Archivi Mensili: marzo 2014

Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui

Continuiamo il ragionamento sul capitale sociale ed umano, tema centrale del convegno di Bari organizzato dal Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel.
All’unanimità si può affermare che le persone e la loro valorizzazione sono il punto da cui ripartire sia a livello nazionale che europeo ed internazionale in genere. Sono i pilastri sui cui fondare la ripresa economico-sociale, la riscoperta dei valori, il rinnovamento e la creazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, onesto, flessibile, che offra opportunità e che, anche a detta di prestigiosi economisti, è stato sacrificato da qualche anno a questa parte sull’altare dell’egoismo e del profitto, principalmente finanziario, prevaricante rispetto alle capacità, al lavoro ed alla produzione.

Tali considerazioni sono a questo punto della fase storica chiare a tutti coloro, e durante la crisi sono aumentati, che siano un minimo attenti alle vicende del mondo che li circonda.
La non valorizzazione del capitale umano, dei talenti, il sistema di istruzione non all’altezza dei migliori modelli statunitensi, canadesi e britannici o la percentuale di laureati molto inferiore rispetto agli stati del nord europa come Svezia e Danimarca, la presenza di un consistente numero di NEET costa al paese sia in termini di potenziale sprecato, sia in termini più venialmente economici (per approfondire: convegno capitale umano parte 1).
Sì badi che la valorizzazione del capitale umano nulla a che vedere con il concetto di rottamazione legato all’anagrafe. Nessun connotato personale può essere determinante per la scelta dei migliori se non il merito, le inclinazioni e la volontà di mettersi umilmente in gioco.
Da sempre lo sostengo e ne ho avuto ulteriore conferma ascoltando un, come al solito brillante, Rodotà parlare di internet, nuove tecnologie e delle opportunità e rischi che offrono. Sono sempre più convito che non si debba parlare di rottamazione generazionale, ma si debba cercare la contaminazione, la collaborazione, di unire il meglio delle differenti generazioni in un percorso di formazione e miglioramento costante e continuo per plasmare dirigenti e politici di spessore.
Il capitale sociale ed umano, i talenti, le risorse da scoprire e valorizzare per rilanciare il paese e tutta l’Europa prescindono dall’età, non dalla capacità di innovare e dalla disponibilità ed altruismo che c’è nel tramandare ed insegnare, nonché dall’umiltà di saper ascoltare ed imparare. Il verificarsi delle condizioni primordiali, affinché il paese, l’Europa ed il mondo virino verso un nuovo ed innovativo paradigma di sviluppo economico sociale, dipende dalla capacità delle istituzioni pubbliche e delle aziende private di saper incanalare ed avvicinare queste risorse mettendole nelle condizioni di colloquiare ed esprimersi.

Il processo di investimento sul capitale umano, della sua scoperta e valorizzazione è però complesso, necessita di tempo e di una regia trasversale perfettamente congeniata.
I tre attori principali sono il singolo, le istituzioni pubbliche ed le aziende private.

La singola persona, e questo vale per tutti noi, deve avere certamente potenziale, ma non basta; deve possedere l’umiltà di imparare, ma anche l’ambizione e la determinazione di perseguire un obiettivo, di proporsi e mettersi in gioco, di lavorare per se e per la collettività. Deve sapere che il suo sacrificio sarà un investimento a lungo termine in quanto la situazione è tale che solo con uno sforzo svolto all’unisono è possibile, nei tempi richiesti e quindi probabilmente oltre i 5 anni, recuperare parte di ciò che questa crisi ci ha portato via. Deve farsi largo un concetto di apertura mentale, flessibilità e di costante apprendimento e riqualificazione, al servizio di un sistema che di contro offra opportunità sempre nuove dovute all’incessabile dinamicità che già lo caratterizza e che lo caratterizzerà sempre di più. L’innovazione tecnologica ad esempio rende i cambiamenti, anche radicali, molto più veloci rispetto ad un tempo; mentre se anni fa nell’arco di una vita si poteva essere attivamente protagonisti di un singolo cambiamento “epocale” ora dobbiamo abituarci a questo tipo di eventi ed essere pronti a reagire immediatamente. Innovazione tecnologica abbiamo detto, ed innovazione è un’altra parola chiave al quale le persone devono essere propense nel modo di pensare e rapportarsi con la realtà delle cose.

Il secondo elemento sono le istituzioni pubbliche. Il sistema d’istruzione, scolastico, universitario e della ricerca deve essere profondamente riformato. Deve essere in grado di “sfornare” eccellenze siano esse brillanti laureati e dottori, oppure figure professionali pronte al mondo del lavoro. La competizione con le altre università deve avvenire sull’eccellenza dell’offerta formativa, magari meno ampia di quanto non sia adesso, ma di primissima qualità. Come per le più prestigiose università anglosassoni le risorse uscenti dai nostri istituti dovrebbero essere ricercate in tutto il mondo e possibilmente dovrebbero poter, eventualmente dopo un periodo all’estero che arricchisce sempre e comunque, dare il loro contributo al nostro paese qualora fosse il loro desidero (come lo è per molti che però si vedono costretti ad emigrare). Le scuole e le stesse università devono poi saper rispondere alle esigenze delle aziende, si deve quindi puntare a riavvicinare il mondo del lavoro con quello dell’istruzione ad oggi universi quasi separati. Tutto ciò rende necessario investire sulla scuola e sulla ricerca, adeguando anche stipendi a livelli più prossimi a quelli del resto d’Europa. Fare ricerca universitaria deve garantire il giusto grado di riconoscimento economico e la carriera nel mondo della scuola non deve essere preclusa dai secolari baronati, ma deve prediligere il merito.
Il merito deve essere il driver per ogni istituzione pubblica. La politica si deve “inchinare” a cercare in ogni strato sociale le persone giuste, competenti e dotate delle caratteristiche di cui al punto precedente. Ogni commissione, ogni task force governativa, ogni gruppo di lavoro specifico, devono comporsi del miglior capitale umano di quel settore mescolando età, competenze, genere, in un “meltin pot” costruttivo, sincero e disinteressato, o meglio, mosso dall’unico interesse di migliorare la società, lo Stato, le condizioni dei cittadini. Le istituzioni devono poi impegnarsi ad innovare loro stesse  per essere più efficienti ed efficaci ed appoggiare l’innovazione abbattendo la burocrazia imperante.

