Archivi Mensili: novembre 2013

Politica tedesca più seria, concreta e pragmatica di quella italiana. In una sola parola migliore

Poco è mancato ad un nuovo voto di fiducia sull’ Esecutivo italiano che avrebbe ulteriormente esasperato le attenzioni dell’ Europa, dei mercati e delle agenzie di rating sul nostro paese. Il Presidente Napolitano, consapevole del nostro stato di osservati speciali, è astutamente riuscito ad includerlo nel voto sulla legge di stabilità, passata in Senato con 171 voti favorevoli contro 135 contrari.
La scissione all’interno del centro destra ed in particolare il passaggio all’opposizione di Forza Italia, ancor prima che la decadenza del leader Berlusconi fosse sancita dal voto ufficiale dell’Emiciclo, è stata considerata dal Premier come un rafforzamento del Governo. Forse potrà esserci maggiore condivisione di intenti, ma le logiche partitiche che hanno dominato la scena politica fino a questo momento, contribuendo a mantenere un continuo clima da campagna elettorale popolato da promesse, prima tra tutte quella dell’IMU, non fondamentali, banali rispetto ad un PIL da far crescere, un debito da abbattere, un’occupazione da recuperare ed i consumi da sostenere, ed evidentemente solo propagandistiche, difficilmente saranno abbandonate, così da rendere ogni votazione minimamente complessa e non pienamente condivisa nella maggioranza una forca caudina per il Premier, in barba alle più semplici tecniche di negoziazione win-win.

Il caso IMU pare risolto (ma che fatica…), l’imposta sulle prime case non si pagherà, così come non si dovrebbe pagare per i terreni coltivati e gli immobili strumentali agricoli (ma perché solo agricoli?); il costo dell’operazione è stato di 2,15 mld di €. I proventi verranno in misura di un terzo dagli anticipi delle imposizioni del risparmio amministrato (sostanzialmente il dossier titoli o di risparmio gestito che è necessario aprire presso la propria banca se si detengono fondi, titoli di stato, azioni ecc.) e di due terzi dagli anticipi IRES ed IRAP a fronte di un aumento delle aliquote del 2014. Lo stesso Saccomanni ha affermato che “si tratta di misure, una tantum e non strutturali, a carico delle banche ed al sistema finanziario”. Ciò è superficialmente vero, poiché c’è da capire quanto ricarico ci sarà sui conti dei risparmiatori e quando/come questi anticipi verranno poi scontati, perché un giorno dovranno esserlo. Inoltre vanno a rimpiazzare una misura, l’IMU, strutturale, prevedibile e su cui poter far affidamento ogni anno ed in ogni bilancio, la vulnerabilità dello scambio è lampante, tanto più in un momento dove non ci sono concessi passi falsi e sarebbe bene programmare tutto con buon grado di certezza.
In aggiunta a ciò va ricordato poi che i possessori di prima casa residenti in un comune che avesse nel 2013 alzato l’aliquota, e non dovrebbero essere pochi visto il dissesto dei conti di molti municipi, riceveranno comunque la chiamata al versamento della differenza.

Altro gettito che sembrava in un primo tempo dover partecipare alla copertura IMU è quello della rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dalle banche e dagli istituti di credito. Tale misure può essere fruttuosa nel primo anno (1-1.5 mld €), ma pericolosa negli anni venturi, quando le quote potrebbero essere vendute e ricomprate dalla stessa Bankitalia a prezzo maggiorato e quando il dividendo a carico del pubblico sarà superiore rispetto all’ attuale. Tuttavia alcune restrizioni si stanno configurando ed alla fine si dovrebbe giungere, seguendo la struttura della public company, all’ apertura del mercato delle quote ad un numero maggiore di soggetti che non potranno detenere più del 5% del capitale ed il dividendo massimo erogabile da Bankitalia non potrà superare il 6% del capitale, il quale a sua volta dovrebbe essere aumentato, utilizzando riserve statutarie di Bankitalia stessa, di circa 7.5 mld €. Insomma, anche questa operazione, profittevole nel breve, non è scevra da rischi di qui a due anni. La rivalutazione, riprendendo quanto detto dallo stesso Saccomanni, serve senz’ altro alle banche per ricapitalizzarsi (come si è capito a carico di Bankitalia), senza dover cercare denaro, in attesa degli stress test europei ormai alle porte.

Quanto detto sopra è emblematico di due aspetti deficitarii della nostra politica e che hanno un peso decisivo sia per quanto riguarda la ripresa e l’uscita dalla crisi sia per quanto concerne la credibilità ed autorevolezza che ci dovrebbero consentire, adducendo molte buone ragioni effettivamente esistenti, di andare in Europa a reclamare alcune doverose condizioni. Il primo aspetto è la presenza formale di una larga intesa che all’atto pratico risulta assente poiché in ogni decisione il compiacimento al proprio elettorato, l’azione per attrarre consenso e la fermezza nel mantenere ostinatamente e ciecamente le proprie posizioni, dominano causando blocchi e rallentamenti a scapito della cosa pubblica. Il secondo è il costante agire senza un piano economico di lungo termine, senza aver chiari gli obiettivi di rilancio economico-sociale, senza avere idee convintamente riformiste, insomma ragionando di giorno in giorno, anzi di ora in ora, mettendo pezze estemporanee ora a destra ora a manca, fingendo di non essere consapevoli che un domani non troppo lontano qualcuno queste questioni dovrà dirimerle.

La Germania, per certi versi odiosa, ma pragmatica nel tutelare i propri interessi e nel pianificare il futuro, ci può dare esempio anche in questa occasione. Proprio poche ore fa è stata portata a termine la stesura del documento (oltre 180 pagine) che sancisce la grande coalizione tra SPD e CDU. Sicuramente la negoziazione sarà stata serrata, ma alla fine la logica win-win ha prevalso per cercare di favorire lo sviluppo tedesco, incluso l’aspetto del rigore dei conti per tutti gli stati membri dell’unione e del rifiuto alla condivisione del debito e degli eurobond (dal lato italiano c’è da sperare che la SPD abbia recepito le parole pronunciate dal Premier Letta contro l’austerità inflessibile in occasione del congresso del partito e se ne faccia portavoce nel governo tedesco, benché dai primi intenti non sembrerebbe). Per citare alcuni punti significativi nel documento è presente:

1. L’introduzione di un salario minimo garantito di 8.5 €/h.
2. La possibilità di doppia cittadinanza per i figli di immigrati nati n Germania.
3. La destinazione del 3% del PIL in ricerca.
4. La destinazione di 23 miliardi in 4 anni ad investimenti in crescita (ad esempio grandi opere, aiuti alle imprese ecc), ed a sostegno di economia e lavoro.
5. Abbassamento dell’età pensionabile da 67 a 63 anni qualora sussistano 45 anni di contributi.

Solamente da questi cinque punti è possibile capire come l’accordo SPD-CDU non sia stato partorito seguendo logiche partitiche o sottostando a rapporti di forza, nessuno avrebbe pensato che un governo guidato dalla Merkel, vincitrice delle elezioni, potesse prevedere siffatte misure che qui in Italia sarebbero additate come frutto di un programma della più estrema delle sinistre rosse.
Oltre al funzionamento della trattativa c’è poi da sottolineare come il loro respiro sia realmente lungo ed affronti temi cruciali. Vengono recepiti i suggerimenti europei di sostenere i consumi interni per bilanciare le esportazioni attualmente al limite superiore dei parametri (6%) e di sostegno all’ occupazione introducendo il salario minimo e le misure in favore di crescita e lavoro; viene affrontato il tema dell’immigrazione, della bassa natalità tipica dei paesi industrializzati e maturi e la sostenibilità del sistema pensionistico con la possibilità della doppia cittadinanza; viene ribadita l’intenzione di mantenere la leadership tecnologica, scolastica ed innovativa, alla base di una industria competitiva per qualità delle produzione, investendo in ricerca; infine viene dato il giusto riconoscimento al lavoro, ai contributi ed alla pensione abbassando l’età pensionabile per taluni soggetti.

