Archivi Mensili: gennaio 2014

Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche

Obama ha da poco tenuto il suo “Speech” sullo stato dell’Unione a stelle e strisce. Oltre alla grande importanza che attribuisce al clima, alla lotta al cambiamento climatico ed al tema energetico, decisamente caro all’economia statunitense, in quanto la rivoluzione energetica in atto ha consentito di abbassare il costo dell’elettricità attraendo, assieme ad alcune politiche sul lavoro, nuovi investimenti industriali ed avviando un processo di reindustrializzazione antitetico alla delocalizzazione occorsa negli anni scorsi, al centro del discorso è stato il tema dell’uguaglianza sociale.

Obama ha definito il 2014 un anno decisivo, nel quale è necessaria una svolta, l’anno dell’azione (molto simile all’anno del fare del nostrano Renzi). L’anno in corso sarà certamente molto importante per Obama poiché in autunno si terranno le elezioni di metà mandato che rinnoveranno le camere ed in vista di ciò il Presidente vuole dare un impronta chiara alle proprie azioni.

Il tema dell’uguaglianza è stato trattato con decisione, il primo passo concreto consisterà nell’aumentare il salario minimo per certe tipologie di lavoratori federali dagli attuali 7.25 $/h ai 10.10 $/h. La misura coinvolgerà inizialmente solo i nuovi contratti ed i rinnovi di contratto in essere, ma è già allo studio un meccanismo, che da noi si chiamerebbe scala mobile, per indicizzare almeno all’inflazione tutti i salari federali in prima istanza esclusi. Obama ha chiaramente definito ingiusto ed inaccettabile che un lavoratore federale non possa condurre per se ed assicurare alla propria famiglia una vita dignitosa.
Ovviamente il settore privato non risentirà di tale manovra non avendo il Presidente alcun potere di azione sui salari minimi che non siano governativi, ma il messaggio lanciato anche al settore privato è stato evidente. Il provvedimento, appoggiato dai democratici ed avversato dai repubblicani, è stato motivato adducendo alcuni esempi aziendali di successo (Tescoma) che utilizzando gli incrementi salariali hanno incrementato la produzione, di fatto azzerando l’onere del rincaro. Inoltre aumentare i salari alle classi meno agiate vorrebbe dire incrementare immediatamente i loro consumi, benefici anche per le aziende.

Lo scenario in cui si inserisce l’azione sui salari è quello di un piano per combattere la disuguaglianza sociale ed in questa ottica si inseriranno interventi in favori degli immigrati ed il tentativo di rendere le cure e le assistenze mediche disponibili a tutti e con standard i qualità quanto più possibile allineati.
Per perseguire questo fine sarà probabilmente rivista la tassazione e, qualora le parti politiche non si trovassero d’accordo, Obama si è detto disposto ad applicare per decreto quanto ritiene giusto in una chiara svolta decisionista, sarà interessante capire quanto potrà realmente mantenere.

Si è sottolineato più volte come la disuguaglianza stia assumendo a livello globale dimensioni sempre più importanti e come l’eccessiva disuguaglianza sia foriera di scontri di classe, malcontento e blocco economico contrariamente ad un sano dislivello sociale che, grazie anche ad una certa mobilità e meritocrazia, rende fluida la società e consente la crescita sfruttando la volontà di miglioramento naturalmente innata nelle persone. Gli USA così come lo UK sono campioni di disuguaglianza e, proprio in concomitanza del discorso di Obama, ne hanno dato nuova conferma i dati USA sulle compravendite di immobili di lusso, vale a dire oltre il milione di dollari, che hanno raggiunto il 14% del totale, crescendo del 3%.

La disuguaglianza è fortissima ed in rapida crescita anche in Italia, dove però la tendenza è contraria rispetto alla via imboccata da Obama. Le azioni del governo sono state quelle di bloccare indicizzazioni, scatti salariali e straordinari. Il settore privato non fa eccezione, lo strumento per abbattere i costi di produzione e dei prodotti, rischiando di alimentare una pericolosa spirale deflattiva, è sempre quello di ricorrere ad abbassamenti dei salari, riduzione dell’orario di lavoro o aumento ma a parità di salario come è successo in Siemens, taglio dei premi di produttività, degli straordinari, delle festività retribuite ecc. In sostanza tutto ciò che deprime ulteriormente consumi ed economia. Per il nostro paese le azioni da affrontare rapidamente dovrebbero essere quelle di tagliare il cuneo fiscale ed abbassare il prezzo dell’energia facilitando in tal modo le nostra aziende a competerete con le concorrenti europee. Rimane in ogni caso impossibile pensare di poter essere competitivi sul prezzo di alcuni prodotti di fascia tra la bassa e la media rispetto agli stati, come Polonia ed Ungheria (non andando a disturbare la Cina o la Cambogia), dove il costo del lavoro è drasticamente più basso. La strategia dovrebbe essere quella di riconvertire le produzione manifatturiera (affiancandola ad altri settori dove potremmo primeggiare se opportunamente rafforzati) utilizzando tecniche ti ottimizzazione della catena di montaggio, della distribuzione, razionalizzazione di tutta la filiera, inserire l’innovazione sia nella produzione, ma anche nei processi (ne è stato un esempio Toyota) e poi puntare a produzioni di prima e primissima fascia ad alto valore aggiunto che gli acquirenti, pur tenendo sempre in considerazione il prezzo, valutano utilizzando come parametro primario la qualità.
Il caso Electrolux è solo l’ultimo esempio che dimostra come in Italia purtroppo i problemi vengano affrontati sempre troppo tardi con la naturale conseguenza, mossi dalla fretta e dalla necessità di trovare una soluzione immediata, di costruire soluzioni traballanti e senza aver avuto modo di valutarne gli effetti nel breve, medio e lungo termine. Il settore degli elettrodomestici o del bianco è in crisi da anni, ci sono stati i casi Merloni ed Indesit, e le vicende dei 4 stabilimenti Electrolux si conoscono da tempo, ma si è giunti in ogni caso a proposte drastiche, quasi da ultimatum.

28/01/2014
Valentino Angeletti
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Electrolux: sintomo primordiale di deflazione

Ancora conferme allarmanti da Bankitalia: tra il 2010 e il 2012 il reddito famigliare medio è sceso del 7,3%, la ricchezza ha fatto registrare -6.9%, mentre la povertà (reddito famigliare inferiore a 7’678 € all’anno) è salita del 2% toccando il 16%, metà delle famiglie italiane vive con meno di 2’000 € al mese, il 20% del totale con meno di 1’200 € al mese. Il 46,6% della ricchezza totale è nelle mani del 10% delle famiglie.
Secondo S&P l’outlook il rating italiano rimane negativo, perché permane l’incertezza sulla tenuta dei trend economici e delle politiche economiche, inoltre, in contraddizione rispetto alle previsioni del MEF, la crescita si attesterebbe allo 0.5% annui per il triennio 2014, 2015, 2016 ed il debito a fine 2014 toccherebbe il 134%.