Il terzo ed ultimo elemento è costituito dalle aziende private. Fra queste si deve far distinzione tra le eccellenze tipicamente PMI, le realtà più locali e nazionali e le grandi e strutturate aziende e multinazionali.
Le prime sono sopravvissute egregiamente alla crisi in quanto dotate di intrinseca capacità di innovare, cogliere le sfide del futuro, le opportunità delle tecnologie, della globalizzazione, dell’export e basarsi sulle proprie risorse in grado di fare in modo unico operazioni e prodotti altamente specializzati dando vita all’eccellenza del made in italy; le aziende locali e nazionali hanno invece sofferto della loro piccola dimensione, dell’assenza di una filiera distributiva in grado di rendere visibili all’estero le loro produzioni, l’assenza di diversificazione ed investimenti in innovazione rispetto ad un prodotto che fino ad ora, principalmente nel mercato interno, aveva garantito buon i margini di guadagno, condizione non più vera dal momento che i consumi sono calati drasticamente; infine le terze, ossia le aziende grandi e strutturate, troppo complesse per seguire rapidamente il cambiamento ed essere capaci di innovarsi tempestivamente, spesso propense in modo troppo rischioso alla finanza sottraendo investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione.
Per tutte e tre le tipologie vi deve essere una burocrazia più snella e dal canto loro più investimenti (oltre il 3%) in ricerca, sviluppo, tecnologie, innovazione, filiera distributiva anche verso l’estero, capacità di attrarre capitali ed investitori esteri così da ingrandirsi, fare massa critica e divenire competitive a livello globale. Deve essere recuperata efficienza, rapidità ed i prodotti o servizi devono avere più valore aggiunte di quanto non abbiano ora (in media le aziende italiane producono beni a valore aggiunto inferiore rispetto alla Romania). In ultimo, ma non per importanza, le persone che le costituiscono. Se per le realtà medio-piccole il rapporto con i propri dipendenti e collaboratori è quasi familiare e quindi è più semplice valorizzarli, così non è per le grandi realtà dove le persone spesso rischiano di essere numeri. In queste multinazionali l’innovazione deve includere anche i processi con cui vengono gestite le risorse umane. La funzione H&R diviene fondamentale deve saper dialogare con le proprie risorse, parlare apertamente ed in trasparenza, comprenderne attitudini, ambizioni, prospettive, disponibilità a crescere e mettersi in gioco, deve fare della meritocrazia l’evidente driver per gli avanzamenti, garantire giuste ricompense e chiare prospettive. Ogni soggetto, che dovrebbe avere la proattività di proporsi ove fosse necessario per via di H&R poco ricettive, se stimolato è in grado di innovare e contribuire al miglioramento dell’insieme, al contrario se le persone si sentono lasciate sole oppure se ritengono di far parte di un meccanismo in cui vi è poca limpidezza tendono a chiudersi, svolgere meramente il proprio compito nel migliore dei casi al limite della sufficienza, finanche, se particolarmente zelanti e determinati, a lasciare l’azienda per realtà ove si possano avere reali prospettive. Spesso capita che vi siano eccellenti risorse non adibite alla mansione giusta per le loro propensione e che quindi contribuiscono per una frazione del loro potenziale e ciò, in periodi di alta competitività e mercato aggressivo, non si può permettere. Inutile sottolineare come tutto questo costituisca un impoverimento per le aziende che non possono permettersi se vogliono avere l’ambizione di competere in un contesto ove solo i migliori, che è sinonimo di migliori risorse, sopravvivono.

Quando questi tre fattori convergeranno verso l’ottimo saremo sulla buona strada affinché il capitale umano, che l’Italia possiede in quantità, contribuisca in misura adeguata e sostanziale alla crescita ed al rilancio del sistema economico-sociale.

Argomenti correlati:
Il futuro scorre rapido e richiede adattamento
Il valore non aggiunto

30/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero

Oggi e domani a Bari il Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel promuovono il convegno: “Il capitale sociale: la forza del Paese” incentrato sullo sviluppo dei talenti come driver di innovazione e di sviluppo del sistema Italia.

Secondo il CSC puntare sull’istruzione potrebbe far incrementare il reddito pro capite in media del 15%, inclusi bambini ed anziani, in totale circa 320 miliardi di € all’anno. I Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non si stanno formando costano circa 32 miliardi di € all’anno, senza considerare che più istruzione vorrebbe dire una società più equa, con più opportunità, più flessibile, più aperta e recettiva. In sostanza più capace di cogliere gli elementi positivi della globalizzazione.

Quanto emerge dallo studio di CSC è totalmente condivisibile, ma presuppone, secondo una mia personalissima opinione, alcuni elementi imprescindibili.

Il primo punto, del quale si deve fare carico principalmente il Governo, è che il sistema di istruzione deve essere riformato profondamente in modo che riesca a sfornare laureati e dottori, ma anche tecnici e professionisti, validi ed eccellenti, che sappiano rispondere alle esigenze dell’azienda. Serve dunque un sistema scolastico-universitario di qualità e che agisca in stretto rapporto con le imprese, i distretti industriali, i territori e le multinazionali e ne assecondi le richieste.

Il secondo punto, da affrontarsi in collaborazione tra pubblico e privato, è che il substrato economico-sociale deve essere in grado di assorbire queste risorse e nel farlo deve dare importanza alla meritocrazia. In media ciò al momento non accade neppure per le figure a più alto profilo, le quali tendono ad andare all’estero ove solitamente possono realizzarsi con più facilità. Il dilemma di una famiglia se risparmiare per dare un piccolo capitale al figlio o se investire nella sua istruzione deve trovare risposta nella seconda opzione. Per semplificare, in questo momento capire se sia meglio dare un pesce o insegnare a pescare non ha risposta chiara, perché il pesce si consuma in un solo pasto ed al contempo manca il fiume in cui pescare. Si deve quindi creare, non senza sforzi, un bacino artificiale e riempirlo di salmonidi.

Infine il terzo punto è principalmente in carico alle aziende private. Il meccanismo di formazione interno alle aziende è anch’esso sovente lacunoso. Non vi è trasparenza e formazione adeguata e non si da la possibilità alle risorse meritevoli ed ispirate di intraprendere percorsi di approfondimento che magari singolarmente o col solo supporto della famiglia non hanno potuto affrontare principalmente per ragioni economiche (si fa riferimento a master, MBA, dottorati, ecc).
Le aziende inoltre denotano una sostanziale incapacità nel riuscire a valorizzare al meglio le risorse (di ogni età) che impiega, di comprenderne potenzialità ed inclinazioni, aspettative ed ambizioni, preferendo percorsi, quando esistono, standard e lineari che potrebbero portare le persone ad annichilirsi, sentirsi non realizzate ed a contribuire in maniera infinitesimale rispetto a quanto potrebbero, finanche, nel caso di persone particolarmente determinate, a cercare l’uscita dall’azienda.

