Archivi del giorno: 23 dicembre 2013

Giusto ottimismo natalizio, ma non abbandoniamo la realtà

È giusto, è consuetudine di fine dell’anno, a maggior ragione a ridosso di Natale, fare un bilancio cercando di essere ottimisti e trasmettere messaggi positivi in particolare se la situazione non è delle più facili. Infondere speranza e voglia di reagire è compito di un buon manager o dirigente. Accade questo da sempre in ogni azienda con l’immancabile conclusione che si può e si deve sempre puntare a migliorare ed a raggiungere risultati sempre più eccellenti.
Ciò detto sembrano oggettivamente eccessive le parole dette dal Premier Letta nel suo messaggio. Le aspettative per il 2014 paiono enormemente amplificate; pur supponendo che si possa invertire la tendenza ed uscire definitivamente dalla recessione, assecondando in termini di PIL le migliori previsioni di 1-1.1% (in una forbice quantizzata a seconda degli istituti ai valori 0.4%-0.7%-0.8%-1%) la crescita e la ripresa che può dar adito ad un senso trionfale di certo successo come quello profuso da Enrico Letta è bel altra cosa, è crescita quella cinese tra il 7% e l’8%, è crescita quella del Giappone con il lavoro trainato dai grandi investimenti, è crescita quella USA che, a dispetto di un deficit attorno al 5%, ha raggiunto nel terzo trimestre 2013 il 4.1%, non è crescita il nostro 1%, ma si limita ad essere l’uscita tecnica dalla recessione mantenendo sostanziale stagnazione. A Natale i consumi delle famiglie caleranno fino ad oltre il 40% e saranno concentrati principalmente su cibo ed high tech, la fiducia dei consumatori è ai minimi da giugno anche a causa delle incertezze sulla tassazione, la disoccupazione crescerà anche nel 2014 e la giustificazione che si tratta di un dato tecnico dovuto ai NEET che tornano a cercare lavoro non è sufficiente, poiché gli studi rivelano che per invertire la tendenza sull’occupazione serve una crescita minima tra 1.5% e 2%.

Il 2014 stando alle parole di Letta sarà l’anno della svolta, del rinnovamento della politica, anche in termini generazionali, i quarantenni non potranno fallire. Vero è che un po’ di rinnovamento c’è stato e che l’età si è oggettivamente abbassata, ma di qui a dire che il futuro è delle nuove generazioni la strada è lunga nel nostro paese.

All’estero i manager delle più grandi multinazionali hanno spesso meno di 35 anni, ed a 30 anni sono già tranquillamente pronti per assumere posizioni manageriali, mentre qui in Italia, se sono così fortunati da lavorare, sono considerati neo assunti o junior; la politica non è differente, basti vedere l’età media dei politici di altri paesi presenti nel parlamento europeo rispetto ai nostrani, fino ad arrivare al caso limite austriaco dove è recentemente stato eletto un ministro di 28 anni, cose simili sono accadute anche in Repubblica Ceca.

Testimonianze tangibili dei cambiamenti della politica verso modelli più virtuosi e morigerati non sono stati molto convincenti ed il balletto degli emendamenti alla legge di stabilità di queste ore con misure che escono dalla porta per rientrare dalla finestra ne sono una testimonianza, salvo poi additare come colpevoli le Lobby (Link media e Lobby) che però non hanno l’ultima parola in merito che rimane sempre e comunque della politica.

Le risorse che verranno destinata al taglio del cuneo fiscale ed alla riduzione delle tasse sono solo ipotesi e previsioni vincolate a quanto potrà essere raccolto dalla lotta all’evasione, dal rientro di capitali dall’estero e dalla spendig review che il Commissario Cottarelli (il quale avrà durissimo lavoro vedendo le modifiche nottetempo al DDL Stabilità e considerando che non avrà potere concreto di mettere in pratica il suo piano) ha già blindato in favore del taglio alla spesa.

Gli atteggiamenti della Germania in favore dell’Europa promessi dalla Merkel non si sono verificati così come le pressioni Italiane a Bruxelles.

Alla luce di ciò Enrico Letta, al quale va dato atto di essere equilibrato e di impegnarsi sinceramente, non dovrebbe alzare così tanto l’asticella delle aspettative degli italiani che troppe volte si sono sentiti dire che le cose cambieranno e non saranno mai come prima, che l’ora della svolta è giunta, salvo poi essere delusi e finire col non avere più fiducia dei propri rappresentanti al governo. Suggerirei quindi volare più basso o più semplicemente dire la verità, e cioè che SE la politica invertirà davvero rotta e si comporterà virtuosamente mettendo al centro il bene del paese e dei cittadini, SE la generazione dei 20-30 enni si vorrà sacrificare impegnandosi e tenendo in mente che probabilmente non riuscirà ad agganciare il benessere sociale e le possibilità economiche che ebbe la generazione precedente, SE chi ha avuto di più ottenendolo onestamente o per leggi incolpevolmente troppo favorevoli vorrà rinunciare a qualche privilegio, SE l’Europa vorrà essere più permissiva, SE E SOLO SE tutto ciò si verificherà sarà possibile riportare la qualità della vita, l’uguaglianza e la sostenibilità sociale del nostro paese a livelli accettabili.

