Archivi Mensili: dicembre 2013

Auguri ed una riflessione per il 2014

Vorrei unire ai classici auguri di buon anno, in cui auspico a tutti, in particolare ai più sfortunati ed a coloro che nel 2013 hanno vissuto situazioni problematiche, e sono tante, un 2014 ricco di benessere e soddisfazioni personali e lavorative, anche una riflessione.

Non abbandoniamo mai la voglia di imparare, arricchirsi, guardarsi attorno, cercare di interpretare gli scenari e le situazioni, capire che sta succedendo nel mondo senza accettarlo passivamente, ignorarlo pensando che non avremo mai voce in capitolo o peggio che tanto a noi non serve, non cadere mai nel peccato di superbia credendo di aver già appreso a sufficienza.
Miriamo ad avere un obiettivo, anche alto, siamo pronti ad adattarlo alle circostanze e lottiamo sempre e comunque per ottenere il meglio, non si abbia paura del cambiamento anzi lo si affronti a testa alta, eventualmente cercandolo per far tesoro di nuove esperienze, non abbandonando mai quell’ambizione positiva che è sempre stata per la specie umana il motore per il miglioramento ed il raggiungimento dei risultati più importanti.

Non c’è da aspettarsi troppo dal 2014, sarà ancora duro e c’è da mettersi in testa che è necessario lavoro ed impegno. Quello venturo sarà un anno non semplice, che andrà raddrizzato con tenacia, ma dobbiamo necessariamente affrontarlo consapevoli delle difficoltà e non semplicemente subirlo. Abbiamo le capacità di farlo e dobbiamo farlo, per noi e per le generazioni future. Non meritiamo quello che ci è stato lasciato in eredità e non meritiamo di non avere opportunità, né di vederci negata la possibilità di sognare.

Ciò detto buon 2014 a tutti….

31/12/2013
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: il colpo di scena sulle accise

Da indiscrezioni trapelate in merito alla legge di stabilità che si comporrà di due parti distinte, una relativa alle proroghe ed una relativa alle misure urgenti, emerge un provvedimento a dir poco curioso.
Per la prima volta si sta prendendo in considerazione la possibilità di ridurre le accise sul tabacco. Tale balzello è sempre state uno strumento semplice, immediato ed odioso per fare cassa, tanto che il suo aumento è presente in ogni clausola di salvaguardia, inclusa quella che dovrebbe scattare qualora le previsioni sugli introiti da spending review e da rientro di capitali dall’estero sia inferiore alle attese. Questa indiscrezione sembra dunque un vero colpo di scena, poiché le accise sono sempre state considerate efficienti, sono state sistematicamente, quasi strutturalmente, innalzate e mai ritoccate al ribasso.
Il perché di questo cambio “strategico” è presto detto e risiede nella drammatica veridicità della legge di Laffer, secondo la quale al crescere della tassazione oltre una certa soglia i consumi, a cominciare dai bene non di prima necessità, si deprimono comportando un gettito minore rispetto a quanto si sarebbe ottenuto evitando gli incrementi delle imposte, nel caso italiano principalmente l’IVA.
Questa legge si applica perfettamente, e per la prima volta in modo quasi dichiarato, al caso del tabacco poiché un’eventuale riduzione delle accise servirebbe a compensare il minor gettito dovuto ai consumi inferiori a seguito dell’aumento dell’IVA. Come volevasi dimostrare si diceva al liceo.

La realtà è che questo fenomeno si è verificato non solo per tabacco ed alcol, ma anche per la benzina, per i comuni beni di consumo ed anche per quelli di prima necessità come cibo, oggetto di rinunce in qualità e quantità, e cure mediche e medicinali, andando quasi a ledere i diritti che ogni cittadino di un paese avanzato e civile dovrebbe avere garantiti.

Questa presa d’atto testimonia come molte delle misure siano state adottate senza alcun piano strutturale, ma per una sopravvivenza giornaliera, quasi oraria, forse mutuata dalla troppa finanza che ha sedotto l’economia degli ultimi anni o forse proprio causata dalla totale assenza di idee e di piani precisi, chiari, strutturali e senza un ben noto punto di arrivo in termini di tempi e budget, mettendo pezze qua e là, a volte anche cadendo in contraddizione e ledendo ulteriormente la fiducia nella politica degli elettori, tutto per sistemare temporaneamente i numeri, perché alla fine nelle slide sono i numeri ad essere presentati, talvolta senza considerare da dove derivano e cosa dietro essi risiede.

Nonostante ciò pare che la lezione non si voglia apprendere e la possibilità di ulteriori accise rimane, almeno per ora visto che i dietrofront e l’incertezza normativa è ormai prassi comune, tra le clausole di salvaguardia assieme agli aumenti previsti a partire da gennaio 2014. Rincareranno i trasporti, l’alimentare (5%), servizi bancari, detersivi, plastica, assicurazioni (5%), autostrade (3%), carburanti, acqua (3-5%) ecc, ecc, per un totale di circa 1’300€ annui in più (1’384€ secondo Adusbef e Federconsumatori); per la cronaca diminuiranno le tariffe elettriche e del gas.

La riduzione delle tasse di 250€ per il 2013 rilevata dalla CGIA di Mestre non sembra essere percepita dai cittadini che risultano sempre più impoveriti e sull’orlo dell’indigenza, forse perché compensata da imposte locali o da slittamenti di adempimenti ai primi mesi del 2014.

Vero è che l’imposta sui consumi può essere considerata progressiva ed è tra quelle consigliate dall’Europa, ma quando a risentirne, ed in modo pesante, sono i consumi di prima necessità ed essenziali forse il meccanismo si è inceppato. La stadio della malattia italiana è ormai molto avanzato e la scossa che servirebbe per cambiare rotta deve essere forte, a maggior ragione se uno degli obiettivi è rilanciare i consumi interni e l’export. Fosse vero che nel 2014 i rincari peseranno sulle famiglie italiane per quasi 1’400€, non v’è taglio del cuneo fiscale in grado di compensare un simile aumento e sarà quindi impensabile sperare in una ripresa dei consumi, salvo depauperare ulteriormente risorse e risparmi privati, ultimo baluardo a protezione da una instabilità sociale che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Il buon proposito per il prossimo anno dovrebbe essere quello di cambiare rotta in modo convinto e deciso, ridistribuire ricchezza pianificando il lungo termine, essere convincenti in sede europea anche adottando molta più etica e morale entro i confini nazionali, non puntare a vivacchiare (ed un +0.7% di PIL, con disoccupazione in aumento, è vivacchiare) perché, anche senza ipotizzare possibili tensioni e scontri sociali che in un certo modo si sono già manifestati e che in altre realtà non troppo dissimili da quella italiana continuano tuttora, gli italiani onesti che fino ad ora hanno letteralmente sopportato e tirato avanti il paese a dispetto di tutto e tutti, non possono più permetterselo e non se lo meritano.

30/12/2013
Valentino Angeletti
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2013-2023: decennio, forse l’ultimo, a stelle e strisce?

In questo momento di congiunture macroeconomiche complesse e di grande difficoltà per il vecchio continente, stando ai dati pare che ad arrancare senza aver agganciato la ripresa in maniera incisiva siano solamente alcune realtà europee, cominciando dall’Italia, la cui situazione è ben nota.

Considerando invece gli USA, che rimarranno la prima economia mondiale almeno fino al 2028 anno in cui le previsioni indicano il sorpasso cinese ai danni degli Stati Uniti immediatamente seguiti dall’India, si notano evidenze di una tendente ripresa e crescita economica le quali, nonostante oggettive difficoltà persistenti, faranno sì che anche il prossimo decennio potrà essere made in USA.