Agendo su questi tre fattori a mio avviso si potrebbero ottenere davvero ottimi risultati in termini di riequilibro sociale, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro ad altissimo profilo, inclinazione all’innovazione ed all’ottimizzazione nell’uso delle nuove tecnologie, crescita dei talenti e del sistema paese nel suo insieme, reimpostazione di una logica meritocratica, felicità dei singoli, benessere generalizzato, benefici per le persone, per il paese e per le aziende.
I lacci ed i lacciuli che Ignazio Visco durante un seminario alla Luiss ha accusato di bloccare lo sviluppo del paese con complicità di associazioni datoriali e sindacali, devono essere sciolti anche nel sistema dell’istruzione, dell’università, della formazione, della scuola e della ricerca.
In caso contrario la laurea, il prestigioso master o dottorato rimarranno un vessillo da appendere alla parete della camera da letto…. neppure in quella dell’ufficio che presuppone la chimera dell’impiego.

Il lavoro, le aziende, la società sono costituite in primis da persone, che ne costituiscono gli atomi. Se esse si trovano bene, se sono realizzate, se sono stimolate, anche attraverso il miglioramene ed il cambiamento continuo (e non il balletto tra contratti precari e part time al limite dello sfruttamento), se sono ascoltate e gratificate, fortificano l’insieme di cui fanno parte e contagiano con la loro voglia, curiosità, spinta innovativa e proattività ogni età e livello gerarchico.

28/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia

Sì è concluso il viaggio del Presidente USA in Italia. Ovviamente Obama ha mostrato tutto il suo apprezzamento per le personalità ed istituzioni che ha incontrato: dal Papa che ammira profondamente, che potrebbe essere un’icona a Stelle e Strisce e col quale ha parlato di temi etici, ma anche della povertà dilagante, della fame e della crescente disuguaglianza che i due leader vorrebbero debellare a cominciare dalle forme più estreme; al Presidente della Repubblica Napolitano con il quale vi è una lunga amicizia e con cui ha parlato tra le altre cose dei temi internazionali e della Russia che il Presidente italiano non vorrebbe isolare, ma riavvicinare con la diplomazia; fino a concludere con l’incontro con il Premier Renzi.

Poiché i convenevoli, quasi eccessivi, sono esternazioni, anche se sincere, di certo rituali che si rinnovano ad ogni incontro istituzionale tra Leaders (ricordiamo gli incontri tra Merkel e Monti e Letta prima e Renzi poi, oppure quelli tra lo stesso Obama, con i predecessori di Renzi), non c’è troppo da crogiolarsi per questa “profonda sintonia” verbale. Occorre guardare oltre alla dichiarata stima, all’appoggio alla politica di Renzi, al processo riformatore ed ai complimenti per l’energia che il nostro Premier indubbiamente mostra nell’aggredire i problemi, e forse la parola energia non è sta usata a caso perché il tema energetico è di primo piano per analizzare alcuni aspetti.

Innanzi tutto Obama inserisce il viaggio in Italia, che aveva come primo obiettivo l’incontro con il Papa, in un tour Europeo e medio orientale che ha visto, per la prima volta dal suo insediamento nel 2009, il presidente USA recarsi presso le più alte istituzioni Europee; dopo l’Italia sarà la vota di Riad, Arabia Saudita. La crisi Russo-Ucraina ha infatti mutato la politica estera statunitense, fino ad ora orientata ad un progressivo ritiro dal Mediterraneo e dal Medio-Oriente perché la rivoluzione dello Shale Gas stava (e sta) portato gli States verso l’indipendenza energetica. Il presidio strategico della zona era garantito dalle basi statunitensi e NATO presenti nei paesi alleati, come appunto l’Italia, quindi una riduzione dell’impegno militare poteva avere un senso, considerato l’approvvigionamento energetico interno ormai raggiunto e l’abbattimento dei costi che ne sarebbe derivato.
Ora le cose stanno cambiando, già da svariati mesi si è assistito ad un escalation delle dimostrazioni di forza di Putin ed il timore degli USA è che la dipendenza energetica dell’Europa (Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche Germania ed Italia) nei confronti della Russia porti il vecchio continente ad essere eccessivamente clemente con Putin al quale saranno dirette sanzioni via via crescenti.
Nella stessa ottica si inseriscono il piano di aiuti (tra i 10 ed i 13 miliardi di $) che l’ IMF varerà a supporto dell’Ucraina, la quale non può più contare sull’appoggio russo ed alla quale Putin e Gazprom stanno chiedendo di saldare i debiti per le forniture (qualche miliardo di $) intimando lo stop delle esportazioni di gas, ed il via libera proprio di Obama alle export di gas naturale dagli Usa verso le coste europee.
Si ricorda che la maggior autonomia energetica del continente è uno degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea.
La questione dell’energia è stata, è tuttora, e lo sarà sempre di più, di decisiva importanza per lo sviluppo e la crescita dei paesi, per i rapporti di forza e le strategie geo-politiche.
Le grandi multinazionali a cominciare da Gazprom e Rosneft (la seconda produttrice di Oil dopo la saudita Aramco) stanno ampliandosi nei settori affini, ultimamente Rosneft, già al 20% di Saras, ha rilevato il 13% di Pirelli (circa 500 miliardi di $ di investimento in un settore, quello degli pneumatici, molto vicino al petrolifero) e si sta apprestando, sempre che gli USA non blocchino l’operazione per le tensioni con la Russia, a rilevare la divisione commodities di Morgan Stanley, deputata al trading di materie prime appunto. Gazprom agisce pressappoco allo stesso modo sul fronte del gas e dell’upstreaming. Non sono da meno le grandi compagnie di stato cinesi, che operano nei settori energy, oil&gas e delle terre rare eseguendo acquisizioni in tutto il mondo, incluse Canada, Africa ed USA (dove alcune operazioni sono state bloccate dal Governo statunitense). La banca popolare cinese ha superato quota 2% del capitale di Enel ed ENI attingendo al flottante e diventando il secondo azionista dopo lo Stato.