La lezione è chiara, le larghe intese possono essere davvero proficue, ma non servono a nulla qualora fini a se stesse e senza né piani ed intenti condivisi né una direzione di sviluppo del sistema paese ben definita.

La situazione economico-politico-sociale europea, ed italiana a maggior ragione, rammaricano perché Europa ed Italia sono collocate strategicamente tra USA, Russia e Medio Oriente. Il rapporto con gli USA è storicamente stretto e lo sarà ancora di più una volta perfezionati gli accordi sul commercio. Il medio oriente e l’area mediterranea offrirebbero importanti possibilità di collaborazioni così come la Cina, indubbiamente attratti dal Made in Italy e disposti ad investire nel nostro continente e paese nella fattispecie. La Russia infine tende sempre più ad aprirsi all’Europa ed all’Italia, come dimostrano i 28 accordi commerciali siglati a Trieste durante il bilaterale dei giorni scorsi, consapevole che una stretta collaborazione garantirebbe la propria totale autosufficienza rispetto agli Stati Uniti in tutti i principali settori strategico-economici.

Le possibilità non mancano ma solo un sistema di governance politica locale e continentale ben implementato può essere in grado di concretizzarle rapidamente senza perdersi nei mille rivoli che in Italia stanno assorbendo buona parte delle energie disponibili e bloccando le possibilità dei tanti talenti presenti che, rebus sic stantibus, preferiscono emigrare magari alla volta poprio della Germania.

27/11/2013
Valentino Angeletti
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Alla conferenza sul clima di Varsavia negoziati dominati dai particolarismi

La conferenza delle Nazioni Unite sul clima è iniziata a Varsavia due settimana fa ed avrebbe dovuto concludersi, dopo quattordici giorni di trattative, la sera di venerdì 22 novembre. I lavori invece sono ancora in corso e gli accordi ben lungi dall’essere consolidati, come avviene costantemente in queste occasioni.

Gli obiettivi che si vorrebbero raggiungere prima del prossimo appuntamento a Parigi nel 2015 sono quelli di definire piani ben precisi per la riduzione delle emissioni di CO2 contenendo entro i 2° il riscaldamento globale di qui a fine secolo, che così stati le cose è previsto essere tra 4° e 5° a seconda delle fonti. Troppo per la comunità scientifica che pone nei 2° il limite di sostenibilità del nostro pianeta. La correlazione tra cambiamento climatico, surriscaldamento della terra, uomo ed emissioni inquinanti di gas serra è stata sancita dall’ IPCC che nel suo report afferma:

• Il 95% dei cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo.
• Le emissioni di CO2 tra il 1990 ed il 2012 sono aumentate del 32%.
• La temperatura media è aumentata di 0.89 °C dal 1750.
• Se non verrà cambiata rotta la temperatura media del globo aumenterà di 5 °C entro la fine del secolo.
• A seconda degli scenari al contorno il livello degli oceani potrebbe innalzarsi entro il 2100 tra i 18 ed i 59 cm.

A Parigi si vorrebbe dunque giungere già con piani ed un accordi condivisi affinché la ratifica per renderli obbligatori possa avvenire in modo semplice e rapido.

Nella capitale polacca le linee di pensiero sono due, da una parte gli USA e l’ Europa che vorrebbero politiche più dure e proporre limiti stringenti alle emissioni di CO2 fin da subito, l’Unione ha affermato che presenterà già il prossimo anno il proprio piano di riduzione delle emissioni. Dall’altra vi sono i paesi in via di sviluppo o comunque, come nel caso di India e Cina energivori, perché uno sviluppo consolidato lo hanno già raggiunto da tempo. In particolare gli oppositori sono Cina, India, Arabia Saudita, Venezuela e Bolivia. Questi paesi non sono d’accordo sulla proposta dei paesi sviluppati di redigere un documento comune e valido per tutti. Dal loro punto di vista non ritengono giusto che gli stati ora già sviluppati, come Europa e USA abbiano avuto il “vantaggio” di poter crescere e basare la propria economia, industria ed energia sulle fonti fossili, senza curarsi delle emissioni che ora vorrebbero limitare, ostacolando di fatto la crescita economica di nuovi giganti attualmente trainati principalmente da carbone e petrolio.

I paesi “emergenti” (che dal mio punto di vista sono già emersi e sono ormai solide realtà industriali che da tempo influenzano l’economia mondiale) non vorrebbero essere trattati alla stregua delle economie sviluppate e vorrebbero una doppia linea nei trattati: degli impegni veri e propri per USA, EU, ecc., ed azioni dall’accezione più facoltativa per Cina, India, Arabia, Bolivia, Venezuela, ecc. attendendo Parigi per la definizione di strategie definitive.

Dure sono state le reazioni degli esponenti della Commissione Europea, Connie Hedegaard, e degli Stati Uniti, Todd Stern che hanno giudicato siffatte richieste inaccettabili, come inaccettabile è, secondo il delegato cinese, Liu Zhenmin equiparare le attuali emissioni cinesi a quelle di altri stati che hanno potuto godere di un vantaggio competitivo dovuto alla minore attenzione all’ambiente degli anni passati.

Le trattative proseguiranno per altre ore, ma è assai difficile che si giungerà ad un accordo, vista la natura assolutamente non win-win della negoziazione; più probabile sarà un rinvio.

Va detto che, nonostante l’impronta verde che da sempre Obama ha dato al suo mandato facendo dell’ efficienza energetica, delle rinnovabili, della produzione energetica da carbone “pulito” attraverso tecnologie come la CCS (Carbon Capture and Storage) dei veri capisaldi, la reale svolta alla sostenibilità ambientale a stelle e strisce è arrivata dopo che la rivoluzione dello Shale-Gas ha garantito la sostanziale autosufficienza energetica, consentendo loro di diventare esportatori e necessitare di sempre meno petrolio e soprattutto carbone, i veri responsabili delle emissioni di CO2. Al contrario l’uso di shale-gas per la produzione di energia risulta essere meno impattante a livello ambientale (differente è il discorso per l’estrazione di questo tipo di gas, inoltre la presenza di condotte per il petrolio non più utilizzate ha reso le operazioni meno costose), ciò ha indubbiamente contribuito a rendere gli USA più determinati nel sostenere gli accordi climatici di quanto non lo siano stati in passato, basti pensare a Kyoto e Doha.

In parole molto semplici è triste avere una prova ulteriore di come l’economia del profitto e della crescita ad ogni costo, senza tener in considerazione alcun tipo di sostenibilità né sociale, né ambientale, alle quali tutte i Governi e le multinazionali mondiali sono tenuti a prestare attenzione, venga sempre più spesso messa dinnanzi ad un bene più importante, ampio e diffuso: la terra.

Il ragionamento cinese e dei suoi alleati in questa battaglia climatica, tremendamente pericolosa e dagli effetti tangibili, è dettato dal protezionismo dei propri interessi particolari e da una sorta di cecità nei confronti dell’interconnessione che lega l’intero pianeta e che è stata alla base di quel processo di globalizzazione del quale Cina, India e paesi in via di sviluppo hanno potuto godere più di ogni altro, forse anche più di quanto le vecchie economia abbaino fatto con l’assenza di controllo sull’inquinamento del passato. Il pareggio competitivo potrebbe quindi essere già stato raggiunto: possibilità di inquinare per i paesi già sviluppati, globalizzazione favorevole ed abbattimento delle frontiere commerciali per in paesi in via di sviluppo.

La tendenza alla protezione della propria economia, dei propri interessi particolari sono del resto uno dei motivi che hanno contribuito alle difficoltà europee e, a livello nazionale, della lentezza e dei continui blocchi nell’attività del Governo italiano che stanno snervando gli elettori e rischiando di rovinare irreparabilmente il paese.

Il futuro, il cambiamento e la discontinuità da tutti richiesti e che in ultima summa sono bandiera di ogni proposta politico-economia, non possono, nell’attuale società globale ed interconnessa, prescindere dalla capacità di fare rete e di interpretare con lungimiranza e vision gli scenari non solo locali e particolari, ma mondiali ed interessanti per una platea di stakeholders che, nel caso del clima, si può senza timor di smentita, rappresentare come il pianeta intero.

