Una stabilità senza infamia né lode e l’opportunità cinese per l’Europa

Tutti contenti, o meglio, tutti scontenti. La legge di stabilità appena spedita a Bruxelles e che comunque dovrà essere rivista in Parlamento è il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto che dir si voglia. Non sono soddisfatti coloro che, molto pessimisticamente, pronosticavano tagli alla sanità e pesanti aumenti delle imposte e non sono accontentati neppure coloro che invece propendevano per qualche azione di maggiore incisività, principalmente sul fronte del cuneo fiscale.

I poco meno di 4 miliardi all’anno per 3 anni (per un totale di 11.6 miliardi nel triennio) non sembrano consentire quella spinta, quella rottura, necessaria al cambio di marcia. Di sicuro è stata una manovra fatta con il bilancino, con un occhio a Bruxelles ed ai parametri del debito (che ad agosto è diminuito per la prima volta dopo molto tempo di 13.9 miliardi attestandosi a 2’060 miliardi di €) e del rapporto deficit/PIL, da mantenere sotto il 3% che non ci consentono troppi margini, e con l’altro occhio che guarda a non proporre provvedimenti troppo impopolari e pesanti in un clima sociale già molto teso. Il premier Letta, da Washington pare abbia ammonito le richieste di sindacati e Confindustria dicendo che se avessero avuto proposte valide avrebbero dovuto farsi avanti, per farle valutare nelle apposite sedi.

Il saldo finale della legge di stabilità è più o meno in pari. Se da un lato il cuneo fiscale consente entrate mensili nelle tasche di alcuni cittadini fino ad un massimo di 14 € al mese, che difficilmente saranno percepite e modificheranno le abitudini al consumo, e 600 €/anno in più per le aziende, somma ugualmente insufficiente, dall’altro lato si hanno riduzioni di alcune detrazioni e viene reintrodotta l’imposta di bollo sul deposito titoli. È stata riproposto il contributo di solidarietà per le pensioni d’oro, che la Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionale, costringendo lo Stato a ridare indietro il mal torto, ma che, secondo il Sottosegretario Carlo Dell’Aringa, stavolta ha i requisiti per poter essere applicato senza contestazioni. Il gettito che prima proveniva dall’IMU è stato inglobato assieme ai servizi indivisibili come illuminazione pubblica e spazzatura, in sostanza è stato distribuito in modo leggermente differente e su una platea più ampia: pagheranno un po’ di meno di prima i possessori di prima casa, ed un po’ di più i possessori di seconde ed ulteriori abitazioni, gli “sfortunati” proprietari delle poche (rispetto al totale) case accatastate come immobili di pregio o di lusso e gli affittuari che sono andati cosi ad ampliare la platea dei paganti (una parte, variabile a seconda del comune di residenza, della vecchia IMU sarà anche a loro carico).
Gli straordinari dei dipendenti pubblici sono stati oggetto di detassazione, purtroppo però è dell’Esecutivo Monti che hanno subito un taglio quindi pochi saranno i beneficiari dello sgravio, i dipendenti pubblici e pensionati hanno inoltre subito il blocco contrattuale e dell’adeguamento salariale (totale per le pensioni sopra i 3’000 € lordi ed proporzionale, 90% – 75% – 50%, per importi inferiori). Se a tutto ciò si aggiunge l’ IVA incrementata di un punto percentuale dal 1° ottobre, quindi precedente alla legge di stabilità,allora abbiamo che il saldo diviene effettivamente negativo, senza considerare le indiscrezioni di alcuni giornali secondo i quali starebbero lavorando ad un aumento delle accise sui tabacchi.

