Disoccupazione, la necessità di una nuova base produttiva

Già sapevamo che l’ Italia si trova ai vertici di una poco lusinghiera classifica, quella della disoccupazione, ma ogni volta che ciò viene confermato dai numeri e dagli studi aumenta la consapevolezza di quanto ci sia da cambiare e quanto ci sia da lavorare per imboccare i binari giusti. Da tempo sostengo che la generazione dei 20 – 30 enni sarà quella che dovrà sacrificarsi, senza la speranza legittima di poter vivere meglio dei padri, per riportare a quei livelli il benessere dei loro figli. Questo potrà avvenire solo con il supporto delle istituzioni e dei governi se seriamente convinti ad intraprendere questa via di cambiamento e soltanto se i giovani non sceglieranno di emigrare definitivamente e non siano rassegnati, senza speranza ed ambizioni, attitudine che in un contesto come quello che stiamo attraversando potrebbe anche essere comprensibile.

I numeri riguardo al nostro paese riportano un tasso di disoccupazione complessivo del 12.1%, rispetto ad una media EU 27 del 10.9%, ma decisamente superiore se paragonato alle economie europee mature e con le quali vorremmo confrontarci. In termini assoluti oltre 6 milioni di persone non lavorano pur volendo farlo; di questi. 3.07 milioni sono disoccupati, 2.99 milioni non cercano neppure o perché scoraggiati o perché al momento non possono lavorare per propri motivi.

Puntando l’attenzione sugli scoraggiati, essi sono 1.3 milioni, tantissimi. Un paese civile, industrializzato e moderno non dovrebbe consentire che vi sia scoraggiamento rispetto alla ricerca di un diritto fondamentale che è presente nel primo articolo della Costituzione, questo segnale è già di per sé assai pericoloso. La rassegnazione deriva da vari motivi, che possono essere il sistema ingessato, l’assenza di meritocrazia, la base clientelare di alcune situazioni, il fatto che neppure l’istruzione di alto livello consenta una scalata sociale ed incrementi le opportunità di lavoro, la laurea infatti offre ormai meno possibilità di un diploma ed alcune lauree decisamente importanti, tanto più in una culla della cultura com’è l’Italia, sono addirittura definite inutili. Mossi dai medesimi sentimenti vi sono i NEET (Not Employed Educated and Trained) cioè coloro che non lavorano, non hanno educazione né si stanno formando professionalmente, si tratta di inattivi, che in Italia raggiungono il 36.6% contro un 26.4% della EU 27. Queste persone sono collocate nella fascia di età 15-64 anni e rappresentano una situazione da debellare attraverso politiche specifiche che non saranno sicuramente di breve termine, ma che devono cominciare ad essere implementate immediatamente.

Le riforme fatte fino ad ora non hanno portato effetti immediati, un po’ perché non sufficientemente incisive, un po’ perché per rilanciare il mercato del lavoro serve incrementare la domanda e quindi il potere d’ acquisto. Da solo il cuneo fiscale, soprattutto nei termini in cui è stato affrontato, è insufficiente. Entro fine anno per rispettare quanto concordato a Bruxelles dovremo impiegare circa 1.5 miliardi di fondi EU proprio per favorire l’ occupazione, la speranza è che se ne vedano i risultati embrionali quanto prima.

Un altro dato interessante è relativo at tipo di istruzione che i ragazzi intraprendono. Se una volta gli istituti tecnici erano i più gettonati, nel 2013 hanno attratto solo 21’000 iscrizioni contro le 46’000 degli istituti alberghieri.
Il calo degli iscritti agli ITIS ed IPISA è probabile che sia dovuto alla crisi della manifattura, ai numerosi casi di cassa integrazione, alle chiusure di intere aziende e distretti industriali ed alla delocalizzazione che stanno portando, a cominciare dalle regioni del Mezzogiorno, ad una vera desertificazione industriale. L’ incremento della richiesta per gli istituti alberghieri può essere letto come un tentativo dei giovani, spinti forse anche da genitori e mass media, di ricollocarsi nel mondo del lavoro, andando ad incontrare quelle che sono le forze del Made in Italy; la ristorazione e l’enogastronomia di qualità, così come il turismo d’elite, sono senz’altro volani fondamentali (alcuni addurrebbero questo fenomeno di incremento nelle scuole alberghiere alle numerose serie tv e programmi televisivi che puntano sulla cucina, ma sinceramente non credo a tal teoria).

