Europa ed Olli Rehn VS Italia

Olli Rehn, probabile candidato alla presidenza della Comissione Europea nelle file del partito liberaldemocratico ALDE, in un’intervista a Repubblica, ha ribadito come l’Italia, non solo continui ad essere un’osservata speciale, ma stia disattendendo ciò che sarebbe necessario fare, a partire dal debito “monster” in continua ed inesorabile crescita e che le stime vedono per il 2014 ad oltre il 134% del PIL.
Secondo Olli Rehn, che si dice pronto a ricredersi e felice di sbagliarsi, gli sforzi sui tagli alle spese presenti nella legge di stabilità non sarebbero sufficienti, dovrebbero invece dare risultati tangibili già a partire dal 2014, così come le privatizzazioni apportano un contributo minimo e non incisivo alla riduzione del debito ed al miglioramento della concorrenza in settori economici importanti.
Del resto l’impegno strutturale che l’Europa si attendeva dall’Italia avrebbe dovuto essere di almeno 0.5 punti di PIL (circa 8 miliardi) ed invece sarà solamente dello 0.1% (1.6 miliardi). Alla luce di ciò, secondo Rehn, l’Italia non ha margini di manovra e non potrà invocare la clausola di flessibilità per gli investimenti.

Non è la prima volta che il Commissario per gli Affari Economici e Monetari Europeo redarguisce l’Italia e non è la prima volta che, giustamente, l’Italia si appella alla politica di austerità Europea che evidentemente ha fallito cominciando il declino con l’episodio della Grecia, proseguendo poi con Cipro fino ai giorni nostri.

Evidentemente in questo contesto di recessione pesante l’austerità, contrariamente a quanto può avvenire in momenti di espansione economica, non porta i frutti desiderati, non è la via corretta per una crescita sostenibile e sincronizzata tra i vari stati membri e si trasforma in una spirale viziosa che come la morsa di un’anaconda si avvinghia alla sua preda soffocandone l’apparato respiratorio. La teoria di Laffer ha trovato più volte riscontro e l’indice di disuguaglianza GINI si è ampliato sia all’interno dei singoli paesi, in modo preoccupante in quelli più periferici ed in difficoltà, sia tra gli stati europei, portando alla paradossale conseguenza che invece di riequilibrare il sistema e risincronizzarlo con una più equa ridistribuzione di ricchezza ed oneri, come è nello spirito dei fondatori europei, lo ha esasperato nelle disuguaglianze, offrendo grandi vantaggi a pochi, immensi fardelli a molti già meno facoltosi e fomentando le derive anti europeiste.

L’esempio del Giappone di Abe, ma anche della Cina e degli USA mostrano che la prima fase di leggera svalutazione competitiva seguita da importanti piani di investimenti a lungo termine ad alto valore tecnologico e ad alta intensità di lavoro specializzato, portano buoni frutti.

La ECB sul fronte della politica monetaria, nel limite del suo mandato che non consente di coniare, sta facendo il possibile mantenendo i tassi di interesse bassi; sul fronte degli investimenti però poco si sta consentendo ai paesi più in difficoltà e che più ne avrebbero bisogno, costretti come sono a rispettare il rapporto deficit/PIL del 3% che ormai suona anacronistico poiché fissato in presenza di scenari macro del tutto differenti. Con le restrizioni in atto ed i conti blindati trovare risorse da destinare alla crescita è quanto meno complesso.
Un cambiamento di approccio a livello Europeo (che dire degli Eurbond?) è imprescindibile ed è stato sostenuto più e più volte, sia qui che in molte altre parti e partiti.

Sottolineato nuovamente questo aspetto, va però affermato che Olli Rehn ha buone ragioni nel diffidare dell’Italia. Nel nostro paese tutte le linee guida europee sono state disattese, la tassazione non è stata spostata, in modo progressivo, da lavoro, persone ed imprese verso i patrimoni ed i consumi; l’IMU, la decadenza, le vicende interne al PD, la scissione nel centro destra, i continui tentennamenti politici del dopo governo Berlusconi, ultimo il veloce “drive throught” parlamentare per confermare la discontinuità e prendere atto della nuova maggioranza, hanno catalizzato l’attenzione per troppo tempo impedendo di fare ciò che è realmente utile per cittadini ed imprese e rendendo ciechi, vista la polarizzazione dei media, gli stessi cittadini ed ancor peggio la politica dalle vere questioni di interesse globale.
Misure incisive su lavoro, occupazione, crescita, credito a persone ed imprese, lotta all’evasione, alla burocrazia, agli sprechi ed della spesa improduttiva non sono state prese ed il lavoro di Cottarelli, al quale Rehn si è rivolto non troppo implicitamente, sarà arduo, tanto più che, nel suo contratto triennale, non avrà potere esecutivo, ma dovrà solo redigere report. Non è stato possibile fare una sensata legge elettorale, agire sulle province e sul finanziamento pubblico ai partiti, nonostante vi fosse condivisione trasversale e nell’ultimo caso anche un referendum. Se poi si passa a parlare della corruzione, della trasparenza, degli appalti e subappalti pubblici, delle leggi ed emendamenti con postille al limite del legale e della gestione dei fondi europei che sono andati a finanziare non pochi grandi progetti, come la banda larga, le infrastrutture, l’energia, l’ambiente, la riqualificazione edilizia e la messa in sicurezza del territorio, ma una miriade di migliaia di fiere di paese decisamente inutili.

Con tali credenziali andare a protestare perché in Europa non godiamo dell’autorevolezza di cui un paese, con le potenzialità dell’Italia e che versa all’Europa quanto versa l’Italia, dovrebbe godere è poco serio.

A livello di sistema paese l’Italia dovrebbe iniziare davvero a segnare una rottura col passato e con i vecchi costumi, ma ce ne deve essere la volontà finora latitante, ed allearsi con altri stati in condizioni simili, come Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, in modo da fare massa critica presso le istituzioni europee; allo stesso tempo però deve mantenersi aperta verso i grandi mercati mondiali diventando il riferimento per il Mediterraneo ed il crocevia dell’Europa.

02/12/2013
Valentino Angeletti
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