Questi dati poco rassicuranti testimoniano come sia necessaria una ridistribuzione della ricchezza e vista l’urgenza pare che le uniche vie in grado di garantire una velocità adeguata possano essere una patrimoniale progressiva sulla fascia più ricca della popolazione, ma soprattutto una lotta serrata all’evasione ed alle truffe al fisco che oltre a sottrarre denaro alla collettività penalizzano proprio le classi più povere. Si stima che solo le truffe sull’autocertificazione ISEE siano costate lo scorso anno tra i 2 ed 3 miliardi di €. È facile immaginare che aumentando anche di 300 € mensili, quindi una cifra rilevantissima quasi utopistica, l’introito di famiglie a basso reddito questa somma non andrebbe ad alimentare conti correnti o depositi amministrati, bensì sarebbe immediatamente reimmessa nel circuito economico, alimentando i consumi dei beni di primissima necessità, principalmente alimentari, prodotti e vestiario per bambini, bollette, medicinali e visite mediche, creando una molto primordiale catena virtuosa che se correttamente e sistematicamente oleata potrebbe portare nel giro di qualche trimestre ad un lieve recupero della domanda e dei posti di lavoro.

In questo contesto si colloca la crisi dell’Electrolux, azienda del bianco da tempo in difficoltà a causa della concorrenza a basso costo principalmente da Polonia e Turchia. Secondo fonti sindacali, in contrasto con quanto sostenuto dall’azienda, il salario medio attuale potrebbe passerebbe da 1’400€ a circa 700-800 € rasentando la soglia di povertà per le famiglie che si vedessero costrette a vivere con una simile somma. Per il salvataggio del polo Italiano la casa madre svedese propone un taglio dell’80% dei 2700 euro di premio aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Il costo orario del lavoro, ora a 24 euro, scenderebbe di 3-5 euro medi, così da ridurre il gap con il costo del lavoro in Polonia, dove gli operai di Electrolux percepiscono 7 euro l’ora. A queste condizioni, avrebbero detto gli svedesi, gli stabilimenti di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì sopravvivrebbero, mentre se il piano fosse respinto il gruppo bloccherebbe ogni investimento nel nostro paese.

Benché nessun alto esponente della finanza e della politica economica si preoccupi in maniera manifesta della deflazione in Europa, per quel che riguarda il nostro paese il caso Electrolux ne è un primo esempio.

Quando per ridurre i prezzi dei prodotti o per avere sufficiente margine di guadagno le aziende lottano andando in ultimo a cercare di abbattere il costo del lavoro con tagli agli stipendi ed al limite licenziando od attingendo ai contratti di solidarietà, ed anche questo è accaduto in quanto in Electrolux infatti gli esuberi stimati sono incrementati di circa 400 unità, si crea la tipica spirale deflattiva: si cerca di ridurre i prezzi a tutti i costi, ma al contempo si diminuisce il potere d’acquisto dei lavoratori diminuendo stipendi o quasi lo si annulla licenziando tout court, ledendo ulteriormente la propensione al consumo già bassissima.  Pare evidente che per abbattere il costo del lavoro la via corretta sarebbe un’azione incisiva sul cuneo fiscale benefica sia all’impresa che al lavoratore stesso.
Considerando le congiunture macroeconomiche in essere e la pericolosa propensione ad accettare, pur di lavorare, condizioni veramente al ribasso, si rischia seriamente di andare incontro ad una deflazione causata non tanto dall’attesa per un ulteriore ribasso dei prezzi come sovente accade, ma dalla reale incapacità di consumare, pur volendolo.

Un deflazione derivate dal fatto che il calo dei salari e del potere di acquisto è decisamente superiore al calo dei prezzi, fenomeno che si può ampiamente ritrovare anche nel mercato degli immobili dove però si aggiunge la componente non trascurabile della difficoltà di accesso al credito.

27/01/2014
Valentino Angeletti
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Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde

È giunta al termine l’edizione 2014 del Worl Economic Forum (WEF) di scena a Davos, dove i grandi di politica ed economia provenienti da istituzioni pubbliche e private si sono riuniti per discutere e delineare le strategie e le priorità dell’agenda economica futura. In molti non sono teneri con questo genere di eventi ritenendoli costose passerelle propagandistiche senza alcun incisività e concretezza fino a spingersi a sostenere che coloro che davvero lavorano non hanno tempo per parteciparvi. Non so se sia vero, di certo in eventi così altisonanti che si prendano decisioni o che si parli di ciò che già non sia noto è estremamente difficile, ma, per il calibro delle personalità coinvolte, la rilevanza Forum è palese.

Finalmente, in deciso ritardo rispetto alla loro importanza nello scenario globale ed a dispetto della loro strettissima interconnessione con le vicende economiche mondiali, oltre ai classici temi economico-politici ne sono stati affrontati almeno altri tre: il clima, incluse le problematiche dell’inquinamento globale e dell’cambiamento climatico; la green economy; il rischio che l’automazione, in momenti dove l’austerità è dominante, possa essere in competizione con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Argomenti questi già prioritari da anni, il primo discusso a partire da Kyoto, ma sempre senza la convinzione e l’unione mondiale di intenti che servirebbe per combattere una battaglia simile; il secondo ormai maturo, ampiamente sperimentato e rodato in numerosi stati del nord Europa, bacino di importanti investimenti e che in molte zone del mondo, e l’Italia non fa eccezione, dovrà essere uno dei driver dell’auspicata ripresa; il terzo noto dai tempi del luddismo della rivoluzione industriale di fine 1700, inizio 1800.

Le conclusioni del WEF sono state velate da un cauto ottimismo, giustificato dal recupero dell’economia statunitense, dalla timida ripresa europea, dall’uscita dalla quindicennale deflazione giapponese, dalla crescita Britannica dove secondo il Premier Cameron non esiste più il problema dell’occupazione, anzi, semmai c’è il problema opposto, tanta domanda e poca offerta, dove la City ha ricominciato a girare a pieno ritmo, ma anche dove, quando c’è stato bisogno di agire, lo hanno fatto incisivamente (taglio di 11 mld £ di spesa, riducendo anche i dipendenti pubblici, ma senza pesare negativamente sull’occupazione).

Le cose però non sono così lineari come un semplice resoconto potrebbe far pensare. Infatti negli USA, che rimane il traino del mondo, il problema dell’occupazione è tutt’altro che scomparso, probabilmente assisteremo a periodi di crescita senza occupazione, e lo scotto da pagare per fenomeno della delocalizzazione inversa dai mercati emergenti nuovamente verso gli States, è un abbassamento del livello e della tutela dei lavoratori, che però gli statunitensi in molti casi accettano, consapevoli che in periodi di crisi e di transizione è difficile pretendere altro. Il tapering statunitense, che sta gradualmente diminuendo le iniezioni di liquidità e l’acquisto dei titoli di stato passato da 85 miliardi di $ al mese a 75 miliardi ed in procinto di attestarsi a 60, ha messo in difficoltà quei mercati emergenti che non hanno saputo sfruttare i capitali investiti entro i loro confini e nelle loro economie/finanze, capitali che ora stanno tornando verso i più solidi mercati maturi.
I BRICS non sono così attraenti come in passato e sono sempre più rischiosi, ne sono un esempio l’Argentina, che potrebbe contagiare l’intero Sud America, colpita da una tremenda inflazione probabilmente dovuta ad una politica monetaria dissennata, un’economia ancora traballante e conti pubblici forse abbelliti ad hoc; la Turchia, dove domina l’instabilità e la tensione politica; l’Ucraina, crocevia fondamentale per la politica energetica russa, che si vede divisa tra europeisti e filosovietici sull’orlo di una guerra civile. Questi fattori hanno concorso a rallentare gli ordinativi nei confronti della Cina, nazione con l’onere di essere la seconda locomotiva mondiale, che ha fatto segnare una crescita del 7.3%, quando l’attesa era di oltre 8%, valore più basso dal 1989. Tra le economie emergenti sapranno adattarsi ai nuovi scenari solo coloro che con il capitale ricevuto in questi anni sono stati capaci di investire in modo produttivo e solidificare le fondamenta della loro economia, mettere fieno in cascina, parafrasando il rappresentante indiano a Davos.
L’Europa,in modo molto eterogeneo, sta uscendo lentamente dalla crisi, ma lo spettro della deflazione è minaccioso e rischia di innescare il circolo vizioso di riduzione dei prezzi, competizione con ulteriori riduzione di prezzi sostenuta al limite da licenziamenti, innescando così un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto, e quindi dei consumi, nonostante i prezzi siano bassi.

