Archivi Mensili: aprile 2014

Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi

Da Adu Dhabi è giunta la lettera di Etihad in cui sarebbero poste le condizioni affinché possa essere conclusa la trattativa con Alitalia. Il contenuto della lettera è ancora top secret, la compagnia italiana lo presenterà ai sindacati il 2 maggio, al Governo ed agli azionisti. I dettagli non sono noti, ma probabilmente riguardano la ristrutturazione del debito, la liberalizzazione di Linate, l’alta velocità a Fiumicino e l’abbattimento del costo del lavoro tramite taglio di stipendi oltre i 40’000€, di altri benefit e tramite un piano di esuberi che, a seconda delle fonti, si attesterebbe tra le 2’000 e le 3’000 unità (alcuni dettagli su richieste Etihad in una analisi su Lucchini e grande industria in Italia: Link).

Le condizioni imposte da Etihad, una delle migliori compagnie al mondo secondo tutti gli standard di qualità e dove piloti e dipendenti di terra sono letteralmente trattati con i guanti, sarebbero molto stringenti. Del resto ciò non deve stupire, la gestione di Alitalia è stata sempre quasi fallimentare e la privatizzazione un cattivissimo esempio dove si rifiutò l’ingresso di Air France con una proposta in linea col mercato e che prevedeva anche l’acquisizione dei debiti della compagnia in favore della scissione del vettore in due compagnie, una bad company a carico del pubblico, quindi del contribuente, ed una good company in capo ad una cordata di capitani coraggiosi (che di coraggio ne avrebbero dovuto avere ben poco visto che i debiti erano stati convogliati nella parte bad); il tutto per difendere una italianità poco comprensibile in un mondo globale e tanto più in un contesto europeo in cui le joint venture tra vettori aerei sono prassi comune ed unica via di sopravvivenza per molte compagnie, e che comunque andrà a breve persa.

La good company, CAI, ha continuato ad accumulare debiti e perdere centinaia di migliaia di Euro al giorno, tanto da richiedere alla fine dello scorso anno interventi patrimoniali esterni.

Alla luce di ciò è palese che Etihad non possa accollarsi gli oneri che fino ad ora si è accollato il pubblico e quindi che vorrà adeguare gli standard di efficienza di Alitalia ai propri, il che vuol anche dire ottimizzazione del “work force management” e della logistica degli Hub, così come vorrà epurare i bilanci del vettore italiano dai debiti dovuti sostanzialmente ad una gestione non ottima. Del resto i risultati della compagnia araba sono prova evidente della loro capacità organizzativa così come del loro potenziale economico pressoché illimitato.

Etihad ha inoltre ben chiaro di essere l’unica acquirente dopo il no che è stato detto ad Air France (che rimane importante azionista) ad una seconda manifestazione di interesse nel 2013 (ben peggiore della prima quando avrebbero rilevato anche i debiti) e quindi di avere un potere contrattuale enorme che gli consente di avanzare richieste stringenti.

Etihad, che ricordiamo essere un’azienda che lo scorso anno ha adeguato la propria flotta di aerei acquistando mezzi per decine di miliardi di $ (un acquisto complessivo di circa 140 miliardi di $ operato da Etihad e Fly Emirates da Airbus e Boing), praticamente 5 finanziarie italiane cadauno, sa anche che il Governo italiano non può permettersi di tergiversare e prolungare la trattativa in attesa di proposte concorrenti, proprio perché in questo momento le risorse sono limitatissime ed Alitalia poco appetibile.

Alla fine quindi è probabile che Etihad spunterà gran parte delle condizioni richiese, anche perché alcune di esse, come l’alta velocità a Fiumicino, sono di interesse per il paese.

Facendo un paragone con un’acquisizione di questi giorni, cioè la trattativa di Alstom con GE e Siemens si è visto come il Governo francese, evidentemente con una politica industriale più chiara e definita, abbia chiaramente detto che avrebbe avuto voce in capitolo nell’affare nonostante non sia azionista di Alstom. Sia Alstom che Alitalia sono aziende che operano in settori strategici per i rispettivi governi.