Gli Stati Uniti, partendo dalla crisi dei mutui subprime, hanno dovuto realizzare immediatamente la gravità della situazione, si sono potuti muovere, benché già in ritardo, ben prima del vecchio continente ed hanno potuto usufruire di quell’esperienza della “seconda volta” che le ha consentito di reagire e mettere in atto in modo relativamente tempestivo politiche e piani atti a fronteggiare questo secondo acuirsi della crisi ben più penetrante ed estesa di quella del 2007/2008 e che coinvolge non solo la finanza, ma tutta la società in modo ben più pervasivo e trasversale.

I fattori che hanno dato agli Stati Uniti questa possibilità sono da ricondurre in parte a situazioni parzialmente fortuite (rivoluzione energetica) ed in parte a politiche, monetarie e di investimenti, che finora stanno dando ragione alla nazione di Obama.

Partendo dalla politica monetaria della FED di Ben Bernanke, essa è stata fin da subito molto accomodate e non ha assolutamente lesinato nell’iniettare enormi quantità di denaro principalmente facendo leva sulla possibilità di coniare e stampare e su acquisti massicci di titoli di stato pari a circa 85 miliardi di dollari al mese. Questi titanici acquisti stanno gradualmente cessando, si può dire che il tapering sia iniziato e proseguirà anche quando, a partire dal prossimo anno, ai vertici della FED si insedierà Jenet Yellen. Considerando la ritrosia nell’avviare il tapering, giustificata dai possibili impatti che questo provvedimento avrebbe potuto avere sui mercati, è plausibile che i segnali di ripresa USA siano più concreti di quelli che vengono resi pubblici o che il tepring sia già stato scontato. Parallelamente ai provvedimenti monetari, che hanno avuto il merito, cosa non accaduta in Europa e per la quale probabilmente abbiamo e stiamo tuttora pagando, di alimentare non il sistema finanziario e delle banche, ma direttamente l’economia reale, forse frutto della precedente esperienza del 2007/08, sono stati avviati importanti piani di sviluppo ed investimento in grandi opere, infrastrutture pubbliche, ricerca, telecomunicazioni e viabilità in grado di creare lavoro ed al contempo garantire profitto al paese nel lungo termine. Questa “fase 2” è partita non curandosi troppo del deficit e dei parametri che invece in Europa sono considerati il sancta sanctorum, il dogma ultimo e che tengono in scacco, condannandole definitivamente qualora non venissero rivisti, economie importanti e trainanti come l’Italia. Gli USA hanno un debito di oltre 17’000 miliardi di dollari (detenuto per circa il 1’100 miliardi dalla Cina), superiore al 100% del PIL, tetto che democratici e repubblicani, dopo trattative e negoziati estenuanti ma testimoni di come quando siano le sorti dell’intero paese ed essere messe in gioco in ultima istanza gli accordi volgano a conclusione (non come in Italia), hanno deciso di innalzare onde evitare il fiscal cliff. Il rapporto deficit/PIL è di circa il 4%, oltre lo storico 3% europeo ed il PIL USA è cresciuto, battendo tutte le previsioni, del 4.1% nel Q3 2013, gli indici borsistici, sostanzialmente ai massimi storici, nell’ultimo anno sono cresciuti di circa il 38% il Nasdaq, del 26% il Dow Jones, del 29% lo S&P500 (contro un circa +16% del FTSE-MIB). Che questa politica, adottata anche dal Giappone di Abe (indice Nikkei +55% circa dal 1 gennaio 2013), avrà solo ripercussioni positive ed eviterà il ripetersi ciclico delle crisi e delle bolle, che hanno fin qui caratterizzato lo sviluppo economico mondiale, è presto per capirlo, di certo tale approccio ha sbloccato l’economia ed ha dato una scossa decisiva in un momento cruciale.

Un secondo settore in cui gli USA stanno vivendo una violenta rivoluzione è quello dell’energia, indispensabile per una economia florida e produttiva, e fattore determinante delle scelte di business development delle multinazionali (lo sappiamo bene in Italia). La possibilità di estrarre shale-gas, presente in abbondanza, in modo relativamente economico grazie alle infrastrutture estrattive già presenti ed ai giacimenti petroliferi esausti, ha consentito agli Stati Uniti di raggiungere l’autonomia energetica garantendo alle imprese locali un costo della bolletta decisamente più basso (circa 1/3) che in Europa. Al contempo l’estrazione di petrolio ed i grandi investimenti in tecnologie verdi, energie rinnovabili, tecniche di abbattimento degli inquinati (come la CCS), efficienza energetica e delle reti di trasmissione/distribuzione elettrica, che a dispetto della completa liberalizzazione e del regime concorrenziale presente, sono ancora molto deficitarie rispetto agli standard italiani, sono proseguite consentendo agli USA di diventare un paese esportatore di petrolio, meno dipendente dal carbone rispetto al passato ed emettere meno gas serra. Tutte queste circostanza da un lato danno la possibilità di perseguire in modo più concreto politiche di riduzione delle emissioni e lotta ai cambiamenti climatici (vero cavallo di battagli delle propagande di Obama, più difficoltoso da attuarsi nei fatti), dall’altro consentono di allentare, al limite rescindere, quel legame, fino a poco tempo fa inesorabile, con le economie arabe e del Medio Oriente, caratterizzate da situazioni geo-politiche complesse, ad alto rischio e che hanno assorbito negli anni grosse risorse economiche, militari e del comparto difesa statunitensi. A ciò potrebbe seguire, benché non nell’immediato, un minor dispiego militare ed un conseguente risparmio in dollari.

Ulteriori fattori non di secondo piano si possono ricercare negli accordi commerciali con l’Europa, che diventano sempre più stretti, e, dal punto di vista statunitense, favoriti da un Dollaro molto debole nei confronti dell’Euro, rispetto al quale è deprezzato del 30% circa, che agevola le loro esportazioni. Il rafforzamento di tale legame può essere anche letto come un tentativo di allontanare l’Europa dall’orbita russa, sempre più vicina, e che potrebbe raggiungere la completa indipendenza in ogni settore confidando nella collaborazione con un partner leale ed affidabile come l’Europa.
La flessibilità introdotta nel mondo del lavoro e l’abbassamento del costo della manodopera potrebbero essere viste come una sorta di precarizzazione e peggioramento, ed in parte è vero, ma, se mantenuta solamente per consentire l’uscita definitiva dalla crisi, potrebbe esser stata determinante per combattere la disoccupazione, attualmente al 6% ma che ha come obiettivo prossimo il 5%, e dare un minimo sostentamento e potere d’acquisto ad una fascia sociale altrimenti totalmente a carico della collettività.
Infine le politiche sull’immigrazione hanno consentito di attirare manovalanza poco qualificata ed a basso costo, ma anche e soprattutto i talenti e l’elite studentesca, inclusa la futura classe dirigente cinese che si forma nelle più prestigiose università americane per poi tornare in patria, testimoniando un processo organizzato e funzionale di creazione di manager e di successione alla leadership ignoto in Italia, avendo padronanza delle due lingue mondiali (cinese ed inglese) e soprattutto con una nuova prospettiva del mondo, che grazie al connubio degli approcci orientali d occidentali, intesi dalla cultura, scienza e tecnologia, alla gestione ed amministrazione aziendale, risulta davvero arricchita e pronta alla globalizzazione.
Questa elite, benché in parte destinata a tornare in patria, contribuisce in ogni caso a fare innovazione e ricerca di altissimo livello nei migliori istituti dal MIT a Stanford, Yale ed Harvard o aziende (IBM, Google, realtà della Silicon Valley) potendo confidare su un sistema meritocratico relativamente premiante, dove il tentativo è valorizzato anche in caso di un primo fallimento, e su ingenti investimenti pubblici e privati come i venture capital in sostegno alle start up. Importanti risorse sono anche destinate all’High Tech ed alla copertura totale del suolo americano con internet super veloce, Google ha iniziato il cablaggio in fibra di diverse aree, consentendo velocità di 100 volte superiori rispetto alle migliori velocità medie odierne.

