I Monti Bond incombono su MPS

Ritorna in auge il travaglio relativo a MPS. Il caso scoppiò quando emersero i problemi di bilancio dell’istituto ed il suo coinvolgimento in indagini relative all’uso non regolare di strumenti derivati.
Senza entrare nei dettagli tecnici, per far fronte alle difficoltà di Banca e Fondazione MPS, detentrice del 33% dell’istituto, senza arrivare al fallimento potevano essere perseguite due strade, la nazionalizzazione oppure un prestito da parte dello Stato. Fu scelta la seconda via emettendo istantaneamente e senza batter ciglio circa 4.07 miliardi di bond, Monti Bond, per consentire il risanamento. In seguito cambiarono anche i vertici di MPS e Fondazione MPS, portando alla presidenza Alessandro Profumo, ex Unicredit, e nominando AD il DG Fabrizio Viola, il precedente presidente Mussari rimase alla presidenza dell’ABI (fino al 22 gennaio 2013), ai vertici della Fondazione salì invece, nel settembre 2013, Antonella Mansi, consigliere di varie aziende principalmente chimiche e presidente di Confindustria Toscana fino a dicembre 2011, ed iniziò un processo di riduzione di sportelli e del personale.

La possibilità di restituire i bond sembrò fin da subito piuttosto remota, le condizioni imposte, anche con il pronunciamento della EU che ha voce in capitolo circa gli interventi sulle banche, sarebbero state, per tempi e tassi, insostenibili anche per un istituto in buona salute, figurarsi per uno in difficoltà che avrebbe dovuto restituire in 2 anni i 4.07 miliardi con un tasso di interesse medio vicino al 9%. L’eventuale non restituzione del debito causerebbe la nazionalizzazione di MPS tramite cessione di azioni allo stato. Anche la quota detenuta dalla Fondazione potrebbe essere a rischio a causa delle sue difficoltà, infatti per ottenere 340 milioni di prestiti dalle banche la Fondazione ha dato in garanzia le sue quote in MPS che passerebbero ai creditori qualora il loro valore scendesse sotto 0.128 € per azione (attualmente il prezzo è di circa 0.1755).

Le condizioni sui Monti Bond hanno iniziato a farsi sentire e solo gli interessi che avrebbero dovuto essere pagati entro gennaio 2014 e che non verranno rimborsati, costano alla banca oltre 300 milioni di € più circa 120 di ulteriori interessi dovuti al ritardo. La banca chiuderà l’esercizio 2013 con circa 300 milioni di rosso.

Venendo alle vicende più recenti è stato proposto dal management un aumento di capitale di 3 miliardi di €, a fronte di un valore societario di borsa pari a 2 miliardi, quindi altro debito, da utilizzarsi in parte per ripagare gli interessi sui Monti Bond, vera priorità per lo Stato italiano che non si è detto interessato alla nazionalizzazione, ed in parte in preparazione agli stress test dell’Europa che coinvolgeranno tutte le principali banche.
Tale proposta è stata però osteggiata, avendola vinta, da piccoli azionisti e Fondazione, che non navigando essa stessa in buone acque non avrebbe probabilmente potuto sottoscrivere totalmente l’ADC andando a perdere la maggioranza relativa, e quindi il controllo, nelle votazioni in assemblea.

Probabilmente una immediata nazionalizzazione sarebbe stata la soluzione più razionale, ma effettivamente lo stato italiano stava affrontando un periodo molto duro sul fronte dello spread e si trovava in piena spending review, quindi impossibilitato ad accollarsi un istituto come MPS con tutte le problematiche da affrontare e senza precisi piani ed idee per il risanamento. È stata dunque preferita la più rapida opzione del prestito.

Il caso MPS è una dimostrazione, assieme ai casi Alitalia, Telecom (Telecom 1, Telecom 2), Finmeccanica ed altri meno eclatanti (Carige, Banca Marche ecc, ecc), di come sia stato possibile tramite un insieme di errori portare uno storico gruppo, la più antica banca del mondo e la terza per grandezza in Italia, vicino al fallimento.
Le concause di questa deriva sono da ricercarsi in tra fattori principali che rappresentano uno spaccato della socio-politica italiana degli ultimi decenni.

