Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde

È giunta al termine l’edizione 2014 del Worl Economic Forum (WEF) di scena a Davos, dove i grandi di politica ed economia provenienti da istituzioni pubbliche e private si sono riuniti per discutere e delineare le strategie e le priorità dell’agenda economica futura. In molti non sono teneri con questo genere di eventi ritenendoli costose passerelle propagandistiche senza alcun incisività e concretezza fino a spingersi a sostenere che coloro che davvero lavorano non hanno tempo per parteciparvi. Non so se sia vero, di certo in eventi così altisonanti che si prendano decisioni o che si parli di ciò che già non sia noto è estremamente difficile, ma, per il calibro delle personalità coinvolte, la rilevanza Forum è palese.

Finalmente, in deciso ritardo rispetto alla loro importanza nello scenario globale ed a dispetto della loro strettissima interconnessione con le vicende economiche mondiali, oltre ai classici temi economico-politici ne sono stati affrontati almeno altri tre: il clima, incluse le problematiche dell’inquinamento globale e dell’cambiamento climatico; la green economy; il rischio che l’automazione, in momenti dove l’austerità è dominante, possa essere in competizione con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Argomenti questi già prioritari da anni, il primo discusso a partire da Kyoto, ma sempre senza la convinzione e l’unione mondiale di intenti che servirebbe per combattere una battaglia simile; il secondo ormai maturo, ampiamente sperimentato e rodato in numerosi stati del nord Europa, bacino di importanti investimenti e che in molte zone del mondo, e l’Italia non fa eccezione, dovrà essere uno dei driver dell’auspicata ripresa; il terzo noto dai tempi del luddismo della rivoluzione industriale di fine 1700, inizio 1800.

Le conclusioni del WEF sono state velate da un cauto ottimismo, giustificato dal recupero dell’economia statunitense, dalla timida ripresa europea, dall’uscita dalla quindicennale deflazione giapponese, dalla crescita Britannica dove secondo il Premier Cameron non esiste più il problema dell’occupazione, anzi, semmai c’è il problema opposto, tanta domanda e poca offerta, dove la City ha ricominciato a girare a pieno ritmo, ma anche dove, quando c’è stato bisogno di agire, lo hanno fatto incisivamente (taglio di 11 mld £ di spesa, riducendo anche i dipendenti pubblici, ma senza pesare negativamente sull’occupazione).

Le cose però non sono così lineari come un semplice resoconto potrebbe far pensare. Infatti negli USA, che rimane il traino del mondo, il problema dell’occupazione è tutt’altro che scomparso, probabilmente assisteremo a periodi di crescita senza occupazione, e lo scotto da pagare per fenomeno della delocalizzazione inversa dai mercati emergenti nuovamente verso gli States, è un abbassamento del livello e della tutela dei lavoratori, che però gli statunitensi in molti casi accettano, consapevoli che in periodi di crisi e di transizione è difficile pretendere altro. Il tapering statunitense, che sta gradualmente diminuendo le iniezioni di liquidità e l’acquisto dei titoli di stato passato da 85 miliardi di $ al mese a 75 miliardi ed in procinto di attestarsi a 60, ha messo in difficoltà quei mercati emergenti che non hanno saputo sfruttare i capitali investiti entro i loro confini e nelle loro economie/finanze, capitali che ora stanno tornando verso i più solidi mercati maturi.
I BRICS non sono così attraenti come in passato e sono sempre più rischiosi, ne sono un esempio l’Argentina, che potrebbe contagiare l’intero Sud America, colpita da una tremenda inflazione probabilmente dovuta ad una politica monetaria dissennata, un’economia ancora traballante e conti pubblici forse abbelliti ad hoc; la Turchia, dove domina l’instabilità e la tensione politica; l’Ucraina, crocevia fondamentale per la politica energetica russa, che si vede divisa tra europeisti e filosovietici sull’orlo di una guerra civile. Questi fattori hanno concorso a rallentare gli ordinativi nei confronti della Cina, nazione con l’onere di essere la seconda locomotiva mondiale, che ha fatto segnare una crescita del 7.3%, quando l’attesa era di oltre 8%, valore più basso dal 1989. Tra le economie emergenti sapranno adattarsi ai nuovi scenari solo coloro che con il capitale ricevuto in questi anni sono stati capaci di investire in modo produttivo e solidificare le fondamenta della loro economia, mettere fieno in cascina, parafrasando il rappresentante indiano a Davos.
L’Europa,in modo molto eterogeneo, sta uscendo lentamente dalla crisi, ma lo spettro della deflazione è minaccioso e rischia di innescare il circolo vizioso di riduzione dei prezzi, competizione con ulteriori riduzione di prezzi sostenuta al limite da licenziamenti, innescando così un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto, e quindi dei consumi, nonostante i prezzi siano bassi.

A ben vedere, e forse in merito a ciò l’Europa, l’ECB e la Germania, che anche nel contesto del WEF non ha voluto sbilanciarsi sulla possibilità degli Eurobond glissando diplomaticamente, dovrebbero fare un esame di coscienza, ad andare meglio in questa fase sono quegli stati che a stimoli monetari “monster” hanno saputo affiancare un programma di investimenti e spesa pubblica produttiva non curandosi troppo del deficit, in grado di creare lavoro e sostenere l’innovazione: lavori pubblici, completamento delle opere non finite e cantierabili immediatamente, sostegno all’ R&D, alle start-up fino, potenziamento della banda larga ed internet di ultimissima generazione, nuovi investimenti nel settore energetico.