Un secondo punto strettamente legato alle crisi internazionali è la spesa per la difesa: “la sicurezza non è gratis”, dice il Presidente statunitense.
Obama ha esplicitamente dichiarato che se gli USA, grande potenza con il più grande esercito e quindi spesa in valore assoluto, impegnano il 3% del PIL sulla difesa, analoga proporzione deve essere rispettata anche in Europa. L’attuale impegno europeo dell’ 1% del PIL crea uno squilibrio troppo grande. Forse qualche velato riferimento ai tagli italiani, parzialmente connessi all’acquisto in 7 anni dei 130, ridotti a 90, caccia F35 di produzione americana da circa 100-135 mln di € cadauno, sulla spesa militare stimata attorno ai 16 miliardi di € annui si è percepito.
La risposta di Renzi ha lasciato aperte tutte le porte, assicurando, come ha sempre fatto fino ad ora, il rispetto degli accordi, ma con un occhio al budget, visto che comunque i mercati, che qualche influenza politica oltre che finanziaria ce l’hanno, intimano la riduzione strutturale del debito.
La questione sulla spesa militare, sulla difesa, ed in particolare sulla NATO è tutt’altro che chiusa e risolta e necessiterà di ulteriori dialoghi.
La struttura europea fa sì che in campo militare non vi sia né coordinamento reale tra gli Stati membri, né un esercito (di mezzi e uomini) comune, né un piano strategico condiviso, è quindi evidente la dipendenza in questo settore dall’alleato USA e dalla NATO.

L’ultimo punto che vogliamo affrontare è quello del rapporto economico Europa-USA. Nei prossimi mesi dovrebbe essere sottoscritto il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo che riduce le barriere commerciali tra USA ed Europa e che rappresenta per ambedue le economie e per il mondo in generale un passo importante. Secondo alcune stime della Commissione Europea, potrebbe portare benefici per € 120 mld in Europa, € 90 mld in USA, € 100 mld nel resto del mondo.
Il rapporto Europa-USA però non può prescindere dalla ripresa dell’economia europea.
Infatti, se i provvedimenti di Obama in USA hanno ridato slancio, non vale lo stesso per il vecchio continente che continua, mediamente, ad affrontare notevoli difficoltà. Obama ha sottolineato che una ripresa europea è fondamentale per gli scambi USA-EU e per il rafforzamento dell’ Import-Export. A dire il vero con il livello di cambio in essere a beneficarne sarebbero più le esportazioni USA e quindi capitale europeo che attraverserebbe l’Atlantico, che non viceversa.
Perché questa ripresa avvenga il Presidente ha indicato in modo non troppo nascosto che alcuni Stati più forti (implicito riferimento alla Germania) devono abbassare il loro surplus commerciale incrementando i loro consumi interni rispetto alle esportazioni e facendo da locomotiva a tutto il continente. Prima ancora di ciò è però necessario il rilancio generalizzato dei consumi e del potere d’acquisto con una politica meno austera e vincolata a rigidi parametri, misure volte a lottare contro la disoccupazione dilagante ed una politica monetaria realmente accomodante. L’allineamento con Renzi e col PSE a guida Schulz è lampante.
Renzi si è detto ispirato dalla politica di Obama che rappresenta un suo modello, ma questo modello, che fin qui ha funzionato, è bene ricordare che è fatto di spesa pubblica e deficit oltre il 10%, un debito oltre i 17’000 mld $ (che ha comportato la revisione del tetto rischiando il fiscal cliff) detenuto in gran parte dai cinesi, una politica monetaria fatta di QE e di stampaggio di nuove banconote indirizzata quasi mese per mese dai dati sulla disoccupazione (obiettivo al 6.5%), grandi investimenti pubblici, sostegno al lavoro decisamente molto flessibile, sostegno al reddito con l’introduzione di un salario minimo e non con la competizione sui prezzi e salari come accade in Italia esponendola al rischio deflattivo, regime fiscale meno oppressivo, norme più chiare, e, non in ultimo (non ci stancheremo di ripeterlo vista la sua importanza), la rivoluzione energetica. Tutto ciò è stato in grado di innescare un meccanismo di re-industrializzazione degli USA attirando capitali ed imprese estere o che avevano delocalizzato.
Sostanzialmente il contrario di quanto è stato seguito in Europa e di quanto Renzi, Schulz e tutti i sostenitori di un’Europa sì più flessibile, ma al contempo più forte, omogenea (norme, finanza, banche, fisco, ecc) solidale e coesa, dovranno cercare, magari in prima istanza parzialmente, di far approvare alla burocrazia europea ed alla Germania.
Germania che si appresta ad ospitare, quasi fosse una contromossa, la visita del Presidente Cinese Xi Jinping, certo che tra i due stati si potrebbe creare un legame economico-commerciale forte ed indissolubile. In effetti pensare all’unione di due economie e manifatture simili, potenzialmente in grado di coprire da sole le proprie esigenze di materie prime ed il fabbisogno di gran parte del mondo rivolgendosi sia ai benestanti, con prodotti di alto di gamma made in Germany, sia alle masse, grazie ai prodotti a basso costo cinesi, può far tremare i polsi a tutti competitors.

L’asse e la condivisione degli obiettivi, che stando alle dichiarazioni pare esistere, tra Schulz, candidato PSE alla presidenza della Commissione EU, e Renzi, Premier in Italia la quale a luglio avrà i sei mesi di presidenza europea, si arricchisce di un terzo membro, Obama e gli USA.
Questa visione comune deve essere sfruttata e supportata da altri attori, come Francia e Spagna, per dirigere, ed Obama in questo anno di elezioni di medio termine dovrà partecipare attivamente spendendosi di persona, l’Europa verso un modello più sostenibile e riformatore, che non porti allo sfascio economico-sociale, all’ulteriore impoverimento della classe media già in via di estinzione ed al rafforzamento delle derive anti europee.

Link correlati:
Decennio Usa
Politica tedesca
Riforme europee
Obama – Italia a problemi simili soluzione antitetiche

27/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Lavoro pubblico e privato/autonomo: quando la politica deve agire per arginare una sensazione di inequità

Premettendo che il settore pubblico, il quale è tirato avanti grazie al sacrificio di alcuni eroi che si sobbarcano il lavoro non svolto da altri, più che di eccesso di impiegati, non superiori rispetto a Stati paragonabili all’Italia, è afflitto da una cronica inefficienza e scadenza del servizio, la strategia di ridurre i costi prepensionando circa 85’000 dipendenti ed assumendo giovani, in numero inferiore, che inevitabilmente consteranno meno, saranno mediamente più propensi all’uso di nuove tecnologie e potranno essere adibiti a funzioni più utili ed in zone geografiche in cui c’è maggiore necessità lascia, aperte due questioni.

