Web-Tax e POS: due punti della legge di stabilità da rivedere con urgenza

Vorrei fare qualche considerazione su due punti presenti nella legge di stabilità che non hanno mancato e non mancheranno di suscitare polemiche.

Il primo riguarda l’ormai celebre Web-Tax o Google-Tax. Il provvedimento in questione vorrebbe costringere tutte le società che nel web effettuano vendite di beni, servizi o pubblicità ad aprire una partita IVA italiana in modo da esser vincolati al pagamento delle tasse nel nostro paese. La questione è da molto tempo dibattuta e ricca di insidie. Essa assai probabilmente contravverrà alla legislazione europea in tema di libero scambio e circolazione di merci, beni e servizi entro i confini della EU, mettendo il luce un problema di non poco conto all’interno dell’Unione, quello della concorrenza fiscale che penalizza non poco i paesi, come l’Italia, che applicano una tassazione sul fatturato più elevata che altrove. In Europa le residenze fiscali più gettonate sono Lussemburgo, Irlanda, UK, Paesi Bassi e paradisi fiscali che ricadono sotto le loro giurisdizioni. Un altro fattore importante che inserisce ulteriori ostacoli all’applicazione di tale norma è la difficoltà nel definire chiaramente l’ammontare dei profitti fatti sul suolo italiano e che dovrebbero essere soggetti ad imposizione. Inevitabilmente società potenti ed abituate ad operare Worldwide sfruttando a proprio favore la tassazione ed i cambi delle valute, con l’assistenza dei migliori legali e delle associazioni statunitensi a tutela del commercio, non troveranno difficoltà ad individuare possibili escamotage per continuare a proteggere i propri interessi.
La faccenda porta alla luce come la disparità di trattamento in termini fiscali ed impositivi crei enormi differenze non tollerabili all’interno di un’economia che, seguendo i principi fondanti dell’Unione, pur mantenendo le particolarità e le forze locali ed asservendole a tutti i membri, si vorrebbe sempre più rendere unica e soggetta ai medesimi vincoli. A ciò è l’Europa che dovrebbe porre rimedio andando a confrontarsi con i vari Stati e cercando di trovare il giusto mezzo affinché la concorrenza fiscale, almeno all’interno dell’Unione, non sia più possibile. Indubbiamente però il tema, essendo globale come globale è la rete, dovrà essere trattato anche in consessi più ampi e mondiali a partire dal G8 e dal G20 per tendere, nel lungo termine, all’implementazione di una sola politica comune.
Dal punto di vista italiano la proposta di un provvedimento simile dimostra come permanga il tentativo, totalmente desueto, di indirizzare localmente un problema globale che trattato in modo autonomo e confinato difficilmente porterà a conclusioni positive, infatti se la normativa venisse mantenuta si correrebbe il rischio di perdere ulteriore gettito e di diventare ancor meno attraenti per chiunque volesse investire.