A ben vedere, e forse in merito a ciò l’Europa, l’ECB e la Germania, che anche nel contesto del WEF non ha voluto sbilanciarsi sulla possibilità degli Eurobond glissando diplomaticamente, dovrebbero fare un esame di coscienza, ad andare meglio in questa fase sono quegli stati che a stimoli monetari “monster” hanno saputo affiancare un programma di investimenti e spesa pubblica produttiva non curandosi troppo del deficit, in grado di creare lavoro e sostenere l’innovazione: lavori pubblici, completamento delle opere non finite e cantierabili immediatamente, sostegno all’ R&D, alle start-up fino, potenziamento della banda larga ed internet di ultimissima generazione, nuovi investimenti nel settore energetico.

A Davos non è mancata poi la richiesta di più politica e meno finanza e significativo è il fatto che essa provenga proprio da un guru della finanza come Laurence Finck, CEO di BlackRock, secondo il quale la politica ha il vizio di parlare tanto, spesso anche bene, ma di non agire oppure di entrare in azione quando ormai le rapide dinamiche moderne hanno già fatto il loro corso. Questo monito deve risuonare nelle orecchie dei politici europei, ma soprattutto di quelli italiani, sempre e costantemente troppo lenti e poco risoluti e pragmatici nelle loro azioni, tanto che in questi anni, dai primi sintomi della crisi, ben poco è davvero cambiato e nuovamente sono i dati del Centro Studi Confindustria a testimoniarlo (calo PIL a 9.1% e riduzione del potere d’acquisto di oltre 3’000 € annui per le fasce ex ceto medio).

La conclusione del Forum è stata proferita dalla Direttrice del IMF, Christine Lagarde, la quale ha descritto la fase economica in corso con 3 R: Ripresa, Rischio e Reset della politica monetaria ed economica.
A queste tre R ne va necessariamente aggiunta una quarta, Redistribution, cioè ridistribuzione della ricchezza, strettamente connessa al problema demografico che è di primaria importanza.
Nel mondo si stanno sempre più ampliando le disuguaglianze tra pochissimi super ricchi e tantissimi poveri o sulla soglia della povertà, un tempo facenti parte della classe media.
L’Italia non fa eccezione, anzi, dopo USA ed UK è uno dei paesi più disuguali, nonostante la crisi e l’aumento della povertà diffusa, ha raggiunto il 4° posto per numero di nuovi milionari sfornati nel 2013: ben 127’000.
Oltre a ciò la popolazione mondiale sta puntando quota 9 miliardi di persone e nel nord Africa, nell’estremo oriente, nel sud e centro America, vi sono milioni e milioni di persone, principalmente nelle periferie delle megalopoli come Il Cairo, che spingono per consumare e per spendere quei pochi dollari che guadagnano, quasi come se fosse un segno di emancipazione. Al contempo richiedono accesso a più risorse, sia alimentari che in termini di servizi e di energia elettrica, motore dello sviluppo. In sostanza ambiscono a migliorare la loro condizione di vita in un processo che è una costante dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a migrare alimentando flussi migratori oceanici e difficili da gestire.

Un certo livello di disuguaglianza è benefico per le economie, perché unito ad una società dinamica, meritocratica e dove è possibile la scalata sociale, crea nelle persone quella naturale propensione al miglioramento della propria condizione che è il motore di sviluppo e crescita. Ciò vale sia all’interno delle economie mature sia nelle periferie del mondo che spingono per accedere a standard di vita più simili a quelli occidentali.
Se invece questo divario è eccessivo ed in più la mobilità sociale non esiste, anzi è il sistema delle caste a dominare inflessibilmente, il risultato saranno tensioni sociali, malcontento, scontro generazionale e razziale fino a sfociare in veri e propri conflitti e tremende manifestazioni di intolleranza che non rappresentano nient’altro che una lotta tra poveri e che contribuiscono ad acuire ulteriormente le disuguaglianze.
Di questo i grandi del WEF devono necessariamente preoccuparsi, ben prima delle dichiarazioni della prossima edizione del Forum.

26/01/2014
Valentino Angeletti
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Quote Bankitalia e privatizzazione Enav e Poste. A cosa si potrebbe andare in contro?

È ormai avviata e durerà circa due anni la fase di nuove privatizzazioni di cui si è parlato nei mesi scorsi ed ufficializzata dal Ministro Saccomanni al World Economic Forum di Davos. Le intenzioni del governo sarebbero quelle di raccogliere tra i 15 ed i 20 miliardi di € mettendo sul mercato alcuni gioielli dello Stato, nella fattispecie, una quota di controllo di Sace e Grandi Stazioni, poi quote non di maggioranza di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag, Poste ed un 3% di Eni.

Parallelamente a queste avverrà anche il rafforzamento del capitale di Bankitalia (o Banca d’Italia). Il capitale sociale dell’istituto di via Nazionale passerà dagli attuali 156’000 € ai 7.5 miliardi di €. Le quote Bankitalia sono detenute per il 95% da banche ed assicurazioni (principalmente Intesa 30.3, Unicredit 21.1, Generali 6.3, CdR Bologna 6.2, e poi Unipol Sai, MPS) e per il 5% dallo Stato.
I possessori delle quote beneficiano annualmente della distribuzione degli utili, fino ad un massimo del 10% del capitale sociale (attualmente 15’600 €), più fino ad un massimo del 4% delle riserve statutaria che ammontano complessivamente a 23 miliardi, benché negli anni scorsi la percentuale distribuita sia stata decisamente inferiore, attorno allo 0.5%.
Oltre a ciò verrebbe fissato al 3% la quota massima per ciascun istituto, l’eccedenza dovrà essere venduta entro 36 mesi alla Banca d’Italia stessa, in quanto unico acquirente per statuto possibile, che potrà a sua volta rivenderle ad altri istituti andando ad ampliare il panorama degli azionisti, oppure mantenerle.
Questa operazione porterà una plusvalenza pura per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa tra 900 mln e 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici, fino ad un massimo del 6% del capitale sociale, più cospicui (il pareggio avverrebbe circa dopo 2 anni), ma soprattutto incasseranno denaro fresco (e pubblico) dalla cessione delle quote rivalutate eccedenti il 3%. Tal provvedimento, decisamente migliore della prima versione dove non era previsto il tetto massimo del 3% e dove la rivalutazione costituiva puramente un artificio contabile, sembra comunque un palliativo di brevissimo termine per lo Stato, ed un tocca sana per istituti bancari ed assicurazioni, proprio nell’anno degli stress test e dell’asset quality review.