Se a quanto detto si associa un regime fiscale favorevole è facile capire perché molte aziende, che delocalizzarono, stiano rientrando negli USA dando vita ad un processo inverso rispetto a quello di desertificazione industriale che sta colpendo il nostro paese, in particolar modo il sud.

Permangono tuttavia situazioni alle quali gli USA dovranno porre rimedio e che sono costate figure magre all’amministrazione Obama. La riforma sanitaria “Obama Care”, minata ulteriormente nell’immagine dalle complicanze occorse nel sito internet, è motivo di scontro sia tra repubblicani e democratici sia con le grandi compagnie assicurative e le associazioni delle multinazionali farmaceutiche; la vicenda dell’ NSA, del datagate ed in generale della sicurezza, molto sentito dai cittadini disposti a cedere parte della loro privacy per standard migliori, alla quale gli USA destineranno miliardi e miliardi di dollari, negli anni venturi incanalati in buona parte verso quello che è il controllo ed il monitoraggio di internet e della rete (cybersecurity, cyberwarfare, cyber-espionage) ed alle nuovissime tecnologie applicate in ambito militare; altro punto scottante è il rapporto con la Russia che sta vedendo l’acuirsi di tensioni forti sia a livello mediatico e propagandistico (ad esempio la rappresentante USA alle Olimpiadi invernali di Sochi sarà la ex Tennista, ma anche icona dei movimenti Gay, Billie Jean King; contemporaneamente però Putin da segni di clemenza concedendo alcune grazie e mostrando segni di apertura all’omosessualità ed all’opposizione politica) sia in termini di spiegamenti di forze belliche; l’ultimo elemento, già menzionato, sono gli accordi per evitare a febbraio il fiscal cliff che, nonostante sia impensabile non vengano raggiunti, possono creare squilibri e comportare incertezze e ripercussioni economiche.

Se gli USA sapranno affrontare intelligentemente queste “minacce” ci sono buoni presupposti affinché il prossimo decennio sia caratterizzato, assieme alla continua ascesa di potenze come Cina ed India, da un importante dominio economico a stelle e strisce.

29/12/2013
Valentino Angeletti
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Giusto ottimismo natalizio, ma non abbandoniamo la realtà

È giusto, è consuetudine di fine dell’anno, a maggior ragione a ridosso di Natale, fare un bilancio cercando di essere ottimisti e trasmettere messaggi positivi in particolare se la situazione non è delle più facili. Infondere speranza e voglia di reagire è compito di un buon manager o dirigente. Accade questo da sempre in ogni azienda con l’immancabile conclusione che si può e si deve sempre puntare a migliorare ed a raggiungere risultati sempre più eccellenti.
Ciò detto sembrano oggettivamente eccessive le parole dette dal Premier Letta nel suo messaggio. Le aspettative per il 2014 paiono enormemente amplificate; pur supponendo che si possa invertire la tendenza ed uscire definitivamente dalla recessione, assecondando in termini di PIL le migliori previsioni di 1-1.1% (in una forbice quantizzata a seconda degli istituti ai valori 0.4%-0.7%-0.8%-1%) la crescita e la ripresa che può dar adito ad un senso trionfale di certo successo come quello profuso da Enrico Letta è bel altra cosa, è crescita quella cinese tra il 7% e l’8%, è crescita quella del Giappone con il lavoro trainato dai grandi investimenti, è crescita quella USA che, a dispetto di un deficit attorno al 5%, ha raggiunto nel terzo trimestre 2013 il 4.1%, non è crescita il nostro 1%, ma si limita ad essere l’uscita tecnica dalla recessione mantenendo sostanziale stagnazione. A Natale i consumi delle famiglie caleranno fino ad oltre il 40% e saranno concentrati principalmente su cibo ed high tech, la fiducia dei consumatori è ai minimi da giugno anche a causa delle incertezze sulla tassazione, la disoccupazione crescerà anche nel 2014 e la giustificazione che si tratta di un dato tecnico dovuto ai NEET che tornano a cercare lavoro non è sufficiente, poiché gli studi rivelano che per invertire la tendenza sull’occupazione serve una crescita minima tra 1.5% e 2%.

Il 2014 stando alle parole di Letta sarà l’anno della svolta, del rinnovamento della politica, anche in termini generazionali, i quarantenni non potranno fallire. Vero è che un po’ di rinnovamento c’è stato e che l’età si è oggettivamente abbassata, ma di qui a dire che il futuro è delle nuove generazioni la strada è lunga nel nostro paese.

All’estero i manager delle più grandi multinazionali hanno spesso meno di 35 anni, ed a 30 anni sono già tranquillamente pronti per assumere posizioni manageriali, mentre qui in Italia, se sono così fortunati da lavorare, sono considerati neo assunti o junior; la politica non è differente, basti vedere l’età media dei politici di altri paesi presenti nel parlamento europeo rispetto ai nostrani, fino ad arrivare al caso limite austriaco dove è recentemente stato eletto un ministro di 28 anni, cose simili sono accadute anche in Repubblica Ceca.

Testimonianze tangibili dei cambiamenti della politica verso modelli più virtuosi e morigerati non sono stati molto convincenti ed il balletto degli emendamenti alla legge di stabilità di queste ore con misure che escono dalla porta per rientrare dalla finestra ne sono una testimonianza, salvo poi additare come colpevoli le Lobby (Link media e Lobby) che però non hanno l’ultima parola in merito che rimane sempre e comunque della politica.

Le risorse che verranno destinata al taglio del cuneo fiscale ed alla riduzione delle tasse sono solo ipotesi e previsioni vincolate a quanto potrà essere raccolto dalla lotta all’evasione, dal rientro di capitali dall’estero e dalla spendig review che il Commissario Cottarelli (il quale avrà durissimo lavoro vedendo le modifiche nottetempo al DDL Stabilità e considerando che non avrà potere concreto di mettere in pratica il suo piano) ha già blindato in favore del taglio alla spesa.

Gli atteggiamenti della Germania in favore dell’Europa promessi dalla Merkel non si sono verificati così come le pressioni Italiane a Bruxelles.

Alla luce di ciò Enrico Letta, al quale va dato atto di essere equilibrato e di impegnarsi sinceramente, non dovrebbe alzare così tanto l’asticella delle aspettative degli italiani che troppe volte si sono sentiti dire che le cose cambieranno e non saranno mai come prima, che l’ora della svolta è giunta, salvo poi essere delusi e finire col non avere più fiducia dei propri rappresentanti al governo. Suggerirei quindi volare più basso o più semplicemente dire la verità, e cioè che SE la politica invertirà davvero rotta e si comporterà virtuosamente mettendo al centro il bene del paese e dei cittadini, SE la generazione dei 20-30 enni si vorrà sacrificare impegnandosi e tenendo in mente che probabilmente non riuscirà ad agganciare il benessere sociale e le possibilità economiche che ebbe la generazione precedente, SE chi ha avuto di più ottenendolo onestamente o per leggi incolpevolmente troppo favorevoli vorrà rinunciare a qualche privilegio, SE l’Europa vorrà essere più permissiva, SE E SOLO SE tutto ciò si verificherà sarà possibile riportare la qualità della vita, l’uguaglianza e la sostenibilità sociale del nostro paese a livelli accettabili.

Benissimo essere ottimisti dunque, ma rimanere agganciati alla realtà dei fatti è un una prerogativa che la politica, a tutti i livelli dovrebbe recuperare.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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La distorsione mediatica dell’attività di Lobbying

Negli ultimi giorni, mentre gli emendamenti al DDL Stabilità venivano presentati e discussi, si è fatto gran parlare, a cominciare dalle cerchie di De Benedietti e Caltagirone, di Lobby e Lobbysti dando implicitamente per scontato, e trasmettendo tale messaggio all’opinione pubblica, che queste pratiche o persone siano, pur non sconfinando nell’illegalità, di certo prive di moralità ed etica e che mettano dinnanzi a tutto e tutti interessi personali ed aziendali. A sentire quanto scritto e detto su media e TG, verrebbe davvero da immaginare a persone ed aziende senza scrupoli, totalmente devote al dio Mommona. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere alcuni, per così dire, lobbysti e non mi sono trovato dinnanzi a squali avidi e bramosi, anzi ho trovato persone molto competenti, colte, padrone indiscusse della parola e del pensiero, a volte anche critiche nei confronti dell’azienda della quale fanno gli interessi.

