Archivi Mensili: febbraio 2014

Germania: “aiuti di stato per Bankitalia” Allora indagare anche su incentivi energetici tedeschi

Molto interessante che l’Europa voglia vederci chiaro se dietro la rivalutazione delle quote di Bankitalia si possa nascondere un aiuto di stato verso le banche. Il settore bancario è corretto che vada sorvegliato e vigilato e sarebbe auspicabile che rispondesse a regole ben più stringenti del Basilea 3 già ammorbidito rispetto al testo iniziale, di certo venendo più o meno nascostamente incontro alle esigenze degli istituti tedeschi in primis DB e Commerzbank (che hanno a loro volta goduto di aiuti di stato), ma anche alle landesbank escluse in toto dagli obblighi di adempimento per via delle dimensioni singolarmente non grandi, ma che complessivamente valgono miliardi e potenzialmente in grado di metter in ginocchio l’economia tedesca.
Se però si potrebbe, come è giusto che venga chiarito, sospettare di aiuti di stato dietro la rivalutazione della nostra Banca d’Italia, allora lo si potrebbe fare anche per le agevolazioni e gli sgravi rispetto al costo dell’energia che la Germania applica alle proprie industrie a scapito dei privati cittadini e forse sarebbe opportuna una indagine anche in tal direzione visto che il settore energetico ed il mercato unico è fondamentale per allineare la competitività tra le aziende dell’ Eurozona.
Detto ciò è lampante che l’Italia possa fare poche prediche, poiché in attesa dei risultati della spending review e dei necessari tagli ed ottimizzazioni delle spese, avrebbe alcune altre carte da giocarsi che non riesce a sfruttare.
Le spese abnormi sono testimoniate proprio in questi giorni dal terzo Decreto Salva Roma che destina alla capitale circa 500 milioni per pagare creditori, stipendi e pensioni che altrimenti sarebbero rimasti scoperti. Del resto Roma ha grandi problemi, il caso emblematico sono le municipalizzate a cominciare dall’ATAC, nei mesi scorsi al centro dello scandalo sui biglietti falsi, che impiega oltre 12’000 dipendenti, gli uffici sono pieni di amministrativi, ma gli autisti sono insufficienti a garantire un servizio minimo e per giunta su mezzi insicuri ed obsolescenti, ha una utenza circa il doppio rispetto all’equivalente azienda di Milano ma incassa la metà e vanta una percentuale record di assenteismo del 18%. In tal caso l’ottimizzazione andrà certamente ad impattare sul lavoro e dovrebbe farlo mirando in primis ai dirigenti colpevoli di tale situazione ed ai dipendenti che alzano senza reale motivazione l’assenteismo; questa non sarà una procedura semplice e vi sarà senza dubbio una strenua difesa, che può essere definita difesa dello status quo ed ostacolo al cambiamento, dei lavoratori disonesti andando in ultimo colpire anche quelli onesti, quei valorosi che col loro sacrificio compensano l’inettitudine e l’inefficienza degli altri.
Tornando in tema Europeo vi sono almeno due opportunità che Renzi dovrà fronteggiare. La prima è rappresentate dai fondi strutturali inutilizzati oppure sprecati in piccoli progetti locali di scarsa utilità per la collettività invece che essere destinati ad attività a maggior redditività sia in termini di ROI che di indotto e lavoro creabile; la seconda dal numero enorme di procedure di infrazione aperte nei confronti del nostro paese, il quale detiene questo poco invidiabile primato con relativi oneri penali che equivale a sottrarre risorse alle tante finalità più utili, senza considerare il danno di reputazione e credibilità.
Come il Paese dovrà impegnasi nelle riforme ed a meglio gestir le opportunità EU, se è vero, come riporta il FT, che la Germania avrebbe scritto a Bruxelles affinché non abbandoni la via dell’austerity (andando in tal modo a fomentare ulteriormente tensioni politiche e sociali con le ascese dei movimenti estremisti ed anti-europei) quando mediaticamente appare propensa a considerare linee più permissive, l’Unione Europea, assieme a tutti gli Stati Membri ed alla SPD, dovrebbe intimare alla Germania ed ai sostenitori dell’austerità a tutti i costi di mutare atteggiamento mettendoli se necessario con le spalle al muro forti del maggior potere negoziale dato da una massa decisamente critica.

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Bankitalia 1; Bankitalia 2;

28/02/2014
Valentino Angeletti
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Il Governo ed i nuovi Ministri: forse qualche compromesso ma di certo tanto duro lavoro da fare

Ce l’ha dunque fatta Renzi, o il “VelociRenzi”, a presentare la propria lista dei ministri. La sua impronta è chiara, voleva dare un segno di cambiamento portando giovani, donne, e snellendo la struttura. Non si è smentito infatti dei 16 (solo un governo De Gasperi fece “meglio” con 15) Ministri ben 8 sono donne e l’età media è di circa 47 anni.

La lista dei Ministri probabilmente è stata frutto di una trattativa serrata in modo da poter non scontentare in modo evidente nessuna forza politica, cercando di mediare anche all’interno del PD stesso. A causa di questo meccanismo ne potrebbero aver fatto le spese la brava Emma Bonino, soppiantata agli esteri dalla Mogherini, ne potrebbe aver fatto le spese Moretti, amministratore di FS, per la giovane Guidi, ex presidentessa dei Giovani di Confindustria e vicina a Berlusconi, ne potrebbe aver fatto le spese Mario Mauro per la Pinotti e può aver pagato anche il Magistrato, forse troppo giustizialista, Gratteri, per Orlando che passa dall’ambiente alla giustizia; insomma difficile credere che il percorso sia stato semplice e privo di ostacoli o cambiamenti dell’ultimo minuto, o meglio delle ultime due ore.
Lo stesso Renzi probabilmente avrebbe voluto avere un assetto differente con la presenza qualche personalità non politica forte, come gli esponenti dell’imprenditoria Made in Italy che fin dalle prime Leopolde lo hanno seguito: Guerra, Farinetti, Serra, Baricco, Della Valle o Montezemolo, ma ciò non è stato possibile, forse perché entrare in un Esecutivo che ha impronta sì renziana, ma che è comunque di compromesso non sarebbe stato semplice ed in fondo il loro mestiere è un altro, potrebbero non aver percepito le condizioni affinché potessero esprimere tutto il loro potenziale, oppure lo stesso Renzi potrebbe non averglielo proposto consapevole delle troppe difficoltà e ritenendo necessaria in questa fase una conformazione più politica.
In ogni caso la natura giovane e paritaria che Renzi voleva e doveva, perché promessa fin da subito, dare in segno di discontinuità è stata trasmessa e probabilmente lo sarà anche nella partita delle 600 posizioni in ballo tra aziende di stato e partecipate che è già in corso che e si concluderà a maggio.

