Riflessioni dietro Fukushima a tre anni dal disastro

Domani, 11 marzo, ricorrerà il terzo anniversario del disastro di Fukushima, ove un tremendo terremoto di magnitudo 9 della scala Richter ha causato un titanico tsunami e la conseguente catastrofe nucleare. Il Giappone non si è pienamente sollevato, le ripercussioni economico sociali sussistono tutt’ora, la ricostruzione è in corso e 270’000 persone sono ancora senza abitazione, nonostante ciò il lavoro svolto dai Giapponesi e l’impegno per voltare pagina è stato considerevole, il Premier Abe ha annunciato che a breve avverrà la consegna di altre 10’000 abitazioni.

Come spesso, in modo certamente cinico, accade, probabilmente questa distruzione dopo aver impoverito il paese è stata utilizzata come leve economica per creare lavoro, per occupare un gran numero di imprese nella necessaria e rapida ricostruzione, insomma come elemento costituente della Abenomics e fattore di discontinuità in favore del PIL e dell’economia giapponese che da tempo fronteggia la deflazione ed un debito pubblico oltre il 200%, benché detenuto in maggior parte dagli stessi giapponesi. Nonostante si possano addurre obiezioni su tale concetto, non è il primo caso che catastrofi e disastri, ovviamente da prevenire e scongiurare, dopo aver portato devastazione possano essere utilizzati come fattore di spinta per la ripresa, primo perché creano necessità di lavorare con più occupati di quanti ve ne fossero prima, secondo perché viene ritrovato dalle persone lo spirito di sacrificio, il sogno e l’ambizione comuni di uscire dalla disperazione, la collaborazione, l’unione, l’impegno tutto mitrato e canalizzato per la ricostruzione, a monte di ciò vi deve però essere un sistema paese solido e strutturato, in grado di reagire con forza ad eventi di tale portata; qualcosa di analogo è accaduto anche negli Usa dopo i numerosi uragani e tornado.

Vine in mente il discorso fatto da Bob Kennedy in tempi non sospetti che parlava della natura distorta del PIL come indicatore economico e di benessere, poiché esso tiene conto, oltre che di elementi positivi, anche dei disastri naturali, delle guerre, dell’inquinamento e via dicendo.

Il disastro giapponese ha messo il paese, ed il mondo, nella condizione di dover ragionare ancora una volta sul tema dell’energia. In Giappone l’energia nucleare è da sempre stata una fonte fondamentale, il 30%, non essendo presenti materie prime come carbone e gas e poco territorio da adibire a fonti rinnovabili (si salva solo l’idroelettrico). Nel periodo immediatamente dopo lo tsunami il governo abbandonò l’atomo aumentando le importazioni di gas e pagandolo assi caro anche in virtù della svalutazione competitiva dello Yen per favorire le importazioni. Una serie di test durante le estati successive, quando la richiesta di energia è massima per via dei sistemi di raffreddamento delle abitazioni, degli uffici e degli impianti produttivi, hanno messo effettivamente in luce che l’approvvigionamento energetico potrebbe essere a rischio senza il nucleare, tanto che, a dispetto delle proteste, il Governo sta valutando la possibilità di riaccendere le centrali nucleari con i più alti standard di sicurezza. Considerazioni analoghe sono state tratte anche dalla Germani, non più così ferma nell’abbandono del nucleare.

L’energia è sempre stata una questione fondamentale nelle strategie dei paesi ed una necessità per i popoli. Attualmente stiamo assistendo ad uno spostamento dei consumi dai paesi maturi, dove si punta su efficienza, sostenibilità, abbattimento dei consumi e degli sprechi di elettricità, verso le economie emergenti che divorano letteralmente la risorsa per sostenere la propria crescita a volte incuranti degli impatti ambientali; vi sono inoltre ancora 1.3 miliardi di persone senza accesso alla risorsa elettrica ed alle quali la nostra condizione di paese del primo mondo ci impone di porre rimedio.

L’estrema delicatezza e complessità della questione però non deve essere affrontata con l’improvvisazione e seguendo teorie o mode passeggere, ma necessita di studi e piani estesi che in un contesto come quello attuale vuol sicuramente dire un’azione globale.

In Italia i consumi elettrici sono letteralmente crollati durante la crisi e nonostante una lieve ripresa della produzione industriale +0.7% in febbraio hanno fatto registrare un ulteriore -4%, la necessità di un nuovo piano energetico è evidente. Le dinamiche dei consumi stanno mutando radicalmente ed è compito dei paesi e delle aziende coinvolte agire tempestivamente impiegando le migliori tecnologie e risorse per non farsi trovare impreparate in un settore che non solo è il cuore della competitività, ma che è fondamentale per garantire servizi ed elevati standard di vita alle persone.

10/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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