Alstom avrebbe voluto vendere il ramo Energy, nel quale il suo settore idroelettrico è in crisi, e mantenere quello dei trasporti che fornisce al Governo il treno TGV (ed NTV di Italo). La prima proposta è stata di GE, poi ha rilanciato Siemens con una offerta più alta ma che probabilmente avrebbe interessato anche il ramo trasporti. In tal caso la Francia sta giocando un ruolo fondamentale nella trattativa che sembra indirizzata verso la conclusione con GE (la Board ha accettato l’offerta dall’azienda statunitense ed Alstom ha guadagnato più del 9% in borsa), anche se Siemens, gradita al Governo, rimane in gioco. Questo negoziato a quattro metterà probabilmente Alstom nelle condizioni di spuntare buone condizioni di vendita, cosa che con tutta probabilità non accadrà nella vicenda Alitalia anche a causa della differente situazione di bilancio tra le due aziende.

Questo breve paragone fa pensare a quanto un piano industriale ben chiaro e di lungo termine con obiettivi definiti e settori ritenuti chiave identificati, consenta ai Governi di intervenire a protezione dei propri campioni industriali, anche se privati, quando vengono toccati interessi strategici. La Francia ha agito consentendo la creazione di opportunità per Alstom, l’Italia ha agito senza piani industriali, vincolata da problemi di bilancio, privatizzando in malo modo e distruggendo opportunità facendo si che alla fine forse l’ingresso di Etihad porterà meno benefici ad Alitalia di quanto avrebbe potuto accadere se l’affare fosse stato trattato in modo differente già 5 anni fa.

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30/04/2014
Valentino Angeletti
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Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica?

A poco è servito l’agreement di Ginevra tra Russia ed Europa e USA in merito alla crisi ucraina che invece sta degenerando.

Gli Stati Uniti hanno già diramato la lista delle aziende e degli oligarchi vicini a Putin oggetto di sanzioni economiche e di restrizioni commerciali.
Gli stati europei invece devono ancora redigere le proprie liste e stabilire sanzioni che saranno demandate agli stessi stati singolarmente.
Nonostante questo provvedimento le aziende interessate, ovviamente in primo lungo quelle energetiche ed Oil&Gas non sembrano disposte a rinunciare alle loro joint-venture; la BP ha dichiarato di proseguire la partnership con Rosfnet (non inserita nella lista al contrario del suo direttore generale Sechin, Link RaiNews), mentre la OMV ha appena siglato un accordo con Gazprom (Notizie Bloomberg) per la costruzione di una pipeline per il trasporto del gas russo in Europa senza attraversare l’Ucraina. Questa mossa lascia intendere la volontà del Cremlino di mantenere ed incrementare il proprio dominio come esportatore di energia primaria in Europa declassando il ruolo dell’Ucraina. Sempre seguendo il filo conduttore dell’egemonia della propria politica estera ed in contrapposizione agli USA si può interpretare la dichiarazione del ministro degli esteri russo Lavrov in visita a L’Avana, il quale ha condannato l’embargo statunitense nei confronti di Cuba. In questo caso il tentativo potrebbe essere quello di avvicinare i paesi e le economie più in difficoltà e/o in via di sviluppo e crescita; con la Cina i rapporti e gli scambi commerciali sono consolidati da tempo ed importanti per volume e denaro mosso, è probabile, considerando anche la relativa vicinanza geografica, la logistica più favorevole rispetto ad altri paesi, la forza con cui queste economie e mercati stanno crescendo, che la Russia tenterà di portare nella propria orbita anche la zona del Pacifico ove si collocano Malesia, Filippine ed Indonesia, già avviate ad essere le prossime tigri asiatiche.
Il segretario di stato statunitense, John Kerry, ha dichiarato che USA ed Europa sono totalmente allineate e determinate nel difendere l’Ucraina dagli assalti Russi; assalti che secondo il Presidente Putin sono pura fantasia tanto che non vi sarebbe nessuna truppa Russa in territori ucraini e gli attacchi sarebbero opera di gruppi filorussi autonomi. Di parere contrario sono il premier Ucraino Yatseniuk ed il presidente Turčynov.
Senza tirare troppo la corda, ma dando la necessaria chiarezza al messaggio, Putin ha dichiarato che, benché non vorrebbe e benché non sarebbe sua intenzione, se gli USA e l’Europa si ostineranno a proseguire con le accuse e le sanzioni a danno della Russia e con la difesa dell’Ucraina, si vedrà costretto a rivedere pesantemente la presenza di aziende statunitensi ed europee in territorio russo, con particolare riferimento a quelle operanti in settori strategici, energia in primo luogo.

