Privatizzazioni e tagli: non aut aut, ma MIX ottimo

La riduzione del debito pubblico che ormai ha raggiunto il 133% del Pil e che le previsioni non vedono in calo neppure per il prossimo anno (la Commissione Europea stima un 134% nel 2014 ed un 133.1% nel 2015), è una questione tanto importante quanto dibattuta. Tutti convengono sulla necessità di tagliarlo, ma le strade proposte sono differenti.

Il Governo sta lavorando ad un piano di dismissioni di patrimonio pubblico: immobili; aziende quotate (mantenendone in ogni caso il controllo); aziende non quotate; partecipazioni in municipalizzate; enti locali, provinciali e regionali.

Partendo dal presupposto unanime che una dismissione richiede un piano preciso, una strategia, una visione d’insieme condivise con gli investitori, a maggior ragione quando si parla di attività strategiche o servizi fondamentali come l’acqua, o con i gestori di patrimonio nel caso di immobili, esse possono effettivamente rappresentare un aiuto alla riduzione dell’indebitamento ed una opportunità di crescita e di sviluppo, anche occupazionale, in settori nei quali uno Stato economicamente in difficoltà e sorvegliato speciale da Unione Europea, IFM, ed investitori finanziari, fatica a convogliare denaro per investimenti. Un caso di indubbio successo è rappresentato dalla toscana Nuova Pignone, ex azienda di Stato, ora polo centrale per il comparto Oil&Gas della multinazionale statunitense GE.

Alle privatizzazioni si oppongono a spada tratta i sindacati (Alesina, Giavazzi e Bonanni hanno avuto interessanti tenzoni giornalistici sul Corriere), per i quali la via principale per l’abbattimento del debito è rappresenta dal taglio della spesa pubblica a cominciare dai centri unici di spesa per finire all’ abolizione degli enti inutili.

Difficile non essere d’accordo con l’idea di ottimizzazione e contenimento degli sprechi portata avanti dai sindacati, e non solo, ma sorge una domanda.

Possono davvero essere aboliti “enti inutili” senza che sorgano proteste da parte dei lavoratori e degli stessi sindacati che si dicono a favore della loro cancellazione? Ad esempio i lavoratori delle province, qualora si riuscisse a cancellarle come da tempo di sente ripetere, dove saranno ricollocati?

La questione è dunque complessa perché anche solo lo spostamento geografico o di mansione del personale provoca insurrezioni. A tal proposito mi viene in mente la recente chiusura dei tribunali periferici che ha scatenato un putiferio, d’un tratto ogni tribunale era indispensabile, e seguendo il ragionamento tipicamente italiano, gli sprechi erano sempre e comunque da qualche altra parte e la colpa evidentemente altrui. I diritti acquisiti poi non possono essere toccati in alcun modo.
Figurarsi quindi una cancellazione definitiva di migliaia di enti che inevitabilmente comporterebbe il lasciare a casa un numero non ben definito di persone in un momento dove il lavoro non c’è e la disoccupazione galoppa…

Anche per operare questo intervento, di certo sensato e molto semplice a dirsi, serve un piano ed una strategia precisa, andando allo sbaraglio il rischio di riproporre un una seconda vicenda esodati è altissimo causando più danni che benefici.

Per concludere, nei momenti di crisi, etimologicamente cambiamento, è senz’ altro necessario tagliare gli sprechi ed ottimizzare i costi e le spese, ma è altrettanto fondamentale studiare gli scenari, pianificare strategie industriali e di sviluppo che guardino al lungo termine, rivedere le pianificazioni passate alla luce delle mutate condizioni macro economiche, investire in innovazione, istruzione e persone, in modo da porre le basi della ripartenza ed essere pronti, una volta che la crisi sarà alla spalle, a tornare immediatamente a competere. Se lo Stato da solo non è in grado, allora è giusto che faccia sinergia col privato portando avanti lo sviluppo del paese.

05/11/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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