Tornando alle privatizzazioni, la prima tranche vedrà coinvolte Enav e Poste per le quali si prevede una cessione di quote di minoranza pari rispettivamente al 49% e 40%.
Premettendo che, a patto di uno stretto controllo sui piani industriali, giudico positivamente le privatizzazioni quando un soggetto pubblico, a causa di conti dissestati o priorità strategiche differenti, non è più in grado di investire e potenziare una propria azienda non consentendole dunque di essere competitiva e di affrontare le nuove sfide dei mercati o di erogare un servizio sufficientemente di qualità e capillare e quando i proventi delle privatizzazioni sono utilizzati in modo produttivo e non finiscono nel gigantesco oceano di spesa pubblica, magari andando a sovvenzionare eventi e manifestazioni di dubbio interesse o ancor peggio la pletora di aziende partecipate da enti statali e locali con i loro organici apicali e manageriali lautamente retribuiti a fronte di bilanci disastrati, l’operazione in essere lascia qualche perplessità, nonostante il recente caso della britannica Royal Mail che rappresenta un esempio di grande successo.

Il gettito previsto ammonta a circa 1.8 miliardi per l’ Ente Nazionale Assistenti di Volo ed a 4 miliardi per le Poste. Esso andrà a cercare di scalfire il debito pubblico di oltre 2’100 miliardi di €, evidentemente una goccia nel mare poiché con i 6 miliardi scarsi si arriva malapena a pagare tra 1/15 ed 1/13 degli interessi che l’Italia deve corrispondere annualmente ai propri creditori.

Un altro punto che dovrebbe essere approfondito riguarda, nel caso delle Poste, la volontà di avvicinarsi al modello tedesco ed americano, dove i lavoratori azionisti hanno propri rappresentanti nelle assemblee. Idea di per se buona quella di riservare azioni ai propri dipendenti, ma, a fronte di una percentuale che potrà arrivare ottimisticamente al 10-15%, difficilmente essi, come ogni altro azionista, avranno voce in capitolo contro uno Stato detentore del 60%.

Infine, ma aspetto più importante, riguarda il mutamento della mission di una azienda che da totale controllo pubblico si appresta ad aprirsi, benché parzialmente, al mercato.
In ogni mission di qualsiasi azienda quotata, e non potrà fare diversamente Poste se vorrà attrarre investitori importanti, è presente, più o meno esplicitamente, la frase che il fine ultimo dell’azienda è quello di creare valore per i propri azionisti, mentre per un soggetto pubblico l’obiettivo è quello di garantire un servizio eccellente ai cittadini. Servizio contro profitto dunque, elementi che non necessariamente sono in contrapposizione. Nelle economie sane ed oneste infatti a servizio di qualità ed al giusto prezzo corrisponde spesso il profitto dovuto ad un’ampia e fedele clientela. Le Poste però in Italia, caso non unico, ma raro, agiscono, per quel che riguarda il business della corrispondenza, in regime di monopolio e non hanno concorrenza con il quale competere, non c’è vero libero mercato e si corre il rischio che per perseguire il profitto il privato possa ridurre il servizio, forte del fatto che la clientela è per forza di cose certa. Inoltre vanno presi in considerazione i ragionamenti ed i meccanismi che regolano le aziende private, benché partecipate.
Gli investitori vorranno dei piani industriali che puntino a razionalizzare ed ottimizzare i costi, le spese e gli organici, quindi non è difficile pensare che possa essere messa in discussione la reale utilità e l’efficienza operativa dei 145’000 dipendenti e dei quasi 50’000 uffici postali, situati a volte in zone decisamente periferiche e con pochi clienti a settimana, che avevano rischiato la chiusura già qualche mese fa.
Potrebbero essere proposti piani di esodo anticipato o accompagnamento alla pensione, chiusura di uffici secondari o accorpamento con centri maggiori e relativo spostamento dei dipendenti.
Per quanto riguarda i servizi potrebbe essere considerata una loro esternalizzazione, magari proprio a cominciare dai porta lettere, dai servizi informatici e dalla gestione degli immobili.
Potrebbe poi essere valutato di concentrarsi sul core business, che se per le Poste pubbliche poteva essere la poco redditizia attività di consegna della corrispondenza, per i privati saranno sicuramente le attività BancoPosta, i prodotti finanziari ed assicurativi, come Poste Vita, che offrono buoni profitti, perché va saputo che ormai le Poste guadagnano solo con le loro attività di servizio bancario.Di qui il passo che porta a depotenziare le attività non core dandole in gestione a terzi oppure dismettendole, il passo è estremamente breve.

Esempi ne abbiamo fin troppi, a cominciare da Ferrovia che hanno deciso di puntare sui collegamenti ad alta velocità, disinvestendo sulle tratte secondarie (in usa dai pendolari) e cedendole a regioni, province o trasporti locali; Alitalia con la cassa integrazione e gli esuberi dei suoi dipendenti; ENI, con la cessione ad HP di tutti i suoi servizi ICT e non mi voglio dilungare oltre.

Questi ragionamenti devono essere fatti a priori, non sono meccanismi nuovi, anzi si ripetono costantemente sia in Italia che all’estero. Deve essere deciso preventivamente come agire perché attendendo, come è stato sempre fatto finora, che i problemi si presentino saremo nella costante situazione di correre ai ripari e mettere pezze provvidenziali che avrebbero potuto essere evitata gestendo diversamente una situazione prevedibile.

Considerando poi che le Poste, dopo il riassetto di Passera, sono una realtà pubblica funzionante, fatti salvi i disguidi che possono presentarsi ovunque, c’è da fare un ulteriore ragionamento a monte: conviene davvero cedere, probabilmente a prezzi inferiori al reale valore di mercato, il 40% di Poste per ricavarne 4 miliardi, quando volendo avere un impatto importante sul debito servirebbe mobilitare, tra privatizzazioni di aziende, vendita e gestione del patrimonio immobiliare, una somma orientativamente di 100 miliardi di € (a cifre simili ammontarono le prime privatizzazioni)?
Ed ancora, si è in grado di garantire che i già esigui proventi della vendita degli assets pubblici non vengano fagocitati per alimentare la spesa corrente? In altri termini, si ha un’idea più precisa della semplice frase “andranno a ridurre il debito”?
Si è in grado di garantire che dei 145’000 dipendenti delle Poste, il più grande datore di lavoro nostrano, nessuno vada a gravare sugli ammortizzatori sociali e sul sistema di welfare pubblico?
Almeno a queste domande si deve essere in grado di rispondere prima di lanciarsi in operazioni simili.

24/01/2014
Valentino Angeletti
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Nessun taglio alle detrazioni, ma la spending review sta diventando la panacea di tutti i mali

Di certo si tratta di una buona notizia, il MEF ha comunicato che non verranno ridotte le detrazioni IRPEF dal 19% al 18% per l’anno 2013, anche se all’interno della delega fiscale verranno sicuramente riordinate, cercando di evitare tagli lineari, assicura il sottosegretario all’economia Baretta.
Questo intervento è senza dubbio positivo soprattutto per le classi meno abbienti perché evita di penalizzare settori importanti, come ad esempio spese mediche, mutui, istruzione e cultura e perché avviene in un periodo dove si stanno ampliando notevolmente nella società e nel mondo del lavoro i divari di classe siano essi prettamente economici che di opportunità. Dati da Bruxelles rivelano che in Italia il 12% degli stipendi non consente di arrivare a fine mese, il nostro paese è davanti solamente alla Grecia ed alla Romania, a fronte di ciò l’Italia è al 4° posto per numero di nuovi milionari “sfornati” nel 2013, 127’000, a dimostrazione che il divario tra ricchi e poveri continua ad incrementarsi, deriva tipica delle economie anglosassoni basate sulla finanza speculativa e dove il personalismo ed carrierismo prevalgono sistematicamente sul bene del paese e delle aziende. Anche dal forum economico di Davos si conferma la tendenza a drenare denaro dai ceti medio bassi verso quelli altissimi, infatti gli 85 uomini più ricchi detengono lo stesso patrimonio dei 3,5 miliardi di persone più povere, vale a dire il 50% di tutta la popolazione mondiale; probabilmente ispirato a ciò il Papa ha lanciato il suo messaggio secondo cui non è più pensabile morire di fame e secondo cui la ridistribuzione della ricchezza è una necessità.