Gli obiettivi della Russia che difficilmente agisce senza piani, programmi e motivazioni di natura strategica ed economica potrebbero essere sostanzialmente tre.

Il primo quello di mantenere e fortificare, eliminando la frapposizione Ucraina alla quale è stato fornito gas a prezzi favorevoli (somme miliardarie ancora non riscosse) ed alla quale veniva pagato un congruo affitto per la presenza in avamposti strategici, il ruolo fondamentale che ha nei confronti dell’eurozona, a cominciare da tutto il blocco ex sovietico, Ungheria, Polonia, Germania, Italia, Olanda, Finlandia come al solito in riferimento all’energia (in figura esportazioni di petrolio nel 2013); primato che potrebbero vedere minato dagli USA divenuti esportatori energetici.

Esportazioni di petrolio Russo verso altri paesi, 2013

Esportazioni di petrolio Russo verso altri paesi, 2013

Gli Stati Uniti per bocca del segretario Kerry ed il Commissario EU all’energia Oettinger hanno asserito che l’Unione deve essere più autosufficiente in tema energetico e meno dipendete da Russia e stati dalla traballante situazione politica; a tal fine gli USA si sarebbero proposti di supportare l’Europa grazie alla rivoluzione energetica dovuta allo shale gas, ma la logistica è molto più complessa (benché possibile come dimostrano gli accordi per l’importazione di shale dal Texas conclusi da Enel) e necessita di nuove infrastrutture rispetto quelle necessarie per gli scambi con la Russia ed in gran parte già presenti. Per gli Stati Uniti la tensione ucraina si colloca in un momento in cui avrebbero voluto, proprio per la quasi autosufficienza energetica raggiunta, allontanarsi dal medio oriente e dai suoi conflitti, risparmiando così le spese correlate, visto che l’unico interesse in medio oriente per gli USA è relativo agli idrocarburi. Diverso è il discorso per una potenza come la Russia che effettivamente potrebbe mettere a repentaglio (magari in coalizione con la Cina e l’Asia) il dominio statunitense come potenza egemone a 360° e che quindi richiede attenzione.

Il secondo, quello di diventare il riferimento per le economie emergenti di oggi e di domani (asiatiche in particolare per via della logistica), sempre più affamate di energia e che i pochi vincoli in tema ambientale e di diritti umani potrebbero rendere appetibili, poco costosi e molto profittevoli gli accordi sulla costruzione di infrastrutture di trasporto, produzione e fornitura energetica.

Il terzo, la volontà di tornare ad apparire agli occhi del proprio orgoglioso popolo, in un momento in cui la Russia è forte ma probabilmente non come un tempo, un grande stato rispettato e temuto in tutto il mondo. La popolazione russa crede profondamente in questi valori ed è disposta a servire e sacrificarsi se in ballo c’è l’egemonia della propria nazione, con tutte gli scenari prospettabili.

La questione è decisamente ancora tutta in divenire e la soluzione diplomatica lontano dall’essere trovata, del resto le intenzioni non sembrano quelle di una rapida pacificazione. Ancora una volta viene confermato quanto il tema energetico (ed economico) sia alla base degli assetti geo politici e dei rapporti di forza mondiali.

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30/04/2014
Valentino Angeletti
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Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?

Dopo aver incontrato il suo omologo francese Michel Sapin e prima di incontrare, quello britannico George Osborne ed il Governatore della BoE nonché presidente del Financial Stability Board, Mark Carney, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha rilasciato qualche dichiarazione importante.