Vale la pena ribadire che la generalizzazione non è mai cosa buona e che il nostro mondo individua e ricorda più facilmente il singolo episodio negativo rispetto ai tanti positivi. Ciò è tipico della mente umana, ne abbiamo un esempio stupidissimo pensando al passaggio sotto i caselli autostradali; riusciamo a ricordare solo le lunghe code rispetto alle situazioni per così dire normali ove non abbiamo dovuto aspettare nulla e che certamente sono state numericamente superiori. Ci si lamenta dunque delle attese, ma non si gioisce per un passaggio subitaneo e rapido sotto il casello.
Supponiamo che, come ovviamente è, nel mare magnum dei lobbysti vi siano elementi atti a fare il bene del gruppo che rappresentano a scapito di tutto e tutti, finanche della salute e della sicurezza pubblica. Essi potranno agire ed interfacciarsi con i salotti buoni, con la politica, con i decisions and policy makers, ma non hanno potere di voto. Di contro è la politica che si deve far carico di decidere e qui subentrano chiaramente almeno due elementi a riprova che la politica è fallace. Il primo punto è quello delle competenze; quelle trasversali ai campi necessari per la gestione della cosa pubblica, benché non in modo approfondito, doverebbero essere presenti, invece spesso latitano tra i decisori i quali si devono affidare ad altri che li assistano per prendere decisioni. Il secondo fattore è la corruttibilità della politica che, per proprio tornaconto sia esso garanzia di voti oppure finanziamenti al partito o al gruppo di turno, asseconda e si fa dirigere dai cattivi lobbysti.

Sempre e comunque, quando giunge l’ora di votare alzando la mano o scrivendo un nome, non v’è lobbysta che tenga, è il politico o il policy maker che nella sua mente, dovrà scegliere se servire il paese o meno. La partita ultima ha un singolo giocatore che è arbitro, quando non v’è l’ignoranza ad alienare il principio di libera scelta, di farsi guidare dalla coscienza o dall’interesse. Per l’ennesima volta è la moralità ed il servizio della politica alla cosa pubblica ed al cittadino che può sconfiggere ogni malformata pressione.

L’attività di lobbying ed il mestiere di lobbysta è avvolto dall’oscurità e molte leggende metropolitane si generano. La verità è che non v’è nulla di male o di intrinsecamente deviato in questo mestiere che risulta essere di grande utilità oltre che di una estrema bellezza, consentendo di rapportarsi con la società a tutti i livelli e nei più disparati contesti tanto da permettere una visione d’insieme difficilmente ottenibile altrove. La lobbying esercitata in trasparenza funge da anello di congiunzione tra la realtà ed il mondo produttivo con la politica che di questi tempi è evidentemente sempre meno capace di interpretare correttamente la società, anche a causa dei rapidi cambiamenti che coinvolgono tutti i contesti economico sociali e che difficilmente ambienti sostanzialmente statici e non avvezzi a modifiche nel modo di ragionare ed interpretare i contesti sono in grado di cogliere. Quello che manca è una regolamentazione ed un registro delle lobby che altrove esiste e che, a conferma che con la trasparenza si fugano i sospetti, gli stessi veri lobbysti gradirebbero e da tempo richiedono.

Il Governo italiano stesso, se fosse andato a scuola da veri professionisti del Lobbying e dell’Advocacy, forse avrebbe potuto avere più voce in capitolo nei confronti delle istituzioni europee e degli organi di Bruxelles ottenendo più concessioni, margini per investimenti produttivi, perdendo meno tempo e presentando meglio le ragioni e le conseguenze che il perseguimento cieco dell’austerity e del rigore porterà alla tenuta competitiva dell’Unione.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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Verdetto S&P, vivacità USA, forza Russa confermano le difficoltà Europee

S&P, con buona pace del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, dopo aver portato il 29/11 il rating sovrano dell’Olanda da AAA a AA+, ha proferito la medesima sentenza anche per l’Eurozona (pochi giorni dopo il seguente: Link ). Le motivazioni sono una sostanziale lentezza ed inconcludenza nell’attuare riforme importanti in un momento in cui la rapidità è indispensabile, le tensioni in tema di bilancio animate da particolarismi sempre vivi, l’instabilità politica di alcuni membri e la crescente disgregazione alla base dei movimenti anti-europeisti in preoccupante e trasversale ascesa. Il responso delle agenzie di rating si può opinare, gli istituti sono in marcato conflitto di interessi e non hanno saputo mettere in guardia da clamorose bolle (Parmalat, mutui subprime, crisi argentina etc, etc, etc.), non si può però essere ciechi di fronte agli evidenti problemi dell’Eurozona e neppure, come invece stanno facendo importanti figure istituzionali, dire che la via della loro soluzione, del cambiamento e della svolta  è stata intrapresa perché il lavoro da fare è ancora drammaticamente lungo e duro in particolare per giungere a quella comunione di interessi ed impegni che sono il pilastro degli ideali che mossero i padri fondatori. Il declassamento va a confermare quanto sia sempre più forte la necessità che il vecchio continenti si muova compatto ed unito per poter rimanere un interlocutore di primo piano dello scacchiere mondiale che vede una Russia sempre più colosso energetico, dalla politica estera forte e determinata, trainata da un Putin dalle migliorate doti comunicative e mediatiche, e gli USA, che hanno appena avviato il graduale tapering, estremamente vivaci, con una PIL relativo al terzo trimestre che balza al 4.1%, segno, emblematico per l’Europa, che anche in scenari macroeconomici complessi e sfavorevoli l’adozione di certe politiche porta effettivamente i frutti sperati.
È obbligo degli stati europei in difficoltà iniziare, qualora non lo avessero già fatto, o continuare con le riforme, ridurre spesa e sprechi, mantenere i conti in ordine, investire in crescita e sviluppo, ma è ancor di più dovere dei virtuosi detentori della tripla A, Germania, Finlandia, Svezia, UK contribuire e trainare l’Europa fuori dal pantano, consentendo di allocare adeguati margini e risorse per la competitività. Di certo nel lungo termine i vantaggi saranno tangibili anche per loro, poiché l’alternativa è, con tempi differenti da caso a caso, che tutto il continente e tutti gli stati diventino secondari per importanza politico-economica e oggettivamente, più che della ripresa, questa è la via che pare essere stata tracciata finora. A parole non sembrano esserci opposizioni a procedere finalmente in sinergia, cominciando dalla stessa Germania, ma, come noi italiani sappiamo bene, spesso i comportamenti differiscono non poco dal verbo.