Gli anni, il genere ed il numero complessivo dei Ministri, così come per le nomine, sono importanti, ma, ad esempio riguardo all’età, anche per il Governo Letta era stato usato l’aggettivo “fresco”, i suoi 56 anni di media parvero davvero pochi rispetto ai precedenti esecutivi.
Il numero, il genere e l’anagrafe di per se non sono valori universali, lo diventano quando inseriti in un contesto ove possono esprimere il proprio valore introducendo innovazione, freschezza di idee, confrontandosi e contaminandosi l’un l’altro con le generazioni dell’esperienza e delle competenze maturate e consolidate sul campo. Competenze che per altro devono necessariamente avere le nuove personalità dell’Esecutivo. Senza competenze e capacità di interpretare gli scenari, di avere vision, di essere tempestivamente innovativi, di essere umili ma al contempo ambiziosi, di sapere che la strada dell’apprendimento non finisce mai, ma è un processo continuo, e che la posizione raggiunta è semplicemente un punto di partenza non certo uno di arrivo, poco possono i dati estraibili da un passaporto o da una carta d’identità.

I nuovi ministri, stimolati da Renzi e Del Rio, dovranno avere l’accortezza di sapersi contornare di eccellenti collaboratori, presi dalla società civile, dall’industria, dal settore pubblico, dalle università e dalle aziende, includendo magari quelle figure di manager illuminati ed amici ad ora assenti. Ma non solo, la vera svolta avverrà se l’Esecutivo saprà ridare con i fatti speranza al paese e se saprà far riavvicinare i cittadini alla politica, contaminandosi ed andando a caccia di tutti coloro che, dotati di capacità e voglia di mettersi in gioco per il paese, il che non è scontato, hanno le carte in regola per dare un contributo e supportare i team di lavoro e far parte delle commissioni che si andranno a formare all’interno di ogni Ministero.

Per fare un esempio, il neo ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, ha un dicastero delicatissimo; dovrà affrontare numerose vertenze ed essere in grado di porre le condizioni perché la competitività delle nostre aziende cresca e non soccomba. A tal fine dovrà lavorare alacremente, tra gli altri, su due fronti importantissimi, quello dell’ energia (dove gioca in casa essendo VP di Ducati Energia) e quello di internet e delle nuove tecnologie, da anni fattori ostanti la crescita industriale italiana. Per affrontare con la determinazione e l’incidenza sufficiente questi settori, considerando lo stato di arretratezza in cui vessano, sono necessari fin da subito gruppi di lavoro e sottosegretariati allargati e stabili attingendo a tutto il tessuto socio-politico italiano.
Stesso dicasi per il lavoro, per le riforme, e per la pubblica amministrazione, dove sono impegnati rispettivamente Giuliano Poletti, Maria Elena Boschi e Marianna Madia.

Il MEF è andato in carico al capo economista e vicepresidente OCSE, ex FMI e consigliere economico di D’Alema, nonché personalità di vertice del Think Tank Dalemiano Italiani Europei, Pier Carlo Padoan. Anche il suo compito, come del resto quello di tutti in questa situazione disperata, è complesso e forse non è ancora stato evidenziato a sufficienza come le sue idee e strategie possano essere motivo di tensioni tra il centro destra ed il centro sinistra. Padoan non è un cultore dell’austerity, ma ha recepito e fatto sue le linee guida europee che suggeriscono, anche in modo marcato, ma fino ad ora abbiamo disdette, di spostare la tassazione dal lavoro, dalle aziende e dalle persone, e fin qui tutti d’accordo, verso rendite e patrimoni, il che vuol dire sulle proprietà immobiliari, sulle rendite finanziarie ed i capital gain, ed in ultimo, ma la situazione del paese lascia pochi margini di azione, patrimoniale. Inoltre non vede particolarmente di buon occhio la crescita a mezzo di debito, e va capito quanto intenda farsi valer in Europa per l’applicazione della golden rule agli investimenti produttivi ad alto valere aggiunto e ritorno nel medio e lungo termine, che sono quelli in grado di far progredire le economie in modo duraturo, perseguendo una crescita di “qualità” e non di “quantità” ove non vi sono oggettivamente margini per competere con le economie emergenti.
Questi aspetti, ancora in penombra, potrebbero essere forieri di tensioni, alimentate dal centro destra, già alla stesura del primo DEF (documento di economia e finanza).
Analogamente malumori si percepiscono nel centro sinistra, in particolare ad opera di SEL e, all’interno del PD, dai sostenitori di Civati, con Cuperlo che si è mostrato sfidante nell’incalzare Renzi sul fatto che ora è il momento dei fatti, e su questo credo che l’ex sindaco di Firenze converrà pienamente. Un elemento fondamentale per il Governo, che ha contribuito a sancire il fallimento dei precedenti e che sarà messo ben presto alla prova, è la volontà di lavorare in modo organizzato e collaborativo per gettare le basi affinché il paese “si tolga dal pantano”. Purtroppo il realismo e la gravità della situazione sono tali da impedire di poter pensare ad un’uscita definitiva e rapida da quella che è stata definita “palude”; già indirizzarsi verso l’uscita sarebbe un primo fondamentale passo.

Infine una gradita nota di colore, dei 16 ministri 4 sono emiliano romagnoli e 2 toscani, ai quali si aggiungono il toscano Matteo Renzi e l’emiliano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Del Rio, e questo, ma è opinione puramente personale, non può far altro che piacere.