A Davos non è mancata poi la richiesta di più politica e meno finanza e significativo è il fatto che essa provenga proprio da un guru della finanza come Laurence Finck, CEO di BlackRock, secondo il quale la politica ha il vizio di parlare tanto, spesso anche bene, ma di non agire oppure di entrare in azione quando ormai le rapide dinamiche moderne hanno già fatto il loro corso. Questo monito deve risuonare nelle orecchie dei politici europei, ma soprattutto di quelli italiani, sempre e costantemente troppo lenti e poco risoluti e pragmatici nelle loro azioni, tanto che in questi anni, dai primi sintomi della crisi, ben poco è davvero cambiato e nuovamente sono i dati del Centro Studi Confindustria a testimoniarlo (calo PIL a 9.1% e riduzione del potere d’acquisto di oltre 3’000 € annui per le fasce ex ceto medio).

La conclusione del Forum è stata proferita dalla Direttrice del IMF, Christine Lagarde, la quale ha descritto la fase economica in corso con 3 R: Ripresa, Rischio e Reset della politica monetaria ed economica.
A queste tre R ne va necessariamente aggiunta una quarta, Redistribution, cioè ridistribuzione della ricchezza, strettamente connessa al problema demografico che è di primaria importanza.
Nel mondo si stanno sempre più ampliando le disuguaglianze tra pochissimi super ricchi e tantissimi poveri o sulla soglia della povertà, un tempo facenti parte della classe media.
L’Italia non fa eccezione, anzi, dopo USA ed UK è uno dei paesi più disuguali, nonostante la crisi e l’aumento della povertà diffusa, ha raggiunto il 4° posto per numero di nuovi milionari sfornati nel 2013: ben 127’000.
Oltre a ciò la popolazione mondiale sta puntando quota 9 miliardi di persone e nel nord Africa, nell’estremo oriente, nel sud e centro America, vi sono milioni e milioni di persone, principalmente nelle periferie delle megalopoli come Il Cairo, che spingono per consumare e per spendere quei pochi dollari che guadagnano, quasi come se fosse un segno di emancipazione. Al contempo richiedono accesso a più risorse, sia alimentari che in termini di servizi e di energia elettrica, motore dello sviluppo. In sostanza ambiscono a migliorare la loro condizione di vita in un processo che è una costante dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a migrare alimentando flussi migratori oceanici e difficili da gestire.

Un certo livello di disuguaglianza è benefico per le economie, perché unito ad una società dinamica, meritocratica e dove è possibile la scalata sociale, crea nelle persone quella naturale propensione al miglioramento della propria condizione che è il motore di sviluppo e crescita. Ciò vale sia all’interno delle economie mature sia nelle periferie del mondo che spingono per accedere a standard di vita più simili a quelli occidentali.
Se invece questo divario è eccessivo ed in più la mobilità sociale non esiste, anzi è il sistema delle caste a dominare inflessibilmente, il risultato saranno tensioni sociali, malcontento, scontro generazionale e razziale fino a sfociare in veri e propri conflitti e tremende manifestazioni di intolleranza che non rappresentano nient’altro che una lotta tra poveri e che contribuiscono ad acuire ulteriormente le disuguaglianze.
Di questo i grandi del WEF devono necessariamente preoccuparsi, ben prima delle dichiarazioni della prossima edizione del Forum.

26/01/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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7 Risposte

  1. […] è sottolineato più volte come la disuguaglianza stia assumendo a livello globale dimensioni sempre più importanti e come l’eccessiva disuguaglianza sia foriera di scontri di classe, malcontento e blocco […]

  2. […] Lato governi nazionali quindi dovranno essere portate avanti le riforme previste nei vari programmi, Renzi in primis, per rilanciare l’economia partendo dal mercato del lavoro, dalla lotta alla burocrazia, dal sostegno alle famiglie ed al credito a privati ed imprese. Su questa linea è anche il FMI, che da Washington, per bocca della Direttrice Lagarde, ha sottolineato l’importanza delle riforme affinché i flebili segnali di ripresa si possano consolidare, ma al contempo sollecita anche la BCE all’utilizzo degli strumenti non convenzionali in modo da sollecitare l’economia reale e dare l’abbrivio necessario per cercare di invertire le tendenze congiunturali che si riflettono anche nel periodo di bassa inflazione, attualmente ad un livello decisamente inferiore rispetto al target europeo del 2%. La Lagarde ha anche ricordato l’importanza di una ridistribuzione della ricchezza, che qui era già stata suggerita a Gennaio, a valle del discorso di chiusura al World Economic Forum di Davos tenuto proprio dalla Direttrice (Link articolo di Gennaio 2014). […]

  3. […] ma anche economiche a supporto di persone, imprese e lavoro volte alla ridistribuzione (La quarta R alle tre di Davos della Lagarde) reperendo risorse dall’ottimizzazione e dal taglio della spesa in modo da rendere il paese […]

  4. […] e cambiamento o democraticamente dalla politica o bruscamente dal disagio sociale 04/12/2013 Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/2014 Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche 29/01/2014 Bacchettate Europee: una dura […]

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