Da un lato le buone intenzioni che provengono dal voler sostenere l’impiego giovanile e dal voler introdurre una spinta innovativa che ripagherà nel medio termine, dall’altro il problema che si sposta dalla spesa pubblica a quella previdenziale dell’INPS che come è noto dopo l’integrazione con INPDAP ed fondo pensione dirigenti potrebbe non essere finanziariamente così solida quanto un tempo. Il provvedimento rischia quindi di essere un boomerang, anche perché le pensioni del pubblico impiego sono mediamente superiori alla media e godono quasi in toto, per coloro che si apprestano ad usufruire del prepensionamento in questi anni, del sistema retributivo.

Viene inoltre sollevato un problema di equità sociale, infatti se i dipendenti pubblici possono lasciare il lavoro prima dei termini avendo assicurato un trattamento pressoché identico o minimamente penalizzante, perché ciò avviene solo parzialmente, lasciando la decisione all’azienda, nel privato e non può avvenire per i lavoratori dipendenti ai quali la vita lavorativa si è allungata notevolmente, ove il lavoro è in media più usurante e dove le pensioni sono oggettivamente, e ciò è dimostrato da vari studi, insufficienti al sostentamento anche di una sola persona?

Sia il lavoratori pubblici che privati ed autonomi hanno vissuto un netto calo di potere d’acquisto, o per il mancato rinnovo dei contratti e degli adeguamenti nel caso dei primi, o per il taglio dei premi di produttività per i privati, o per via della maggior tassazione, delle imposte dirette ed indirette, degli aumenti dell’iva e del calo generalizzato dei consumi per gli autonomi; una nuova lotta tra poveri quindi. Solo i grandi evasori e detentori di immensi patrimoni hanno continuato ad arricchirsi, anzi, in questo periodo, sono riusciti a farlo più rapidamente rispetto a prima.

L’ottimizzazione della spesa pubblica, il taglio dei costi, la riduzione del debito, la crescita, la creazione di posti di lavoro sono capi saldi del rilancio del paese e dell’Europa, ma bisogna fare attenzione a non scendere a compromessi preferendo soluzioni semplici, di dubbia efficacia, ancora sulle spalle dei contribuenti e che danno la sensazione dell’esistenza di una classe privilegiata, rispetto a soluzioni più strutturali che rilancino la necessità di nuova forza lavoro aprendo la possibilità dell’affiancamento e del ricambio generazionale tanto nel settore pubblico quanto in quello privato.

25/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Alleanza in Europa, pragmatismo in Italia…per ora va bene così…

Da Bruxelles molto positiva è la dichiarata intesa tra Schulz (SPD-PSE) e Renzi con l’obiettivo di una Europa, si solida dal punto di vista dei conti, ma flessibile, dinamica, collaborativa e realmente unita. Alle dichiarazioni, che devono guardare oltre le elezioni e la campagna elettorale, dovranno seguire i fatti perché risultati ambiziosi si ottengono solo con squadre forti e strategie ben congegnate. Probabilmente la via dell’alleanza forte, “open minded” e conscia di una difficile realtà sociale, è l’unica per combattere gli anti-europeismi, ma ancor prima per condurre l’ EU in un rinnovato percorso.

Dall’Italia, forum di Cernobbio di Confcommercio dove, nonostante i dati leggermente positivi di gennaio, non c’è stato troppo ottimismo su crescita e consumi interni principalmente a causa della maggior pressione fiscale che ammonta a 70 mld € tra il 2008 ed il 3013, il pragmatico Ministro del lavoro Poletti non ha voluto diffondere false aspettative dichiarando che benefici realmente tangibili sul mercato del lavoro e su occupazione si vedranno di qui a 3-4 anni…noi già lo sapevamo, ma la verità è sempre e comunque apprezzata.

Anche il Ministro Padoan, MEF, è stato chiaro, la spending review strutturale è fondamentale così come l’attenzione sui conti e l’abbattimento del debito che verrà aggredito proseguendo anche sulla via delle privatizzazioni (sarebbe già pronto un nuovo piano ad integrazione di quello del Governo Letta, al momento comunque le società coinvolte sarebbero le medesime, quindi Poste, CdP, FS, Enav, Sace, Stm, Grandi Strazioni, ENI, Fincantieri), ma risultati concreti in termini di risparmi e di crescita che non si limiti all’attuale stagnazione dovuta a persistenti incertezze e fragilità congiunturali, si vedranno nel medio periodo. Il ministro ha voluto anche ricordare come paesi ove i vincoli europei siano stati meno rigidi, ad esempio concedendo più tempo per rientrare nel rapporto del 3% deficit/PIL, abbiano potuto applicare politiche meno austere e recessive pesando meno su società, cittadini ed imprese.

Del resto il disagio sociale è cresciuto dal 25.3% del 2008 all’attuale 30% (inconcepibile per un paese civile ed industrializzato) contro una media Europea del 25% (di queste ore è la notizia di pesanti scontri a Madrid contro le politiche di austerità imposte dal Governo spagnolo Rajoy). Il periodo 2007-2013 ha visto un calo del PIL di 9 punti percentuali e la crescita fino al 2007 era già inferiore (circa la metà) rispetto al resto d’Europa. Lo 0.5-0.7% di crescita prevista per questo anno che segue lo stop della caduta iniziato dal terzo trimestre 2013 è ancora poco e lo scenario macroeconomico circostante rimane delicato. Altrettanto delicato è poi il quadro geo-politico, ove la crisi Ucraina ha messo in luce una certa difficoltà dell’Unione nel coordinare azioni di politica estera in modo tale da essere un player fondamentale, a ciò si unisce il problema dell’approvvigionamento energetico da zone politicamente e socialmente instabili che rimane un fattore di alto rischio per l’EU ed a maggior ragione per l’Italia. L’obiettivo dell’Europa (e dell’Italia) di giungere, attraverso le rinnovabili, l’efficienza, un mercato unico, l’ottimizzazione delle fonti convenzionali, un miglior utilizzo del gas naturale presente e la possibilità di importarlo da zone ove non siano presenti conflitti (rigassificatori per importare LNG dagli USA o gasdotti che bypassino le zone a maggior rischio), l’abbattimento degli inquinanti, l’innovazione tecnologica, ad essere meno dipendenti dall’estero, ed in particolare da zone di tensione, è di primaria importanza e le vicende libiche e mediorientali prima ed ucraine poi lo dimostrano per l’ennesima volta. Oltre al pericolo di ultima istanza, che è quello di non vedere più approvvigionate adeguatamente alcune zone del vecchio continente, vi è la costante fluttuazione dei prezzi delle materie prime energetiche di importazione che fungono da fattore ostante la competitività per le aziende europee (ed italiane). 