22/02/2014
Valentino Angeletti
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Corte dei Conti giudica la Legge di Stabilità

La Legge di Stabilità è stata giudicata molto severamente dalla Corte dei Conti (Link articolo AGI). I punti sollevati dalla Corte sono svariati, in particolare emerge che al gettito previsto per il periodo 2017-2020 potrebbe essere deficitario per 13.7 miliardi di €, mentre nel triennio 2014-2016 il prelievo netto salirebbe di 4.7 miliardi di € dei quali 2 nel solo 2014.  Per il triennio 2014-2016 si legge che l’imposizione complessiva ammonterebbe ad oltre 28.5 miliardi mentre gli sgravi, non sufficienti a compensare gli aumenti, si fermerebbero a 24 miliardi, ciononostante per l’anno in corso sarebbero a rischio 3 miliardi di entrate.

La natura recessiva della Legge è piuttosto chiara, come lampante è l’intento di continuare a perseguire i parametri imposti dall’Europa ove è sempre più urgente una revisione della politica fiscale e monetaria rivolta più alla crescita e meno all’austerità, più indirizzata a sostenere il lavoro e meno il settore bancario il quale per forza di cose dovrà essere unificato e dovrà essere oggetto di controllo e revisione dei bilanci troppo spesso mascherati grazie all’utilizzo di strumenti finanziari particolari e della shadow banking; i criteri di Basilea, benché rivisti all’insegna di maggior permissività, ed i venturi stress test dovrebbero essere d’aiuto, assieme al meccanismo di fallimento già disegnato.
Il Presidente della BEI, che investirà in progetti d’innovazione nel 2014 e nel 2015 circa 15.5-16.5 miliardi all’anno, Werner Hoyer, individua tre elementi principali ostanti la competitività europea: insufficienti investimenti, in particolare in settori innovativi ed in attività ad alto valore aggiunto; l’eccessiva disoccupazione, a cominciare da quella giovanile; i pochi investimenti in produttività, ricerca e sviluppo che nell’Unione si fermano all’ 1.9% del PIL, contro il 3.3% del Giappone ed il 2.8 degli USA, per colmare il GAP coi paesi più virtuosi come appunto Giappone, USA e Corea del Sud servirebbero investimenti per 140 miliardi di € all’anno.
Evidentemente investire in modo pesante in innovazione, R&D, produttività, fatto salvo il caso della Germania che nel patto SPD-CDU indica di voler destinare il 3% del PIL, è impossibile per la maggior parte degli stati europei, proprio a causa del rigore dei conti imposto e lo è maggiormente per i paesi in difficoltà che più ne avrebbero bisogno; questa situazione rappresenta una chiara contraddizione tra politica rigorista proposta da ECB e Commissione (e pure IMF) e politica di sviluppo industriale ed economico indicata dalla BEI.

Tornando all’Italia, dall’analisi della Corte dei Conti emerge che la spesa pubblica per il 2014 crescerà di circa 5 miliardi, vale a dire che, se il dato fosse confermato, circa 6 mesi del lavoro di Cottarelli sarebbero vanificati. Per il 2015-2016 la spesa dovrebbe invece diminuire, ma partendo da un dato già più alto.

L’eventuale ammanco di gettito testimonia come le rilevazioni economiche del MEF, che ha comunque smentito tutti i dati, basate su previsioni e su interventi non strutturali bensì soggetti a dinamiche di mercato e consumi (come eccessiva imposizione IVA – Link Laffer-, accise ecc) siano flebili e spesso poco attendibili (non è la prima volta che sussistono errori simili); la crescente spesa invece sottolinea e ricorda la difficoltà, quasi incapacità, di incidere sui costi complessivi della macchina dello Stato italiano e delle PA.
In poche righe la Corte dei Conti, sempre dando per consolidati i risultati dello studio, avrebbe messo nuovamente alla luce due annosi problemi del nostro paese ed avrebbe innalzato in modo drammatico il coefficiente di difficoltà del lavoro del nuovo Esecutivo che per risolvere le questioni economiche dovrebbe fin da subito essere dotato di poteri quasi sovrannaturali.

19/02/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, ministeri, Schulz, Europa

Quasi da bookmakers londinesi sono le speculazione mediatiche, basate su fondamentali assai poco concreti, in merito al “totoministri” ed al rinnovo dei consigli delle grandi aziende partecipate ove complessivamente sono in gioco circa 600 posizioni.
Tutti i grandi nomi in lizza per un Ministero, che hanno supportato fin qui Renzi ed in prima fila alle varie edizioni della Leopolda, hanno declinato l’ipotetico invito sostenendo che il loro mestiere è un altro; potrebbero essere più propensi, personalità come Guerra o Colao, ad essere proposte per le grandi partecipate.
Tecnicamente non si può dar loro torto, ma non si può neppure negare che i presupposti iniziali per un loro serio coinvolgimento politico ci fossero, almeno fino a quando non è stata delineata abbastanza chiaramente la composizione della maggioranza che con Renzi dovrebbe governare: sostanzialmente la medesima rispetto al governo Letta a meno del Premier e di alcuni Ministri appunto.

Sembrerebbe che in ultimo non se la siano sentita di affrontare una situazione ben più difficile di quanto era pensabile inizialmente, in particolare se la prospettiva ideale era quella di un Governo in cui il Premier, Renzi, fosse dotato di una propria maggioranza e quindi con meno vincoli di azione e più libertà. Insomma avrebbero voluto un governo di totale discontinuità e cambiamento che al momento non potrà verificarsi in tutti i suoi aspetti.
A sostenere il Governo ci saranno i partiti di centro e dovrebbe rimanere NCD a patto di discutere il programma punto per punto e di vedere rispettati alcuni paletti: no alla patrimoniale (alla quale Renzi durante lo scontro televisivo per le primarie PD non si mostrò totalmente avverso); un Ministro della giustizia garantista e non proveniente dalla magistratura; una revisione della legge elettorale proposta da PD-FI in particolare riguardo alla soglia di sbarramento; interventi sul “Jumpstart Our Business Startups – Act”.

Nel mentre si sta configurando un vero ingorgo istituzionale in merito all’approvazione dei decreti quasi in scadenza e riguardanti, tra gli altri, il finanziamento pubblico ai partiti ed il Salva Roma che quindi potrebbero saltare e vanificarsi, annullando tutto il lavoro di implementazione e modifica, pregevole o meno che sia, fatto nelle settimane scorse (altro tempo ed energie sprecate quindi). A fare il paio poi con i flebili dati positivi relativi all’ultimo mese del 2013, che nonostante ciò che dice Saccomanni segnano una stagnazione e non certo una ripresa economica, arrivano quelli meno rassicuranti sull’export, -0.1% nel 2013, ed import, -5.5% nel medesimo anno, peggiori risultati dal 2009.

