Stipendi più pesanti di 80-85€, più tasse sulle rendite

Siamo alla fine del mercoledì da leoni in cui il Premier Renzi ha presentato le misure sulla crescita.

Esse sono rivolte principalmente all’aiuto alle famiglie, all’occupazione ed al sostegno alle imprese. Le coperture non sono ancora ben chiare, quello che è certo è che nuovamente si fa un grande affidamento sulla spending review (fondamentale, che deve essere strutturale e duratura) che secondo Renzi dovrebbe apportare circa 7 miliardi, rimpolpando la stima prudenziale di 3 miliardi fatta dallo stesso commissario Cottarelli, il quale si ricorda che non ha alcun potere attuativo sui piani che egli stesso presentarà. Alcuni tagli saranno strutturale, ma altri hanno la natura di una tantum. Tra le possibili misure della spending review potrebbe comparire un contributo temporaneo sull’ 85% delle pensioni (circa oltre i 2’500 € netti al mese) in favore del lavoro giovanile.

Di certo l’annuncio più eclatante riguarda l’aumento di circa 80-85 € netti (1000 € al mese, 10 miliardi da distribuirsi a 10 milioni di persone) che dal primo maggio andrà ad appesantire la busta paga dei lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 25’000 € lordi all’anno. I detrattori della misura obiettano che questa cifra serva appena a coprire gli aumenti degli ultimi periodi, a cominciare da accise sui carburanti, sull’energia e sull’IVA. Probabilmente è così, ma è indubbio che rispetto ai 12 € ipotizzati dal governo Letta questi 80-85 € possano effettivamente consentire alle famiglie di arrivare alla quarta settimana con meno pensieri, ovviamente non si poteva pretendere molto di più, né si può pensare che ciò farà ripartire i consumi in modo drastico ed ovviamente vi saranno dei casi limite che potrebbero essere contraddittori. Alcuni economisti stimano in un +0.5% l’impatto di questa misura sui consumi che afferiscono al mercato del nostro paese e che quindi può essere considerato capitale reimmesso in circolo. La strada, forse comunicata con una enfasi troppo pomposa, è quella giusta e deve essere vista come un piccolo passo di un lungo e tortuoso percorso.

Grande impegno dovrà essere rivolto alla creazione di posti di lavoro ed al rilancio della domanda, sia interna che esterna, in modo che le aziende si trovino di fronte alla necessità di assumere sfruttando così gli eventuali incentivi proposti dal JOBS-ACT.

Anche alle imprese è riservato un aiuto: il taglio del 10% dell’ IRAP. La copertura per questo sgravio deriverà dai circa 2.6 miliardi stimati da un aumento dal 20 al 26% della tassazione sulle rendite finanziarie, sempre a partire dal primo maggio.

In linea di principio anche tale azione è totalmente condivisibile, la stessa Europa ha suggerito si spostare la tassazione dal lavoro verso la rendita;  l’allocazione di capitali dall’economia reale alla finanza è stato uno degli eventi scatenanti la crisi iniziata nel 2008 e può essere un valido supporto alla redistribuzione della ricchezza indispensabile per abbassare la disuguaglianza ai livelli che portano alla crescita economica ed al progresso sociale. La realtà però è un po’ diversa, innanzi tutto coloro che usano la finanza per speculare (quindi non pivelli del settore) hanno ben due mesi di tempo per organizzarsi e portare i loro capitali in piazze più convenienti; probabilmente poi i grandi speculatori e coloro che fanno della finanza una delle loro principali fonti di guadagno, sono già strutturati in modo da pagare il meno possibile sul capital gain, e sui dividendi, magari scegliendo rispettivamente Olanda e Lussemburgo (senza tirare in ballo Saint Kitts and Navis o Isole Cayman), ovviamente il tutto nel pieno della legalità e spesso dell’anonimato.

Il risultato è che il 6% in più rischia di accollarselo quella che una volta era la classe media, forse anche iscritta alla CGIL, che ora va a far parte dell’insieme di soggetti a rischio indigenza, e che utilizza da “cassettista”, probabilmente suggerito dai consulenti di banca, azioni di aziende solide confidando in quel 3-4% che può assicurare un buon dividendo oppure una presa di posizione sul titolo. Va poi ricordato che i bolli sui depositi finanziari sono stati aumentati dagli scorsi esecutivi e nuovamente vale il ragionamento di cui sopra in merito ai reali paganti; e che i titoli di stato sono sì esenti (lo Stato ne ha vitale bisogno per pagare gli interessi sul debito e per auto finanziarsi), ma solo se portati a scadenza, se invece sono venduti in guadagno prima della scadenza naturale allora sono soggetti al 26% di ritenuta fiscale.

Ovviamente i professionisti sanno bene come tutelarsi da tutte queste situazioni.

Paradossalmente potrebbe accadere che aziende medie che hanno speculato e continuano a speculare con la finanza in altri Stati europei possano perseverare, godendo anche dello sgravio IRAP.

Che fare allora, rinunciare alla tassazione sulle rendite? Non direi, altri stati europei predispongono delle franchigie in modo da non vessare i piccoli risparmiatori, ma ancora più importante, e lo ripeto correndo il rischio di annoiare, è intraprendere un percorso europeo, dall’energia alla finanza, dalle banche al fisco, che renda l’Unione e la sua economia più coesa ed omogenea eliminando distorsioni che danno adito a quei meccanismi di elusione fiscale così svantaggiosi per alcuni e vantaggiosi per altri che di fatto sono parte di un sistema sbilanciato per competitività.

12/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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