In sostanza il lavoro è ancora durissimo, richiederà sacrifici, ed il percorso, che necessita delle migliori risorse, estremamente lungo.

22/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Renzi, Moretti, risultati, meritocrazia e stipendi

Dopo le indiscrezioni sul possibile tetto (peraltro già previsto da Monti) a circa 258 mila € l’anno (lo stipendio del Presidente della Repubblica) agli stipendi dei manager pubblici presente nel piano di spending review ed avvallata da Renzi, l’AD di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, ex sindacalista CGIL, si è lasciato sfuggire alcune dichiarazioni di certo poco delicate.
Il manager ha paragonato il suo stipendio con quelli dei “colleghi” tedeschi o svizzeri che percepiscono somme superiori e superiori anche ai rispettivi capi di stato, minacciando di andarsene qualora la decurtazione avvenisse realmente e mettendo in guardia dal fatto che il mercato assorbirebbe un gran numero di manager ora pubblici.
Dopo poco i toni tra Renzi e Moretti si sono abbassati, il primo ha dichiarato che dopo aver visionato il provvedimento lo stesso Moretti lo avrebbe condiviso, mentre Moretti si è detto fiducioso nei confronti del Premier.
Mauro Moretti avrebbe dovuto temporeggiare (e per un buon manager parlare al momento giusto, coi giusti toni e supportato da dati oggettivi è una caratteristica imprescindibile per coprire tale ruolo), poiché è assai probabile che se il provvedimento entrasse davvero in vigore varrebbe solo per organi ministeriali e governativi, per le aziende totalmente a controllo pubblico e che non emettono obbligazioni societarie, dunque le Ferrovie ne rimarrebbero fuori; inoltre avrebbe dovuto ponderare che il mercato libero è molto meno tutelante e senza un curriculum pieno di ottimi risultati il solo nome non basterebbe a garantire posizione e stipendio, condizioni ancora più selettive vi sarebbero all’estero.
L’AD di FS ha considerato poi solo i casi a lui favorevoli, ma ve ne sono altri che potrebbero essere presi come esempio inverso, ad esempio lo stipendio dell’AD di BP è circa un quarto di quello dell’ENI.
Se è vero che all’estero esistono vari esempi di aziende statali o in cui lo stato è maggiore azionista ove gli stipendi sono superiori a quelli Italiani e ciò non rappresenta uno scandalo, è anche vero che mediamente i servizi sono migliori e anche gli stipendi dei “semplici” operai o impiegati sono nettamente più alti; il ragionamento quindi va portato ad un altro livello.

Come ogni generalizzazione imporre tetti agli stipendi dei Top Manager forse non è corretto ed andrebbe ad equiparare mansioni che non hanno lo stesso livello di importanza, in sostanza diverrebbe lo stipendio di tutti i manager. Non è però neppure pensabile a stipendi e buonuscite milionarie a prescindere dallo scenario circostante, così come andrebbe affrontato diversamente il tema della tassazione delle retribuzioni di centinaia di migliaia di euro, anche elargite parzialmente dallo Stato, in tempi di crisi e recessione, quando le disuguaglianze aumentano.
Lo stipendio dei Top Manager (che spesso è frutto della decisione di un’assemblea sulle remunerazioni ove partecipano più figure provenienti da mondi eterogenei) dovrebbe essere collegato ai seguenti fattori:

  • i risultati portati ed il merito;
  • la condizione economica del paese ove operano ed il cui governo, quindi i contribuenti, contribuisce ad elargire parte dei loro emolumenti;
  • il moltiplicatore rispetto allo stipendio medio dei dipendenti dell’azienda che dirigono, che non può essere abnorme;
  • il manager deve essere responsabilizzato, ed in caso di insuccesso deve poter essere licenziato senza buonuscita milionaria.

Seguendo questi criteri, se un Top Manager porta avanti una azienda nel migliore dei modi, crea valore per gli stakeholders (che possono essere gli azionisti, i cittadini che godono di un servizio impeccabile, lo Stato ecc), è rispettoso delle leggi e della società, opera in trasparenza e corrisponde ai propri lavoratori il giusto compenso allora uno stipendio milionario può anche essere giustificato.

Lo stesso vale ad esempio per le nomine dei dirigenti e degli amministratori per quelle realtà ove lo Stato interviene. Lo Stato non deve agire basandosi sull’età o sul numero dei mandati, ma deve valutare i risultati passati, la reputazione che questa azienda ha nelle piazze internazionali, le strategie future e cosa possono offrire ai lavoratori, agli eventuali azionisti, allo sviluppo ed al sostegno del paese in termini di fornitura di un servizio di qualità e di creazione di lavoro ed indotto, quindi in termini di PIL, il rispetto per la sostenibilità, la CSR ed i codici comportamentali, infine deve valutare se il ciclo in essere può essere interrotto senza distruggere valore, vale a dire senza bloccare processi pressoché irreversibili già avviati e non interrompibili senza conseguenze.

Solo alla luce di queste analisi potrà essere presa una decisione coerente. Giustamente la creazione di una nuova classe dirigente e manageriale in grado di condurre in futuro le grandi aziende è un problema che in Italia non si può non affrontare ed in tal senso lo Stato potrebbe proporre di affiancare ai Top Manager delle sue aziende dei giovani da formare in modo che si realizzi quel processo di collaborazione e contaminazione generazionale che, affiancando l’esperienza e la capacità di prendere decisioni complesse dei migliori veterani alla freschezza, flessibilità e tendenza all’innovazione dei giovani, è in grado di partorire coloro che potranno davvero guidare il paese senza temere l’inesperienza. Questo meccanismo però si basa in modo totale sul principio di meritocrazia dove solo il merito rappresenta il fattore determinante nel decidere se ad una persona si debbano attribuire o confermare incarichi di cruciale responsabilità ed estrema delicatezza.

Argomenti correlati: futuro scorre rapido, Italia casa diroccata, cambiamento inderogabile, GINI e meritocrazia, meritocrazia e cambaimento: CEO Microsoft.

