativo, una possibilità, una porta lasciata aperta poi si vedrà, ma che avrebbe sollevato polemiche, prese di posizione, ritardi, scontri, animato i sentimenti di una certa opinione pubblica, cosa effettivamente verificatasi.

La domanda che sorge è: “non ci si poteva pensare prima” ??

Un vecchio saggio di poca memoria e di grandi archivi, che spesso aveva ragione, diceva che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si prende…..

14/10/2013
Valentino Angeletti
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Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Dagli USA il presidente della ECB Mario Draghi, in visita per vari impegni istituzionali tra Washington e New York, ribadisce a gran voce l’importanza e la necessità di un’ Europa unita e sinergica dove vengano abbandonati i particolarismi e non si tema di perdere la propria sovranità nazionale. Le parole di Draghi sono senza dubbio quelle condivise dalla maggior parte delle forze politiche europee e da buona parte dei cittadini. Vi sono però elementi che stanno riportando in auge movimenti estremisti o quanto meno anti europeisti. Dopo Alba Dorata in Grecia, il partito di estrema destra norvegese, l’ UKIP britannico, a diventare uno dei primi se non il primo partito in Francia è il Fronte Nazionale di Marine Le Pen dichiaratamente di destra e dalla vocazione anti europea.

In Italia è il M5S ad essere tornato ad attirare consensi, grazie in parte alle indecisioni degli “avversari” ed in parte alla modifica della propria strategia, che da movimento di protesta lo sta trasformando in un vero e proprio partito politico alla ricerca di consensi e che strizza l’occhio ai delusi di centro destra sfruttando in modo molto preciso le ultime divisioni attorno al voto di fiducia al Governo Letta. Le posizioni del M5S in merito alla legge Bossi Fini, al tema dell’ abolizione del reato di immigrazione clandestina, al totale rifiuto rispetto all’ indulto o all’ amnistia, lasciano evincere la volontà del leader di attrarre sempre maggiori consensi attraverso idee dalla connotazione politica e che non sono più mosse dalla protesta, come in partenza, ma sembrerebbero essere frutto di un piano più mirato. A conferma di questo atteggiamento vi è anche una delle ultime esternazioni del Leader penta-stellato che a proposito della necessità di abbassare il debito, poiché a causa dell’ammontare del debito sovrano, secondo lui, lo spread dovrebbe schizzare alle stelle e se ciò non avviene è solo per l’ artificio della ECB, conferma l’ idea di rinegoziare il debito stesso (che in altre parole vorrebbe dire sostanzialmente default controllato e durante i quali a farne le spese sono sempre stati i piccoli risparmiatori), ma affianca anche l’ipotesi degli euro-bond, idea comune a molti partiti tradizionali ed in grado di raccogliere consensi anche tra i più moderati.

Questa rinvigorita corrente anti europeista deriva senza dubbio dalla percezione del cittadino comune che non si stia reagendo alla velocità giusta e che, nonostante idee interessanti e potenzialmente vincenti, non si abbia la capacità di implementarle in modo rapido ed efficace. I dati non danno torto a questa scuola di pensiero: la disoccupazione cresce costantemente, oggi l’ ILO ha trasmesso il dato dello studio sull’ occupazione mondiale secondo il quale i disoccupati nel mondo sono oggi 202 milioni, 73 dei quali sono giovani, con la crisi è cresciuto di 32 milioni numero di senza lavoro in 5 anni ed il livello pre crisi è ancora lontano. Le grandi riforme europee come l’ unione ed il controllo centralizzato delle banche e dei loro bilanci (decisamente temuto dalla grandi e piccole banche tedesche e del nord Europa a causa della loro propensione al leverage grazie agli strumenti derivati) , menzionata da Draghi anche dagli Stati Uniti, la lotta congiunta all’ evasione ed all’ elusione fiscale, il mercato dell’energia ed il problema della sovrapproduzione, l’uniformazione della tassazione, le misure a sostegno dell’occupazione, l’armonizzazione dei tassi di prestito bancario tra i vari stati membri, non decollano. A ciò si aggiunge la richiesta di rigore ed il rispetto di rigidi vincoli di bilancio (rapporto deficit/PIL e fiscal compact) e l’impossibilità della ECB di poter agire stampando moneta ed attuando una svalutazione competitiva a sostegno degli investimenti necessari per la crescita. Esiste l’ OMT ma di fatto è stato utilizzato poco, solo in casi di emergenza ed è sotto processo dopo l’accusa di incostituzionalità da parte della Bundesbank al tribunale di Karlsruhe.