Il non comprendere o far finta di non comprendere questa interdipendenza può, in ogni situazione che si vuol considerare, clima in primis, causare il superamento del break-point oltre il quale non è più possibile rimediare i misfatto.

Nota: apertura lavori conferenza ONU: link.

24/11/2013
Valentino Angeletti
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IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review

Il CDM del 21 novembre è stato rinviato alla settimana successiva e con esso si protrae l’odiosa telenovela sull’ IMU che non smette di catalizzare energie ed attenzioni assieme ai problemi giudiziari di Berlusconi ai quali ora si aggiungono le aggravanti sulla vicenda Ruby, assieme ai fatti Legresti-Cancellieri ed assieme alla corsa alla segreteria del PD che inevitabilmente, qualora vincesse il favorito Matteo Renzi, influenzerà il programma il Governo, con la possibilità di causare rotture nel PD e nell’alleanza di governo.

Per garantire la cancellazione della seconda rata dell’ IMU servirebbero 900 milioni di euro, che in realtà avrebbero già dovuto essere trovati, da destinarsi per 400 milioni alla copertura sugli immobili e sui terreni agricoli e 500 da restituire ai comuni come rimborso dell’ imposta sugli immobili del 2013.
Le coperture individuate al momento sarebbero la rivalutazione delle quote di Bankitalia in possesso degli istituti di credito e delle assicurazioni (che potrebbe essere un boomerang: qua), da nuovi acconti, oltre il 100%, su IRES e IRAP dovuti a banche ed assicurazioni, ma attenzione perché gli acconti dovranno poi essere restituiti, da un aumento sull’ imposta di bollo dei depositi amministrati ed infine, qualora tutto ciò non bastasse, nuove accise su benzina, alcol e tabacchi cioè le clausole di salvaguardia.

È facile capire come questa vicenda sia ormai esasperante, tutti hanno chiaro che si tratta di una mossa puramente politica e propagandistica e che ogni eventuale cancellazione o riduzione di una voce comporterà un aumento altrove poiché il budget è blindato e non sono consentiti sforamenti. L’ IMU di fatto verrà ridistribuita su una platea più ampia, inclusi gli affittuari, con la nuova tassa sui servizi, verrà utilizzato lo strumento degli anticipi sugli acconti che di fatto sono altro debito e l’eventuale rivalutazione delle quote di Bankitalia è solo una misura di breve termine non strutturale e forse controproducente sul lungo periodo, inoltre se tutto ciò non bastasse la scure degli incrementi delle accise rimane concretissima.
Ovviamente ogni parte politica è ferma sulle proprie posizioni minacciando ritorsioni alla stabilità qualora la tassa su una determinata categoria di immobili non venisse abolita.

Tutto ciò comporta che i centri di assistenza fiscale non sanno ad oggi come comportarsi ed in ogni caso hanno già iniziato la preparazione della modulistica e l’aggiornamento dei sistemi informatici per l’eventuale riscossione con scadenza il 16/12. Il caos si percepisce anche a Bruxelles che non può non essere indignata dal comportamento italiano, che dopo aver disdetto le linee guida suggerite non spostando la tassazione verso i patrimoni ed i consumi, insiste con l’abolizione dell’IMU nonostante la misura non convinca l’ EU, sia presente in 26 stati europei e pur non avendo ancora definito precisamente e puntualmente le coperture.

Non c’è dunque da stupirsi che la Commissione sia molto restia a concedere fiducia non ritenendoci sufficientemente credibili, ad esempio per l’ applicazione della Golden Rule, nonostante i conti, rimessi in ordine, rientrino nei ferrei ed austeri parametri europei del fiscal compact che non mi stancherò mai di definire anacronistici per una situazione congiunturale macro economica come quella che in essere. Lo stesso Olli Rehn solo qualche giorno fa con un velo di ironia ha dichiarato che in Italia ogni giorno è politicamente delicato ed incerto, come del resto accade da un paio di anni a questa parte…
La Germania, nuovamente da prendere come esempio e che da questa crisi ha tratto e continua a trarre un po’ egoisticamente vantaggio, è stata redarguita per l’eccessiva differenza tra export ed import (i tedeschi si sono intelligentemente mantenuti al +6%, proprio il limite superiore dei parametri europei). L’ EU ha suggerito di trainare maggiormente i consumi ed essere più convincente e determinata nel coprire il ruolo di locomotiva economica europea. La risposta tedesca è stata un’accelerazione fino all’introduzione, di qui a pochi giorni, di un reddito minimo di cittadinanza, pari a circa 8.5€/h che dovrebbe aiutare ad incrementare la domanda interna. Ciò è sicuramente motivo di scontro politico, per alcuni partiti così facendo potrebbe essere incentivata la disoccupazione in un mercato tedesco dove questo problema è apparentemente basso, ma dove assieme ai lavori tecnici molto ben retribuiti vi sono molti mini job dai salari decisamente inferiori, pari a circa l’ammontare del reddito di cittadinanza proposto.

Le leggi di stabilità dei vari paesi saranno visionate nella serata del 22 novembre dall’Eurogruppo, che probabilmente muoverà qualche critica al nostro paese sulle scelte politiche causa del protrarsi della questione ancora non definita circa l’imposta sugli immobili.

Sempre dall’ Europa continuano ad arrivare consigli di intraprendere la strada dell’abbattimento del debito e delle riforme, che difficilmente riusciranno ad essere definite prima del prossimo anno considerando che, come è accaduto fino ad ora, tutte le energie e le attenzioni saranno rivolte al voto sulla decadenza di Berlusconi, alle discussioni sul conseguente esito, alle primarie del PD ed ai relativi risultati.

Per la riduzione del debito, costato 3 mld di mancati fondi, sono già state definite dismissioni e spending review.
In questa prima fase le dismissioni/privatizzazioni riguarderanno 8 società (CdP Reti, ENAV, Fincantieri, Sace, Stm, ENI, Grandi Stazioni, CdP TAG) per 12 miliardi, dei quali 6 andranno a tagliare il debito e 6 a ricapitalizzare la CdP.
Le privatizzazioni sono un mezzo molto utile quando uno Stato, per varie ragioni, non è più in grado di effettuare investimenti che consentano innovazione, sviluppo e crescita alle proprie aziende, ma affinché funzionino devono essere realmente tali e consentire l’ingresso ad investitori seri, referenziati e con volontà di investire. In Italia spesso ciò non è avvenuto e le privatizzazioni sono state fittizie con ben noti risultati.
Qualche piccolo problema può esserci anche in questa circostanza, perché ben il 50% delle entrate previste confluiranno per la ricapitalizzazione della CdP che per garantire i depositi postali necessita di un buon buffer di liquidità e perché per quanto riguarda ENI la privatizzazione sarà particolare. Per consentire allo stato di non perdere il controllo della società scendendo sotto il 30%, l’operazione avverrà con un Buy-Back da parte di ENI stessa per un controvalore di circa 2 mld (il 3%; la somma è circa quella incassata dal colosso Oil&Gas dalla recente cessione della quota di Severenergia in Russia), si tratta dunque di un’operazione contabile in cui ENI si accolla parte del debito sovrano divenendone a tutti gli effetti un creditore.