Il secondo punto che si vuole portare all’attenzione è l’obbligo per tutti gli esercizi commerciali di dotarsi di POS per il pagamento elettronico con qualsiasi tipo di carda di credito o bancomat a partire dal primo gennaio 2014; la finalità è la lotta all’evasione.
Allo stato attuale l’obbligo manca di tutta l’impalcatura attuativa, quindi se entrasse in vigore non avrebbe definite né modalità né procedure, né tantomeno sarebbero dettagliate eventuali sanzioni. Premettendo che un obbligo simile è sensato e corretto per grandi negozi, catene commerciali e studi professionali, peraltro già coperti dalla possibilità di pagare tramite POS, non lo è altrettanto se si considerano i piccoli esercizi, quelli che spesso difendono le tipicità locali, la manifattura artigiana e mettono realmente nelle merci quel valore aggiunto che le rendono appetibili e da tutelare anche nei contesti globali. Piccoli commercianti, come alimentari dei centri storici, artigiani già soggetti agli studi di settore, bar ed in generale attività che hanno il 90% delle loro fatture inferiore ai 50€, vale a dire quel tessuto produttivo per il quale sia il Vice Ministro Fassina che il Dir. Attilio Befera hanno dichiarato esistere una evasione esclusivamente di sopravvivenza, rischiano di non riuscire a poter accollarsi gli oneri di una nuova imposizione, dopo che hanno subito una enorme concorrenza da parte dei mega centri commerciali, che hanno visto lievitare i costi dell’IMU per negozi ed immobili produttivi, della spazzatura, dei servizi indivisibili, dell’ammontare di anticipi di IRAP, IVA, IRPEF e sono stati colpiti dagli aumenti dell’Iva parallelamente ad una stagnazione e pesante recessione dei consumi dovuti all’assottigliarsi diffuso e conclamato del potere d’acquisto. Il costo tra installazione, gestione, noleggio e manutenzione di un POS ammonta a circa 500€ annui senza considerare le commissioni bancarie; una somma simile in questi periodi può tranquillamente corrispondere, e talvolta superare, ad una intera mensilità di una categoria di professionisti che non godono di tutele ed ammortizzatori sociali, non hanno mensilità aggiuntive e TFR ed in molti casi, dopo la liberazione delle licenze, non hanno neppure quella pseudo liquazione che poteva essere garantita dalla vendita della stessa a fine attività.
La legge non consente inoltre la possibilità di applicare un doppio prezzo a copertura delle commissioni a seconda dello strumento di pagamento, non si capisce però perché se l’importo non può dipendere dal tipo di mezzo di pagamento lo possa essere il guadagno, in teoria dovrebbero essere trattati parimenti. L’aumentare in toto i prezzi di listino potrebbe essere una soluzione per coprire gli ulteriori costi, ma in un momento simile ciò non farebbe altro che deprimere ulteriormente i consumi già a terra. Non è esagerato dire che per molti piccoli esercenti, già vessati (fino al 68%), in molti sull’orlo del lastrico ed indignati, come dimostra la composizione della mobilitazione del 9 dicembre, l’obbligo del POS può rappresentare un colpo di grazia definitivo.
In questa circostanza, come tante altre volte è accaduto, pare che si sia cercato di rincorrere un virtuoso modello nordico, dove anche un caffè si può pagare con carta di credito o bancomat, senza averne la corrispondente impalcatura alle spalle che lo rende nel complesso realmente efficace e sostenibile. Nel nord Europa infatti i conti correnti sono molto meno dispendiosi, spesso a costo zero, e difficilmente l’uso dei POS richiede tariffe di affitto e commissioni bancarie a carico degli esercenti e/o acquirenti.

Nuovamente emerge con forza come vi sia necessità di persone e di una classe politica non tanto illuminata o sopra le righe, ma semplicemente con gli occhi e l’attenzione rivolti sia verso il mondo ed il globale sia verso quei contesti locali che solamente il continuo contatto con la quotidianità può dare.

15/12/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] Fossimo all’estero, magari in un paese del nord, il POS lo installerebbero gratis, non avrebbe canone nè tanto meno commissioni sulle transazioni ed ovviamente per trasgressori ed inadempienti sarebbe prevista una sicura sanzione… …ma siamo in Italia, installare e mantenere il POS costa circa 1000€ all’anno ed altri 700€ sempre annui se ne vanno in commissioni per gli esercizi che hanno un giro d’affari di 50’000€/anno, inoltre per chi non si adegua non sono previste sanzioni (e fortunatamente mi verrebbe da dire). In sostanza sì è creato un castello, si sono spese energie, tempo e denari, perché poi non cambi nulla, senza neppure avvicinarsi minimamente all’obiettivo di combattere l’evasione fiscale. Speriamo in un ripensamento del governo (e parlo io che in Danimarca pagavo con carta anche due panini per una spesa complessiva inferiore a 10 corone danesi, poco più di 1€). Del resto sul pos mi ero già espresso: Web-Tax e POS: due punti della legge di stabilità da rivedere con urgenza 16/12/2013 […]

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