Volontà di cambiamento?

Gli USA hanno rivisto al rialzo la spesa per la AGENZIE nazionali di 1.1 mld $, innalzando il tetto di spesa e sbloccando i vincoli dello Shut Down. 1.1 mld $ per la AGENCY USA, che sono assimilabili agli enti governativi italiani, rispetto a quanto si spende in Italia e facendo le dovute proporzioni sono davvero poca cosa.

Il lavoro di Cottarelli sembra sempre più faticoso, benché il suo potenziale campo di azione sia altissimo, vale a dire un totale di spesa oltre gli 800 miliardi dei quali almeno 300 immediatamente aggredibili, scardinare mos maiorum radicati e, nonostante quanto si dica, protetti non sarà per nulla banale, considerando inoltre che i suoi piani non sono vincolanti per il Governo, ma saranno oggetto di revisione, approvazione e messa in atto. Memori di quanto accaduto con la legge di stabilità ed il salva Roma potrebbero davvero essere inserite distorsioni e modifiche di ogni genere.

L’attitudine a questo genere di cambiamenti e nella fattispecie ai tagli, non sono mai graditi agli Stati, alle grandi aziende ed a tutti coloro che di quel privilegio, anche incolpevolmente, vivono o traggono profitto. Quando venne deciso di abolire i tribunali secondari dei piccoli centri, ogni ufficio, rispondente ai requisiti di chiusura, cercò strenuamente di essere preservato da dipendenti e dirigenti, adducendo anche improbabili esigenze di servizio non prorogabili ed inadempibili altrove. È stata addirittura indetta una raccolta firme per un referendum che bloccasse la chiusura e dichiarato proprio oggi incostituzionale, senza seguito dunque. Si comprende che coloro che lavoravano, di certo anche in modo professionale ed impeccabile, negli uffici minori e che dovranno spostarsi in uffici più grandi, a parte il probabile incentivo economico a copertura delle spese e del disagio, non saranno felici, ma ognuno deve cominciare a prendere in considerazione che il cambiamento radicale come è ora necessario, è un processo collettivo e tutti se ne debbono far carico.

Da tal considerazione deriva che i primi a dare l’esempio, non risolutivo in termini strettamente economici, debba essere la politica moralizzandosi, sacrificandosi e rinunciando a tutto l’eccesso del quale a goduto fino ad ora. La domanda da porsi è se ci sia reale volontà di intercettare e consolidare questo cambiamento, alla luce dei fatti sembra di no. Sia negli Stati che nelle grandi aziende, benché si dica il contrario e si propagandino i benefici del cambiamento e della flessibilità, cambiare vuol dire introdurre un elemento di “disturbo”, vuol dire necessità di riorganizzarsi rapidamente, vuol dire riadattare un meccanismo, vuol dire prendersi la responsabilità di gestirlo affinché vi sia miglioramento; in poche parole vuol dire mettersi abbondantemente in gioco e rischiare. Siamo ad un punto in cui tutto ciò è necessario, ma non sembra che vi sia la determinazione di volerlo fare, almeno con i tempi stretti richiesti. Se ne parla, ma poi vari impedimenti alla sua implementazione vincono sempre, trascorrono giorni, mesi, anni, si perdono treni ed opportunità.

Tale atteggiamento di ritrosia è evidente in Italia, ma anche in Europa. Più volte, anche qui, abbiamo rimarcato come l’atteggiamento ferreo delle Germania non producesse benefici all’Unione, ma fosse principalmente rivolto al mantenimento del proprio benessere e status quo. Abbiamo anche fatto notare che alla lunga l’indebolimento dell’Europa sarebbe stato controproducente anche per l’economia tedesca e che una cessione di benefici nella fase iniziale sarebbe stata ripagata ampiamente quando tutto l’Europa avrebbe intrapreso la via di uscita dalla crisi. Ciò non è avvenuto ed ora anche la Germania deve fare i conti con risultati del PIL peggiori del previsto. Nonostante il primato mondiale sull’export a 260 miliardi di $, 7.3% del PIL, tra l’altro sforando il limite del 6% dell’Europa, il prodotto interno lordo ha deluso le previsioni crescendo solo dello 0.7% nel 2012 e dello 0.4% nel 2013 (0.25% nell’ultimo trimestre vs 4.1% USA). La crescita tedesca futura stando ai dati sarà dell’ 1.7% per il 2014 e del 2% per il 2015 puntando più sui consumi interni e ridimensionando l’export. Anche per queste previsioni l’andamento globale europeo è fondamentale. L’Europa, il più grande mercato del mondo, crescerà di appena l’1.1% contro il 3.2% mondiale, il 2.8% USA, e gli oltre 6 punti percentuali di Cina ed India.

Stesso dicasi le l’approccio Europeo al rigore. Cambiare in tal contesto significa rivalutare gli scenari, capire cosa è necessario cedere, dove è necessario riformare ed attuarlo immediatamente.

15/01/2014

Valentino Angeletti

LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale

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4 Risposte

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