La spending review, finalizzata oltre che al debito anche alla riduzione delle tasse, è un altro di quei notori punti critici perché la spesa pubblica oltre ad essere esagerata è totalmente inefficiente, il che, se possibile, è peggio. Il commissario speciale Cottarelli, di provenienza IMF, ha il compito di individuare gli sprechi e proporre tagli che da una sua prima analisi dovrebbero ammontare a circa 32 miliardi in tre anni, vale a dire circa 11 miliardi all’anno, poco più del 3% dei circa 300 miliardi annui di spesa aggredibili. A dire la verità il suo compito non pare troppo complesso, ormai si sanno quali sono le voci su cui agire. Per fare qualche esempio: la riduzione dei centri di costo (idealmente uno, unico, centralizzato ed informatizzato) e delle stazioni appaltanti in particolare per la sanità; la riduzione drastica del ricorso ai sub appalti a catena; il controllo sull’esecuzione dei lavori pubblici, sulle consulenze e la corretta valorizzazione degli immobili statali; la riqualificazione mirata al risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici; la revisione delle spese militari per un esercito che costa più di quello israeliano, uno dei migliori e più tecnologici del mondo; la valorizzazione dei migliori atenei, convergendo verso pochi centri d’eccellenza a cui far confluire più risorse economiche per ricerca; stesso dicasi per gli aeroporti; il censimento e la vendita di tutte quelle municipalizzate in perdita, cercando di convergere verso poche, grandi ed efficienti multi-utility; la redistribuzione e la riallocazione dei dipendenti pubblici; l’ottimizzazione degli uffici pubblici, lasciando solo quelli che sbrigano un certo numero di adempimento al mese; l’eliminazione delle province e la riduzione del numero dei parlamentari; la trasformazione del (ex, ma non troppo) finanziamento ai partiti in rimborso con tanto di giustificativi e ricevute al seguito; il taglio dei privilegi della politica (dalle auto blu alle indennità su impermeabili ed ombrelli); la riduzione degli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato (un barbiere non può guadagnare oltre 100’000€ all’anno); un tetto agli stipendi dei manager pubblici con particolare attenzione a premiare realmente i risultati e non distribuire risorse a pioggia così come limitare il numero di cariche contemporanee.

Le ultime voci sono in valore assoluto, rispetto agli oltre 2’000 miliardi di debito, quasi risibili, ma anche solo 200’000 € risparmiati e dati alle scuole per acquistare carta igienica o alle forze dell’ordine per il carburante sono ben ridistribuiti.

Come si evince il difficile non è tanto trovare dove agire, ma la vera sfida è portare a termine le azioni  (solo qualche mese fa in Gran Bretagna il Premier Cameron in pochissimi giorni è riuscito a tagliare 11 mld di £), poiché ogni spreco per la società è guadagno o status quo di alcuni. Ad esempio la riallocazioni a differenti mansioni o località dei dipendenti pubblici non è banale e, come si è visto per la chiusura dei tribunali periferici, porterà a proteste ed opposizioni, così come stanno dimostrando gli scioperi di Genova quando si parlerà di vendita delle municipalizzate, senza neppur pensare a quando si proverà a toccare i privilegi dei veri potentati.

Il Commissario Cottarelli non avrà il potere esecutivo, ma dovrà proporre un piano alla politica che avrà il compito di decidere. Superfluo è rammentare quanto questo passaggio sia delicato e rischi di mandare tutto, come si suol dire, a ramengo.
Il cambiamento, oltre ad essere propagandato, deve essere messo in atto così come è indispensabile capire ed agire immediatamente nella definizione di una strategia economico-politico-riformatrice nazionale ed europea volta alla crescita ed al miglioramento delle condizioni di vita per le persone e di competitività per i paesi. Senza questo obiettivo ogni misura sarà solo un palliativo e contribuirà ad allungare una agonia già iniziata.

21/11/2013
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità, il semaforo EU arancione da 3 mld e rassicurazioni un po’ evanescenti

La Commissione Europea, parlando per bocca del Commissario Olli Rehn, ha espresso dubbi sull’ incisività della legge di stabilità presentata a Bruxelles nei giorni scorsi. I rischi che vengono visti nella ex finanziaria riguardano il debito che, secondo le previsioni, continua ad essere in crescita (133% al 2013 – 134% al 2013), il rispetto del rapporto Deficit/PIL al 3% che potrebbe essere messo in discussione a meno di una correzione pari allo 0.5% del PIL (circa 8 miliardi di €) e l’alto numero di emendamenti che la fanno sembrare ancora inconsistente. Del resto non c’era da attendersi una reazione differente visto che ogni direttiva e suggerimento EU sulle politiche fiscali sono stati disattesi. Da Bruxelles le linee guida erano state di spostare la tassazione da persone ed imprese verso i patrimoni ed i consumi, partendo proprio da quel taglio dell’ IMU indigesto alla Commissione e le cui coperture, pari a 2.4 miliardi di € per la cancellazione della seconda rata, devono ancora essere chiarite.

A ciò si aggiunge l’instabilità politica che permane con forza, a maggior ragione in questa fase in cui le primarie del PD si avvicinano, la vicenda della Cancellieri sembra aggravarsi di giorno in giorno, il voto sulla decadenza di Berlusconi è prossimo ed il PDL si è definitivamente scisso in due parti, quella filogovernativa e quella che, benché continuerà ad allearsi con Alfano, non ha al momento intenzione di sostenere il governo. A dicembre potrebbe verificarsi una situazione particolare ed unica, nessun leader dei principali partiti, Grillo, Renzi, Berlusconi, sarà in Senato, va da sé che la stabilità del governo è tutt’altro solida.

Inutile fingere che queste incertezze, oltre che disperdere energie preziose distogliendo la concentrazione dalla realtà, non ledano l’immagine, già non eccelsa, che la Commissione ha nei nostri confronti, lo si evince facilmente dalla dichiarazione un po’ ironica di Olli Rehn:
Lo dico con molta simpatia, ma ogni giorno quest’anno, così come l’anno scorso, è ‘politicamente delicato’ in Italia. Noi dobbiamo fare il nostro lavoro indicando la strada verso conti sostenibili“.

Immediate le rassicurazioni del Ministro Saccomanni, il quale smentisce ogni possibile aggiustamento al bilancio della legge di stabilità (le modifiche invece si vedranno: da lunedì al via le discussioni sui 3’093 emendamenti) seguite a ruota da quelle del Premier Letta.
Il Ministro dell’ Economia ritiene chi i numeri siano corretti, che il rapporto Deficit/PIL sarà al 2.5% nel 2014 e che a Bruxelles non tengano conto del pagamento dei debiti delle PA alle imprese e di alcuni interventi in favore della crescita che vedranno già nel 2014 i primi risultati; conferma poi l’impegno nell’abbattimento del debito in particolare a mezzo di: privatizzazioni mobiliari ed immobiliari; rientro di capitali dall’estero; pesante spending review operata dall’apposito Commissario Cottarelli; rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dalle banche.

Riguardo alle misure abbatti–debito le perplessità sono giustificate. Nel caso delle privatizzazioni, soprattutto quelle immobiliari, le somme non sono chiare. Il meccanismo e le condizioni per il rientro dei capitali dall’estero non sono ancora definiti, quindi qualsiasi stima è inconsistente. La spending review è tanto necessaria quanto spinosa, fino ad ora nessuno è riuscito ad incidere, neppure l’ultimo commissario speciale del Governo Monti, Bondi, il quale per la verità è stato fatto lavorare molto poco; Saccomanni ritiene che a regime il risparmio dovrebbe attestarsi tra 1 e 2 punti di PIL (16-32 mld di €, a dir poco ottimista il Ministro), ed accelera affinché i primi risultati, chiaramente non quantificabili a priori, si vedano già nel 2014. La stima per Cottarelli, ex IFM, è massima tanto quanto complesso e ricco di ostacoli sarà il suo compito, non perché non si sappia dove tagliare, ma perché ogni spreco per la società è fonte di guadagno per un particolare “potentato” di volta in volta differente. Infine la rivalutazione delle quote di Bankitalia in mano per il 95% alle banche ed alle assicurazioni (principalmente Unicredit, Intesa, Generali ed Unipol Sai) consentirà, tramite un artificio contabile, una plusvalenza per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici più cospicui (il pareggio avverrebbe dopo 2 anni) e se decidessero di disfarsi delle loro quote le potranno vendere al nuovo prezzo maggiorato; in questa ipotesi l’unico acquirente possibile sarebbe, per statuto, la Banca d’Italia, vale a dire il pubblico, vale a dire i contribuenti. Quest’ultimo provvedimento se confermato sarebbe un palliativo di brevissimo termine, che alla lunga porterebbe benefici agli istituti di credito a scapito del pubblico; si tratta di una sorta di ricapitalizzazione contabile fatta a bilancio e senza capitale.

