Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Dagli USA il presidente della ECB Mario Draghi, in visita per vari impegni istituzionali tra Washington e New York, ribadisce a gran voce l’importanza e la necessità di un’ Europa unita e sinergica dove vengano abbandonati i particolarismi e non si tema di perdere la propria sovranità nazionale. Le parole di Draghi sono senza dubbio quelle condivise dalla maggior parte delle forze politiche europee e da buona parte dei cittadini. Vi sono però elementi che stanno riportando in auge movimenti estremisti o quanto meno anti europeisti. Dopo Alba Dorata in Grecia, il partito di estrema destra norvegese, l’ UKIP britannico, a diventare uno dei primi se non il primo partito in Francia è il Fronte Nazionale di Marine Le Pen dichiaratamente di destra e dalla vocazione anti europea.

In Italia è il M5S ad essere tornato ad attirare consensi, grazie in parte alle indecisioni degli “avversari” ed in parte alla modifica della propria strategia, che da movimento di protesta lo sta trasformando in un vero e proprio partito politico alla ricerca di consensi e che strizza l’occhio ai delusi di centro destra sfruttando in modo molto preciso le ultime divisioni attorno al voto di fiducia al Governo Letta. Le posizioni del M5S in merito alla legge Bossi Fini, al tema dell’ abolizione del reato di immigrazione clandestina, al totale rifiuto rispetto all’ indulto o all’ amnistia, lasciano evincere la volontà del leader di attrarre sempre maggiori consensi attraverso idee dalla connotazione politica e che non sono più mosse dalla protesta, come in partenza, ma sembrerebbero essere frutto di un piano più mirato. A conferma di questo atteggiamento vi è anche una delle ultime esternazioni del Leader penta-stellato che a proposito della necessità di abbassare il debito, poiché a causa dell’ammontare del debito sovrano, secondo lui, lo spread dovrebbe schizzare alle stelle e se ciò non avviene è solo per l’ artificio della ECB, conferma l’ idea di rinegoziare il debito stesso (che in altre parole vorrebbe dire sostanzialmente default controllato e durante i quali a farne le spese sono sempre stati i piccoli risparmiatori), ma affianca anche l’ipotesi degli euro-bond, idea comune a molti partiti tradizionali ed in grado di raccogliere consensi anche tra i più moderati.

Questa rinvigorita corrente anti europeista deriva senza dubbio dalla percezione del cittadino comune che non si stia reagendo alla velocità giusta e che, nonostante idee interessanti e potenzialmente vincenti, non si abbia la capacità di implementarle in modo rapido ed efficace. I dati non danno torto a questa scuola di pensiero: la disoccupazione cresce costantemente, oggi l’ ILO ha trasmesso il dato dello studio sull’ occupazione mondiale secondo il quale i disoccupati nel mondo sono oggi 202 milioni, 73 dei quali sono giovani, con la crisi è cresciuto di 32 milioni numero di senza lavoro in 5 anni ed il livello pre crisi è ancora lontano. Le grandi riforme europee come l’ unione ed il controllo centralizzato delle banche e dei loro bilanci (decisamente temuto dalla grandi e piccole banche tedesche e del nord Europa a causa della loro propensione al leverage grazie agli strumenti derivati) , menzionata da Draghi anche dagli Stati Uniti, la lotta congiunta all’ evasione ed all’ elusione fiscale, il mercato dell’energia ed il problema della sovrapproduzione, l’uniformazione della tassazione, le misure a sostegno dell’occupazione, l’armonizzazione dei tassi di prestito bancario tra i vari stati membri, non decollano. A ciò si aggiunge la richiesta di rigore ed il rispetto di rigidi vincoli di bilancio (rapporto deficit/PIL e fiscal compact) e l’impossibilità della ECB di poter agire stampando moneta ed attuando una svalutazione competitiva a sostegno degli investimenti necessari per la crescita. Esiste l’ OMT ma di fatto è stato utilizzato poco, solo in casi di emergenza ed è sotto processo dopo l’accusa di incostituzionalità da parte della Bundesbank al tribunale di Karlsruhe.