Tornando al mantenimento delle detrazioni al 19% il nostro paese continua a scontrarsi col medesimo principio della coperta corta. Servono infatti, per coprire questo intervento, circa 488 milioni per il 2014, 772 per il 2015 e 564 nel 2016, che al momento non sono disponibili. Il reperimento di tali risorse è demandato alla spending review di Cottarelli, il quale, senza mandato attuativo rispetto alle sue proposte, è ogni giorno caricato di un peso sempre crescerete. Non che i circa 200’000 € l’anno non lo giustifichino, però il timore è che si stia facendo troppo affidamento su di una operazione che deve essere fatta, deve essere incisiva e radicale, ma che è ancora un’ipotesi dalla complessità realizzativa, non tanto tecnica quanto di interessi particolari, molto elevata; né Giarda, né Bondi, né la commissione dei Saggi, ancora all’opera nel loro pensatoio, sono riusciti a scalfire la mole della spesa pubblica in modo significativo.

Insomma ogni piano importante continua a basarsi su ipotesi, si sono ridotte (dire abolite non è corretto) entrate strutturali quali l’IMU con notevoli difficoltà e si continua a non voler seguire la linea europea che propone di tassare i patrimoni e le rendite. Ovviamente farlo in modo lineare ed indiscriminato non sarebbe corretto, ma implementare un meccanismo progressivo contribuirebbe alla ridistribuzione della ricchezza, a patto che l’introito non vada sprecato, cosa non infrequente in Italia. La spesa pubblica va abbattuta senza se e senza ma, è una priorità ed un obiettivo importante, ma non credo che si possa rischiare, e sicuramente l’Europa nel momento in cui il 29 gennaio il Premier Letta presenterà le proposte nostro piano economico ce lo ricorderà, di errare pesantemente nel prevedere entrate imprevedibili come quelle della complicata spending review. Così come sarebbe una priorità che lo stato riuscisse a recuperare più dei miseri 30 miliardi di evasione rispetto ai 545 sottratti al fisco negli ultimi 15 anni.
Lo scotto di errori che potrebbero essere macroscopici sarebbe un altro pasticcio ed una corsa ai ripari, probabilmente clausole di salvaguardia come accise, IVA ed altre simili amenità.

Come in ogni settore importante quello del fisco, della tassazione ed in generale del piano economico necessita di strategia e valutazioni che tengano in considerazioni le necessità e gli impatti nel brevissimo, nel breve e si spingano almeno al medio termine. In Italia fino ad ora non è stato così, ma si è sempre vissuto, o meglio vivacchiato, alla giornata.

21/01/2014
Valentino Angeletti
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Profonda sintonia, chapeau a leader non al governo

(Continua da: I dati di Bankitalia sono favorevoli a nuove elezioni? )

Al Nazzareno ora c’è profonda sintonia e c’è da scommettere che tanti da destra e sinistra faranno anche propria l’intesa, almeno benedicendola, che probabilmente porterà in tempi stretti alla modifica alla legge elettorale. I fatti reali sono però che Renzi e Berlusconi hanno posto serie e fattive basi per apportare alcune modifiche costituzionali come la trasformazione del Senato in camera delle autonomie, l’abolizione delle province e la modifica del titolo V della costituzione che mette in concorrenza stato ed enti locali, ma soprattutto per modificare la legge elettorale la quale ci perseguita da 8 anni, e fu priorità, sottoscritta da Napolitano, all’insediamento di aprile dell’esecutivo.
Chapeau dunque ai due, leader non membri del governo, che abbandonando arroccamenti e con una visione strategica decisamente superiore ai rivali hanno battuto con la medesima arma delle intese in favore del cambiamento il governo delle larghe intese troppo deboli e poco concrete.
A nulla servono le parole critiche del M5S perché col suo 25% già da tempo avrebbe potuto essere lui ad interloquire su questo e su molti altri temi ed a conti fatti ha fin qui perso la possibilità di essere il vero elemento di svolta costruttiva del governo. Anche le parole di Enrico Letta, non di Gianni invece ben presente in questo accordo, che benedicono una possibile convergenza verso una nuova legge elettorale sono per lui una finta vittoria, perché altri hanno stanno per portare a termine quello che l’esecutivo suo e di Alfano avrebbero dovuto mettere in cascina nei primi 3 o 4 mesi di governo quindi orientativamente entro agosto 2013. La politica è dialogo e trattativa, è sempre valso e sempre varrà.
In ogni caso è bene ricordare che per governare, a prescindere dalla legge elettorale, sarebbe opportuno avere più voti e consensi popolari possibile.

19/01/2014
Valentino Angeletti
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I dati di Bankitalia sono favorevoli a nuove elezioni?

Per il 2014 l’economia italiana crescerà, o meglio, stagnerà dello 0.7%, nel biennio 2014/15 la disoccupazione crescerà fino a raggiungere il 13% ed a risentirne maggiormente saranno i giovani, le entrate fiscali sono aumentate principalmente a causa della tassazione sulle imprese e sulla finanza, mentre sono diminuite le entrate dovute alle imposte sulle persone fisiche ed all’IVA rispettivamente per via del maggior numero dei disoccupati e del calo dei consumi che va a confermare che nella situazione attuale il livello impositivo ha superato la “threshold” della legge di Laffer.
Al contempo l’Italia ha una quota di laureati del 15%, tra le più basse dell’area OCSE che in media registra un 31% di laureati. Il 50% dei laureti italiani durante il primo impiego è sottoinquadrato ed il salario medio mensile (per i pochi che lavorano) è di 1’660 € contro i 1’840 € di Francia e Germania ed gli oltre 2’000 € di Gran Bretagna (dati 2010, nel 2013 le cose sono peggiorate anche a causa dell’acuirsi della disuguaglianza sociale che influenza i dati medi). Sempre considerando l’Italia, il bilancio tra capitale umano che espatria e quello che viene attratto è negativo, i laureati stranieri che vengono nel nostro paese sono il 13% contro il 23% della Germania, il 25% della Spagna, il 28% della Francia ed il 38% dell’UK.
Il presidente di Confindustria Squinzi continua a ritenere l’operato del governo insufficiente e inadeguato ed anche le parole leggermente ottimistiche riguardo alla ripresa, alla possibile ripartenza economica del nostro paese ed allo sblocco di 4.5 miliardi di € da Bruxelles destinabili ad investimenti produttivi, del rigoroso Olli Rehn da Roma non risultano convincenti poiché si tratta di “periodi ipotetici” ottimisticamente del secondo tipo, condizionati al raggiungimento di obiettivi ambiziosi nella complessa spending review di Cottarelli e nelle privatizzazioni di società partecipate o detenute dallo stato.