21/12/2013
Valentino Angeletti
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Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori

In Italia si è ancora concentrati sul voto alla fiducia alla legge di stabilità, la quale sembra piuttosto chiaro che non riuscirà a spostare l’ago della bilancia in maniera sostanziale; vi sono certamente misure condivisibili ed altre un po’ meno, che sembrerebbero orientate alla soddisfazione di pochi gruppi, in ogni caso la dichiarata assenza di risorse fa si che non vi saranno cambiamenti di rilievo e che il principio della “coperta corta” anche questa volta non potrà essere “eluso”, inevitabilmente ogni concessione sarà compensata da un taglio di circa egual peso.
A conferma di questo approccio, per così dire, estremamente lento e quasi protezionista nei confronti di una situazione che andrebbe letteralmente rivoltata, si può addurre come emblematica una questione, quella del cuneo fiscale palesemente, secondo la destra, la sinistra, i sindacati e le associazioni datoriali, da affrontare urgentemente muovendosi verso la riduzione del costo del lavoro per cercare di conferire più denaro al lavoratore incrementandone quindi il potere d’acquisto. Le stesse aziende si sono dette favorevoli a questo approccio che potrebbe consentire loro di doversi sobbarcare meno oneri per le assunzioni e quindi poter avviare, mercato permettendo, campagne per incrementare il proprio organico, ovviamente fermo restando il vincolo della domanda che deve necessariamente crescere. Neppure per questo provvedimento sono state reperite sufficienti risorse aggiuntive e le uniche iniezioni potrebbero venire dagli “avanzi” di un fondo costituito da proventi della lotta all’evasione e della spending review che il Commissario Cottarelli ha ribadito, a scanso di equivoci, principalmente rivolta al taglio della spesa e non al rifinanziamento di altra spesa, magari addirittura corrente. Questi ritagli di budget, come quelli allocati nel primo tentativo di qualche settimana fa, non saranno in grado di risolvere, anche solo parzialmente, il problema del cuneo fiscale.
Sul fronte europeo e mondiale invece stanno succedendo molte cose interessanti e da tenere in considerazione per capire quali siano le priorità ed i tempi per il nostro continente e paese.

In Europa la Merkel, rieletta come Cancelliere, nel suo primo discorso al Bundestag dopo la firma della grande coalizione CDU-SPD animata da un programma veramente interessante e chiaramente frutto di una trattativa serrata (link pezzo accordo CDU-SPD), ha affermato che l’Europa deve necessariamente riformarsi e modificare i trattati, in tal conteso la Germania vuole fungere da guida, rafforzando l’Unione ed al contempo se stessa. L’auspicio di apertura e maggior collaborazione sembrerebbe buono, ma nel giuramento la Merkel ha anche asserito che sarà suo compito difendere e portare avanti gli interessi tedeschi migliorando le condizioni di benessere del suo popolo. Se per il Cancelliere il benessere del popolo tedesco coincide con la costruzione di un’Europa forte, allineata e competitiva nel lungo termine nonostante qualche concessione di sovranità nella fase iniziale lo si scoprirà in futuro, finora, forse complici le elezioni politiche, non è stato così, ma c’è da sperare in un mutamento di approccio poiché solo in questo modo sarà possibile per l’Europa riprendere una posizione di rilevo nello scacchiere mondiale, che vuol dire per la Germania non perderlo.

Nelle notti scorse è stato raggiunto dai ministri delle finanze dei paesi dell’Unione un accordo sull’unione bancaria europea con particolar riguardo alla gestione delle difficoltà ed ai meccanismi di sostegno in favore degli istituti. Gli aiuti alle banche sono un punto chiave, ovviamente l’accordo è stato un compromesso tra chi avrebbe voluto, come l’Italia, un subitaneo intervento dell’ ESM e chi invece come la Germania ha spinto per un sostegno privato in modo da contribuire il meno possibile come Stato al salvataggio di istituti non tedeschi. Il risultato raggiunto, il cui funzionamento sarà valutabile in futuro, è stato una via di mezzo volto alla tutela dei governi e, parzialmente, dei correntisti. La Germania ha rifiutato l’idea di un fondo unico a protezione dei conti correnti preferendo mantenere la propria autonomia in materia che di fatto rende i correntisti tedeschi tra i più tutelati in assoluto. Un altro aspetto che dovrà essere trattato in sede europea è la normalizzazione della regolamentazione e normativa in merito alla classificazione delle garanzie sui depositi e sui crediti. Adesso ad esempio accade che Francia una banca che avesse un credito garantito da un immobile non sia classificato come a rischio, in Italia invece sì, con disparità di trattamento.

Il nodo delle banche è gravoso, il settore finanziario è stato un elemento fondamentale per la crisi, ha avuto necessità di importanti ricapitalizzazioni dirette o indirette, a partire dalla RBS, Dexia, Bankia, e finendo con l’italiana MPS che sta tuttora soffrendo e si trova ad un passo dalla nazionalizzazione. L’AD Profumo ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità di onorare almeno il 70% dei Monti Bond emessi per un controvalore di 3.7 miliardi di € ad un tasso di interesse del 9% circa (effettivamente questa incapacità era fin dall’inizio molto probabile). Il settore bancario poi dovrà mutare l’atteggiamento di stretta creditizia avuto sinora nonostante le forti iniezioni di liquidità concesse dall’EU a tassi dell’ 1% ed iniziare a reimmettere denaro nell’economia reale invece che destinarlo ad attività finanziarie, di hedging e speculative oppure al “tranquillo” deposito overnight. Si tratta di un passo fondamentale, perché come USA e Giappone insegnano, l’immissione di liquidità, anche a mezzo di stampa di nuova moneta che la ECB non può coniare, è utile, anzi è necessaria, in momenti di recessione, a patto che serva attività produttive, investimenti infrastrutturali e che più in generale consenta di mettere in moto l’economia del paese. Per tale motivo la concessione di deficit (o linee di credito) direttamente agli stati membri, senza passare da terzi (banche ed intermediari), per fare riforme ed investimenti produttivi e profittevoli è senza dubbio un’ipotesi da prendere in considerazione seriamente. Del resto la stessa Germania sembrerebbe favorevole a concedere denaro, la cui spesa dovrà essere strettamente controllata e rendicontata, ove venissero implementate e portate a termine le riforme necessarie. Questo è l’approccio che è corretto seguire ed un controllo serrato non solo sembra ragionevole, ma dal punto di vista italiano, è da preferirsi quando non da richiedersi esplicitamente, anche per testimoniare l’impegno e la trasparenza. Ho sempre sostenuto che una Troika sul controllo della spesa effettuata incrementando il deficit di un paese come l’Italia è una condizione alla quale dovremmo sottostare perché ci sia concesso di oltrepassare il 3% per progetti che nel medio-lungo termine consentano di recuperare, in termini di lavoro, consumi, benessere e quindi di PIL, più di quanto è stato speso.

L’unica possibilità reale che l’Europa ha di tornare competitiva è quella di strutturarsi fin da subito per agire come una entità unica e coordinata. Le percentuali di crescita del resto del mondo fanno rabbrividire quelle europee; gli USA stanno avviando il Tapering, segno di un’economia in ripresa e vivace che punta ad abbassare la disoccupazione dell’ 1%. La Russia sta fortificando la propria posizione politico-strategica tornando a mostrare i muscoli, ha appena “comprato” il consenso del governo (non della popolazione la cui condizione rimane incandescente) Ucraino con uno sconto del 30% sul gas e 15 miliardi di prestito indispensabili per evitare il fallimento dello Stato, inoltre Putin sta diventando un personaggio estremamente comunicativo e mediatico. Inevitabilmente le tensioni tra Russia ed USA, anche a livello militare con gli ultimi spiegamenti missilistici di Putin, stanno crescendo ed i settori di scontro principali sono e saranno l’energia, l’autonomia energetica, l’inquinamento, le TLC, la sicurezza/difesa ed internet. L’Europa può godere del vantaggio di essere in posizione centrale tra i due blocchi e nonostante tutto rimane ancore un partner con cui ambedue vogliono far affari. Gli USA vedono nell’Europa, e vale il viceversa, un importante bacino commerciale fortificato dai recenti accordi sul “free trade” verso il quale può esportare le proprie merci facendo leva su un Dollaro decisamente deprezzato, a detta dei tecnici almeno di un 30%. La Russia, colosso energetico alimentato da una Siberia che si scopre sempre più ricca di gas naturale e dove importanti partner esteri vorrebbero entrare consapevoli dell’importanza di questo combustibile non in ultimo per ragioni ambientali e climatiche, potrebbe rendere totalmente indipendente, in prima istanza dal punto di vista energetico, il continente Europeo e l’Europa dal canto suo potrebbe fornire alla Russia qui prodotti e lavorati, principalmente beni di consumo e servizi, che non sono in grado di produrre autonomamente. Ovviamente una simile sinergia è vista con sospetto dagli Stati Uniti che al momento non ritengono sia possibile assottigliare i rapporti con il vecchio continente. Questa situazione, da sfruttarsi, è il solo modo perché l’Europa non divenga “resto del mondo”, cioè perda definitivamente quella centralità che va già da tempo scemando. La sola via per avere questa capacità di reazione, invertire la tendenza e dialogare pariteticamente con tutti gli interlocutori, è quella di essere una cosa sola, unita compatta, sincronizzata ed allineata per interessi ed obiettivi.