21/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Giornata mondiale dell’acqua

Domani è la giornata mondiale dell’acqua. Un bene preziosissimo al quale nessuno degli oltre 6.5 miliardi di persone (tendenti ai 9 miliardi) può rinunciare. Questa è la ragione per la quale si sta già consumando la guerra dell’acqua, un business che per quanto è sicuro fa gola a molti. Oggi questo conflitto avviene in modo ancora relativamente silente, ma che rischia di avere un impatto enorme sulle nostre vite e soprattutto su quelle delle popoli che vivono in territori a bassa disponibilità di questo prezioso bene.

Va assolutamente evitato che per l’acqua si scatenino tensioni e conflitti sociali, geo-politici ed economici come avviene per altre materie prime.

L’acqua ed il cibo non sono una materie prime, ma un diritti, come la vita.

21/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti 
Twitter: @Angeletti_Vale

Le prime due richieste di Renzi

Il Presidente della Commissione Europea durante il primo giorno della riunione dell’Eurogruppo, ha sottolineato l’importanza di agire rapidamente e con decisione sulle problematiche del lavoro e della crescita, aggiungendo che la via della ripresa è stata imboccata e che la situazione è in miglioramento per il continente europeo; si tratta però di un dato “medio” che non tiene conto delle condizioni particolari.

La realtà è che la situazione è estremamente eterogenea tra i vari stati membri ed a fronte di alcune locomotive che non sentono il peso della disoccupazione e della crisi come Germania e Gran Bretagna, vi sono stati, anche economicamente pesanti, in difficoltà, come Francia ed Italia dove in queste ore è entrato in vigore il piano lavoro. Ormai è consolidato che per una crescita sostenibile e duratura queste disomogeneità vadano sanate.

Sul fronte italiano sono stati apprezzati i piani di riforma del Governo, definiti da Barroso e Van Rompoy “ambiziosi”; non poteva essere attesa una reazione differente, il grosso problema non è individuare le riforme, ormai note, bensì applicarle rapidamente e fare in modo che siano efficaci. L’attuazione sarà la vera forca caudina che il Governo dovrà attraversare e sulla quale il pronunciamento della EU non farà sconti.

In merito alle richieste su possibili allentamenti dei vincoli, in particolare il tetto del 3%, Il Presidente della Commissione Barroso e quello del Consiglio Van Rompoy, hanno ribadito la necessità di rispettare i parametri e proseguire col rigore dei bilanci; del resto Renzi ha fatto loro sponda assicurando che non verranno infrante le regole e che l’Italia, non ultima della classe, rispetta gli accordi presi.

Allo stesso modo però il Primo Ministro italiano avrebbe avanzato due richieste effettivamente molto interessanti, ossia non computare nel calcolo del deficit gli investimenti in piccoli lavori infrastrutturali di immediata cantierabilità, come la messa in sicurezza delle scuole, in grado di creare indotto principalmente sul territorio ed i soldi necessari allo sblocco dei fondi strutturali Europei. Fatto 100 il valore del fondo strutturale a cui si vuole attingere infatti, lo Stato necessita di 50 per sbloccarlo. Le cifre stimate si aggirerebbero, ma sono solo previsioni, attorno ai 2 miliardi di € per il primo provvedimento ed attorno ai 20 per il secondo.

L’aver avanzato simili richieste alla commissione è stata una mossa intelligente perché fa comprendere, senza arroganza poco diplomatica in particolare al primo meeting, quale sia l’idea dell’Italia su certe tematiche. Altrettanto positivo è stato l’appoggio del PSE ed in particolare di Schulz in prima persona che ha ribadito come l’Italia ed in generale tutti gli stati membri vadano supportati e come vada intrapreso un percorso finalizzato alla realizzazione di una vera unione.

L’aria di campagna elettorale si fa vicina, ma una presa di posizione in un contesto allargato ed internazionale del PSE fa ben sperare, auspicando che Schulz si faccia forte sostenitore tanto in Europa quanto in Patria di questo punto di vista appoggiandolo concretamente.

La risposta dalla Commissione ancora non è arrivata e forse non sarà positiva su ambedue i fronti, ma è un buon inizio.

Nel frattempo l’Eurogruppo proseguirà oggi la sua seduta trattando temi delicatissimi, quali crisi Ucraina, inquinamento e meccanismo unico di risoluzione ed unione bancaria, che proprio in queste ore ha raggiunto l’obiettivo di allineare anche Austria ed Lussemburgo alle norme in tema di segreto bancario e trasmissione dei dati.

Argomenti correlati:

20/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo

Il passaggio alla Camera del Premier Renzi in merito ai provvedimenti di finanza e di bilancio prima di recarsi da “new entry” all’ Eurogruppo è stato fondamentalmente incentrato su due temi.

Il primo è la spending review di Cottarelli, che, come già detto più e più volte anche in questo blog, non risulta “vincolante” in quanto il Commissario non ha nel suo mandato alcun potere attuativo del piano proposto; esso risulta in ultima istanza una semplice lista di suggerimenti da sottoporre alla valutazione politica. Le stime prudenziali di risparmio, a questo punto dell’anno calcolate tra i 3 ed i 5 miliardi di €, potrebbero essere ulteriormente limate da oggettivi impedimenti, ma anche da opposizioni incrociate tra burocrazie, tecnocrazie e centri di potere, circostanza dalla quale avevamo già messo in guardia. Non v’è però dubbio che l’importanza della revisione della spesa, dell’ottimizzazione e razionalizzazione dei costi sia stata compresa da tutti e che l’opinione pubblica, su cui hanno gravato molti provvedimenti aggiuntivi, voglia vedere risultati tangibili su questo fronte e non sia più disposta a fare sconti accettando compromessi, proroghe o le solite eccezioni. Un fallimento, così come operazioni poco trasparenti, sarebbero una pubblicità devastante per la credibilità del Governo, sia agli occhi europei che dei cittadini, e per i conti del paese che hanno estremo bisogno di tagli strutturali non lineari.

Il secondo tema è stato nuovamente quello del tetto al 3% del rapporto deficit/PIL. Il Premier ha definito questo numero anacronistico ed in effetti balzane leggende aleggiano sulla sua nascita, ma non si è detto intenzionato a superarlo. Quello che chiederà sarà la possibilità di innalzare l’attuale rapporto, avvicinandolo al 3%.

Renzi considera come valore di partenza il 2.6% e vorrebbe poter arrivare almeno al 2.8% se non addirittura al 3%, le somme in ballo oscillano tra i 3.2 ed i 6.4 miliardi di €; a dire il vero alcuni ritengono tale dato un previsionale per fine anno già definito da Saccomanni, mentre il reale rapporto si attesterebbe proprio al 3%.