Sul fronte italiano vari imprevisti di volta in volta rallentano l’ Esecutivo: il caso Mediaset; l’agibilità politica; il voto di fiducia; le lotte intestine per la leadership di partito; gli scontri su temi marginali rispetto ai problemi globali (IMU ed IVA in primis) ed ora l’ indulto/amnistia. Le manovre messe in atto non sembrano poter dare i frutti sperati ed anche ove si è agito di comune accordo, come per il cuneo fiscale (link ad articolo), è mancata l’incisività necessaria (ma ci sarebbe ancora il tempo di rimediare). Ciò che inizialmente era stato definito prioritario, come una nuova legge elettorale è ancora un miraggio. Lo spostamento della tassazione, seguendo le direttive europee ribadite negli USA da Draghi, verso i consumi ed i patrimoni, non sono state recepite. La tassazione sui consumi come l’IVA non porta, considerando i livelli italiani di tassazione, benefici, di contro rischia di essere controproducente. L’idea di nuove aliquote presentata da Letta è buona come principio, ma non se l’intenzione è quella di far passare dal 4 al 7% tutti i beni di prima necessità, tipicamente alimentari, che andranno a colpire principalmente i meno abbienti riducendone di fatto i consumi (cosa che sta accadendo sistematicamente). Secondo la costituzione e secondo l’Europa, la tassazione deve essere progressiva ed a questo punto pensare ad una patrimoniale progressiva e strutturata in modo equo (considerando l’altissimo indice GINI che affligge il nostro paese) non sarebbe una idea balzana, l’ IMF e Bruxelles hanno ribadito all’ Italia di non aver apprezzato il taglio totale sull’ IMU e che quelle entrate dovranno essere rastrellate da altre parti. Il rapporto deficit/pil del paese è costato altri 1.6 miliardi, la manovrina di fine anno, queste risorse dovrebbero provenire da dismissioni di immobili statali alla CdP (che dovrà poi provvedere a venderli sul mercato, altrimenti si tratterebbe solo del gioco delle tre carte), e da tagli ai ministeri ed alla spesa, anch’ essi menzionati da Draghi.

Detto ciò è abbastanza comprensibile che le derive anti europee prendano piede, le persone che affrontano ogni giorno le spese per il sostentamento, pagano l’ affitto o il mutuo e si devono curare, non possono attendere la soluzione ogni volta del nuovo problema istituzionale e fintamente prioritario.

A ciò si aggiunge anche il rallentamento delle economie emergenti per il calo dei consumi nei paesi industrializzati e la “bomba” dello shutdown degli Stati Uniti, che rischia veramente di essere un uragano economico a livello mondiale e testimonia che troppo spesso politica ed economia finanziaria sono scollegati dalle reali necessità dei popoli. La Cina, grande creditrice degli USA, ha già mostrato le proprie paure e l’economia globale difficilmente potrebbe sopportare un default statunitense, che probabilmente alla fine non avverrà, ma che sta costando tanto in termini di perdite economiche ed occupazionali.

Una parte della soluzione ad una situazione così complessa risiede sicuramente in una più unita, rapida ed incisiva politica europea, consentendo agli stati membri investimenti produttivi senza peccare di eccesso di rigidità a parametri numerici (l’applicazione della golden rule a certi investimenti sembra irrinunciabile), in una cessione parziale di sovranità nazionale all’ Unione. Da parte di Bruxelles poi dovrebbero essere valutate politiche monetarie ancora più accomodanti sfruttando magari il tapering degli USA, che progressivamente avverrà nei prossimi mesi e con il quale dovrà vedersela la futura presidente della Fed Yellen, per dirottare verso l’Europa nuovi capitali che probabilmente fuggiranno dagli Stati Uniti.
A livello nazionale invece la rapidità e la risolutezza nel prendere provvedimenti importanti ed incisivi (tagliare spese, incentivare l’occupazione, pensare a proposte fino ad ora sempre taciute come una piccola patrimoniale sui grandi patrimoni immobiliari e mobiliari, sostenere le aziende e la busta paga dei lavoratori), un approccio del Governo più Win-Win, ed una autorevolezza nel chiarire la nostra posizione e nel fare richieste di fronte all’ Europa si rendono necessari. Da ricordare che a luglio inizierà il semestre europeo presieduto dall’ Italia e che il prossimo anno ci saranno le elezioni europee.