Che le previsioni di Saccomanni, del MEF e di Letta siano corrette ce lo auguriamo, ma il semaforo, se non rosso, arancione da parte della EU ci è costato poco più di 3 miliardi che la commissione non si è sentita di concederci e che avrebbero dovuto essere spesi per crescita ed investimenti. Una linfa in questo momento.

Oltre all’ Europa anche la Confcommercio, con il Presidente Sangalli, non ritiene sufficiente la manovra che non porterebbe ripresa neppure nel 2014 insistendo su un prelievo fiscale ormai giunto ufficialmente al 44%, ma nella realtà delle cose ben più alto, fino al 68% per alcune piccole imprese, deprimendo ulteriormente i consumi basilari delle famiglie non più appartenenti al ceto medio in via di estinzione e non aggredendo significativamente la spesa pubblica ed improduttiva. Il grosso rischio è che la crisi economica possa sfociare in una crisi sociale che si estenda al di là dell’esprimere un voto ai movimenti anti europeisti.

L’unica possibile soluzione che potrebbe, ma non è né scontato né automatico, consentire l’inizio di un percorso di crescita risiede nella collaborazione tra gli stati europei, a cominciare dalla Germania e dalla stessa Unione che, non dovrebbe più solo focalizzarsi sui bilanci, sul rigore dei conti e sull’austerità che sta soffocando le prospettiva dei paesi più in difficoltà, come ha sottolineato Letta, ma che dovrebbe consentire di spendere per crescere e, aggiungo io, controllare che ogni euro speso sia effettivamente produttivo. L’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi è fondamentale e la sua assenza rappresenta una zavorra che senza l’ausilio europeo non si può scaricare. Questo approccio dovrebbe essere considerato non come la norma, ma come un rimedio temporaneo ad una situazione di grave emergenza.

In termini e toni differenti, la necessità di rivedere i trattati europei a Bruxelles è appoggiata da tutte le parti politiche, ma che evidentemente non hanno la sufficiente autorità per farsi valere, incluse quelle che solo qualche mese fa erano contrarie. A cominciare dal M5S, passando per Berlusconi, per il Presidente Napolitano, che chiede pacatamente un’Europa più unita e meno rigida e finendo al PD di Letta, il quale ha ricordato questa necessità alla Germania durante il congresso della SPD in procinto di formare la grande coalizione di governo assieme alla vincitrice CDU della Merkel.

Che all’interno del governo tedesco la SPD prema affinché non si prosegua con il rigore asfissiante in un momento dove questo approccio è solamente disastroso sarebbe bene, sperando che poi la CDU ceda alla pressione e che lo appoggi in sede europea dove la fa la parte del leone con tutt’altra autorevolezza rispetto al nostro Governo.

Il punto chiave da capire è se la Germania, che rifiuto pensare non abbia compreso la condizione in cui versiamo data la sua capacità di visione e pianificazione a lungo termine, abbia già valutato che cedere un po’ della propria sovranità e qualche suo vantaggio immediato sia ormai inutile al salvataggio europeo e che quindi stia tentando di trarne più profitto possibile consapevole che il futuro in una Europa depauperata e divisa sarà assai più fosco anche per lei.

16/11/2013
Valentino Angeletti
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Conferenza ONU sul cambiamento climatico

Dall’ 11 novembre al 22 novembre è in atto a Varsavia la 19° conferenza ONU sul cambiamento climatico.
L’evento è stato disertato dai “big” energivori esentati da Kyoto (o non ratificanti l’accordo, come gli Stati Uniti), Cina, India ed USA.
Assenza americana poco coerente con la propensione verde di Obama che vorrebbe porre un limite di legge sulle emissioni di CO2 alle aziende elettriche puntando su rinnovabili, efficienza, shale-gas e carbone pulito, possibile grazie a diverse tecnologie, come la CCS, sulle quali oltre agli USA anche Cina, Canada ed Australia stanno investendo pesantemente, e nonostante l’IPCC abbia rilevato che il 95% dei cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo, che le emissioni di CO2 tra il 1990 ed il 2012 sono aumentate del 32%, che la temperatura media è aumentata di 0.89 °C dal 1750 e se non verrà cambiata rotta aumenterà di 5 °C entro la fine del secolo (l’obiettivo sarebbe di contenere l’aumento a 2 °C) ed abbia previsto, da qui al 2100, un innalzamento del livello degli oceani compreso, a seconda degli scenari al contorno, tra i 18 ed i 59 cm.

La Polonia, nazione ospitante, ha dichiarato di voler impegnarsi nello shale-gas e di aver dato il via alla ricerca ed alle perforazioni, ma al contempo conferma l’intenzione di aprire nuove centrali a carbone, combustibile principale (95%) per l’approvvigionamento energetico della nazione, cercando di renderlo il meno inquinante possibile.

In Italia la panoramica è da tempo assai poco chiara, non esiste un ben definito piano energetico nazionale così come una strategia che riesca ad individuare un MIX ottimo, ridurre l’impatto degli incentivi alle rinnovabili sulla bolletta (la proposta Zanonato di spalmare gli incentivi su più anni tramite l’emissione di un bond è ancora in fase di valutazione e sembrerebbe incontrare varie opposizioni) ed al contempo sfruttare in modo migliore le nostre risorse. ENI ad esempio sarebbe interessata allo shale-gas nostrano, bloccato per varie ragioni, e nel frattempo sta avviando progetti ed entrando in partnership principalmente statunitensi.
Viene però riconosciuto che la filiera dei green-job e della green-economy, dell’edilizia sostenibile e dell’efficienza energetica siano in grado di creare posti numerosi posti di lavoro contribuendo a migliorare le condizioni economiche del paese, come è stato recentemente affermato da vari esponenti governativi, per primi i Ministri Zanonato ed Orlando, alla fiera internazionale “Ecomondo”.

Gli eventi meteorologici estremi sono in continuo aumento e coinvolgono costantemente aree prima sicure sotto questo punto di vista. Gli uragani nel secolo in corso sono aumentati del 40%; solo nelle Filippine, che stanno fronteggiando una catastrofe, durante l’ultimo anno si sono verificati 24 eventi importanti e 4 devastanti.
È condiviso che la lotta al cambiamento climatico, in questa fase decisamente già avanzata del problema tanto da spingere Obama a porsi la domanda se sia il caso di cercar di cambiare rotta oppure di adattarsi alle mutate condizioni, sia una priorità globale alla quale non è mai dato troppo spazio, né da parte dei Governi né dei media.
Purtroppo però all’atto pratico delle cose ed alla luce degli impegni, delle azioni reali e dei continui rinvii non viene trasmesso un reale impegno nel fronteggiare una criticità che riguarda il futuro del pianeta e delle popolazioni.

12/11/2013
Valentino Angeletti
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In Cina iniziano a privatizzare. Che si debba imparare da loro come fare?

Interessante il fatto che al Plenum Cinese abbiano dato il via libera alle privatizzazioni, aperte anche agli stranieri, dei colossi di stato fino ad un 10-15% della totale capitalizzazione. In Italia invece si parla di investimenti stranieri e privatizzazioni, ma appena si presenta un’occasione concreta si corre ai ripari… o meglio in Parlamento a legiferare.
Le privatizzazione dovrebbero principalmente servire a cercar di abbassare un debito al 133% (previsto al 134% nel 2014) per il quale la Commissione Europea potrebbe a breve aprire una procedura di infrazione.

Le privatizzazioni non devono essere svendite per coprire estemporaneamente buchi, ma delle vere joint venture con privati nell’ottica di potenziare un’ azienda o un intero settore, creando posti di lavoro, innovazione, ricerca, sviluppo, filiera ed indotto, cosa che lo Stato da solo non sarebbe in grado di implementare.
Chiaro è che svendere al privato e lasciargli carta bianca su piano industriali, strategie di sviluppo e business sarebbe un fallimento già in partenza, al contrario se sussistesse un impegno comune volto a garantire all’azienda prospettive di crescita, sviluppo, consolidamenti e quindi utili, che al privato fanno sempre piacere, le privatizzazioni assumerebbero un carattere indubbiamente benefico, più che per la copertura di qualche decimo di punto del debito per le prospettive di lungo termine e la competitività di tutto il sistema paese..