Sulla scelta di Ministri, così come sulla nomina dei nuovi consigli delle società partecipate, Renzi dovrà fare attenzione, non dovrà farsi prendere la mano da una rottamazione o un cambiamento ad ogni costo facendo dell’anagrafe e del genere i due driver principali. Dovrà scegliere persone competenti e dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili e dedicati agli argomenti più delicati, attingendo al meglio della politica e della società civile. Stesso dicasi per i manager delle partecipate che se validi ed artefici di ottimi risultati devono poter giocarsi la carta della riconferma perché le persone sono importantissime, ma in quanto meritevoli e dotate di ottime doti trasversali, in particolare quella di saper interpretare tempestivamente gli scenari e di innovare; ciò si misura solo con i risultati.
A mio avviso sarebbe auspicabile un mix di genere ed età così da poter ottenere il massimo sfruttando più punti di vista differenti: attingere dalla consolidata esperienza e competenza dei più anziani così come dalla freschezza e capacità di visione dei più giovani, maggiormente propensi a quello che è un mondo interconnesso e globalizzato. La chiave di tutto sta nel dialogo e nella collaborazione generazionale al fine di ottenere il massimo per il numero più ampio possibile di cittadini e classi sociali.

I temi che penalizzano la competitività dell’Italia e del suo tessuto industriale sono molti, ma in prima linea vi sono il COSTO DELL’ENERGIA, ed in generale la politica energetica che deve essere rivista in particolare lavorando su un Mix produttivo tecnologicamente diversificato e coerente con la terna “domanda – capacità produttiva – sostenibilità ambientale”, ed il DIGITAL DIVIDE (Link articolo) che include anche aspetti di educazione all’uso delle nuove tecnologie, di ottimizzazione e razionalizzazione di HW e SW (incluso un lavoro per unificare data base e centri di raccolta dati) in uso dalle PA e di sicurezza dei dati e delle informazioni.
Per questi settori potrebbe valer la pena istituire Ministeri ad hoc: il ministero dell’Energia ed il ministero di Internet/Nuove Tecnologie (che credo in USA ed in qualche paese anglosassone già esistano) o comunque dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili composti dalle eccellenze che fortunatamente in Italia ci sono ancora. Se davvero il Governo riuscisse a durare 4 anni il tempo per ottenere buoni risultati su questi argomenti, che dovrebbero godere dell’appoggio di tutti i partiti, ci sarebbe.

Inoltre non si deve mai perdere d’occhio l’Europa, che dal canto suo non perde d’occhio l’Italia. Se Martin Schulz si è mostrato molto propenso ad un cambio di approccio dell’Unione che sia costituito da meno veti e diktat e più cooperazione e solidarietà tra i popoli, meno aiuti alle banche e più politiche per il lavoro, permangono le conferme di Bruxelles e dello stesso Saccomanni dall’Ecofin che ribadiscono come non si possono oltrepassare i vincoli e come ci si impegni a non farlo. Schulz, già in aria di campagna elettorale per le europee, essendo un esponente di spicco del SPD parte della grande coalizione del governo tedesco, potrebbe cercare di intercedere nei confronti della Germania e della CDU, importanti stakeholder dell’ Unione.

Certamente due primari obiettivi che si dovrà dare il Governo Renzi, impossibili senza l’appoggio delle forze delle larghe intese che allo stato delle cose ancora sussistono, saranno quello di imporsi in Europa facendo valere le ragioni e la forza italiane, e pretendendo applicazioni più vantaggiose per il nostro paese della golden rule così come condizioni differenti sul fiscal compact; ancor prima però dovrà garantire al governo una credibilità ed una autorevolezza per le quali sono fondamentali stabilità politica e capacità di fare rapidamente le riforme note a tutti e che l’Europa ricorda ogni volta. Se il secondo obiettivo non verrà raggiunto non potrà esserlo neppure il primo e verranno lasciati, come fin ora successo, ai “falchi” dell’austerità numerosi elementi politico-economici (il ritardatario piano sulla spendig review ne è un esempio) da poter addurre contro la nostra condotta ed a supporto di un approccio asfissiante alla politica economica.

18/02/2014
Valentino Angeletti
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Yaki VS Della Valle

Quasi esilarante, se non stesse toccando un tema delicatissimo, è il tenzone che si sta protraendo negli ultimi giorni e che una volta tanto non è strettamente connesso alla politica. Si tratta dei tafferugli verbali, anche molto pesanti, tra John Elkann, presidente Fiat, Exor, e Giovanni Agnelli & C, e Diego Della Valle, patron di Tod’s e della Fiorentina.
Tra i due non corre buon sangue, forse non è mai corso, e le tensioni si sono acuite a seguito della vicenda RCS di cui Elkann detiene il 20% e Della Valle poco meno del 9%.

Il battibecco si è incentrato dapprima su questioni industriali ed economiche per poi passare, proprio ieri al tema del lavoro e dei giovani.

John Elkann, parlando alle scuole superiori della Valtellina in un incontro organizzato dalla Banca Popolare di Sondrio, ha dichiarato che il lavoro c’è, che in realtà i giovani non lo trovano perché poco ambiziosi e determinati, con poca voglia di fare e di cogliere le opportunità; loro in fondo in fondo stanno bene a casa. Ha poi sostenuto che lui, come i suoi fratelli, hanno sempre viaggiato e lavorato in molte delle loro aziende e che è divenuto presidente non per “eredità imposta”, ma per scelta (è però diverso dover lavorare per necessità oppure farlo per piacere, quasi per hobby).
(Sul tema del lavoro giovanile evidentemente non è semplice comunicare, siamo dinnanzi ad una delle tante gaffe, non so quanto comunicativa o, cosa ben più grave, di contenuti – LINK).

Questa dichiarazione è valsa la forte critica di Della Valle che ha sentenziato:
“Il poveretto di John Elkann non perde mai tempo di ricordare agli italiani che è un imbecille” rincarando la dose sostenendo che forse sarebbe da considerare un referendum per cacciarlo dall’Italia.