Ovviamente vi sono anche aspetti positivi come il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, che però evidente mente non è più sostenibile ed andrebbe sostituita con forme di incentivazione per il reimpiego e riconversione dei lavoratori, con la consapevolezza che tante aziende perse in questa crisi non riapriranno più; la social card; il fondo per la non autosufficienza; la trasformazione dei contratti da tempo determinato ad indeterminato. Interessanti poi sono le misure di incentivazione alle aziende che investono in innovazione ed assumono giovani, ma da capire l’entità e le modalità di questo intervento, come il rientro di capitali dall’estero e dai paradisi fiscali, accompagnato dagli accordi con la Svizzera in materia fiscale, che non devono essere il tipico condono a vantaggio di coloro che hanno commesso un delitto odioso ed ai danni di tutta la società. Brunetta riguardo al rientro ha detto che non si può applicare una penalizzazione troppo bassa, ma neppure troppo alta poiché altrimenti i capitali “volerebbero via”…. un ragionamento simile sarebbe l’ennesima beffa per gli onesti e per tutti gli imprenditori che per il fisco sono falliti o che hanno sempre assolto i propri obblighi erariali così come per gli stipendiati che hanno visto il proprio potere d’acquisto eroso enormemente (il 25% delle famiglie italiane non arriva a fine mese e deve attingere ai risparmi, se presenti, a parenti, amici o al sociale).

La manovra ha voluto rispettare principalmente vincoli europei e non consentirà le grandi svolte che servirebbero e che abbisognerebbero di molte più risorse (circa 100 miliardi secondo la Confindustria). Per un cambio radicale di rotta non c’è dubbio che oltre all’impegno dei singoli Stati c’è bisogno di una regia europea che non si limiti all’analisi dei parametri, ma sia più lungimirante con l’appoggio degli Paesi Membri.

Se la situazione non verrà affrontata in modo differente, più sinergico e consentendo più investimenti per lo sviluppo e la crescita l’ipotesi paventata e poi smentita dall’ IMF di una “mega patrimoniale lineare” (e per questo decisamente ingiusta) potrebbe essere realmente l’ultima spiaggia in particolare per il nostro paese, dove le banche ed in parte lo Stato hanno compreso che la finanza è utile, ma rischiosa. Il sistema finanziario adottato fino ad ora, basato su molta moneta virtuale ma di fatto non esistente (il rapporto tra denaro reale e denaro virtuale, su mercati regolamentati o meno, è 1:14 cioè ogni $ reale ve ne sono 14 virtuali) funziona e si autoalimenta in modo perverso se c’è fiducia e non paura, in caso di problemi il rischio è che in molti corrano a mettere al sicuro in forme differenti i propri capitali i quali non sono sufficienti, poiché appunto virtuali, a coprire tutte le richieste; è un po’ come se un giorno più della metà delle auto italiane facessero un incidente e le assicurazioni dovessero risarcire, le RCA fallirebbero non avendo fondi sufficienti. Il timore è che per mettere una toppa a questa deriva si stia cercando capitale reale e che nel nostro paese si voglia far leva sul patrimonio privato sopra la media europea, impoverendolo ed inducendo pian piano la popolazione ad adottare un modello più anglosassone basato sull’indebitamento privato (in Italia ancora basso), sui prestiti, sulle carte di credito revolving ed amenità simili che sono state alla base delle ultime crisi finanziarie, andando pericolosamente ad alimentare di altra linfa il sistema bancario che dovrebbe essere più al servizio dell’economia e più controllato nell’operatività a coni soldi dei risparmiatori.

L’ Unione Europea in questo momento potrebbe approfittare di ciò che è successo negli USA. Lo shutdown ed il default appena scongiurato, o meglio, rimandato a gennaio, ha messo in allerta la Cina, grande creditrice degli Stati Uniti. Le autorità cinesi hanno dichiarato di essere stati spaventati dagli eventi e di non nutrire più una solida fiducia né negli USA né nel Dollaro come moneta di riferimento per gli scambi commerciali. Questa potrebbe essere una grande occasione per l’Europa di intercettare il capitale dell’estremo oriente dirottandolo nei circuiti economici europei e di fatto proponendo l’ Euro come moneta dominante.

16/10/2013
Valentino Angeletti
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