(Una riflessione sul MIX Ottimo Privatizzazione-Tagli: https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/11/11/priv-tagli/ )

Nel frattempo Air-France non aderirà all’ADC Alitalia ritenendola sconveniente scendendo così al 10% e mettendo a rischio la partecipazione di Poste SpA per via della clausola secondo la quale per concludere l’operazione sarebbe necessaria l’adesione di tutti i soci, aspetto comunque facilmente aggirabile vista la rapidità con cui si riescono a modificare le regole.

La speranza è che possano entrare nell’affare altri partner, anche migliori di Air-France in particolar modo per il lungo raggio, come i Russi, gli Arabi o gli stessi Cinesi; ma che condizioni chiederanno considerando quanto è valutata attualmente Alitalia ed il suoi conti?

11/11/2013
Valentino Angeletti
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Privatizzazioni e tagli: non aut aut, ma MIX ottimo

La riduzione del debito pubblico che ormai ha raggiunto il 133% del Pil e che le previsioni non vedono in calo neppure per il prossimo anno (la Commissione Europea stima un 134% nel 2014 ed un 133.1% nel 2015), è una questione tanto importante quanto dibattuta. Tutti convengono sulla necessità di tagliarlo, ma le strade proposte sono differenti.

Il Governo sta lavorando ad un piano di dismissioni di patrimonio pubblico: immobili; aziende quotate (mantenendone in ogni caso il controllo); aziende non quotate; partecipazioni in municipalizzate; enti locali, provinciali e regionali.

Partendo dal presupposto unanime che una dismissione richiede un piano preciso, una strategia, una visione d’insieme condivise con gli investitori, a maggior ragione quando si parla di attività strategiche o servizi fondamentali come l’acqua, o con i gestori di patrimonio nel caso di immobili, esse possono effettivamente rappresentare un aiuto alla riduzione dell’indebitamento ed una opportunità di crescita e di sviluppo, anche occupazionale, in settori nei quali uno Stato economicamente in difficoltà e sorvegliato speciale da Unione Europea, IFM, ed investitori finanziari, fatica a convogliare denaro per investimenti. Un caso di indubbio successo è rappresentato dalla toscana Nuova Pignone, ex azienda di Stato, ora polo centrale per il comparto Oil&Gas della multinazionale statunitense GE.

Alle privatizzazioni si oppongono a spada tratta i sindacati (Alesina, Giavazzi e Bonanni hanno avuto interessanti tenzoni giornalistici sul Corriere), per i quali la via principale per l’abbattimento del debito è rappresenta dal taglio della spesa pubblica a cominciare dai centri unici di spesa per finire all’ abolizione degli enti inutili.

Difficile non essere d’accordo con l’idea di ottimizzazione e contenimento degli sprechi portata avanti dai sindacati, e non solo, ma sorge una domanda.

Possono davvero essere aboliti “enti inutili” senza che sorgano proteste da parte dei lavoratori e degli stessi sindacati che si dicono a favore della loro cancellazione? Ad esempio i lavoratori delle province, qualora si riuscisse a cancellarle come da tempo di sente ripetere, dove saranno ricollocati?

La questione è dunque complessa perché anche solo lo spostamento geografico o di mansione del personale provoca insurrezioni. A tal proposito mi viene in mente la recente chiusura dei tribunali periferici che ha scatenato un putiferio, d’un tratto ogni tribunale era indispensabile, e seguendo il ragionamento tipicamente italiano, gli sprechi erano sempre e comunque da qualche altra parte e la colpa evidentemente altrui. I diritti acquisiti poi non possono essere toccati in alcun modo.
Figurarsi quindi una cancellazione definitiva di migliaia di enti che inevitabilmente comporterebbe il lasciare a casa un numero non ben definito di persone in un momento dove il lavoro non c’è e la disoccupazione galoppa…

Anche per operare questo intervento, di certo sensato e molto semplice a dirsi, serve un piano ed una strategia precisa, andando allo sbaraglio il rischio di riproporre un una seconda vicenda esodati è altissimo causando più danni che benefici.

Per concludere, nei momenti di crisi, etimologicamente cambiamento, è senz’ altro necessario tagliare gli sprechi ed ottimizzare i costi e le spese, ma è altrettanto fondamentale studiare gli scenari, pianificare strategie industriali e di sviluppo che guardino al lungo termine, rivedere le pianificazioni passate alla luce delle mutate condizioni macro economiche, investire in innovazione, istruzione e persone, in modo da porre le basi della ripartenza ed essere pronti, una volta che la crisi sarà alla spalle, a tornare immediatamente a competere. Se lo Stato da solo non è in grado, allora è giusto che faccia sinergia col privato portando avanti lo sviluppo del paese.

05/11/2013
Valentino Angeletti
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Tra emendamenti e scissioni il senso di distacco aumenta

È scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti alla Legge di Stabilità approvata dalla maggioranza composta da PD e PDL. 3’090 sono le proposte di modifica, una cifra impressionante che conferma per l’ennesima volta la viscosità e la pervasività della burocrazia che contribuisce a bloccare il paese mettendolo nelle mani delle tecnocrazie.
Risulta difficile pensare che tutti i quasi 3’100 emendamenti possano essere, nel poco tempo disponibile, analizzati con la dovuta attenzione, così come non è credibile che siano tutti realmente sensati.
Il maggior numero delle proposte è stato per giunta presentato dagli stessi gruppi creatori, solo qualche giorno fa, della legge, ossia PDL con oltre 800 misure e PD con coltre 900; verrebbe quasi da chiedersi se si tratti davvero delle stesse persone.
I temi più dibattuti rimangono il cuneo fiscale, le detrazioni, la nuova imposta sui servizi (TASI) e l’IMU della quale la seconda rata si conferma cancellata benché non siano ancora state individuate le coperture; a questi si aggiunge un possibile contributo di solidarietà in favore della rivalutazione delle pensioni sotto i 3’000 € lordi al mese, la vendita delle spiagge demaniali, la tobin tax e le clausole di salvaguardia (leggasi accise), queste ultime forse per compensare l’ intollerabile incapacità di far saldare ai concessionari di slot machines il loro debito erariale.
Controversa è la proposta della Google Tax operata dal PD. L’ idea di far pagare alle multinazionali digitali
(Google, Yahoo, Amazon, ma anche Apple) le tasse nel paese ove vengono fatti i profitti è senza dubbio sensata, ma difficile principalmente per due motivi: il primo per la difficoltà nel definire precisamente il luogo del profitto; il secondo perché in Europa vige il principio di libera circolazione di merci, persone e capitali, corretto, se non fosse che differenti regimi fiscali e di accesso al credito, costo del lavoro altamente variabile, sistemi normativi incredibilmente eterogenei distorcono il mercato innescando squilibri sul piano della concorrenza (fiscale in particolar modo). Ciò va a testimonianza della necessità di completare un processo unificatore indispensabile, ma ancora in fase sostanzialmente embrionale.

Secondo il Presidente dell’ Adam Smith Society, Alessandro De Nicola, La Repubblica, nel 2014 non vi sarà una riduzione della pressione fiscale, anzi aumenterebbe leggermente il deficit, mentre nel lungo periodo la riduzione del prelievo dovrebbe arrivare allo 0.4%, sicuramente insufficiente a sostenere qual cambiamento necessario.
A tutto questo marasma, nel quale un senso politico-sociale si potrebbe, benché forzatamente, trovare, si aggiungono le tensioni governative, acuitesi negli ultimi giorni sia sul fronte del PDL che su quello del PD.