18/12/2013
Valentino Angeletti
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Web-Tax e POS: due punti della legge di stabilità da rivedere con urgenza

Vorrei fare qualche considerazione su due punti presenti nella legge di stabilità che non hanno mancato e non mancheranno di suscitare polemiche.

Il primo riguarda l’ormai celebre Web-Tax o Google-Tax. Il provvedimento in questione vorrebbe costringere tutte le società che nel web effettuano vendite di beni, servizi o pubblicità ad aprire una partita IVA italiana in modo da esser vincolati al pagamento delle tasse nel nostro paese. La questione è da molto tempo dibattuta e ricca di insidie. Essa assai probabilmente contravverrà alla legislazione europea in tema di libero scambio e circolazione di merci, beni e servizi entro i confini della EU, mettendo il luce un problema di non poco conto all’interno dell’Unione, quello della concorrenza fiscale che penalizza non poco i paesi, come l’Italia, che applicano una tassazione sul fatturato più elevata che altrove. In Europa le residenze fiscali più gettonate sono Lussemburgo, Irlanda, UK, Paesi Bassi e paradisi fiscali che ricadono sotto le loro giurisdizioni. Un altro fattore importante che inserisce ulteriori ostacoli all’applicazione di tale norma è la difficoltà nel definire chiaramente l’ammontare dei profitti fatti sul suolo italiano e che dovrebbero essere soggetti ad imposizione. Inevitabilmente società potenti ed abituate ad operare Worldwide sfruttando a proprio favore la tassazione ed i cambi delle valute, con l’assistenza dei migliori legali e delle associazioni statunitensi a tutela del commercio, non troveranno difficoltà ad individuare possibili escamotage per continuare a proteggere i propri interessi.
La faccenda porta alla luce come la disparità di trattamento in termini fiscali ed impositivi crei enormi differenze non tollerabili all’interno di un’economia che, seguendo i principi fondanti dell’Unione, pur mantenendo le particolarità e le forze locali ed asservendole a tutti i membri, si vorrebbe sempre più rendere unica e soggetta ai medesimi vincoli. A ciò è l’Europa che dovrebbe porre rimedio andando a confrontarsi con i vari Stati e cercando di trovare il giusto mezzo affinché la concorrenza fiscale, almeno all’interno dell’Unione, non sia più possibile. Indubbiamente però il tema, essendo globale come globale è la rete, dovrà essere trattato anche in consessi più ampi e mondiali a partire dal G8 e dal G20 per tendere, nel lungo termine, all’implementazione di una sola politica comune.
Dal punto di vista italiano la proposta di un provvedimento simile dimostra come permanga il tentativo, totalmente desueto, di indirizzare localmente un problema globale che trattato in modo autonomo e confinato difficilmente porterà a conclusioni positive, infatti se la normativa venisse mantenuta si correrebbe il rischio di perdere ulteriore gettito e di diventare ancor meno attraenti per chiunque volesse investire.

Il secondo punto che si vuole portare all’attenzione è l’obbligo per tutti gli esercizi commerciali di dotarsi di POS per il pagamento elettronico con qualsiasi tipo di carda di credito o bancomat a partire dal primo gennaio 2014; la finalità è la lotta all’evasione.
Allo stato attuale l’obbligo manca di tutta l’impalcatura attuativa, quindi se entrasse in vigore non avrebbe definite né modalità né procedure, né tantomeno sarebbero dettagliate eventuali sanzioni. Premettendo che un obbligo simile è sensato e corretto per grandi negozi, catene commerciali e studi professionali, peraltro già coperti dalla possibilità di pagare tramite POS, non lo è altrettanto se si considerano i piccoli esercizi, quelli che spesso difendono le tipicità locali, la manifattura artigiana e mettono realmente nelle merci quel valore aggiunto che le rendono appetibili e da tutelare anche nei contesti globali. Piccoli commercianti, come alimentari dei centri storici, artigiani già soggetti agli studi di settore, bar ed in generale attività che hanno il 90% delle loro fatture inferiore ai 50€, vale a dire quel tessuto produttivo per il quale sia il Vice Ministro Fassina che il Dir. Attilio Befera hanno dichiarato esistere una evasione esclusivamente di sopravvivenza, rischiano di non riuscire a poter accollarsi gli oneri di una nuova imposizione, dopo che hanno subito una enorme concorrenza da parte dei mega centri commerciali, che hanno visto lievitare i costi dell’IMU per negozi ed immobili produttivi, della spazzatura, dei servizi indivisibili, dell’ammontare di anticipi di IRAP, IVA, IRPEF e sono stati colpiti dagli aumenti dell’Iva parallelamente ad una stagnazione e pesante recessione dei consumi dovuti all’assottigliarsi diffuso e conclamato del potere d’acquisto. Il costo tra installazione, gestione, noleggio e manutenzione di un POS ammonta a circa 500€ annui senza considerare le commissioni bancarie; una somma simile in questi periodi può tranquillamente corrispondere, e talvolta superare, ad una intera mensilità di una categoria di professionisti che non godono di tutele ed ammortizzatori sociali, non hanno mensilità aggiuntive e TFR ed in molti casi, dopo la liberazione delle licenze, non hanno neppure quella pseudo liquazione che poteva essere garantita dalla vendita della stessa a fine attività.
La legge non consente inoltre la possibilità di applicare un doppio prezzo a copertura delle commissioni a seconda dello strumento di pagamento, non si capisce però perché se l’importo non può dipendere dal tipo di mezzo di pagamento lo possa essere il guadagno, in teoria dovrebbero essere trattati parimenti. L’aumentare in toto i prezzi di listino potrebbe essere una soluzione per coprire gli ulteriori costi, ma in un momento simile ciò non farebbe altro che deprimere ulteriormente i consumi già a terra. Non è esagerato dire che per molti piccoli esercenti, già vessati (fino al 68%), in molti sull’orlo del lastrico ed indignati, come dimostra la composizione della mobilitazione del 9 dicembre, l’obbligo del POS può rappresentare un colpo di grazia definitivo.
In questa circostanza, come tante altre volte è accaduto, pare che si sia cercato di rincorrere un virtuoso modello nordico, dove anche un caffè si può pagare con carta di credito o bancomat, senza averne la corrispondente impalcatura alle spalle che lo rende nel complesso realmente efficace e sostenibile. Nel nord Europa infatti i conti correnti sono molto meno dispendiosi, spesso a costo zero, e difficilmente l’uso dei POS richiede tariffe di affitto e commissioni bancarie a carico degli esercenti e/o acquirenti.

Nuovamente emerge con forza come vi sia necessità di persone e di una classe politica non tanto illuminata o sopra le righe, ma semplicemente con gli occhi e l’attenzione rivolti sia verso il mondo ed il globale sia verso quei contesti locali che solamente il continuo contatto con la quotidianità può dare.