Fermo restando che tanti progetti sia nazionali che europei (da Destinazione Italia all’ unione bancaria, passando per la lotta alla disoccupazione giovanile ed per una politica energetica di lungo di lungo termine e comune) sono validi e promettenti, adesso il tiranno con il quale devono fare i conti sia Europa che USA è il tempo di implementazione ed azione, necessariamente da ridurre al minimo.

12/10/2013
Valentino Angeletti
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Entrate tributarie: una chiave di lettura per individuare alcune azioni

Ieri sono stati diramati dal MEF (Ministero Economia e Finanza) alcuni dati relativi alle entrate tributarie dei primi 8 mesi del 2013.
Se nel complesso le entrate tributarie risultano stabili rispetto allo stesso periodo del 2012 (267.964 milioni di €, -0.3%) le singole voci hanno subito variazioni non trascurabili.
Il gettito dovuto all’IVA è diminuito del 5.2% (-3’724 milioni di €) sia a causa della diminuzione dei consumi interni (-2.0%) che delle importazioni (-22.1%), è chiaro che con una tendenza dei consumi simile, dovuta all’assenza di liquidità da destinare a consumi della maggior parte della popolazione, l’aumento del primo ottobre al 22% difficilmente porterà ultra gettito (e Laffer va a segno). Anche se i consumi rimanessero al livello attuale senza diminuire ulteriormente, il punto percentuale in più non sarebbe sufficiente a bilanciare il calo dei primi 8 mesi. In diminuzione anche le entrate dovute alle imposte sulla produzione di oli minerali e sul consumo di gas metano e di tabacchi.
Gli aumenti riguardano invece l’imposta di bollo (aumentata recentemente) e tutte quelle imposte relative al capitale, come interessi, rendite e plus valenze ed al ritorno agli utili e quindi alla contribuzione dei grandi contribuenti come banche ed assicurazioni (che però spesso hanno beneficiato di supporti esterni come ADC , bond dedicati ecc).
Complessivamente le imposte dirette aumentano del 2.4% (3’467 milioni di €).

(Per dettagli: AdnKronos)

In ultima summa, sono diminuite tutte le entrate derivanti dai consumi e sono aumentate quelle (come la tassazione sul reddito dei dipendenti pubblici) non comprimibili e quelle su capitali e grandi patrimoni.

Lo scenario si presta alla lettura che l’aumento delle imposte sui consumi, in maniera lineare e non differenziando tra i vari beni ed aliquote, come del resto ha dichiarato di voler fare il Premier Letta e come consiglia Bruxelles, non consente di far confluire all’ erario ultra gettito; l’aumento delle trattenute in busta paga garantisce entrate erariali, ma il livello è ormai insostenibile, ha raggiunto mediamente quasi il 50% e sia sindacati che associazioni di categoria (oltre che i singoli contribuenti) convengono che deve essere pesantemente ridimensionato; l’aumento delle tasse obbligatorie sulla burocrazia, come potrebbe essere l’imposta di bollo, assicura entrate, ma deprime e vessa in modo lineare colpendo le fasce più deboli e portando il 50% della popolazione che sta retrocedendo dalla la middle class a rivedere il proprio budget allocato sui consumi (quindi risulta un circolo vizioso); una quota molto alta delle entrate è invece garantita dai grandi contribuenti e dalle imposte sulle rendite finanziarie, interessi ecc.

Oltre all’indispensabile e pesante spendig review che il Professor, ex IFM, Carlo Cottarelli dovrà impostare ed applicare, per garantire gettito alle casse dello Stato, è bene (sembra un’ ovvietà, ma all’ atto pratico non è così) supportare le piccole e grandi aziende in difficoltà affinché ritornino in utile o lo incrementino cosi da poter contribuire in modo più consistente; rivedere l’imposizione su rendite e proventi finanziari, da portare avanti in maniera congiunta con Bruxelles per evitare fughe di massa dei capitali (l’Italia sui proventi finanziari offre condizioni più vantaggiose che in Francia ad esempio); ed infine, concludendo con una domanda, perché non prendere in considerazione, seguendo tra l’altro i consigli della EU, una patrimoniale progressiva ed equilibrata sui patrimoni mobiliari ed immobiliari oltre una certa soglia (magari un’ una-tantum, per il 50% della ricchezza detenuta dal 10% più facoltoso)? Non pare una idea così tanto estremista ed illogica.

08/10/2013
Valentino Angeletti
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Cuneo fiscale: solo un primo e piccolissimo passo

Questa settimana il Premier Letta incontrerà le parti sociali e le associazioni di categoria per discutere l’inserimento della misura per la riduzione del cuneo fiscale nella legge di stabilità che dovrà essere presentata a Bruxelles nelle prossime settimane.