Nel PDL prende piede l’ ipotesi di rottura tra governativi (o innovatori) fedeli ad Alfano ed alle larghe intese e falchi (o lealisti) sostenitori di una scissione, se necessario delle elezioni e più in generale di Berlusconi che avrebbe convocato per lunedì, stufo di falchi e colombe, 120 giovani ai quali affidare il futuro del Partito. Vi sono poi le vicende sulla decadenza e sull’ eventuale grazia al Cavaliere rimessa in primo piano da Dell’Utri, ed infine il Consiglio Nazionale in programma la prossima settimana.
Nel PD invece a catalizzare l’attenzione sono le primarie e la campagna elettorale tra i candidati, la vicende dei tesseramenti, il Congresso ed in ultimo le divergenze interne sulla possibilità di aderire o meno al Partito Socialista Europeo (PSE), possibilista il segretario Epifani, totalmente contrario Fioroni.
Sul fronte del M5S torna veementemente protagonista il reddito di cittadinanza, una misura presente in molti Stati europei, dove però i meccanismi di cassa integrazione e disoccupazione non sono così insostenibile ed abbastanza anacronistici come in Italia. Allo stato attuale delle cose e considerando le tempistiche pensare ad un reddito di cittadinanza è molto complesso, non lo sarebbe forse stato se inizialmente il M5S avesse deciso di collaborare con il PD, almeno per portare a termine qualche fondamentale riforma.

Nel frattempo il paese continua a sentirsi sempre più distante dalla classe politica e dirigente. Le regioni non hanno più fondi per rifinanziare la cassa integrazione che non viene erogata da vari mese e che vede scoperti un numero imprecisato di persone. Secondo Federico Fubini, La Repubblica, il buco ammonterebbe a 330 milioni di € per un totale di 350’000 lavoratori. Ancora più allarmante e vergognoso per un paese del G8 è il dato della Coldiretti per il quale il 37% delle famiglie ha dovuto chiedere aiuto a terzi (tipicamente i genitori, mentre le banche non concedono credito), il 10% non riesce ad arrivare a fine mese, il 42% riesce ad arrivare a fine mese, ma solo facendo fronte alle spese senza un minimo extra ed un altro 42% riesce a mettere da parte una piccola somma. Sempre per la Coldiretti segnali negativi provengono dal fronte dei consumi, ridotti in tutti i settori, dalle attività ludiche e sportive fino alle ristrutturazioni edili, nonostante gli eco-bonus, all’ arredo ed alle auto.

Indubbiamente l’attuale scialuppa di salvataggio del paese “plebeo”, ma numeroso, risiede nei risparmi privati, della famiglia e degli amici, e non, come dovrebbe essere, nelle azioni incisive della politica e del governo che agli occhi di tanti, dei più indigenti, paiono distanti, lontani ed avulsi dalla realtà. È questa la ragione che fa imperversare movimenti anti europeisti ed demagoghi, fa pensare che ci sia un piano per risanare i conti del paese e quelli delle banche grazie esclusivamente al grande risparmio privato (6’000 miliardi di €), fa allontanare dall’ esercizio attivo della politica, fa scoraggiare, disinteressare, uccide la speranza, fa fuggire definitivamente cervelli che avrebbero voluto fare qualche cosa in Italia, alla fin fine amata da tutti, perché una volta depauperato il risparmio famigliare non rimane davvero più nulla per le generazioni future: le prospettive continuano ad essere plumbee e la disuguaglianza sociale aumenta pericolosamente senza la minima possibilità di scalata sociale che i nostri genitori potevano quasi certamente ottenere con l’ investimento in istruzione. Ora non è più così e ciò diffonde un senso di impotenza rabbioso perche se neppure l’ istruzione e la cultura offre una qualche possibilità la fine è davvero vicina.

Tra emendamenti e diatribe interne aumenta dunque il senso di lontananza e di ripugnanza nei confronti della politica che, nell’accezione ateniese del termine, dovrebbe essere l’attività più bella e più appagante per il cittadino. Ormai da molto non è più tempo di capire che c’è bisogno di svolta e cambiamento, è tempo di attuarlo … immediatamente.

FONTI:
F.Fubini, CGI: Collegamentel La Repubblica
A. De Nicola, fiscalità: Collegamento articolo La Repubblica
Coldiretti: Collegamento articolo

10/11/2013
Valentino Angeletti
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Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele

In riferimento al dibattito tra il Livornese Ingegner Michele e il Fiorentino Matteo Renzi sulle pensioni d’oro, sul contributo di solidarietà e sullo stop alla rivalutazione, andato in onda nell’ ultima parte della puntata di Servizio Pubblico (07/11/13), ci sarebbe una considerazione fondamentale.

Innanzi tutto non possono essere equiparate le pensioni da 3’000 € al mese con quelle da 10’000 € ed oltre.

In secondo luogo i calcoli fatti dall’ Ingegnere saranno sicuramente giusti, non entro nel merito in quanto non competente, ma Michele sosteneva, sciolinando numeri e percentuali, di star percependo (circa 7’000 € al mese) quello che con il metodo contributivo aveva versato durante i suoi quasi 40 anni di vita lavorativa, anzi, a detta, sua la cifra percepita sarebbe anche leggermente in difetto, quindi ritiene ingiusto e vessatorio bloccare le rivalutazione oppure richiedere un contributo di solidarietà a coloro nelle sua stessa situazione. La risposta di Renzi, sensata, è stata che in questo momento tra tutelare Michele e chi è in condizioni simili, è giusto cercare di proteggere coloro che una pensione o uno stipendio non ce l’ha; in fin dei conti con 6’500 € al mese si vive bene lo stesso, cosa non vera con 800, o anche meno, € al mese, ha detto il sindaco.

Fermo restando che il livello pensionistico di Michele, che si prende come esempio, non me ne voglia, rappresentante di una classe di persone nella medesima situazione, sia totalmente legittimo, legale e meritato, il punto da affrontare è che considerando la situazione comatosa in cui sta versando il paese, se ognuno, anche legittimamente difende quanto avuto fino ad ora per proteggere una propria posizione super favorevole nonostante tutto e tutti, la via d’uscita non si trova, si continuerà a fare bei discorsi, campati in aria e mai attuati perché si troverà opposizione per ogni cosa.

Michele ha avuto la possibilità di lavorare come ingegnere, essere responsabile di rami aziendali, arrivare a diventare amministratore delegato, ha versato ed ora riceve quanto ha dato.
Adesso vi sono una platea di ingegneri, specialisti e laureati a spasso, e coloro che lavorano, percependo al massimo 1’500 € puliti al mese, che per vivere autonomamente a Roma o Milano non sono sufficienti, non hanno prospettive pensionistiche consistenti e veritiere, così come le proiezioni sul TFR non sono proprio rosee. Il TFR, dopo la liberalizzazione del settore, in molti casi è stato affidato a fondi pensione privati sui quali è stata aumentata la tassazione e sono state tolte alcune detrazione e che non potrà essere percepito, come avveniva in passato, in unica soluzione ed infine anche la reversibilità dell’eventuale rendita mensile è limitata.

Se non ci si mette in testa di collaborare per ridistribuire ricchezza (vedi articolo: abbassare GINI ), anche con cessione di un poco di privilegi legittimi, a vantaggio dei moltissimi non tutelati come i precari, i NEET, il 40,4% di giovani disoccupati, l’ oltre 12% di disoccupati, dalla crisi non si uscirà, ma aumenteranno disuguaglianza sociale, tensioni, lotte generazionali e via dicendo. A ben vedere questa richiesta di flessibilità è ciò che stiamo chiedendo alla Germania della Merkel.
Lo hanno capito molti industriali importanti che si sono detti favorevoli ad una patrimoniale tarata sulle grandi somme ed immobili perché in un momento simile chi più ha più deve contribuire e di una ripresa l’industria ed il paese nel medio termine beneficerebbe di più rispetto a quanto perderebbe con una patrimoniale intelligentemente progressiva anche tra i grandi patrimoni (Vedi Nota).

Chiaramente coloro che percepiscono privilegi non dovuti, anacronistici, insensati ed eccessivi, così come quelli che evadono ed eludono fisco e contributi devono essere i primi obiettivi da stroncare, ma per equilibrare il paese il sentimento di collaborazione generazionale, solidarietà, quasi carità, per cercare di far si che l’unica prospettiva per la futura classe politica e dirigente non sia l’emigrazione definitiva, deve essere provato ed applicato.