Questo è lo scenario che emerge dal rapporto trimestrale di Bankitalia che mette in luce in modo chiaro come quanto fatto fino ad ora dal governo e dalla politica non sia stato risolutivo. I buoni propositi e le misure nella giusta direzione ci sono state, ma poco hanno potuto contro gli ostacoli che hanno risucchiato energie preziose distogliendole dalle reali priorità del paese. L’esempio emblematico rimane il tira e molla ancora irrisolto sull’IMU, ma anche le diatribe interne alla maggioranza ed ai partiti e le vicissitudini che hanno visto protagonisti vari ministri e che ben poco si addicono ad un clima di intesa, a cominciare dal caso IMU di Josefa Idem, seguendo con le varie “peripezie” subite dalla Kyenge, la condanna di Berlusconi, la scissione e la nascita di FI, passando ad Alfano per la vicenda Kazaka e Marò, alla Cancellieri nell’affaire Ligresti, alle dimissioni di Fassina il cui scranno da viceministro dell’economia è ancora vacante, i ministri Carrozza e Saccomanni sugli adeguamenti salariali al personale scolastico, finendo con le intercettazioni della De Girolamo, ma senza dimenticare la presunta black list di ministri in bilico.

Alla nascita dell’esecutivo Letta le prime descrizioni del Governo lo definirono come un’entità d’emergenza che nessuno avrebbe voluto, nata con la benedizione del presidente Napolitano per agire rapidamente su pochi e critici fronti a cominciare dalla legge elettorale che sembrava dovesse essere il primo ed immediato traguardo da perseguire nell’arco di pochissime settimane se non giorni, mettendo da parte discussioni e rivalità e concentrandosi per un po’ di tempo solo sulle necessità politico-economiche del paese in modo da recuperare, a suon di riforme e tagli moralizzanti, credibilità interna ed internazionale e porre le base per una solida ripresa che avrebbe comunque necessitato di tempo per entrare a regime. Fatto ciò, ed i presupposti pareva ci fossero perché molti dei ministri e delle personalità impegnate sono indubbiamente illustri e dai curricula ineccepibili con importanti esperienze all’estero o in circoli, che piaccia o no, influenti (ECB, IMF, Golman Sachs, Bilderberg, Aspen, Vedrò e via discorrendo), si avrebbe dovuto nuovamente votare per un governo non più di intesa, ma politico.
Ora, a distanza di 9 o 11 mesi a seconda delle versioni, dalla nascita del governo, pare davvero che poco sia stato ottenuto.

Non è affatto strano dunque il pressing di Renzi per concludere la riforma sulla legge elettorale, né che egli vada ad interloquire con tutte le parti interessate, Berlusconi incluso, che rimane il leader di una fetta importante dell’elettorato italiano. Semmai il problema è di FI che non è ancora riuscita a trovare un successore convincete al Cavaliere. La situazione paradossale che i tre leader delle principali formazioni politiche, Renzi, Grillo e Berlusconi non fossero parte del governo non aveva lascito presagire nulla di buono fin da subito. Più strane e contraddittorie, ma non avulse dall’ottica partitica purtroppo bloccante e dominante fino ad ora, sono le opposizione alla riforma elettorale anche all’interno della maggioranza di governo e del PD stesso che alla formazione del governo Letta ne avevano sottoscritto i primordiali obiettivi e propositi. Da augurarsi dunque che il segretario PD riesca a concludere sul fronte della legge elettorale, come su quello dell’abolizione del Senato e delle province, anche se il vero centro di costo non sono le province, ma le regioni.
Le larghe intese, sia ante che post Berlusconi, di intenti comuni ne hanno ben pochi e questa percezione, avallata dalla lentezza nell’attuare riforme, la stanno iniziando ad avere anche all’estero a cominciare dalla Gran Bretagna. Ciò potrà rappresentare un problema quando sarà l’Italia a guidare il semestre europeo, a valle di elezioni EU che probabilmente vedranno numeri importanti per i movimenti anti europeisti.
Se larghe intese devono essere che lo siano realmente, come quella tedesca tra SPD e CDU (link) che funziona proteggendo la Germania anche a scapito dell’Europa, altrimenti non è un’eresia pensare di tornare rapidamente a votare, possibilmente con una nuova legge elettorale promessa da anni, ma mai realizzata.

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18/01/2014
Valentino Angeletti
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Industriali italiani avversi alla riduzione di CO2. Imposizioni rappresentano un fardello o un driver alla competitività?

In Cina parlano di Climageddon per identificare l’ormai incontrollato inquinamento delle città che rende questi luoghi, densamente abitati, frenetici ed immensi, letteralmente invivibili, tanto che nei momenti peggiori viene imposto il divieto di uscita dagli edifici per l’impossibilità di respirare e di vedere, come vi fosse una fittissima nebbia. Anche rimanere all’interno di luoghi chiusi non protegge dal pericolo di inquinamento e polveri sottili a meno di avere finestre a tenuta stagna ed impianti di condizionamento con ricircolo o filtraggio dell’aria.
In Cina i principali fattori di questo disastro ambientale, che come conseguenza ha anche il riscaldamento globale e l’aumentare di eventi estremi in accordo con molti studi e col panel scientifico internazionale IPCC, sono i trasporti e gli impianti industriali, principalmente le centrali di produzione elettrica a carbone, combustibile più diffuso del quale la Cina è ricca, che non sono dotate di adeguate tecnologie e meccanismi di riduzione e controllo sulle emissioni inquinanti.
I temi dell’inquinamento e dell’energia sono già stati trattati ampiamente:

Punti per piano energetico 2013
Conferenza clima Varsavia
Conferenza clima Varsavia 2
Italia, energia a prezzi competitivi per rilanciare economia

Ora dall’Italia industriale, Confindustria in particolare, viene una critica alla politica europea, definita velleitaria, di riduzione delle emissioni in atmosfera di CO2 del 40% di qui al 2030 appoggiata da alcuni stati come Germania, Francia, Gran Bretagna, ma sottoscritta anche dal Ministro dell’ambiente italiano. I timori degli industriali sono relativi all’impatto sulla competitività che queste misure potrebbero avere per le industrie italiane già molto in difficoltà ed obbligate a pagare un prezzo dell’energia più alto che altrove, principalmente a causa di un prelievo fiscale e di accise elevatissime ed al peso degli incentivi alle rinnovabili, mercato ormai maturo, che ha dato adito a speculazioni notevoli a danno dei contribuenti, salvo poi dare semplicisticamente colpa dei rincari ai produttori o gestori di energia ed infrastrutture.
Il ragionamento di Squinzi non è dissimile da quello che adduce la Cina rifiutando ogni protocollo di intesa sul clima, perché a detta loro non è corretto che altri stati abbiano potuto in passato svilupparsi col “vantaggio” di non doversi curare dell’ambiente “possibilità” che vorrebbero sfruttare anche loro. A dire il vero la Cina a breve supererà il livello di emissioni dovuto a quasi tutta la rivoluzione industriale del 1780, quindi il loro “bonus” potrebbe considerarsi esaurito.
Non è neanche pienamente corretto sostenere che normative sulle emissioni ostacolerebbero la ripresa italiana in quanto stato produttore industriale e manifatturiero, perché ciò varrebbe anche per la Germania, inoltre non è da pensare che sia solo l’industria ad inquinare pesantemente, vi è il settore agricolo e degli allevamenti intensivi presenti più altrove che in Italia e tutto il sistema dei riscaldamenti domestici ed industriali. Quindi i costi di adeguamento se rappresentassero un problema non lo sarebbero solo per l’Italia.