Mi sento di condividere l’affermazione che i giovani, noi giovani, in un periodo difficile come questo dobbiamo essere un po’ più ambiziosi e determinati, essere consapevoli che il mondo sta cambiando rapidamente, che ci dovremo mettere in gioco sempre di più perché il mito del posto fisso, magari sotto casa nella piccola azienda storica del paese, non esiste più, così come non esiste più il lavoro duraturo che ci accompagnerà fino alla pensione (pensione???); anche nella medesima azienda è pressoché certo che dovremo affrontare esperienze differenti, forse anche maturare nuove competenze neppure considerate fino a qualche tempo prima oppure spostarci all’estero. Certi lavori, come taluni impieghi manuali quasi scomparsi, torneranno, altri verranno cancellati, soppiantati dalle tecnologie, dall’automazione, da nuovi modelli produttivi, economici e nuovi settori industriali. Se poi, come sarebbe opportuno, verrà riformato il sistema degli ammortizzatori sociali verso una riqualificazione dei lavoratori, è possibile che in certi casi dovremo tornare quasi a scuola. Può piacere o no, ma tant’è, e difficilmente questo processo si potrà arrestare. Penso invece che convenga coglierlo per arricchirsi professionalmente e personalmente, per porci obiettivi ed impegnarci a perseguirli con determinazione, passione ed ambizione positiva, ricercando opportunità che però devono avere condizioni al contorno opportune per potersi creare (Giovani, italiani e ambizione – LINK).

Detto questo, che vuole inquadrare uno scenario generale già piuttosto consolidato, veniamo ai dati.

In 7 anni la disoccupazione giovanile è più che raddoppiata, passando dal 20% a circa il 41.5% con punte di oltre il 50 in certe zone del paese. Una famiglia su tre vive in stato di indigenza e non riesce a sopperire ai propri fabbisogni. I consumi dei beni di prima necessità sono stati ridotti, si rinuncia a cibi proteici e di qualità, ci si rivolge agli hard discount, per risparmiare si può arrivare ad acquistare cibo scaduto, si rinuncia a visite mediche, specialistiche e ad alcuni medicinali; si lesina su cibo e salute, inconcepibile.
Circa 7 milioni di under 35, il 61.2% dei non sposati, vive con i genitori, molti di loro sono rientrati dai luoghi dove per lavoro si erano trasferiti e dove questa crisi glielo ha tolto, senza offrire alternative o nuove opportunità da cogliere. La disoccupazione continuerà ad aumentare nel 2014, anche per i più volenterosi ed ambiziosi.
In contemporanea le spese, benché l’inflazione sia bassissima, aumentano in termini relativi poiché il potere di acquisto in certi casi si è azzerato totalmente, o dimezzato se si considerano le situazioni di cassa integrazione, la quale in questi anni ha raggiunto livelli record rappresentando tra l’altro un importante costo per la collettività (esenti da ogni colpa i lavoratori e le industrie che non hanno approfittato della crisi). La Camera di Commercio di Mestre ha rilevato che dal 2008 al 2013 sono scomparse 1’340 mila imprese, in buona parte piccole aziende, artigiani e commercianti afflitti principalmente dai rincari di gas ed energia cresciuti del 20% in 6 anni.
I contratti di lavoro sono spesso precari, offrono meno di 800 euro al mese e sono concentrati in grandi centri urbani dove, se non si accettano condizioni non degne di un paese civile, è impossibile vivere con quel livello salariale. Vi è poi l’imposizione di partite IVA o le collaborazioni ed i progetti che a volte assumono più le sembianze di sfruttamento senza alcuna tutela. In sostanza, nel nostro paese un uomo di 35 anni con una istruzione alta ed un lavoro fisso (che sia ingegnere, professore, impiegato) da solo difficilmente riesce a sostenere una famiglia di tre persone in una grande città, e questo è un caso di un “fortunato”, perché ben spesso la realtà è più drammatica. Non di rado si incappa in persone che rovistano nei cassonetti della spazzatura.

Questi non sono parole, ma fatti. Logicamente tra i fatti vi sono anche aziende che non trovano alcune figure specializzate, o artigiani che vorrebbero assumere ma non trovano le persone con adatte competenze, ed obiettivamente a volte anche voglia di lavorare il weekend o la notte. Allora è possibile riflettere su un sistema scolastico ed universitario poco coeso con le necessità del mondo del lavoro e delle imprese, ma di qui a dire che il lavoro c’è, esiste un abisso.

Difficile quindi sostenere le affermazioni di Elkann che dimostrano un certo distacco col tessuto sociale ed industriale reale, fatto di distretti, di PMI, di artigiani e commercianti, di poca finanza e di tanta difficoltà di accesso al credito, di operai ed impiegati anche di alto profilo che non riescono a riciclarsi perché troppo costosi e per l’assenza di domanda.
Del resto lui stesso dovrebbe conoscere bene il tema della cassa integrazione, della bassissima domanda, del costo del lavoro e forse ha un po’ contribuito all’incremento della disoccupazione.
Mi auguro che la sua gaffe sia stata solo comunicativa, fatta nel momento sbagliato e che il suo intento fosse quello di incoraggiare giovani ancora alle scuole superiori ad essere proattivi. In caso contrario il grande manager si farebbe piccolo piccolo, si mostrerebbe avulso dall’economia produttiva e quasi immune ai problemi che hanno spinto migliaia di persone sul lastrico.
Assieme alla opinabile politica industriale della ex Fiat, ora FCA, questa dichiarazione non contribuirà di certo a far risalire l’appeal e la popolarità di una famiglia che ha segnato la storia industriale italiana nel bene e nel male.
Dovrebbe, Yaki, provare a crearsi un CV “anonimo” senza menzionare le sue radici, un CV con laurea, dottorato e pure master, inviarlo a varie aziende, tra cui la sua FCA.
Sarei davvero curioso di scoprire di qui ad un anno quante chiamate, colloqui, proposte di assunzione e con che salario riceverà.

15/02/2014
Valentino Angeletti
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I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama

Le vicende del Governo, delicatissime ed importantissime, stanno monopolizzando l’attenzione, ma si sta maturando una nuova testimonianza di inadeguatezza del nostro paese a cogliere le poche opportunità che questo periodo storico ci riserva.

