Archivi del giorno: 14 febbraio 2014

L’influenza ininfluente della stabilità politica sulla finanza

L’attuale incertezza della futura conformazione politica italiana non sembra stavolta influenzare negativamente i mercati.

Dopo le annunciate dimissione di Enrico Letta che si completeranno oggi con la visita del Premier a Napolitano, è luogo comune dare per fatta una successione di Matteo Renzi. In realtà potrebbe non essere così scontato che il Presidente della Repubblica accetti senza colpo ferire le dimissioni del Premier che lui stesso ha voluto per la formazione di quel governo delle larghe intese per il quale ha deciso di accettare un secondo mandato al Quirinale.
Napolitano vorrebbe che almeno fossero portate a termine legge elettorale e semestre di presidenza Europeo, quindi fino alla fine del 2014. Il Presidente potrebbe chiedere al Premier di ripensarci in virtù dei flebili, ed a dire il vero poco significativi, dati appena emessi dall’Istat che rilevano un PIL in aumento dello 0.1% nell’ultimo trimestre 2013 ed un debito in calo di 36.5 mld di € a dicembre 2013, attestandosi a 2’067.5 mld di € (siamo in attesa del pronunciamento di Moody’s sul rating italiano).
Vero è che del Governo Letta, non per colpa del Premier ma per le oggettive difficoltà, si ricordano più gli insuccessi che i successi, ad iniziare dal caso Kazako e dei Marò in India, passando per la diatriba IMU, il Salva Roma che è diventato un salva tutto, le figure misere di alcuni Ministri come la Cancellieri, lo scontro Saccomanni-Carrozza, le dimissioni di Fassina, la De Girolamo, varie dichiarazioni improprie e relative smentite (da Zanonato a Saccomanni) e poi le missioni all’estero durante le quali internamente succedeva qualsiasi cosa: era negli USA per rassicurare gli investitori quando in Italia Berlusconi abbandonava il PDL fondando FI e nel contempo cercavano cavilli per modificare le leggi OPA così da osteggiare Telefonica nell’affare Telecom, poi i problemi annosi di Alitalia, gli scontri duri con Sindacati e Confindustria sul tema del lavoro e delle vertenze aziendali, la disoccupazione in crescita e così via.

Difficoltà interne simili dovrà affrontare Renzi (che a chi gli intima attenzione poiché potrebbe bruciarsi risponde citando Frost…), assieme alla complessità nel cercare alleati e nella formazione dei gruppi parlamentari che potrebbero essere più centristi o più rivolti a sinistra, ma difficilmente assieme nella stessa entità. Anche andare al governo con NCD non sarà semplice e FI probabilmente chiederà un passaggio alle Camere.
La possibilità delle elezioni è osteggiata dalla legge elettorale proporzionale che non piace quasi a nessuno se non al M5S, anch’esso un incognita nel rapporto con Renzi.

Nulla di scontato quindi, ma nonostante il marasma i mercati sembrano non esser interessati alle vicende. Lo spread italiano si mantiene nell’intorno dei 200 pti base, BOT, BTP ed in generale i titoli di stato hanno i tassi ai minimi a testimonianza che stavolta lo sperad non è frutto di un incremento dei tassi sui BUND tedeschi, anch’essi in calo.
Una prima interpretazione potrebbe essere che Renzi e la sua intenzione di cambiare e svecchiare, di avere voce in capitolo sulle nomine delle aziende partecipate, sulla politica finanziaria, industriale, energetica ed il fatto che sia vicino a molti manager, piaccia ai mercati ed alla finanza, in realtà non è questa la causa principale.

Quando nel 2010/11 l’instabilità politica fece balzare alla stelle lo spread italiano la situazione macroeconomica generale era differente. C’erano i mercati emergenti che correvano ed offrivano altissimi rendimenti a causa dell’alto rischio legato alla loro fragilità politica ed a monete proprie altamente instabili, però l’impostazione era positiva ed attraente; in aggiunta a ciò iniziarono i QE in tutto il mondo dal Giappone agli USA, dallo UK alla Cina, tutte le banche centrali iniziarono a stampare, a parte la ECB che non può emettere liquidità direttamente.
Una massa di denaro fresco quindi si stava riversano nella finanza (e se fosse andata nell’economia reale in particolare in Europa forse avremmo una impostazione migliore) e per ottenere rendimenti alti gli investitori si rivolsero principalmente agli emergenti. Questo meccanismo ha fatto scatenare gli acquisti su tali paesi convogliando anche i capitali fin lì allocati nei mercati maturi che stavano invero traballando (all’epoca Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) verso nuove destinazioni. Il fattore dell’instabilità politica è stato dunque uno dei tanti, non l’unico né lo scatenante.

La situazione attuale è differente. Dall’inizio della crisi l’economia finanziaria è stata inondata da 27’000 miliardi di $ di liquidità fresca che cerca rendimenti. Negli emergenti ultimamente si stanno verificando le situazioni fino ad ora scongiurate facendoli preferire a mercati più sicuri, ma meno profittevoli, come le crisi politiche e monetarie ed un generale rallentamento dei loro tassi di crescita. Nello stesso tempo i mercati maturi stanno reagendo alla crisi riprendendosi più o meno lentamente ed offrendo buoni rendimenti, a basso rischio e con prospettive di crescita.

La finanza non attende le notizie per regolarsi, le utilizza per giustificare il proprio comportamento, ma sa bene dove vuole dirigersi. Se vede profitto in una direzione è semplice, nelle migliaia di notizie giornaliere, trovarne una che giustifichi l’andamento, lo stesso vale in caso contrario.

Gli investitori si stanno spostando verso mercati relativamente tranquilli ma con rendimenti non trascurabili e l’Italia, a patto di non tirare troppo la corda sfidando la volatilità dei mercati, è una destinazione plausibile e la sua stabilità politica in questa impostazione non è troppo influente, passa in secondo piano rispetto al rischio, al beneficio ed alla prospettiva.

Diverso il discorso della percezione che ha l’Europa nei confronti delle nostre istituzioni. Europa che, qualsiasi sarà il Governo venturo, dovrà essere un interlocutore primario e col quale negoziare con autorità sul parametro del 3%, sulla Golden Rule ed in prospettiva sul fiscal compact. La stessa OECD ha criticato la politica, adottata fino ad ora, di austerità che ha creato enorme disagio sociale, sentimento anti europeo ed è costata troppo alle classi medie e più disagiate di tanti paesi avvantaggiando principalmente alcune economie (Germania in primis, ma anche il sistema bancario al quale è stato destinato una buona fetta del PIL dell’eurozona) e contravvenendo a quello che avrebbe dovuto essere lo spirito Europeo che va costruito, mantenuto e tutelato.

14/02/2014
Valentino Angeletti
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