Il punto chiave è che la questione del cambiamento climatico, così come la demografia e l’approvvigionamento energetico, va affrontato a livello globale. Anche accordi europei, benché utili, non sono sufficienti, serve la cooperazione con i grandi stati inquinanti, con tutti gli “stakeholders” coinvolti ed una reale volontà di cambiamento di paradigma cercando non di puntare, almeno nel breve, ad un utopistico ed irrealizzabile abbandono totale delle fonti fossili, ma convergendo verso un loro utilizzo ottimizzato ed oculato, investendo tantissimo sul risparmio, sull’efficienza e su una piena integrazione con le rinnovabili, decisamente importanti nel portafoglio energetico mondiale. Il meccanismo ETS che ha mostrato negli anni scorsi le sue lacune potrebbe essere rivisto e migliorato sensibilmente sie per implementazione tecnico-normativa che per settori di applicazione i quali ad esempio potrebbero includere anche il settore dei trasporti terrestri al fine di incentivare una mobilità sostenibile e lo sviluppo dell’e-mobility comprendendo l’infrastruttura relativa.

L’approccio di Confindustria alla questione dovrebbe quindi essere non di pensare alla lotta ai cambiamenti climatici come un fardello, ma considerarla come grande opportunità, parte di quel cambiamento che il nostro sistema politico, economico e sociale deve intraprendere celermente. Tutta la filiera del risparmio energetico e dell’abbattimento degli inquinanti, a partire dall’efficientamento energetico domestico ed industriale, alla lotta alle perdite di trasporto e distribuzione energetica, la riqualificazione di edifici, la bio edilizia sostenibile, i nuovi materiali, le nuove tecniche di abbattimento di inquinanti per impianti a carbone, il gas naturale, gli interventi sulla rete elettrica per una migliore gestione dei carichi ed integrazione delle rinnovabili, la mobilità elettrica, l’integrazione verso un mercato energetico comune e l’equiparazione fiscale sull’energia in modo da poter abbassare nel breve termine il costo del MW anche in Italia (e non mi dilungo oltre), rappresentano una filiera che richiede lavoro altamente specializzato ad alto valore aggiunto e che può rappresentare un nuovo e duraturo driver per la nostra economia.

Anche se nel breve fossero tolte o ridimensionate le restrizioni europee sull’inquinamento sarebbe la vittoria di Pirro per le industrie italiane, primo perché col problema dovranno confrontarsi senza scuse in un prossimo futuro, secondo perché si ritarderebbe quel processo di rinnovamento industriale, quel cambiamento di paradigma socio-economico-finanziario alla volta della sostenibilità complessiva, del quale l’Italia ed il mondo necessitano.

16/01/2014
Valentino Angeletti
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Volontà di cambiamento?

Gli USA hanno rivisto al rialzo la spesa per la AGENZIE nazionali di 1.1 mld $, innalzando il tetto di spesa e sbloccando i vincoli dello Shut Down. 1.1 mld $ per la AGENCY USA, che sono assimilabili agli enti governativi italiani, rispetto a quanto si spende in Italia e facendo le dovute proporzioni sono davvero poca cosa.

Il lavoro di Cottarelli sembra sempre più faticoso, benché il suo potenziale campo di azione sia altissimo, vale a dire un totale di spesa oltre gli 800 miliardi dei quali almeno 300 immediatamente aggredibili, scardinare mos maiorum radicati e, nonostante quanto si dica, protetti non sarà per nulla banale, considerando inoltre che i suoi piani non sono vincolanti per il Governo, ma saranno oggetto di revisione, approvazione e messa in atto. Memori di quanto accaduto con la legge di stabilità ed il salva Roma potrebbero davvero essere inserite distorsioni e modifiche di ogni genere.

L’attitudine a questo genere di cambiamenti e nella fattispecie ai tagli, non sono mai graditi agli Stati, alle grandi aziende ed a tutti coloro che di quel privilegio, anche incolpevolmente, vivono o traggono profitto. Quando venne deciso di abolire i tribunali secondari dei piccoli centri, ogni ufficio, rispondente ai requisiti di chiusura, cercò strenuamente di essere preservato da dipendenti e dirigenti, adducendo anche improbabili esigenze di servizio non prorogabili ed inadempibili altrove. È stata addirittura indetta una raccolta firme per un referendum che bloccasse la chiusura e dichiarato proprio oggi incostituzionale, senza seguito dunque. Si comprende che coloro che lavoravano, di certo anche in modo professionale ed impeccabile, negli uffici minori e che dovranno spostarsi in uffici più grandi, a parte il probabile incentivo economico a copertura delle spese e del disagio, non saranno felici, ma ognuno deve cominciare a prendere in considerazione che il cambiamento radicale come è ora necessario, è un processo collettivo e tutti se ne debbono far carico.

Da tal considerazione deriva che i primi a dare l’esempio, non risolutivo in termini strettamente economici, debba essere la politica moralizzandosi, sacrificandosi e rinunciando a tutto l’eccesso del quale a goduto fino ad ora. La domanda da porsi è se ci sia reale volontà di intercettare e consolidare questo cambiamento, alla luce dei fatti sembra di no. Sia negli Stati che nelle grandi aziende, benché si dica il contrario e si propagandino i benefici del cambiamento e della flessibilità, cambiare vuol dire introdurre un elemento di “disturbo”, vuol dire necessità di riorganizzarsi rapidamente, vuol dire riadattare un meccanismo, vuol dire prendersi la responsabilità di gestirlo affinché vi sia miglioramento; in poche parole vuol dire mettersi abbondantemente in gioco e rischiare. Siamo ad un punto in cui tutto ciò è necessario, ma non sembra che vi sia la determinazione di volerlo fare, almeno con i tempi stretti richiesti. Se ne parla, ma poi vari impedimenti alla sua implementazione vincono sempre, trascorrono giorni, mesi, anni, si perdono treni ed opportunità.

Tale atteggiamento di ritrosia è evidente in Italia, ma anche in Europa. Più volte, anche qui, abbiamo rimarcato come l’atteggiamento ferreo delle Germania non producesse benefici all’Unione, ma fosse principalmente rivolto al mantenimento del proprio benessere e status quo. Abbiamo anche fatto notare che alla lunga l’indebolimento dell’Europa sarebbe stato controproducente anche per l’economia tedesca e che una cessione di benefici nella fase iniziale sarebbe stata ripagata ampiamente quando tutto l’Europa avrebbe intrapreso la via di uscita dalla crisi. Ciò non è avvenuto ed ora anche la Germania deve fare i conti con risultati del PIL peggiori del previsto. Nonostante il primato mondiale sull’export a 260 miliardi di $, 7.3% del PIL, tra l’altro sforando il limite del 6% dell’Europa, il prodotto interno lordo ha deluso le previsioni crescendo solo dello 0.7% nel 2012 e dello 0.4% nel 2013 (0.25% nell’ultimo trimestre vs 4.1% USA). La crescita tedesca futura stando ai dati sarà dell’ 1.7% per il 2014 e del 2% per il 2015 puntando più sui consumi interni e ridimensionando l’export. Anche per queste previsioni l’andamento globale europeo è fondamentale. L’Europa, il più grande mercato del mondo, crescerà di appena l’1.1% contro il 3.2% mondiale, il 2.8% USA, e gli oltre 6 punti percentuali di Cina ed India.