Almeno io, e spero di non essere l’ unico, la vedo così, …. ma forse sono dalla parte sbagliata della barricata.

NOTA: il risparmio privato degli italiani ammonta a circa 6’000 miliardi di €, più o meno 3 volte il debito pubblico e 4 volte il PIL. Il 45% di questa somma, circa 2’700 miliardi, sta nelle mani del 10% più ricco della popolazione, lo 0.1% di 2’700 miliardi sono 2.7 miliardi sufficienti per l’ IMU, l’ 1% di questa somma sono 27 miliardi superiori agli 11.6 allocati nell’ ultima legge di stabilità. Un 1% non intacca il potere economico di ingentissimi patrimoni.

07/11/2013
Valentino Angeletti
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La Commissione Europea come dovrebbe leggere le stime sull’ Italia?

La Commissione Europea, come prevedibile e come ormai ci ha abituato a fare, ha ritoccato al ribasso le previsioni di crescita per l’Italia. Le stime del Governo facevano segnare sul PIL -1.7% per il 2013 e +1.1% per il 2014 la EU invece la ha corrette rispettivamente a -1.8%, +0.7% pubblicando la stima per il 2015 a +1.2%. Anche la disoccupazione è rivista al rialzo, secondo Bruxelles si attesterà ad 12.2% nel 2013, raggiungerà il picco di 12.4% nel 2014 per poi calare, confermando il fatto che solo con incrementi del PIL superiori all’ 1% si possono avere impatti positivi sull’occupazione, a 12.1%. Infine il debito passerà dal 133% del 2013 al 134% del 2014 per poi iniziale a calare lentamente nel corso del 2015. Nel panorama italiano a riprendere un poco di vigore è l’ export, mentre l’ indebolimento economico italiano è stato penalizzato da un Euro molto apprezzato nei confronti di Dollaro, Yen e Yuan, che ha necessariamente influito anche sull’export il quale avrebbe potuto crescere maggiormente.
La previsione sul rapporto Deficit/PIL secondo la EU passa dal 2.9% al 3%, rimanendo dunque entro il valore massimo concesso per non incappare nuovamente nella procedura di infrazione.

Già a livello puramente numerico la situazione è negativa e non molto convincenti sono le rassicurazione londinesi del Ministro Saccomanni che ritiene che non sia stato valuto correttamente l’ impatto dei vari provvedimenti presenti nella legge di stabilità. Legge di stabilità in realtà non troppo apprezzata a Bruxelles in particolare nella parte riguardante l’ IMU che allo stato attuale delle cose rimane un punto di domanda non essendo ancora ben chiara la provenienza delle risorse per la cancellazione della seconda rata. La Commissione EU in ogni caso ha blindato i conti, Olli Rehn ha ribadito che ogni modifica all’ ex finanziaria dovrà essere coperta da entrate attendibili.
A ciò si aggiungono le minori entrate tributarie (-0.3% nei primi nove mesi) ed in particolare la flessione del gettito IVA per 3.7 miliardi di € segnala una continua diminuzione dei consumi.
Al paese va comunque dato atto che è riuscito, con sforzi notevoli da parte dei cittadini, a contenere il rapporto Deficit/PIL.

Questi dati dovrebbero essere letti dall’ Europa come ennesima prova che, nonostante l’impegno dei contribuenti, senza stimoli forti ed incisivi il paese non ha la possibilità di ripartire. La crescita può avvenire solo aumentando il potere d’acquisto, creando domanda, lavoro e puntando sull’export. Fermi restando gli indispensabili tagli alle spese, lotta all’ evasione, sburocratizzazione e piano di dismissioni pubbliche volte a ridurre il debito ed a diminuire la tassazione, che in alcuni casi arriva al 68%, sia per privati che per imprese.
Le esportazioni sono parzialmente penalizzate da una moneta decisamente forte e da una concorrenza che, escludendo le produzioni di nicchia, è più competitiva, quindi il solo export, senza una svalutazione competitiva fuori dai poteri della ECB, non risulta sufficiente. Per avere un impatto consistente sul potere di acquisto dei lavoratori, secondo alcuni economisti, servirebbe un provvedimento (ad esempio il taglio del cuneo fiscale e della tassazione in generale) di almeno 50 miliardi di €, evidentemente fuori portata. La creazione di lavoro è figlia della domanda che però cala di trimestre in trimestre e gli effetti benefici degli incentivi alle assunzioni non possono supplire ad un problema di portata drammatica (40.4% di disoccupazione giovanile).
L’unica strada che nel breve potrebbe contribuire ad un aumento del PIL è quella di consentire lo sforamento temporaneo (oppure il non computo nel deficit di queste spese in applicazione della Golden Rule) del 3%, bindato a causa del debito elevato e secondo solo alla Grecia, per investimenti in infrastrutture, riqualificazioni, lavori pubblici, grandi e piccole opere incompiute, efficienza energetica ed in generale tutta la filiera ad alto valore aggiunto.
Il controllo di queste spese e dell’avanzamento dei lavori dovrebbe avvenire con una sorta di Troika direttamente dalla EU, onde evitare gli sprechi ai quali siamo ormai abituati (ultimo caso certificato a livello europeo è quello de L’Aquila che potrebbe costarci la restituzione di tutti i fondi percepiti per la ricostruzione), i bandi di gara dovrebbero essere aperti alle sole aziende con i conti in ordine e senza vertenze legali, dovrebbero essere limitati i subappalti e dovrebbe essere verificata approfonditamente la regolarità contributiva delle aziende partecipanti (il DURC esiste già, ma spesso esistono modi per aggirarlo).

Potrebbe poi essere pensabile, da parte della ECB, far confluire parte dei fondi destinati all’acquisto dei titoli di stato, quindi che vanno ad alimentare la finanza ed il sistema bancario, nell’ economia reale favorendo dunque investimenti produttivi e creazione di posti di lavoro. Nel caso italiano la risposta all’emissione di titoli è sempre molto alta (il BTP Italia ha fatto segnare il 5/11 il record storico di richieste per una sola giornata) sia da parte di privati che da parte di istituzionali e forse potrebbero supplire all’ operato della ECB.
Tutti gli investimenti produttivi che momentaneamente andrebbero ad amplificare il deficit, consentirebbero nel medio periodo di aumentare il PIL, bilanciando positivamente il rapporto Deficit/PIL.

Le banche infine dovrebbero tornare a concedere credito alle aziende ed alle attività produttive, così come ai privati. Se è vero che in questo momento la loro propensione al credito è aumentata rispetto a qualche mese fa è anche vero che il loro comportamento dal 2008 in avanti gli ha fatto perdere, agli occhi dei clienti, gran parte della credibilità. Questo fattore, assieme allo stato di incertezza generalizzato spaventa molti di coloro che potenzialmente vorrebbero chiedere un mutuo o un finanziamento.

Tali considerazioni dovrebbero essere fatte a livello europeo, ma forse ancor prima accettate dalla Germania che nonostante le elezione non ha mutato significativamente atteggiamento e dai falchi del nord, non comprendendo (o fingendo di non comprendere) che dietro un numero in ordine si può nascondere disagio e povertà. Dal canto nostro invece si dovrebbe avere la forza, la determinazione, la coesione e la credibilità politico-istituzionale per richiedere a Bruxelles interventi in favore di una maggior unificazione e di una progressione dell’ EU più sincrona ed armonica, ricordando che i particolarismi e gli egoismi dei singoli stanno portando allo sgretolamento di un progetto che è l’unico che può fare dell’ Europa un’ entità competitiva globalmente…. Ma forse internamente siamo focalizzati sulle “ben più importanti” vicende della decadenza, delle telefonate sospette, dei congressi di partito e dei tesseramenti.

PS: alle banche per adeguare i loro bilanci alle regolamentazioni europee sull’unione bancaria è stata concessa una proroga di 15 giorni.

05/11/2013
Valentino Angeletti
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