Legge di stabilità: il colpo di scena sulle accise

Da indiscrezioni trapelate in merito alla legge di stabilità che si comporrà di due parti distinte, una relativa alle proroghe ed una relativa alle misure urgenti, emerge un provvedimento a dir poco curioso.
Per la prima volta si sta prendendo in considerazione la possibilità di ridurre le accise sul tabacco. Tale balzello è sempre state uno strumento semplice, immediato ed odioso per fare cassa, tanto che il suo aumento è presente in ogni clausola di salvaguardia, inclusa quella che dovrebbe scattare qualora le previsioni sugli introiti da spending review e da rientro di capitali dall’estero sia inferiore alle attese. Questa indiscrezione sembra dunque un vero colpo di scena, poiché le accise sono sempre state considerate efficienti, sono state sistematicamente, quasi strutturalmente, innalzate e mai ritoccate al ribasso.
Il perché di questo cambio “strategico” è presto detto e risiede nella drammatica veridicità della legge di Laffer, secondo la quale al crescere della tassazione oltre una certa soglia i consumi, a cominciare dai bene non di prima necessità, si deprimono comportando un gettito minore rispetto a quanto si sarebbe ottenuto evitando gli incrementi delle imposte, nel caso italiano principalmente l’IVA.
Questa legge si applica perfettamente, e per la prima volta in modo quasi dichiarato, al caso del tabacco poiché un’eventuale riduzione delle accise servirebbe a compensare il minor gettito dovuto ai consumi inferiori a seguito dell’aumento dell’IVA. Come volevasi dimostrare si diceva al liceo.

La realtà è che questo fenomeno si è verificato non solo per tabacco ed alcol, ma anche per la benzina, per i comuni beni di consumo ed anche per quelli di prima necessità come cibo, oggetto di rinunce in qualità e quantità, e cure mediche e medicinali, andando quasi a ledere i diritti che ogni cittadino di un paese avanzato e civile dovrebbe avere garantiti.

Questa presa d’atto testimonia come molte delle misure siano state adottate senza alcun piano strutturale, ma per una sopravvivenza giornaliera, quasi oraria, forse mutuata dalla troppa finanza che ha sedotto l’economia degli ultimi anni o forse proprio causata dalla totale assenza di idee e di piani precisi, chiari, strutturali e senza un ben noto punto di arrivo in termini di tempi e budget, mettendo pezze qua e là, a volte anche cadendo in contraddizione e ledendo ulteriormente la fiducia nella politica degli elettori, tutto per sistemare temporaneamente i numeri, perché alla fine nelle slide sono i numeri ad essere presentati, talvolta senza considerare da dove derivano e cosa dietro essi risiede.

Nonostante ciò pare che la lezione non si voglia apprendere e la possibilità di ulteriori accise rimane, almeno per ora visto che i dietrofront e l’incertezza normativa è ormai prassi comune, tra le clausole di salvaguardia assieme agli aumenti previsti a partire da gennaio 2014. Rincareranno i trasporti, l’alimentare (5%), servizi bancari, detersivi, plastica, assicurazioni (5%), autostrade (3%), carburanti, acqua (3-5%) ecc, ecc, per un totale di circa 1’300€ annui in più (1’384€ secondo Adusbef e Federconsumatori); per la cronaca diminuiranno le tariffe elettriche e del gas.

La riduzione delle tasse di 250€ per il 2013 rilevata dalla CGIA di Mestre non sembra essere percepita dai cittadini che risultano sempre più impoveriti e sull’orlo dell’indigenza, forse perché compensata da imposte locali o da slittamenti di adempimenti ai primi mesi del 2014.

Vero è che l’imposta sui consumi può essere considerata progressiva ed è tra quelle consigliate dall’Europa, ma quando a risentirne, ed in modo pesante, sono i consumi di prima necessità ed essenziali forse il meccanismo si è inceppato. La stadio della malattia italiana è ormai molto avanzato e la scossa che servirebbe per cambiare rotta deve essere forte, a maggior ragione se uno degli obiettivi è rilanciare i consumi interni e l’export. Fosse vero che nel 2014 i rincari peseranno sulle famiglie italiane per quasi 1’400€, non v’è taglio del cuneo fiscale in grado di compensare un simile aumento e sarà quindi impensabile sperare in una ripresa dei consumi, salvo depauperare ulteriormente risorse e risparmi privati, ultimo baluardo a protezione da una instabilità sociale che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Il buon proposito per il prossimo anno dovrebbe essere quello di cambiare rotta in modo convinto e deciso, ridistribuire ricchezza pianificando il lungo termine, essere convincenti in sede europea anche adottando molta più etica e morale entro i confini nazionali, non puntare a vivacchiare (ed un +0.7% di PIL, con disoccupazione in aumento, è vivacchiare) perché, anche senza ipotizzare possibili tensioni e scontri sociali che in un certo modo si sono già manifestati e che in altre realtà non troppo dissimili da quella italiana continuano tuttora, gli italiani onesti che fino ad ora hanno letteralmente sopportato e tirato avanti il paese a dispetto di tutto e tutti, non possono più permetterselo e non se lo meritano.

30/12/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
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