Stesso dicasi le l’approccio Europeo al rigore. Cambiare in tal contesto significa rivalutare gli scenari, capire cosa è necessario cedere, dove è necessario riformare ed attuarlo immediatamente.

15/01/2014

Valentino Angeletti

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La forza italiana: dal caso Marò alla vicenda Kazaka passando per i “pasticciacci” nazionali

Da ormai due anni il nostro paese e la nostra diplomazia sono a lavoro, finora senza successo, nel tentativo di risolvere il caso dei due Marò ancora detenuti in India. Adesso, alla vigilia delle elezioni indiane, la situazione pare aggravarsi e nuove voci di una possibile condanna a morte per i nostri fucilieri, in ottemperanza alla legge indiana anti pirateria che infligge la pena di morte ad ogni omicidio commesso in mare, risuonano con fragore.
Nel frattempo ha avuto luogo la vicenda Kazaka, che pare risolta, di Alma Shalabayeva, moglie dell’oppositore politico Ablyazov, prelevata dalle forze dell’ordine italiane assieme alla figlia di 6 anni, messa su un aereo di dubbia nazionalità e rimpatriata, probabilmente contravvenendo alle leggi sui rifugiati politici. Il tutto senza che le competenti autorità governative, ministro degli interni incluso, ne fossero a conoscenza, tanto che alcuni vertici hanno dato le dimissioni ed il governo ha vacillato.

I rapporti commerciali con India e Kazakistan sono strettissimi, valgono svariati miliardi di € ciascuno.
Con lo stato indiano sono in essere diverse commesse per grandi opere civili e forniture sia civili che militari (ricordiamo gli elicotteri Finmeccanica/Augusta-Westland), inoltre il business dei servizi, dai call center allo sviluppo SW, ha trovato in quella zona il proprio baricentro mondiale, anche per le aziende europee.
Con lo stato kazako oltre a molte commesse civili ed ingegneristiche, parte dei progetti di ammodernamento infrastrutturale del paese iniziati nel periodo post sovietico, il tema dell’approvvigionamento energetico è di primissimo piano con stretti rapporti tra i governi e le major dell’ Oil&Gas, in primis la compagnia petrolifera Kazaka, KazMunayGas e lato Italia ENI, parte del consorzio NCOC (North Caspian Operating Company), impegnata in vari progetti, tra cui il più famoso e complesso è il giacimento del Kashagan che ENI stessa gestisce non senza problemi.

Sembrerebbe che per non ledere troppo i rapporti geo-politici e strategici le nostre istituzioni non riescano a negoziare con fermezza, forse perché ritengono che in caso di forti tensioni sia il nostro paese ad avere molto più da perdere nei confronti di India e Kazakistan di quanto non ne abbiano loro, i quali tra l’altro hanno criteri di rispetto dei diritti umani e civili decisamente inferiori. In sostanza il coltello dalla parte del manico non ce l’ha l’Italia benché abbia diplomaticamente deciso di far tornare in India i Marò dopo un permesso premio a ridosso della primavera scorsa, decisione definita “errore colossale” dall’ex ministro degli esteri Terzi.
Queste due vicende portano alla luce come l’autorevolezza del nostro Stato sia poca cosa agli occhi esteri, nonostante una diplomazia valida e rilevamenti che, per la questione indiana, collocherebbero il fatto in acque internazionali. A parità di condizioni e rapporti risulta difficile pensare che il comportamento indiano sarebbe stato il medesimo anche con strutture politiche ed interlocutori del calibro di Obama, Merkel, Xi Jinping, Cameron, ma anche Hollande.
Purtroppo pare che la volontà di non ledere i rapporti commerciali unita alla poca forza in politica estera del nostro governo, abbiano messo e stiano mettendo a rischio delle vite umane, perché per una vicenda simile oltre due anni paiono davvero troppi.

Restringendo il raggio di visione a temi più vicini ai confini, a rimarcare la debolezza e la poca fiducia riposta, trascurando le dichiarazioni di facciata, nel sistema politico italiano, vi è lo Spred decisamente calato, ma sovente più alto rispetto a quello Spagnolo, dove il sistema bancario ha vissuto più difficoltà e ove i conti pubblici non sono migliori di quelli italiani, ma dove la politica è più credibile ed agisce in modo più radicale e deciso in particolare per quel che riguarda le riforme, assecondando le direttive europee.
Ne sono altre dimostrazioni, nonostante le raccomandazioni di Bruxelles di mantenere una tassazione progressiva sugli immobili, delle quali i sostenitori dell’abolizione, ed a ruota molti altri, non si sono curati, il balletto increscioso sull’ IMU, ancora in corso ed il cui meccanismo non è del tutto compreso neppure agli addetti ai lavori; oppure il fatto che da otto anni si svolgano elezioni con una legge elettorale fin da subito ritenuta inadeguata ed ora addirittura incostituzionale; o ancora l’invalidazione da parte del TAR delle elezioni piemontesi del 2010, quindi a distanza di ben tre anni, per irregolarità nella raccolta firme di liste minori collegate alla Lega Nord; o più recentemente le dichiarazioni di Berlusconi di voler presentarsi, nonostante la pronuncia dei tribunali e l’impossibilità a livello legale, come capolista in tutte le regioni in vista delle elezioni europee di maggio ed eventualmente presentarsi in altre nazioni come Bulgaria o Malta. Probabilmente queste sono solo esternazioni che non avranno seguito, ma che, assieme agli altri episodi, contribuiscono ad abbassare ulteriormente agli occhi europei e mondiali l’autorevolezza del nostro sistema politico e governativo.

Poiché c’è la percezione che l’Italia da sola, fermo restando l’impegno dei diplomatici direttamente coinvolti, non abbia la giusta forza nella trattativa con l’India la quale forse in vista delle elezioni vuole mostrare fermezza e decisione, e che, in barba ad ogni etica, morale e responsabilità sociale, prevalgano logiche commerciali, strategiche e geo-politiche, l’unica soluzione per dialogare alla pari con l’India è quella, come suggerisce il Vice Presidente alla Commissione Europea Antonio Tajani, di mettere in discussione a livello europeo i gli accordi EU-India, poiché l’Europa non può permettersi di fare affari con paesi che non rispettano i diritti civili. La proposta è stata sottoposta al Presidente della Commissione Barroso ed a Catherine Ashton, responsabile EU per gli affari esteri, ma si dovrà capire quanti altri stati membri, non direttamente coinvolti nella vicenda, vorranno appoggiare la proposta sapendo che sul piatto vi sono i preziosi rapporti commerciali con un partner come l’India, paese in grande crescita e terreno fertile per proficui investimenti nonché bacino di quasi un miliardo di potenziali utenti-consumatori desiderosi di spendere quel poco che percepiscono come segno di emancipazione sociale e benessere e che nel 2028 diverrà probabilmente la terza potenza mondiale.
Se l’Europa riuscirà a lavorare come una squadra risolvendo la vicenda dei Marò sarà un forte segno di coesione e riprova dell’adagio che l’unione fa la forza. Nel frattempo in ogni caso l’Italia deve lavorare alacremente per recuperare autorevolezza e forza internazionale quasi compromesse.

11/01/2014
Valentino Angeletti
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