Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui

Continuiamo il ragionamento sul capitale sociale ed umano, tema centrale del convegno di Bari organizzato dal Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel.
All’unanimità si può affermare che le persone e la loro valorizzazione sono il punto da cui ripartire sia a livello nazionale che europeo ed internazionale in genere. Sono i pilastri sui cui fondare la ripresa economico-sociale, la riscoperta dei valori, il rinnovamento e la creazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, onesto, flessibile, che offra opportunità e che, anche a detta di prestigiosi economisti, è stato sacrificato da qualche anno a questa parte sull’altare dell’egoismo e del profitto, principalmente finanziario, prevaricante rispetto alle capacità, al lavoro ed alla produzione.

Tali considerazioni sono a questo punto della fase storica chiare a tutti coloro, e durante la crisi sono aumentati, che siano un minimo attenti alle vicende del mondo che li circonda.
La non valorizzazione del capitale umano, dei talenti, il sistema di istruzione non all’altezza dei migliori modelli statunitensi, canadesi e britannici o la percentuale di laureati molto inferiore rispetto agli stati del nord europa come Svezia e Danimarca, la presenza di un consistente numero di NEET costa al paese sia in termini di potenziale sprecato, sia in termini più venialmente economici (per approfondire: convegno capitale umano parte 1).
Sì badi che la valorizzazione del capitale umano nulla a che vedere con il concetto di rottamazione legato all’anagrafe. Nessun connotato personale può essere determinante per la scelta dei migliori se non il merito, le inclinazioni e la volontà di mettersi umilmente in gioco.
Da sempre lo sostengo e ne ho avuto ulteriore conferma ascoltando un, come al solito brillante, Rodotà parlare di internet, nuove tecnologie e delle opportunità e rischi che offrono. Sono sempre più convito che non si debba parlare di rottamazione generazionale, ma si debba cercare la contaminazione, la collaborazione, di unire il meglio delle differenti generazioni in un percorso di formazione e miglioramento costante e continuo per plasmare dirigenti e politici di spessore.
Il capitale sociale ed umano, i talenti, le risorse da scoprire e valorizzare per rilanciare il paese e tutta l’Europa prescindono dall’età, non dalla capacità di innovare e dalla disponibilità ed altruismo che c’è nel tramandare ed insegnare, nonché dall’umiltà di saper ascoltare ed imparare. Il verificarsi delle condizioni primordiali, affinché il paese, l’Europa ed il mondo virino verso un nuovo ed innovativo paradigma di sviluppo economico sociale, dipende dalla capacità delle istituzioni pubbliche e delle aziende private di saper incanalare ed avvicinare queste risorse mettendole nelle condizioni di colloquiare ed esprimersi.

Il processo di investimento sul capitale umano, della sua scoperta e valorizzazione è però complesso, necessita di tempo e di una regia trasversale perfettamente congeniata.
I tre attori principali sono il singolo, le istituzioni pubbliche ed le aziende private.

La singola persona, e questo vale per tutti noi, deve avere certamente potenziale, ma non basta; deve possedere l’umiltà di imparare, ma anche l’ambizione e la determinazione di perseguire un obiettivo, di proporsi e mettersi in gioco, di lavorare per se e per la collettività. Deve sapere che il suo sacrificio sarà un investimento a lungo termine in quanto la situazione è tale che solo con uno sforzo svolto all’unisono è possibile, nei tempi richiesti e quindi probabilmente oltre i 5 anni, recuperare parte di ciò che questa crisi ci ha portato via. Deve farsi largo un concetto di apertura mentale, flessibilità e di costante apprendimento e riqualificazione, al servizio di un sistema che di contro offra opportunità sempre nuove dovute all’incessabile dinamicità che già lo caratterizza e che lo caratterizzerà sempre di più. L’innovazione tecnologica ad esempio rende i cambiamenti, anche radicali, molto più veloci rispetto ad un tempo; mentre se anni fa nell’arco di una vita si poteva essere attivamente protagonisti di un singolo cambiamento “epocale” ora dobbiamo abituarci a questo tipo di eventi ed essere pronti a reagire immediatamente. Innovazione tecnologica abbiamo detto, ed innovazione è un’altra parola chiave al quale le persone devono essere propense nel modo di pensare e rapportarsi con la realtà delle cose.