15/12/2013
Valentino Angeletti
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La lenta stabilità

In queste ore è stata discussa ed approvata dalla Commissione Bilancio e dal CdM la Legge di Stabilità ed i relativi emendamenti superstiti. L’iter legislativo prevede ulteriori passaggi, quindi tecnicamente non si tratta ancora di legge definitiva.
La sensazione in merito ai provvedimenti ed alle misure proposte è scialba, come scialbi sono stati definiti gli italiani dallo studio del Censis per via di una situazione economico, politico e sociale viscosa e melmosa, un pantano dal quale sembra difficile poter uscire senza un segno di rottura davvero forte e drastico, una discontinuità con il passato, passato nel quale risiede l’inizio del declino dell’economia italiana che troppi vorrebbero far coincidere con l’ingresso nell’Euro, ma che in realtà è ben più radicata, endemica e profonda. Si devono prendere i rischi, di sicuro pensanti, del caso, serve a mio avviso un “all-in” per giocarsi la partita coraggiosamente all’attacco, in questo momento il pareggio non è sufficiente e troppo spesso giocare per il pareggio porta alla sconfitta.

Indubbiamente nella legge vi sono degli aspetti interessati, come, molto italianamente non mancano, tra le pieghe dei provvedimenti, di essere dispensati fondi ad alcune sagre paesane, valorizzazione di prodotti locali, eventi folcloristici di dubbia altezza artistico culturale, qualche milione sarà destinato al fondo TFR dei parlamentari. Certamente hanno un peso non più che trascurabile ma non avrebbero motivo d’essere in condizioni normali, a maggior ragione in momenti di sangue, fatica, lacrime e sudore che per essere precisi Winston Churchill riferì e se stesso, come unica cosa che egli potesse offrire, e non propose agli altri come unica soluzione.

Passando agli aspetti un po’ più promettenti essi sembrano decisamente lenti, molto poco incisivi nell’immediato e senza quell’impalcatura strutturale in grado di indirizzare il lungo termine, del resto non va dimenticato che i margini di spesa e le risorse sono esigue. L’idea di base che ha mosso alcuni provvedimenti è senza dubbio lodevole, mi riferisco ad esempio alla possibilità di detrarre libri e testi scolastici, dal quale però rimangono fuori gli e-book verso cui stanno convergendo le scuole e gli atenei più tecnologici per ridurre i costi e le spese alle famiglie degli studenti; sono certo che l’esclusione dei libri elettronici non sia stata una cosa voluta, ma semplicemente un lacuna forse dovuta alla sostanziale visione all’indietro che caratterizza la nostra politica e talvolta anche il legislatore, spesso radicato ad un passato più lontano nei fatti di quanto lo sia nel tempo.

Il credito di imposta al 50% per investimenti in R&D è positivo, ma rimane limitato ad investimenti tra 50 mila e 2.5 milioni di €, avrebbe potuto essere esteso anche ad investimenti più ingenti per spingere le grandi imprese (che in Italia sono rimaste poche) a fare davvero R&D invertendo la tendenza che vuole che nei periodi di crisi il primo settore a subire restrizione sia proprio l’ R&D (le grandi major investono in ricerca circa il 5% del fatturato, IBM il 6%, Google il 13%, il recente accordo SPD-CDU in Germania ha come punto cardine la destinazione del 3% del PIL tedesco in innovazione e ricerca; in Italia difficilmente si arriva all’ 1%).

Molto interessante è il fondo da 100 milioni di € all’anno per grandi progetti di innovazione in modo da poter attingere ai finanziamenti della BEI per un controvalore di circa 5 volte e che, secondo stime ottimistiche, potrebbe attrarre 1 miliardo di investimenti. L’auspicio è che ciò si realizzi, ma nuovamente l’Italia è stata fanalino di coda, approfittando di questa opportunità con grande ritardo rispetto ad altri paesi.

Il supporto alla digitalizzazione delle PMI dovrebbe essere sostenuto da un voucher di 10 mila € a fondo perduto (o da una detrazione fino a 20’000€) che potrà coprire spese per hardware e software. Purtroppo chi ha un minimo di esperienza nel settore sa che con 10 mila € si acquista a malapena un server aziendale con relative licenze software quindi è difficile pensare che 10 mila € possano essere la svolta verso imprese digitalizzate ed educate a livello informatico che sappiano sfruttare internet come driver per il proprio business o il digitale come mezzo di alleggerimento di processi e procedure.

Complessivamente le bollette energetiche dovrebbero subire una riduzione di 850 milioni di €. La primissima ipotesi, considerando che il problema del costo dell’Energia è un fardello per le nostre imprese,era quella di destinare 3 miliardi al taglio delle bollette, ma le risorse molto sottili hanno portato a scendere a 600 milioni saliti ad 850. Essi saranno garantiti da una rivisitazione della tariffa bioraria che tiene in considerazione il minor costo dell’energia durante le ore diurne garantito dalle rinnovabili e da un allungamento del periodo di rimborso degli incentivi alle rinnovabili tramite l’emissione di piccoli bond già provvisti di copertura secondo il Ministro Zanonato. Questa emissione non è sicura perché dovrà passare al vaglio dell’Europa (si confida nelle coperture del Ministro) alla quale spetta stabilire se vada computata come deficit o meno, in caso positivo probabilmente verrà ostacolata altrimenti potrebbe essere possibile aumentare il controvalore delle emissioni in modo da avere qualche risorsa in più. Il risparmio principalmente sarà per le imprese, anche se non sostanziale, mentre le famiglie potranno risparmiare mediamente 20 € annui, circa il 3%. Un punto chiave su cui insistere riguardo all’energia rimane quello di ricreare un mix energetico vario ed efficace ed eliminare gli incentivi di un settore, le rinnovabili, ormai da tempo maturo che ha snaturato e viziato il mercato senza né abbassare il costo dell’energia né creare una filiera ed un indotto tale da bilanciare quello perso a causa della crisi del settore energetico che ha visto un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali (E.ON sta pian piano abbandonando l’Italia e Sorgenia versa in grosse difficoltà).

Vi sono poi tutte le misure del pacchetto “Destinazione Italia”, i cui effetti dovranno essere valutati in futuro, che si prefiggono l’obiettivo di attirare investimenti esteri anche istituendo centri di supporto normativo e fiscale per le imprese estere, facilitare il percorso peri visti e supportare gli investimenti nazionali. Di certo se il substrato, nel quale gli investimenti, siano essi esteri o locali, dovranno indirizzarsi ed insediarsi, resterà quello attuale la probabilità di successo rischia di essere messa in pericolo nonostante l’impostazione complessiva promettente.

L’emblema della lentezza dei provvedimenti è rappresentato dall’eliminazione, l’ennesima, del finanziamento pubblico ai partiti, che in realtà avrebbe dovuto essere un semplice e meno cospicuo rimborso spese visto l’esito del referendum del 2003. Questo taglio, sbandierato come una vittoria sia a destra che a sinistra, entrerà in vigore a partire dal 2017. I finanziamenti saranno ridotti al 75% nel 2014, al 50% nel 2015 ed al 25% nel 2016. In futuro sarà la contribuzione volontaria, senza inganni poiché l’inoptato rimarrà allo Stato, del 2 per mille con possibilità di deduzione fino al 70%; detraibile al 75% fino a 750€ anche l’iscrizione alle scuole politiche dei partiti (viene da pensare che ci sarà la corsa alle iscrizioni). Nel panorama italiano 3 anni sono una eternità e tutto può accadere e sconvolgersi in questo lasso di tempo. Quando è stato il momento di chiedere anticipi su IVA o IRPEF, quando l’IVA è aumentata dell’ 1%, quando le cartelle di Equitalia hanno raggiunto le imprese oppure quando sono state bloccate le rivalutazioni di stipendi o pensioni si è agito immediatamente, non si capisce perché in tal caso si debbano attendere 3 anni.

Poco sembra possa essere fatto per il cuneo fiscale e per il lavoro. Il paese è continuamente tempestato da dati negativi e da record poco invidiabili dall’inizio delle serie storiche e delle statistiche.