Viene dunque definito un valore “anacronistico” (come è stato ribadito più volte su questo blog), ma rimane l’intenzione di rispettarlo. Il motivo è che l’Italia in questo frangente non può permettersi di non rispettare i vincoli europei tramite una netta rottura dei patti, è necessario che sia l’Europa a consentire uno sforamento temporale applicando il principio della Golden Rule su investimenti produttivi ed acceleratori del PIL la cui crescita è indispensabile per il controllo sostenibile nel lungo termine del rapporto del quale è il denominatore.

Renzi e tutti i Paesi che hanno subito le politiche di austerità imposte dalla Commissione devono cercare di spiegare che è giunta l’ora di creare una discontinuità, di rottamare il vecchio approccio del rigore ad ogni costo, che è stato dimostrato dai fatti non essere risolutivo, anzi decisamente peggiorativo in regime recessivo.

In Grecia (fonte Ocse, 2014) il 17,9% della popolazione non può permettersi di comprare tutti i giorni il cibo di cui avrebbe bisogno; il dato è peggiore di quello di Paesi con reddito pro-capite più basso come Brasile e Cina. Tra il 2007 e il 2012 i greci hanno visto il proprio reddito ridursi in media di 4.400 € a persona confermandosi la peggiore dell’area OCSE e 4 volte peggio della media della zona Euro. Il fatto che i conti greci fossero stati stati manipolati per consentire l’ingresso nell’Euro è solo una giustificazione parziale poiché è altrettanto vero che un salvataggio più rapido sarebbe costato ai paesi membri molto meno. Va inoltre aggiunto che gli istituti di credito ellenici avranno probabilmente necessità di essere ulteriormente ricapitalizzati a causa dell’alto numero di crediti deteriorati, è la stessa ECB a dirlo.

Il Portogallo, pur avendo imboccato la via delle riforme consigliata da Bruxelles attuando tagli draconiani nel settore pubblico, non ha una situazione migliore relativamente al benessere della popolazione.

Secondo Confindustria la crescita del PIL italiano potrebbe non essere superiori allo 0.5% , peggiorativa rispetto a quella già poco consistente crescita stimata dello 0.7%. Le motivazioni addotte sono interne, a causa del persistente gap di competitività delle imprese e per la pesantezza della crisi, ed esterne, poiché lo scenario globale risulta ancora fosco e con l’aggravante della crisi Ucraina causa di importanti ripercussioni economiche (Shell ha abbandonato il consorzio che guidava assieme ad Exxon per l’estrazione di gas nel Mar Nero).

In generale la crescita prevista per l’Eurozona è inferiore a quella di tutte le grandi economie sie emergenti che mature. Ovviamente all’interno vi sono palesi differenze: paesi molto in difficoltà (come l’Italia, fanalino di coda secondo le previsioni) si affiancano a paesi che corrono come la Germania e la Gran Bretagna.

All’Eurogruppo, potendo far leva anche sul venturo semestre italiano, sul rigore dei conti mantenuto e sul processo riformatore, si deve far comprendere, e fare in modo che agisca in tal senso, che è ora di rottamare la politica del rigore e dell’austerità; che la politica economica e monetaria deve essere flessibile e dinamica ed agire proattivamente ancor prima che reagire (spesso in ritardo). Ne sono una dimostrazione le modalità operative degli USA e della FED che ,con la nuova Presidente Yellen, non ha negato la possibilità di intervenire ulteriormente sui tassi e rivedere le proprie politiche di tapering.

Partendo da questo presupposto allora sì che è possibile auspicare in una golden rule più permissiva, una parziale ridiscussione dei trattati ed una più equa suddivisione di rischi e benefici. Il futuro dell’Unione e della sua competitività risiede proprio nell’unione stessa tra gli Stati membri, tra i popoli e nella volontà di portare a termine un processo comune che distribuirà reale valore solo quanto più prossimo alla realizzazione.

Il concetto di rottamazione trova totale applicazione nella gestione della politica economica europea. La rottamazione, e vale per le persone tanto quanto per le strategie, deve avvenire non secondo criteri anagrafici, di genere, di razza e via discorrendo, ma a valle di una valutazione dei risultati, dei piani strategici futuri, del loro impatto su tutti i soggetti interessati, della stima rischi-benefici e, non in ultimo, dell’attenta valutazione se l’interruzione di un processo in corso possa portare a perdere più valore di quanto il cambiamento “ad ogni costo” ne faccia guadagnare.

Nulla deve essere fatto per forza o per propaganda, ma solo e soltanto per effettiva necessità e questa necessità nelle strategie fin qui adottate dell’Europa si manifesta pienamente.

19/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La solita calda accoglienza della Merkel

Attenzione, l’accoglienza della Merkel a Renzi ha seguito lo stesso protocollo gioviale di quella per Monti e Letta, ulteriormente addolcita dalla campagna elettorale per le Europee.
Dal canto nostro non è stato chiesto nulla di scabroso, ma per un primo incontro è corretto così, per ora non sarebbe stato diplomatico osare di più. Insomma per capire se l’atteggiamento tedesco sia mutato o meno dovremo attendere almeno la posizione tedesca sull’unione bancaria, fino ad ora osteggata, e le misure che attueranno per rilanciare i consumi interni e bilanciare il surplus commerciale oltre il 6%, e sul fronte degli industriali, per l’Italia rappresentati da Squinzi di Confindustria, Conti di Enel, Greco di Generali, Aleotti di Menarini, comprendere quanto i tedeschi faranno sinergie con altri stati per raggiungere l’obiettivo del 20% del PIL EU dal settore industria al 2020.
Renzi dovrà invece stringersi con Schulz, facendolo la sua testa di ponte in Germania, il PSE europeo, la Francia e la Spagna e, pur assicurando e dimostrando di saper fare riforme (lavoro, riduzione debito e pagamento debiti PA in primis) ed abbattere poderosamente la spesa pubblica, non potrà limitarsi a rivendicare così poco, dovrebbe pretendere una reale applicazione della golden rule su investimenti produttivi di medio periodo, innovazione tecnologica, ricerca e tutte quelle attività che a fronte di un investimento iniziale non trascurabile garantiscono rientro ed aumento del PIL nel medio periodo. Il premier dovrebbe essere disposto subire controlli regolari su questi investimenti poiché la nostra fama nel portare a termine opere ed innovazione nel settore pubblico in modo ottimale non è delle migliori.
Vedremo se tutto ciò si realizzerà e se verrà imboccta la via per creare la vera Europa di tutti.

183\2014
Valentino Angeletti