Il primo è la mala gestione, l’agire senza piani precisi e senza le specifiche competenze affidandosi totalmente a consulenti senza capacità di critica del loro operato, lo spostamento delle attività dall’economia locale, prima missione di MPS, a quella finanziaria con baricentro a Londra, il voler per forza perseguire profitto con strumenti quasi ignoti, come i derivati, che solo relativamente pochi esperti sono in grado di trattare con cognizione di causa (mi piace sempre ricordare un vecchio detto del poker applicato alla finanza che recita: “se ti siedi ad un tavolo per trattare derivati e non sai chi è il pollo da spennare probabilmente il pollo sei tu”), il tutto o per incapacità del management o perché lo stesso management ha lucrato in modo fraudolento assecondato dall’omertà di molti che, pur non agendo direttamente, erano a conoscenza della situazione. Non di tutta la dirigenza si sta parlando, mi perito sempre nel generalizzare, ma il management “infetto” è stato sufficiente per infettare tutto il sistema MPS.

Il secondo è da ricercare nel fatto che la collettività senese, ricevendo prebende e vantaggi nell’avere una Fondazione ed una banca così grande in città, pur sospettando dei problemi ha preferito non indagare o parlare accontentandosi delle briciole elargite in favore della collettività, del commercio e dei privati; poca cosa rispetto a quanto avrebbe potuto essere fatto con una gestione più territoriale e meno speculativa.

Infine il terzo riguarda la commistione tra politica e banca-Fondazione, rapporto spesso clientelare, inviso di conoscenze e raccomandazioni, sovente utilizzato per creare consenso e per posizionare coloro che per vari motivi, non sempre meritocratici, “dovevano essere sistemati”. Sarà un caso, ma molti dei politici locali hanno trascorsi in MPS e viceversa tanti dirigenti di MPS sono poi finiti in politica o in altri enti istituzionali più o meno locali. Chiaro è che MPS in passato costituiva un larghissimo bacino occupazionale (ora incombe la scure dei tagli di personale e sportelli) che ricercava i migliori talenti, quindi, anche per semplice probabilità, non è difficile che molte figure chiave vi abbiano lavorato, sarà sicuramente questo il caso dell’attuale sindaco senese Valentini, ex MPS.

Da augurarsi che la strategia della Fondazione di ritardare l’ADC a maggio, con rischio di affrontare gli stress test con capitalizzazione insufficiente, non sia perché proprio a primavera si svolgeranno le elezioni europee e forse anche quelle politiche e la Fondazione voglia quindi mantenere il controllo dell’istituto utilizzandolo come strumento di consenso.
L’insieme di tutto ciò, che purtroppo può essere emblematico di una condizione socio-politica che perdura da anni nel nostro paese, ha innescato una bomba che di fatto ha quasi portato MPS sul lastrico gravando pesantemente anche sulle spalle dei lavoratori e dei piccoli azionisti.
Ora, per le ben note difficoltà di mantenere certi parametri, il nostro Stato non è in grado di accollarsi e rilanciare una banca come se fosse un investimento creante valore nel lungo termine. Rilevare MPS adesso, risanarlo con piani industriali precisi e controllati creerebbe lavoro, darebbe sostegno all’economia locale e consentirebbe nel giro di qualche anno di poter privatizzare nuovamente con conseguente profitto per le casse dello stato; semplice a dirsi, meno a farsi, ma disponibilità economica e gestione corretta lo consentirebbero concretamente.

Si può solo rimanere alla finestra ed attendere la conclusione della vicenda MPS, sperando che sia l’ultima del genere, con il sospetto che alla fin fine, poiché MPS e Fondazione rimangono in difficoltà e lo Stato non è in grado di intervenire, anzi spera solamente in una tempestiva restituzione del debito, le soluzioni potranno essere nel migliore dei casi l’ingresso di un grosso partner difficile da trovare in Italia oppure, per proseguire un mediocre galleggiamento sicuramente senza lode, nuovo denaro da richiedersi ad azionisti grandi, piccoli ed ai contribuenti che oggettivamente hanno già pagato troppo.

03/01/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] 9% sarebbe stato impossibile, viste le condizioni dell’istituto da sostenere Link1 – Link2) e dagli azionisti sotto forma di ADC senza che dal canto loro gli istituti erogassero il […]

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