Benissimo essere ottimisti dunque, ma rimanere agganciati alla realtà dei fatti è un una prerogativa che la politica, a tutti i livelli dovrebbe recuperare.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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La distorsione mediatica dell’attività di Lobbying

Negli ultimi giorni, mentre gli emendamenti al DDL Stabilità venivano presentati e discussi, si è fatto gran parlare, a cominciare dalle cerchie di De Benedietti e Caltagirone, di Lobby e Lobbysti dando implicitamente per scontato, e trasmettendo tale messaggio all’opinione pubblica, che queste pratiche o persone siano, pur non sconfinando nell’illegalità, di certo prive di moralità ed etica e che mettano dinnanzi a tutto e tutti interessi personali ed aziendali. A sentire quanto scritto e detto su media e TG, verrebbe davvero da immaginare a persone ed aziende senza scrupoli, totalmente devote al dio Mommona. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere alcuni, per così dire, lobbysti e non mi sono trovato dinnanzi a squali avidi e bramosi, anzi ho trovato persone molto competenti, colte, padrone indiscusse della parola e del pensiero, a volte anche critiche nei confronti dell’azienda della quale fanno gli interessi.

Vale la pena ribadire che la generalizzazione non è mai cosa buona e che il nostro mondo individua e ricorda più facilmente il singolo episodio negativo rispetto ai tanti positivi. Ciò è tipico della mente umana, ne abbiamo un esempio stupidissimo pensando al passaggio sotto i caselli autostradali; riusciamo a ricordare solo le lunghe code rispetto alle situazioni per così dire normali ove non abbiamo dovuto aspettare nulla e che certamente sono state numericamente superiori. Ci si lamenta dunque delle attese, ma non si gioisce per un passaggio subitaneo e rapido sotto il casello.
Supponiamo che, come ovviamente è, nel mare magnum dei lobbysti vi siano elementi atti a fare il bene del gruppo che rappresentano a scapito di tutto e tutti, finanche della salute e della sicurezza pubblica. Essi potranno agire ed interfacciarsi con i salotti buoni, con la politica, con i decisions and policy makers, ma non hanno potere di voto. Di contro è la politica che si deve far carico di decidere e qui subentrano chiaramente almeno due elementi a riprova che la politica è fallace. Il primo punto è quello delle competenze; quelle trasversali ai campi necessari per la gestione della cosa pubblica, benché non in modo approfondito, doverebbero essere presenti, invece spesso latitano tra i decisori i quali si devono affidare ad altri che li assistano per prendere decisioni. Il secondo fattore è la corruttibilità della politica che, per proprio tornaconto sia esso garanzia di voti oppure finanziamenti al partito o al gruppo di turno, asseconda e si fa dirigere dai cattivi lobbysti.

Sempre e comunque, quando giunge l’ora di votare alzando la mano o scrivendo un nome, non v’è lobbysta che tenga, è il politico o il policy maker che nella sua mente, dovrà scegliere se servire il paese o meno. La partita ultima ha un singolo giocatore che è arbitro, quando non v’è l’ignoranza ad alienare il principio di libera scelta, di farsi guidare dalla coscienza o dall’interesse. Per l’ennesima volta è la moralità ed il servizio della politica alla cosa pubblica ed al cittadino che può sconfiggere ogni malformata pressione.

L’attività di lobbying ed il mestiere di lobbysta è avvolto dall’oscurità e molte leggende metropolitane si generano. La verità è che non v’è nulla di male o di intrinsecamente deviato in questo mestiere che risulta essere di grande utilità oltre che di una estrema bellezza, consentendo di rapportarsi con la società a tutti i livelli e nei più disparati contesti tanto da permettere una visione d’insieme difficilmente ottenibile altrove. La lobbying esercitata in trasparenza funge da anello di congiunzione tra la realtà ed il mondo produttivo con la politica che di questi tempi è evidentemente sempre meno capace di interpretare correttamente la società, anche a causa dei rapidi cambiamenti che coinvolgono tutti i contesti economico sociali e che difficilmente ambienti sostanzialmente statici e non avvezzi a modifiche nel modo di ragionare ed interpretare i contesti sono in grado di cogliere. Quello che manca è una regolamentazione ed un registro delle lobby che altrove esiste e che, a conferma che con la trasparenza si fugano i sospetti, gli stessi veri lobbysti gradirebbero e da tempo richiedono.

Il Governo italiano stesso, se fosse andato a scuola da veri professionisti del Lobbying e dell’Advocacy, forse avrebbe potuto avere più voce in capitolo nei confronti delle istituzioni europee e degli organi di Bruxelles ottenendo più concessioni, margini per investimenti produttivi, perdendo meno tempo e presentando meglio le ragioni e le conseguenze che il perseguimento cieco dell’austerity e del rigore porterà alla tenuta competitiva dell’Unione.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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