Qualche dato positivo ultimamente è arrivato: un leggero calo del debito pubblico in termini di valore assoluto nel mese di dicembre 2013; un rialzo del PIL di 0.1% nell’ultimo trimestre del 2013 (anche se nel 2013 il PIL ha registrato -1.9% invece del previsto -1.7%); Moody’s ha mantenuto il rating a BAA2 migliorando l’outlook da negativo a stabile dicendo che questa fase politica non modifica il loro giudizio partorito il 10 febbraio che è dovuto sostanzialmente al migliorare delle condizioni economiche delle economie mature (al momento la finanza non sta guardando le vicende interne italiane, ha ben altro a cui pensare: LINK). Questi dati così come i 500 milioni assicurati dal fondo sovrano del Kuwait al Premier Letta durante il suo viaggio negli Emirati sono ben poca cosa e dopo i drastici cali che vi sono stati negli anni scorsi poco incidono e non contribuiscono ad una decisa inversione di tendenza.

Uno dei problemi del nostro paese è radicato nell’enorme debito pubblico che nel 2014 raggiungerà un rapporto sul PIL tra il 132.5% ed il 133%. L’Europa non perde occasione di ricordarcelo e proprio per questa gigantesca zavorra non ha concesso la possibilità di oltrepassare il rapporto del 3% deficit/PIL come invece ha fatto per Francia e Germania. Altro elemento importante su cui agire è l’assurda spesa pubblica e lo spreco di risorse pubbliche in mille inefficienze e burocrazie. La riduzione e razionalizzazione della spesa rappresenta dunque un altro obiettivo centrale della politica economica italiana.

Per cercare di scalfire i due fardelli sopra menzionati, fallimento di tanti Governi e commissari, è stata istituita una commissione speciale, a dire il vero non la prima, con a capo la persona di Carlo Cottarelli, ex funzionario IMF in forze negli USA. Il fine della spendig review a cui Cottarelli dovrà lavorare, benché senza potere attuativo nei confronti dei suoi report i quali dovranno poi passare dalle forche caudine della politica e del conflitto d’interessi tra provvedimento ed approvatore dello stesso, è quello di destinare risorse per abbattere il debito.

Il tentativo sulla carta è dunque lodevole, anche se la spending review sta diventando un po’ la panacea di tutti i mali ed ogni volta che è necessario reperire risorse di ogni tipo si confida, forse peccando di ottimismo nelle previsioni, nel taglio alla spesa. Di questo tentativo ha preso atto l’Europa che ci avrebbe concesso la possibilità di spendere più denaro per investimenti produttivi (clausola per investimenti), pur rispettando il 3%, a patto di presentare a Bruxelles entro questi giorni un piano di spending review consistente e credibile. Orbene questo piano non è stato ancora presentato e, benché non vi sia possibilità di sforare il 3%, è sempre in ballo la capacità dell’Italia di rispettare piani e scadenze. Olli Rehn sollecita affinché i dati siano inviati, mentre il MEF assicura che sono pronti ed arriveranno in tempo, aggiungendo la critica, peraltro sensata, che senza oltrepassare il 3% la clausola non avrebbe molta utilità.

Il punto è che per risanare una situazione drammatica non è possibile perdere nessuna occasione (ma de resto siamo campioni nel non utilizzare o sprecare in bizzarre circostanze i fondi Europei) e per poter discutere e negoziare da pari in Europa, come sarà necessario fare ed avrebbe già dovuto essere stato fatto, la nostra credibilità e capacità di agire rispettando ciò che è stato promesso, senza esserne stati costretti, deve essere ineccepibile.

Fino ad ora ciò di rado si è verificato e come al solito siamo a sperare che in futuro si cambi davvero verso.

 
15/02/2014
Valentino Angeletti
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L’influenza ininfluente della stabilità politica sulla finanza

L’attuale incertezza della futura conformazione politica italiana non sembra stavolta influenzare negativamente i mercati.

Dopo le annunciate dimissione di Enrico Letta che si completeranno oggi con la visita del Premier a Napolitano, è luogo comune dare per fatta una successione di Matteo Renzi. In realtà potrebbe non essere così scontato che il Presidente della Repubblica accetti senza colpo ferire le dimissioni del Premier che lui stesso ha voluto per la formazione di quel governo delle larghe intese per il quale ha deciso di accettare un secondo mandato al Quirinale.
Napolitano vorrebbe che almeno fossero portate a termine legge elettorale e semestre di presidenza Europeo, quindi fino alla fine del 2014. Il Presidente potrebbe chiedere al Premier di ripensarci in virtù dei flebili, ed a dire il vero poco significativi, dati appena emessi dall’Istat che rilevano un PIL in aumento dello 0.1% nell’ultimo trimestre 2013 ed un debito in calo di 36.5 mld di € a dicembre 2013, attestandosi a 2’067.5 mld di € (siamo in attesa del pronunciamento di Moody’s sul rating italiano).
Vero è che del Governo Letta, non per colpa del Premier ma per le oggettive difficoltà, si ricordano più gli insuccessi che i successi, ad iniziare dal caso Kazako e dei Marò in India, passando per la diatriba IMU, il Salva Roma che è diventato un salva tutto, le figure misere di alcuni Ministri come la Cancellieri, lo scontro Saccomanni-Carrozza, le dimissioni di Fassina, la De Girolamo, varie dichiarazioni improprie e relative smentite (da Zanonato a Saccomanni) e poi le missioni all’estero durante le quali internamente succedeva qualsiasi cosa: era negli USA per rassicurare gli investitori quando in Italia Berlusconi abbandonava il PDL fondando FI e nel contempo cercavano cavilli per modificare le leggi OPA così da osteggiare Telefonica nell’affare Telecom, poi i problemi annosi di Alitalia, gli scontri duri con Sindacati e Confindustria sul tema del lavoro e delle vertenze aziendali, la disoccupazione in crescita e così via.

Difficoltà interne simili dovrà affrontare Renzi (che a chi gli intima attenzione poiché potrebbe bruciarsi risponde citando Frost…), assieme alla complessità nel cercare alleati e nella formazione dei gruppi parlamentari che potrebbero essere più centristi o più rivolti a sinistra, ma difficilmente assieme nella stessa entità. Anche andare al governo con NCD non sarà semplice e FI probabilmente chiederà un passaggio alle Camere.
La possibilità delle elezioni è osteggiata dalla legge elettorale proporzionale che non piace quasi a nessuno se non al M5S, anch’esso un incognita nel rapporto con Renzi.

