Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo

Il passaggio alla Camera del Premier Renzi in merito ai provvedimenti di finanza e di bilancio prima di recarsi da “new entry” all’ Eurogruppo è stato fondamentalmente incentrato su due temi.

Il primo è la spending review di Cottarelli, che, come già detto più e più volte anche in questo blog, non risulta “vincolante” in quanto il Commissario non ha nel suo mandato alcun potere attuativo del piano proposto; esso risulta in ultima istanza una semplice lista di suggerimenti da sottoporre alla valutazione politica. Le stime prudenziali di risparmio, a questo punto dell’anno calcolate tra i 3 ed i 5 miliardi di €, potrebbero essere ulteriormente limate da oggettivi impedimenti, ma anche da opposizioni incrociate tra burocrazie, tecnocrazie e centri di potere, circostanza dalla quale avevamo già messo in guardia. Non v’è però dubbio che l’importanza della revisione della spesa, dell’ottimizzazione e razionalizzazione dei costi sia stata compresa da tutti e che l’opinione pubblica, su cui hanno gravato molti provvedimenti aggiuntivi, voglia vedere risultati tangibili su questo fronte e non sia più disposta a fare sconti accettando compromessi, proroghe o le solite eccezioni. Un fallimento, così come operazioni poco trasparenti, sarebbero una pubblicità devastante per la credibilità del Governo, sia agli occhi europei che dei cittadini, e per i conti del paese che hanno estremo bisogno di tagli strutturali non lineari.

Il secondo tema è stato nuovamente quello del tetto al 3% del rapporto deficit/PIL. Il Premier ha definito questo numero anacronistico ed in effetti balzane leggende aleggiano sulla sua nascita, ma non si è detto intenzionato a superarlo. Quello che chiederà sarà la possibilità di innalzare l’attuale rapporto, avvicinandolo al 3%.

Renzi considera come valore di partenza il 2.6% e vorrebbe poter arrivare almeno al 2.8% se non addirittura al 3%, le somme in ballo oscillano tra i 3.2 ed i 6.4 miliardi di €; a dire il vero alcuni ritengono tale dato un previsionale per fine anno già definito da Saccomanni, mentre il reale rapporto si attesterebbe proprio al 3%.

Viene dunque definito un valore “anacronistico” (come è stato ribadito più volte su questo blog), ma rimane l’intenzione di rispettarlo. Il motivo è che l’Italia in questo frangente non può permettersi di non rispettare i vincoli europei tramite una netta rottura dei patti, è necessario che sia l’Europa a consentire uno sforamento temporale applicando il principio della Golden Rule su investimenti produttivi ed acceleratori del PIL la cui crescita è indispensabile per il controllo sostenibile nel lungo termine del rapporto del quale è il denominatore.

Renzi e tutti i Paesi che hanno subito le politiche di austerità imposte dalla Commissione devono cercare di spiegare che è giunta l’ora di creare una discontinuità, di rottamare il vecchio approccio del rigore ad ogni costo, che è stato dimostrato dai fatti non essere risolutivo, anzi decisamente peggiorativo in regime recessivo.

In Grecia (fonte Ocse, 2014) il 17,9% della popolazione non può permettersi di comprare tutti i giorni il cibo di cui avrebbe bisogno; il dato è peggiore di quello di Paesi con reddito pro-capite più basso come Brasile e Cina. Tra il 2007 e il 2012 i greci hanno visto il proprio reddito ridursi in media di 4.400 € a persona confermandosi la peggiore dell’area OCSE e 4 volte peggio della media della zona Euro. Il fatto che i conti greci fossero stati stati manipolati per consentire l’ingresso nell’Euro è solo una giustificazione parziale poiché è altrettanto vero che un salvataggio più rapido sarebbe costato ai paesi membri molto meno. Va inoltre aggiunto che gli istituti di credito ellenici avranno probabilmente necessità di essere ulteriormente ricapitalizzati a causa dell’alto numero di crediti deteriorati, è la stessa ECB a dirlo.

Il Portogallo, pur avendo imboccato la via delle riforme consigliata da Bruxelles attuando tagli draconiani nel settore pubblico, non ha una situazione migliore relativamente al benessere della popolazione.

Secondo Confindustria la crescita del PIL italiano potrebbe non essere superiori allo 0.5% , peggiorativa rispetto a quella già poco consistente crescita stimata dello 0.7%. Le motivazioni addotte sono interne, a causa del persistente gap di competitività delle imprese e per la pesantezza della crisi, ed esterne, poiché lo scenario globale risulta ancora fosco e con l’aggravante della crisi Ucraina causa di importanti ripercussioni economiche (Shell ha abbandonato il consorzio che guidava assieme ad Exxon per l’estrazione di gas nel Mar Nero).

In generale la crescita prevista per l’Eurozona è inferiore a quella di tutte le grandi economie sie emergenti che mature. Ovviamente all’interno vi sono palesi differenze: paesi molto in difficoltà (come l’Italia, fanalino di coda secondo le previsioni) si affiancano a paesi che corrono come la Germania e la Gran Bretagna.

All’Eurogruppo, potendo far leva anche sul venturo semestre italiano, sul rigore dei conti mantenuto e sul processo riformatore, si deve far comprendere, e fare in modo che agisca in tal senso, che è ora di rottamare la politica del rigore e dell’austerità; che la politica economica e monetaria deve essere flessibile e dinamica ed agire proattivamente ancor prima che reagire (spesso in ritardo). Ne sono una dimostrazione le modalità operative degli USA e della FED che ,con la nuova Presidente Yellen, non ha negato la possibilità di intervenire ulteriormente sui tassi e rivedere le proprie politiche di tapering.

Partendo da questo presupposto allora sì che è possibile auspicare in una golden rule più permissiva, una parziale ridiscussione dei trattati ed una più equa suddivisione di rischi e benefici. Il futuro dell’Unione e della sua competitività risiede proprio nell’unione stessa tra gli Stati membri, tra i popoli e nella volontà di portare a termine un processo comune che distribuirà reale valore solo quanto più prossimo alla realizzazione.

Il concetto di rottamazione trova totale applicazione nella gestione della politica economica europea. La rottamazione, e vale per le persone tanto quanto per le strategie, deve avvenire non secondo criteri anagrafici, di genere, di razza e via discorrendo, ma a valle di una valutazione dei risultati, dei piani strategici futuri, del loro impatto su tutti i soggetti interessati, della stima rischi-benefici e, non in ultimo, dell’attenta valutazione se l’interruzione di un processo in corso possa portare a perdere più valore di quanto il cambiamento “ad ogni costo” ne faccia guadagnare.

Nulla deve essere fatto per forza o per propaganda, ma solo e soltanto per effettiva necessità e questa necessità nelle strategie fin qui adottate dell’Europa si manifesta pienamente.

19/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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3 Risposte

  1. […] Un case study di rottamazione da proporre all’Eurogruppo […]

  2. […] Se proprio vogliamo rispolverare un termine ora quasi desueto, ma che ha vissuto vecchie glorie: “rottamazione”, esso va inserito nel contesto europeo, come si scrisse: Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo 20/03/2014. […]

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