L’ impegno economico totale dovrebbe attestarsi tra i 4 ed i 5 miliardi di € per consentire ai lavoratori di avere una busta paga più “pesante” come si suol dire in questi giorni e per abbassare l’ onere a carico delle aziende che investono in innovazione, ricerca ed assumono giovani disoccupati.

Attualmente le imposte medie sul lavoro arrivano a sfiorare il 50% (ai massimi in Europa), si lavora fino al 27 giugno per pagare le “tasse”, anche se questa percentuale può arrivare a quasi il 70% nei casi di piccoli artigiani e commercianti. L’abbattimento del cuneo fiscale e del costo del lavoro risulta pertanto una misura, richiesta a gran voce da più parti, fondamentale e non più rimandabile.

La finalità di questo sgravio è quella incrementare la disponibilità economica, e quindi il potere d’acquisto, contribuendo a rilanciare i consumi dei lavoratori e favorire gli investimenti delle aziende in innovazione, che significa competitività, e le assunzioni di giovani.

Alcune autorevoli stime governative quantificano l’intervento in una maggiorazione annua della busta paga di un lavoratore pari ad una somma tra i 200 ed i 300 €, probabilmente versata in unica soluzione (da definire se assieme alla tredicesima o inclusa in una mensilità prima del periodo estivo).

Che vi fosse necessità di questa operazione non v’è dubbio, ma non è pensabile che essa consenta un aumento significativo dei consumi tale da rilanciare la domanda interna, la produzione e l’occupazione. Probabilmente il denaro in più sarà impiegato per far fronte alle spese di prima necessità (cibo, medicinali, visite mediche, mutuo ecc) che sono state tagliate da molte famiglie, ex middle class, che si trovano ora oltre la soglia di povertà.

L’Italia attualmente è ai vertici di molte classifiche poco gratificanti, tra cui l’ IVA al 22% (il cui gettito è calato nei primi 8 mesi di 3,7 mld, -5.2%, a causa della riduzione dei consumi interni e delle importazioni), il costo dell’ energia e del carburante (principalmente causato da un altissimo livello di accise su cui si paga anche l’ IVA) che incidono direttamente ed indirettamente anche sul costo dei beni di consumo, assicurazione e bollo auto, interessi sui mutui ecc.
Di contro gli stipendi Italiani sono tra i più bassi del continente (vedere immagine sotto).

Stipendi medi in EU

Stipendi medi in EU

Considerando il costo della vita l’ Italia risulta più cara di Grecia, Spagna e Portogallo, ed allineata a Germania e Francia. In genere nel nostro paese sono più economici i trasporti che però garantiscono servizi di gran lunga inferiori rispetto agli altri stati europei, dove nelle grandi città il trasporto integrato consente effettivamente di fare a meno di un mezzo proprio ed il cui costo si riduce se si sfruttano abbonamenti annuali.
Affittare o acquistare una casa in una città come Berlino è molto meno dispendioso che farlo a Roma e Milano, dove i prezzi sono più alti rispetto anche a Monaco e Francoforte, le due città tedesche più care, ma che offrono retribuzioni più elevate e maggiori opportunità di lavoro.
In sostanza a Roma e Milano, contrariamente a quanto accade in Germania, una famiglia monoreddito o anche con due redditi ed uno o più figli a carico difficilmente può permettersi un tenore di vita adeguato, stessa cosa vale per un giovane (ma si classificano come giovani anche i quarantenni, che altrove sono già manager navigati) che non può provvedere autonomamente al proprio sostentamento in una delle due città sopra menzionate, salvo non abitare in condivisione, rinunciando a privacy e spesso a metter su famiglia o crearsi una propria vita indipendente.

Questi pochi dati fanno capire come un incremento di 300 € annui non potrà modificare la complessa situazione italiana, né risollevare, da solo, dalla crisi. Certamente è un primo passo, al quale ne devono seguire molti altri (lotta all’ evasione, centro unico di spesa, mercato unico dell’energia, dismissioni e gestioni degli asset statali, unione bancaria e fiscale ecc) che vanno fortificati e resi più incisive con il supporto delle istituzioni nazionali ed europee con il fine ultimo di armonizzare e creare una governance comune e delle condizioni equiparabili per tutta l’ Unione dalle quali ne trarranno beneficio anche le buste paga dei lavoratori.

07/10/2013
Valentino Angeletti
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