Il secondo elemento sono le istituzioni pubbliche. Il sistema d’istruzione, scolastico, universitario e della ricerca deve essere profondamente riformato. Deve essere in grado di “sfornare” eccellenze siano esse brillanti laureati e dottori, oppure figure professionali pronte al mondo del lavoro. La competizione con le altre università deve avvenire sull’eccellenza dell’offerta formativa, magari meno ampia di quanto non sia adesso, ma di primissima qualità. Come per le più prestigiose università anglosassoni le risorse uscenti dai nostri istituti dovrebbero essere ricercate in tutto il mondo e possibilmente dovrebbero poter, eventualmente dopo un periodo all’estero che arricchisce sempre e comunque, dare il loro contributo al nostro paese qualora fosse il loro desidero (come lo è per molti che però si vedono costretti ad emigrare). Le scuole e le stesse università devono poi saper rispondere alle esigenze delle aziende, si deve quindi puntare a riavvicinare il mondo del lavoro con quello dell’istruzione ad oggi universi quasi separati. Tutto ciò rende necessario investire sulla scuola e sulla ricerca, adeguando anche stipendi a livelli più prossimi a quelli del resto d’Europa. Fare ricerca universitaria deve garantire il giusto grado di riconoscimento economico e la carriera nel mondo della scuola non deve essere preclusa dai secolari baronati, ma deve prediligere il merito.
Il merito deve essere il driver per ogni istituzione pubblica. La politica si deve “inchinare” a cercare in ogni strato sociale le persone giuste, competenti e dotate delle caratteristiche di cui al punto precedente. Ogni commissione, ogni task force governativa, ogni gruppo di lavoro specifico, devono comporsi del miglior capitale umano di quel settore mescolando età, competenze, genere, in un “meltin pot” costruttivo, sincero e disinteressato, o meglio, mosso dall’unico interesse di migliorare la società, lo Stato, le condizioni dei cittadini. Le istituzioni devono poi impegnarsi ad innovare loro stesse  per essere più efficienti ed efficaci ed appoggiare l’innovazione abbattendo la burocrazia imperante.

Il terzo ed ultimo elemento è costituito dalle aziende private. Fra queste si deve far distinzione tra le eccellenze tipicamente PMI, le realtà più locali e nazionali e le grandi e strutturate aziende e multinazionali.
Le prime sono sopravvissute egregiamente alla crisi in quanto dotate di intrinseca capacità di innovare, cogliere le sfide del futuro, le opportunità delle tecnologie, della globalizzazione, dell’export e basarsi sulle proprie risorse in grado di fare in modo unico operazioni e prodotti altamente specializzati dando vita all’eccellenza del made in italy; le aziende locali e nazionali hanno invece sofferto della loro piccola dimensione, dell’assenza di una filiera distributiva in grado di rendere visibili all’estero le loro produzioni, l’assenza di diversificazione ed investimenti in innovazione rispetto ad un prodotto che fino ad ora, principalmente nel mercato interno, aveva garantito buon i margini di guadagno, condizione non più vera dal momento che i consumi sono calati drasticamente; infine le terze, ossia le aziende grandi e strutturate, troppo complesse per seguire rapidamente il cambiamento ed essere capaci di innovarsi tempestivamente, spesso propense in modo troppo rischioso alla finanza sottraendo investimenti in ricerca, sviluppo ed innovazione.
Per tutte e tre le tipologie vi deve essere una burocrazia più snella e dal canto loro più investimenti (oltre il 3%) in ricerca, sviluppo, tecnologie, innovazione, filiera distributiva anche verso l’estero, capacità di attrarre capitali ed investitori esteri così da ingrandirsi, fare massa critica e divenire competitive a livello globale. Deve essere recuperata efficienza, rapidità ed i prodotti o servizi devono avere più valore aggiunte di quanto non abbiano ora (in media le aziende italiane producono beni a valore aggiunto inferiore rispetto alla Romania). In ultimo, ma non per importanza, le persone che le costituiscono. Se per le realtà medio-piccole il rapporto con i propri dipendenti e collaboratori è quasi familiare e quindi è più semplice valorizzarli, così non è per le grandi realtà dove le persone spesso rischiano di essere numeri. In queste multinazionali l’innovazione deve includere anche i processi con cui vengono gestite le risorse umane. La funzione H&R diviene fondamentale deve saper dialogare con le proprie risorse, parlare apertamente ed in trasparenza, comprenderne attitudini, ambizioni, prospettive, disponibilità a crescere e mettersi in gioco, deve fare della meritocrazia l’evidente driver per gli avanzamenti, garantire giuste ricompense e chiare prospettive. Ogni soggetto, che dovrebbe avere la proattività di proporsi ove fosse necessario per via di H&R poco ricettive, se stimolato è in grado di innovare e contribuire al miglioramento dell’insieme, al contrario se le persone si sentono lasciate sole oppure se ritengono di far parte di un meccanismo in cui vi è poca limpidezza tendono a chiudersi, svolgere meramente il proprio compito nel migliore dei casi al limite della sufficienza, finanche, se particolarmente zelanti e determinati, a lasciare l’azienda per realtà ove si possano avere reali prospettive. Spesso capita che vi siano eccellenti risorse non adibite alla mansione giusta per le loro propensione e che quindi contribuiscono per una frazione del loro potenziale e ciò, in periodi di alta competitività e mercato aggressivo, non si può permettere. Inutile sottolineare come tutto questo costituisca un impoverimento per le aziende che non possono permettersi se vogliono avere l’ambizione di competere in un contesto ove solo i migliori, che è sinonimo di migliori risorse, sopravvivono.

Quando questi tre fattori convergeranno verso l’ottimo saremo sulla buona strada affinché il capitale umano, che l’Italia possiede in quantità, contribuisca in misura adeguata e sostanziale alla crescita ed al rilancio del sistema economico-sociale.

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30/03/2014
Valentino Angeletti
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7 Risposte

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