Nulla di scontato quindi, ma nonostante il marasma i mercati sembrano non esser interessati alle vicende. Lo spread italiano si mantiene nell’intorno dei 200 pti base, BOT, BTP ed in generale i titoli di stato hanno i tassi ai minimi a testimonianza che stavolta lo sperad non è frutto di un incremento dei tassi sui BUND tedeschi, anch’essi in calo.
Una prima interpretazione potrebbe essere che Renzi e la sua intenzione di cambiare e svecchiare, di avere voce in capitolo sulle nomine delle aziende partecipate, sulla politica finanziaria, industriale, energetica ed il fatto che sia vicino a molti manager, piaccia ai mercati ed alla finanza, in realtà non è questa la causa principale.

Quando nel 2010/11 l’instabilità politica fece balzare alla stelle lo spread italiano la situazione macroeconomica generale era differente. C’erano i mercati emergenti che correvano ed offrivano altissimi rendimenti a causa dell’alto rischio legato alla loro fragilità politica ed a monete proprie altamente instabili, però l’impostazione era positiva ed attraente; in aggiunta a ciò iniziarono i QE in tutto il mondo dal Giappone agli USA, dallo UK alla Cina, tutte le banche centrali iniziarono a stampare, a parte la ECB che non può emettere liquidità direttamente.
Una massa di denaro fresco quindi si stava riversano nella finanza (e se fosse andata nell’economia reale in particolare in Europa forse avremmo una impostazione migliore) e per ottenere rendimenti alti gli investitori si rivolsero principalmente agli emergenti. Questo meccanismo ha fatto scatenare gli acquisti su tali paesi convogliando anche i capitali fin lì allocati nei mercati maturi che stavano invero traballando (all’epoca Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) verso nuove destinazioni. Il fattore dell’instabilità politica è stato dunque uno dei tanti, non l’unico né lo scatenante.

La situazione attuale è differente. Dall’inizio della crisi l’economia finanziaria è stata inondata da 27’000 miliardi di $ di liquidità fresca che cerca rendimenti. Negli emergenti ultimamente si stanno verificando le situazioni fino ad ora scongiurate facendoli preferire a mercati più sicuri, ma meno profittevoli, come le crisi politiche e monetarie ed un generale rallentamento dei loro tassi di crescita. Nello stesso tempo i mercati maturi stanno reagendo alla crisi riprendendosi più o meno lentamente ed offrendo buoni rendimenti, a basso rischio e con prospettive di crescita.

La finanza non attende le notizie per regolarsi, le utilizza per giustificare il proprio comportamento, ma sa bene dove vuole dirigersi. Se vede profitto in una direzione è semplice, nelle migliaia di notizie giornaliere, trovarne una che giustifichi l’andamento, lo stesso vale in caso contrario.

Gli investitori si stanno spostando verso mercati relativamente tranquilli ma con rendimenti non trascurabili e l’Italia, a patto di non tirare troppo la corda sfidando la volatilità dei mercati, è una destinazione plausibile e la sua stabilità politica in questa impostazione non è troppo influente, passa in secondo piano rispetto al rischio, al beneficio ed alla prospettiva.

Diverso il discorso della percezione che ha l’Europa nei confronti delle nostre istituzioni. Europa che, qualsiasi sarà il Governo venturo, dovrà essere un interlocutore primario e col quale negoziare con autorità sul parametro del 3%, sulla Golden Rule ed in prospettiva sul fiscal compact. La stessa OECD ha criticato la politica, adottata fino ad ora, di austerità che ha creato enorme disagio sociale, sentimento anti europeo ed è costata troppo alle classi medie e più disagiate di tanti paesi avvantaggiando principalmente alcune economie (Germania in primis, ma anche il sistema bancario al quale è stato destinato una buona fetta del PIL dell’eurozona) e contravvenendo a quello che avrebbe dovuto essere lo spirito Europeo che va costruito, mantenuto e tutelato.

14/02/2014
Valentino Angeletti
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Brevissima nota: privatizzazioni e CdP

Per le aziende di Stato o partecipate, se lo Stato non è in grado di investire a sufficienza per supportarne ed ampliarne il business, è giusto che vengano cercati capitali privati (dietro precisi piani di sviluppo, rigorosi controlli, vincoli e penali sul loro rispetto). La Banca d’Italia, già privata, è stata rivalutata e, a parte il tecnicismo implementativo, il concetto di innalzare il capitale sociale fermo a 156’000€ è sensato.

Non credo sensato invece pensare ad ulteriori importanti privatizzazioni della CdP, misura secondo alcune fonti vagliata dal MEF, assieme a Fincantieri, Poste, Enav, per raggiungere la quota di 8-9 miliardi. La CdP è l’unico ente che dovrebbe rimanere statale; il suo business non ha bisogno di capitali freschi, sarebbe un mero espediente per fare cassa privandosi di parte di un asset fondamentale per lo sviluppo del paese il quale, oltre a raccogliere i depositi postali e garantire i buoni fruttiferi, è dotato di enorme liquidità e finanzia la realizzazione di opere infrastrutturali che mai come ora sarebbero necessarie.

13/02/2014
Valentino Angeletti
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Il valore non aggiunto

Sono stati mappati in modo abbastanza chiaro alcuni problemi relativi al lavoro, all’innovazione, all’efficienza dei processi e della burocrazia che limitano la competitività dell’industria e del nostro paese tutto.

Spesso vengono denunciati gli obblighi burocratici, che comportano l’impiego di un numero di giorni molto superiore alla media europea per sbrigarne le pratiche, le normative non chiare né stabili, l’assenza di adeguata efficienza ed innovazione nei materiali utilizzati, nelle tecnologie, nell’ICT, nell’automazione, nei processi produttivi e nella supply chain, il “digital divide”, ma anche la poca istruzione e cultura informatica applicata sia al privato sia al business che invece le aziende estere posseggono e del quale non possono più fare a meno per consolidare ed espandere il proprio fatturato e la propria visibilità, il costo dell’energia, ma anche l’assenteismo, la poca dedizione di alcuni lavoratori, l’eccessiva tutela degli stessi lavoratori che si siano comportati palesemente in modo non etico o corretto nei confronti del datore; viceversa alcuna aziende non mettono a disposizione adeguati mezzi ed adeguati piani di formazione e sviluppo affinché i propri dipendenti “performino” nel migliore dei modi ed esprimano tutto il loro potenziale. Il sistema scolastico, formativo ed universitario poi pare totalmente distaccato dai bisogni delle aziende. Negli ultimi anni l’accesso al credito è divenuto quasi proibitivo, mentre la tassazione è aumentata raggiungendo i massimi in Europa.