Questo processo di riallocazione è indubbiamente intelligente e dimostra come lentamente il tessuto produttivo italiano potrebbe cambiare. L’ Italia deve puntare sulle sue eccellenze per rilanciare l’export, la produzione, i consumi e creare dunque posti di lavoro. Le produzioni dovranno essere ad altissimo valore aggiunto, quindi per quel che riguarda l’industria è comprensibile che vi sia una minore necessità di manodopera generica in favore di figure di più alto profilo, tecnici specializzati, ingegneri, progettisti e specialisti di macchinari che saranno impiegati in industrie di componentistica di nicchia e meccanica di precisione, che non competeranno sui prezzi, ma sulla qualità. In tal scenario il numero complessivo degli impiegati del settore rispetto al passato potrebbe essere inferiore, ma con alle spalle un sistema scolastico e formativo che li avvicini al mondo del lavoro. Assieme alla manifattura ad alto valore aggiunto gli altri settori su cui puntare sono il lusso, l’agroalimentare, il turismo e la moda i quali necessiteranno di una filiera e di una struttura distributiva, pubblicitaria e comunicativa, non ultima in forma digitale, tali da renderli altamente visibili ed appetibili anche all’estero. Si aggiunge poi la filiera del risparmio energetico e della riqualificazione edile verso criteri di eco compatibilità ed efficienza delle quali in paese ha necessità.

Se l’investimento dei giovani nel settore alberghiero, ma anche in quello agricolo, fosse mosso dall’ idea di una nuova economia, sarebbe senza dubbio un segno positivo.
Al momento dove mancano segnali positivi di ristrutturazione del settore produttivo trainante è nella politica. Troppo spesso sembra che si voglia continuare a seguire un modello industriale che non può essere competitivo, soprattutto nei confronti dei paesi a bassa manodopera ed avendo un Euro eccessivamente apprezzato. I meccanismi di contributo alla disoccupazione e cassa integrazione non tengono conto che la maggior parte delle aziende chiuse ed alcuni settori che hanno delocalizzato in massa (Elettrolux è l’ultimo esempio) non si riprenderanno più e che sarebbero dunque necessari meccanismi, ad esempio alla tedesca, di riallocazione dei lavoratori, riqualificandoli verso settori produttivi più profittevoli.
Infine da valorizzare ci sono le start-up, generalmente nel settore dei servizi , che fanno altissimo uso delle tecnologie digitali per sviluppare il loro business.
La politica dovrebbe quindi comprendere la necessità di cambiamento economico, abbattere rapidamente le barriere burocratiche e le macro lacune, come il costo dell’energia o l’accesso alla banda larga (oltre 30 Mbit), che tarpano letteralmente le ali al settore produttivo, e cominciare fin da ora a compiere riforme che nel lungo termine porteranno ad un nuovo modello di crescita più consono alle nostre caratteristiche ed a quelle che il mondo globale sta assumendo.

27/10/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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5 Risposte

  1. […] settori strategici in cui siamo competenti e possiamo offrire prodotti e servizi davvero unici (Link lavoro e modello economico, Link futuro e cambiamento, Link cambiamento CEO Microsoft). Una volta innescato questo meccanismo, […]

  2. […] Può interessare: Capitale umano 1 Capitale umano 2 Draghi-ECB Deflazione dopo Ecofin 3 aprile; deflazione da spettro a rischio; Electrolux sintomo primordiale deflazione; Italia casa diroccata Futuro scorre rapido Puntare sul meglio per un cambiamento Abbassare con meritocrazia GINI Verso nuovo modello economico […]

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