Chrysler 100% Fiat: un’osservazione sulle preoccupazioni della CGIL

Sembra opportuna un’osservazione sulle preoccupazioni manifestate dal Segratario della CGIL Susanna Camusso riguardo alle conseguenze in Italia che l’acquisizione da parte di Fiat del 100% di Chrysler (Link: Chrysler 100% Fiat ) potrebbe portare ai lavoratori ed allo sviluppo dell’attività “automotive”, perplessità non condivise dalle altre due maggiori sigle sindacali, CISL e UIL.
Come da sempre accade quando si è di fronte ad operazioni di M&A di tal portata la domanda scontata ed abbastanza banale, poiché a seconda dei punti di vista può avere risposte diametralmente opposte ed ambedue plausibili, “chi ha acquistato chi” non manca di essere posta. Probabilmente la prima fase del processo di integrazione manterrà due sedi e due governance separate per poi convergere ad una singola holding di gruppo ed un singolo headquarter , chissà se in USA, in Italia o magari in Lussemburgo, in Gran Bretagna o in Olanda come la controllata Fiat CNH Industrial. Il gruppo Fiat-Chrysler sarà poi quotato, ovviamente considerando che Piazza Affari è per capitalizzazione oltre la trentesima posizione nel mondo, dopo l’Indonesia e complessivamente vale meno della sola Apple o Exxon Mobile, è facile immaginare che Wall Street sarà la piazza obiettivo e forse si renderà necessario un aumento di capitale fin ora scongiurato. È poi difficile pensare che il mercato italiano ed europeo possa essere quello trainante, a differenza di quello statunitense, sudamericano o dell’estremo oriente, con la Cina in pole position, verso il quale Fiat-Chrysler dovrà pensare di aprirsi per diventare una vera major, colmando quella che è una grande lacuna del settore industriale italiano ossia la mancanza di massa critica e catena distributiva potenti.

Esulando da quello che potrà essere e che non possiamo prevedere con certezza, il punto chiava da tenere in mente è uno, nel 2009 Chrysler era una azienda automobilistica, vecchia gloria USA, sull’orlo della banca rotta e Fiat di fatto la salvò. La preoccupazione avrebbe dovuto essere, se mai, del Governo Obama, dei sindacati e dei lavoratori di oltre oceano, non di quelli italiani, ed invece le opere di negoziazione, trattativa, controllo su piani e finanziamenti ed accordo intraprese in questi 4 anni hanno portato beneficio all’azienda di Marchionne, ai sindacati, lavoratori e Governo USA. L’approccio è stato quello non del timore e dell’avversione per l’investitore straniero, ma di lavoro congiunto e scontro, a volte anche duro, con il fine ultimo di proteggere e rilanciare un settore che alla fine dei conti avrebbe portato vantaggi per tutti gli attori, metodologia difficilmente mutuata ed adottata nel bel paese dove hanno sempre prevalso arroccamenti e prese di posizione talvolta insostenibili e fini a se stesse.
Nessuno, trasversalmente, si più esimere da un mea culpa, poiché è stata l’incapacità di interpretare la realtà mutevole, l’incomprensione della differente dinamica economica, il mancato controllo sui piani industriali, l’assenza di condizioni chiare sui finanziamenti erogati, la persistenza e l’inflessibilità di vecchi ragionamenti mirati a proteggere e mantenere posizioni non più sostenibili a comportare le difficoltà per i lavoratori, per i conti dell’azienda ed in parte per l’automotive made in Italy che perdurano da decine di anni.

Per avere qualche possibilità di affrontare il futuro ritrovando un briciolo di competitività il rapporto Stato, sindacati, aziende deve cambiare ed essere votato al reale dialogo costruttivo, affermazione scontata e condivisa, ma ancora raramente messa in atto.

03/01/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] (Chrysler 100% Fiat, parte 2: osservazione della CGIL) […]

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