Come al solito non è bene fare di tutta l’erba un fascio, ma non v’è dubbio che quelli menzionati sopra siano alcuni fattori realmente impedienti.

Tutto ciò contribuisce in modo sostanziale a rendere la produzione italiana una di quelle a più basso valore aggiunto d’Europa. Nel nostro paese il valore aggiunto di un prodotto persa per il 126% circa, contro il 200% della Romania.
Se questo dato viene inserito in un sistema industriale ove vi sono alcune eccellenze che hanno produzioni a valore aggiunto altissimo, come l’industria di precisione ad elevato contenuto tecnologico, la biomedica, la meccanica di nicchia (per fare alcune menzioni: Ferrari, Brembo, moda, lusso, oreficeria, alimentare ecc), ma anche le start-up innovative, si evince che la moltitudine di aziende “normali” crei valore aggiunto ancora inferiore rispetto al dato medio.

Non è più possibile pertanto pensare di difendere un sistema “fuori mercato” e da tempo non più competitivo che evidentemente ha vissuto fin troppo compromettendo la competitività del paese e contribuendo a diffondere una certa mentalità statica e poco avvezza alla flessibilità ed al recepimento di nuove sfide.

Questo processo urgente di cambiamento e riconversione va intrapreso immediatamente ed in modo deciso con il supporto di sindacati, industriali, persone e soprattutto della politica e delle istituzioni che di lavoro da sbrigare ne avrebbero ben donde, ma che non trovano mai il momento giusto per affrontarlo.

Si concludano dunque gli ultimi iter governativi per quelle riforme certamente importanti, come la legge elettorale, che però sarà probabilmente ostaggio dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della discussione sulla dimensione dei collegi e delle liste, si cambi conformazione di governo se necessario, ma poi si inizi davvero a supportare il paese, perché, praticamente in tutti i settori, ne ha dannato bisogno.

11/02/2014
Valentino Angeletti
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Tre elementi del risultato del referendum svizzero

Il 50.5% del popolo svizzero nel referendum tenutosi nei giorni scorsi sì è pronunciato favorevolmente all’applicazione di un calmiere al numero di immigrati col fine di limitare i permessi di dimora per stranieri imponendo “tetti massimi annuali e contingenti annuali” applicabili a tutti i permessi per stranieri, inclusi i cittadini dell’EU, i frontalieri e i richiedenti asilo; tali massimali saranno determinati in base alle esigenze economiche del paese e saranno vincolati dalla capacità del soggetto richiedente di integrarsi, di provvedere autonomamente a se stesso ed alla richiesta esplicita di un datore di lavoro.
La votazione non ha tenuto conto dell’orientamento del Governo e dei partiti politici principali non favorevoli al limite, mentre è stato soddisfatto del risultato il partito di estrema destra UDC. Se i cantoni francofoni e quello di Zurigo hanno votato contro la proposta, i cantoni tedeschi, le zone rurali ed il Ticino hanno avuto maggior peso, la percentuale ticinese dei favorevoli è arrivata quasi al 70%.

Potranno quindi sussistere problemi per i frontalieri italiani soliti oltrepassare la frontiera quotidianamente già trattati diversamente rispetto ai colleghi svizzeri (non vengono infatti applicati i medesimi contratti collettivi), ma avvantaggiati rispetto ai colleghi italiani che lavorano in patria.

Tale risultato, operativo in 3 anni, che fa esultare i movimenti antieuropeisti che permeano l’Europa, è stato considerato molto negativamente da Bruxelles; la Commissione ed il Parlamento europeo vedono messo a rischio il principio di libera circolazione delle persone e dei lavoratori e si sono spinti a sostenere di dover vagliare la possibilità di rivedere i trattati e gli accordi con lo stato elvetico.

Oltre al protezionismo nei confronti dei propri lavoratori in un momento dove probabilmente aumenta il timore che la disoccupazione contagi anche la Svizzera il cui popolo evidentemente ritiene che i lavoratori stranieri danneggino la loro economia più di quanto possano supportarla, questa decisione si presta ad essere letta considerando almeno altri tre fattori non così immediati come il voler tutelare l’occupazione interna.

Il primo è il peso in continuo deterioramento degli rapporti con il partner europeo che attualmente è ritenuto debole e non già necessario come un tempo; forse più una zavorra che un’opportunità.

Il secondo è rappresentato dagli accordi sulla trasparenza dei conti correnti e la trasmissione dei dati bancari che l’Europa ha preteso di implementare con lo stato confederato e che ha senza dubbio fatto scappare verso mete più esotiche e paradisiache un’ingente quantità di denaro e che quindi possono essere interpretati come un fattore indebolente per il forte settore bancario e dei servizi finanziari elvetici fondamentali per la loro economia. Adesso sono preferiti i capitali asiatici e medio orientali rispetto a quelli europei.

Il terzo è costituito dalle misure sul rientro dei capitali e dei condoni degli anni passati che, benché più teorici che reali, nell’immaginario dello svizzero medio, possono essere visti come un impoverimento.

L’Europa deve necessariamente pensare a quello che è accaduto considerando che uno stato piccolo, privo di materie prime e che usufruisce di un gran numero di immigrati europei come forza lavoro trainante una buona fetta della loro economia, abbia deciso di allontanarsi dall’ Europa la cui importanza si sta deteriorando tra tutti i partner economico commerciali, in particolare tra quelli storici e maturi.

L’immagine dell’Europa si sta sgretolando sia internamente che esternamente e questo gli stati europei, Germania inclusa, non possono permetterlo se vogliono mantenere attrattività e non compromettere una competitività già difficoltosa
Da qui si evince la necessità di riformare le politiche europee e di far rotta verso un’Unione più stabile, coesa e forte rispetto a quanto non lo sia adesso.
La trazione germano-centrica non è più sufficiente e tutti gli stati membri, chi prima (Grecia, Italia e Spagna), chi dopo (Germania), ne dovranno prendere atto, possibilmente prima che sia troppo tardi.

09/02/2014
Valentino Angeletti
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