Sul fronte italiano vari imprevisti di volta in volta rallentano l’ Esecutivo: il caso Mediaset; l’agibilità politica; il voto di fiducia; le lotte intestine per la leadership di partito; gli scontri su temi marginali rispetto ai problemi globali (IMU ed IVA in primis) ed ora l’ indulto/amnistia. Le manovre messe in atto non sembrano poter dare i frutti sperati ed anche ove si è agito di comune accordo, come per il cuneo fiscale (link ad articolo), è mancata l’incisività necessaria (ma ci sarebbe ancora il tempo di rimediare). Ciò che inizialmente era stato definito prioritario, come una nuova legge elettorale è ancora un miraggio. Lo spostamento della tassazione, seguendo le direttive europee ribadite negli USA da Draghi, verso i consumi ed i patrimoni, non sono state recepite. La tassazione sui consumi come l’IVA non porta, considerando i livelli italiani di tassazione, benefici, di contro rischia di essere controproducente. L’idea di nuove aliquote presentata da Letta è buona come principio, ma non se l’intenzione è quella di far passare dal 4 al 7% tutti i beni di prima necessità, tipicamente alimentari, che andranno a colpire principalmente i meno abbienti riducendone di fatto i consumi (cosa che sta accadendo sistematicamente). Secondo la costituzione e secondo l’Europa, la tassazione deve essere progressiva ed a questo punto pensare ad una patrimoniale progressiva e strutturata in modo equo (considerando l’altissimo indice GINI che affligge il nostro paese) non sarebbe una idea balzana, l’ IMF e Bruxelles hanno ribadito all’ Italia di non aver apprezzato il taglio totale sull’ IMU e che quelle entrate dovranno essere rastrellate da altre parti. Il rapporto deficit/pil del paese è costato altri 1.6 miliardi, la manovrina di fine anno, queste risorse dovrebbero provenire da dismissioni di immobili statali alla CdP (che dovrà poi provvedere a venderli sul mercato, altrimenti si tratterebbe solo del gioco delle tre carte), e da tagli ai ministeri ed alla spesa, anch’ essi menzionati da Draghi.

Detto ciò è abbastanza comprensibile che le derive anti europee prendano piede, le persone che affrontano ogni giorno le spese per il sostentamento, pagano l’ affitto o il mutuo e si devono curare, non possono attendere la soluzione ogni volta del nuovo problema istituzionale e fintamente prioritario.

A ciò si aggiunge anche il rallentamento delle economie emergenti per il calo dei consumi nei paesi industrializzati e la “bomba” dello shutdown degli Stati Uniti, che rischia veramente di essere un uragano economico a livello mondiale e testimonia che troppo spesso politica ed economia finanziaria sono scollegati dalle reali necessità dei popoli. La Cina, grande creditrice degli USA, ha già mostrato le proprie paure e l’economia globale difficilmente potrebbe sopportare un default statunitense, che probabilmente alla fine non avverrà, ma che sta costando tanto in termini di perdite economiche ed occupazionali.

Una parte della soluzione ad una situazione così complessa risiede sicuramente in una più unita, rapida ed incisiva politica europea, consentendo agli stati membri investimenti produttivi senza peccare di eccesso di rigidità a parametri numerici (l’applicazione della golden rule a certi investimenti sembra irrinunciabile), in una cessione parziale di sovranità nazionale all’ Unione. Da parte di Bruxelles poi dovrebbero essere valutate politiche monetarie ancora più accomodanti sfruttando magari il tapering degli USA, che progressivamente avverrà nei prossimi mesi e con il quale dovrà vedersela la futura presidente della Fed Yellen, per dirottare verso l’Europa nuovi capitali che probabilmente fuggiranno dagli Stati Uniti.
A livello nazionale invece la rapidità e la risolutezza nel prendere provvedimenti importanti ed incisivi (tagliare spese, incentivare l’occupazione, pensare a proposte fino ad ora sempre taciute come una piccola patrimoniale sui grandi patrimoni immobiliari e mobiliari, sostenere le aziende e la busta paga dei lavoratori), un approccio del Governo più Win-Win, ed una autorevolezza nel chiarire la nostra posizione e nel fare richieste di fronte all’ Europa si rendono necessari. Da ricordare che a luglio inizierà il semestre europeo presieduto dall’ Italia e che il prossimo anno ci saranno le elezioni europee.

Fermo restando che tanti progetti sia nazionali che europei (da Destinazione Italia all’ unione bancaria, passando per la lotta alla disoccupazione giovanile ed per una politica energetica di lungo di lungo termine e comune) sono validi e promettenti, adesso il tiranno con il quale devono fare i conti sia Europa che USA è il tempo di implementazione ed azione, necessariamente da ridurre al minimo.

12/10/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
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