Secondo Bankitalia i valori delle case sono in flessione, -3.9% nel 2012 e -1.8 nei primi sei mesi del 2013, i prezzi degli immobili nel 2012 sono calati del 5.2%, record dal 95, inizio delle serie storiche. La ricchezza delle famiglie, le quali per il patrimonio immobiliare, degli anziani e per la presenza di grandi ricchezze concentrati nelle mani di pochi, rimangono mediamente ben patrimonializzate rispetto agli altri stati europei, è calata del 2.9% nel 2012 e del 9% dal 2007. I risparmi continuano in ogni caso ad essere in calo, ed i risparmi famigliari sono sistematicamente intaccati. Secondo l’ISTAT gli under 35 che né studiano né lavorano sono quasi 4 milioni ed aumenteranno anche il prossimo anno, invece uno studio della SPI-CGIL riporta che il 46% dei pensionati non arriva a fine mese ed è costretto a rimandare pagamenti o a ricorrere ad aiuti, il 24,3% arriva a fine mese magari con qualche piccola rinuncia e chi ne ha la possibilità aiuta figli, nipoti o amici. Il 37% oltre ad aver tagliato il superfluo rinunciando a ristoranti, viaggi e svaghi è costretto a rinunciare alle cure e tagliare spese alimentari. In famiglia avere un malato cronico da curare ed assistere è diventato, per impegno economico necessario, un lusso. Sinceramente, pur siano da tempo note queste condizioni, non sono in grado di capacitarmi di una tal indegna bassezza al limite della civiltà cosiddetta industrializzata e dei servizi.

La capacità della legge di stabilità di incidere in questo panorama sembra irrisoria, come lo sono le risorse a disposizione che non lasciano scampo e non possono dare nell’immediato quella svolta invocata. Per il breve termine servirebbe un intervento europeo che, contrariamente a quanto fatto fino ad ora dove a beneficiare del supporto europeo è stato principalmente il sistema bancario, destini liquidità direttamente all’economia reale e consenta la spesa per gradi investimenti che creino occupazione, lavoro e rilancino in consumi, come han fatto Obama ed Abe rispettivamente in USA ed in Giappone poco curandosi della crescita della spesa. Contemporaneamente servono riforme profonde nel mondo del lavoro, delle pensioni, degli ammortizzatori sociali e del welfare, un cambio ai vertici governativi ed aziendali mantenendo le migliori risorse di esperienza, ma contaminandole con i giovani. Servono piani di sviluppo industriale e politiche di lungo termine volte al taglio delle spese e degli sprechi, alla lotta all’evasione, alla corruzione ed alla sburocratizzazione; tre voci queste ultime che se ridotte di un 15% ciascuna metterebbero al sicuro tutti i bilanci statali.
Per capire come la situazione sia prossima alla deriva basti pensare alle difficoltà che si hanno ogni volta che devono essere trovate risorse non previste. La copertura dell’IMU è ancora in bilico, trovare i 500-700 milioni a copertura della differenza di aliquota è stato drammatico (o comico), ogni volta che si devono rifinanziare gli ammortizzatori sociali con qualche miliardo si rischia di dover ricorrere alle clausole di salvaguardia, così come è stato finora impossibile incidere significativamente sul cuneo fiscale, sul lavoro, far ripartire la rivalutazione degli stipendi degli statali o pagare completamente i debiti delle PA. Parallelamente a ciò il debito continua a crescere incessantemente raggiungendo ad ottobre il record di 2’085 miliardi, dei quali 17 si sono sommati tra settembre ed ottobre, in un solo mese; da record anche l’ammontare degli interessi che nel 2013 sfioreranno i 90 miliardi. Il PIL non riesce a ripartire, le stime per il prossimo anno vanno da quelle di S&P, 0.4% all’ 1% del Governo passando dallo 0.6-‘.7 di OCSE ed ISTAT, in ogni caso troppo basso per far ripartire l’occupazione che richiederebbe almeno una crescita dell’ 1.5%; questo fattore rischia di minare il contenimento del rapporto Deficit/PIL entro quanto previsto dal MEF di Saccomanni. Evidentemente queste voci rispetto alle risorse disponibili si collocano un ordine di grandezza più in alto. Sono estremamente curioso di leggere e capire da dove proverranno i 200 miliardi che secondo Corrado Passera possono essere iniettati nell’economia e che dettaglierà meglio il prossimo gennaio, perché senza somme di quel genere l’unica possibilità di rimetterci, con il tempo ed i tanti sacrifici ancora necessari, sui binari corretti è quello di un inversione delle politiche europee all’insegna non dell’austerità ma del sostegno concreto allo sviluppo.

14/12/2013
Valentino Angeletti
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Trasversalmente forconi

È inutile sforzarsi per cercare di trovare una matrice politica alla protesta, la numero due, dei cosiddetti “Forconi”. Di certo facinorosi e frange estremiste sono presenti ed approfittano dell’evento strumentalizzandolo, ma la vera natura della manifestazione è totalmente trasversale, viene dal basso ed adduce ragioni che almeno in parte sono condivise dei cittadini e dalla stessa politica, per fare un esempio l’eccesso di tassazione sulle imprese, le accise spropositate sulla benzina ed i pagamenti a mesi quando non anni ai fornitori da parte di privati e Stato sono battaglie portate avanti, con la convinzione e determinazioni che li ha contraddistinti fino ad ora, da partiti di destra e sinistra.

Il vero denominatore comune che accomuna i manifestanti è il senso di frustrazione ed impotenza, da tempo facilmente percepibile, di fronte ad una situazione che dal loro punto di vista deve mutare, ma non può essere cambiata con strumenti convenzionali e democratici, come le elezioni. Ormai troppe volte le promesse sono state disdette e puntualmente tutto ha perseverato come se nulla fosse stato.
C’è chi dice che se non vi fosse stato il M5S le dimensioni della protesta sarebbero state maggiori ed anticipate nel tempo, ma è anche vero che potrebbe essere rivoltato il ragionamento pensando che molti dei “forconi” siano “grillini” delusi dallo loro incapacità di cambiare realmente le cose proponendo e negoziando nonostante i numeri al governo e le innumerevoli possibili strategie che avrebbero potuto adottare per raggiungere i loro obiettivi programmatici.

Questa manifestazione rappresenta la vera anti-politica che ha perso speranza nella democrazia e crede di non valer più nulla, di essere continuamente vittima di raggiri e giochi per salvaguardare il potere ed il sistema che i governanti, in quanto beneficiari, tendono a proteggere.

Che i mezzi adottati, soprattutto se violenti e dannosi per persone e cose, non siano condivisibili è una banalità da neppur ricordare così come il fatto che il cambiamento deve essere accompagnato da proposte concrete e fattibili, altrimenti la protesta è fine a se stessa, ma dobbiamo meditare, a partire dai governanti, perché siamo arrivati a ciò, se un fondamento di realtà sussiste, se stiamo oltrepassando il limite della sostenibilità e tendendo ad adattarci a condizioni indegne per un paese che si vuol definire civile ed avanzato, se un’ esame di coscienza sia necessario, dopo di che si deve agire, rapidamente perché eventi di questo tipo non si susseguano e dilaghino incrementando partecipanti ed utilizzando modi sempre più drastici. Quando la misura è colma e lo strumento democratico sembra non essere sufficiente per porre rimedio e contenere la povertà, la storia ci insegna che si giunge a ciò: alla protesta che parte da manifestazioni con episodi di violenza contenuti e limitati, alla vera guerriglia; ne sono esempi il Sud America, ma senza andare troppo indietro nel tempo e nello spazio, gli “indignados” spagnoli, e le sommosse di Grecia e Portogallo.

Alla politica dunque il compito di rappresentare degnamente i cittadini, curarsi della cosa pubblica e ridare potere all’arma democratica, che non può e non deve essere sminuita e ridotta alla completa inutilità. Gli scenari logici che derivano da un mal contento crescente e diffuso trasversalmente in una società sempre più tesa ed inegualmente oligarchica sono drammaticamente noti fin dai tempi antichi.

10/12/2013
Valentino Angeletti
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