La prima e più scontata riguarda il fine con cui nacque l’Europa, cioè quello di garantire pace, benessere, crescita e lavoro ai cittadini. Questo obiettivo negli ultimi anni è evidentemente sfumato a causa della crisi iniziata nel 2007 in USA, ma anche per via dell’anteposizione nel reagire alla stessa di certi particolarismi di singoli stati e di singole economie più forti con una complice accondiscenda delle istituzioni europee. In tal senso l’asse Itali-Franco-Spagnola che potrebbe contrapporsi alla Germania non avrebbe senso d’essere in quanto l’ambizione del benessere e della prosperità dovrebbe essere comune e trasversale. Nella realtà dei fatti sappiamo che non è così e che un medio benessere comune va a scapito di alcuni stati che attualmente prosperano ed a vantaggio di altri che invece navigano in situazioni più complesse; quindi trovare la mediazione non è affatto semplice ed è il motivo per il quale questa crisi si è protratta oltremodo senza che misure realmente efficaci siano state prese.

Nel perimetro degli interventi necessari si annoverano l’unione bancaria, della quale fanno parte gli stress test europei, più stringenti dei precedenti, che simulano situazioni difficili e differenti da paese a paese, che tanto preoccupano le banche e che hanno dato il via ad un valzer di ADC anche per i colossi tedeschi che parevano (ma solo apparenza) inossidabili, come Deutesche Bank, prossima ad un ADC di 5 bil, somma che in realtà analisti dicono essere solo la metà di quanto realmente necessario; l’armonizzazione e trasparenza del sistema finanziario e fiscale per ridurre concorrenza ed elusione fiscale; approccio comune al problema dell’immigrazione e della valorizzazione del Mediterraneo; definizione di un piano di bond comunitari; politica economica e monetaria volta a sostenere l’economia e non la finanza la quale se orientata alla speculazione alimenta cicliche crisi e recessioni; ridistribuzione della ricchezza e dell’uguaglianza; creazione di una reale entità di riferimento riconosciuta da tutti i partner internazionali, dalla Cina agli Usa; piani comuni di innovazione, ricerca, educazione per portare ad alti livelli equiparabili in tutti gli stati lo sfruttamento delle potenzialità del capitale umano, delle tecnologie e del digitale; politica e mercato energetico e delle tlc comuni, realmente concorrenziali con costi comparabili nei singoli stati e sistemi di trasporto energia/trasmissione dati integrati e comuni.

Con questa dichiarazione Padoan ha voluto sottolineare, senza dirlo esplicitamente poiché aveva precedentemente negato una possibilità simile, che visione di intenti comune e collaborazione tra Francia ed Italia ci saranno perché le acque in cui navigano non sono cosi dissimili e tutt’altro che facili, quindi non si chiami asse o alleanza anti tedesca, ma collaborazione per fini comuni; cambia il nome ma non il fine.

Tra gli interventi elencati attenzione particolare va riservata alla politica monetaria in capo alla ECB di Mario Draghi, perché è il soggetto della seconda dichiarazione. Il Ministro avrebbe detto (e ne sono felice perché più volte qui sostenuto) che effettivamente un Euro più debole consentirebbe alle aziende italiane ed europee di essere più competitive e di poter potenziare l’export verso mercati extra-continentali.

Questa sottile stoccata fa il paio con la richiesta fatta tramite la famosa lettera a Bruxelles in cui il MEF chiede più tempo per il rientro del deficit strutturale ed ancora in attesa di risposta ufficiale (Lettera a Bruxelles) e si accoda alle richieste della Lagarde di utilizzare politiche monetarie ancora più accomodanti a sostegno dell’economia.

Evidentemente, senza voler essere troppo espliciti e poco diplomatici, in tutti i consessi economico finanziari mondiali aleggia il sentimento condiviso che sia necessaria una politica monetaria più accomodante che inietti liquidità (come qui più volte ripetuto da tempo) verso l’economia reale e verso le imprese (e qualche misura è stata presentata, vedere link a seguito) e non verso la finanza che non è stata in grado di compiere il proprio fondamentale mandato di congiunzione tra istituzioni finanziare sovranazionali ed economie dei singoli Stati o meglio ha perseguito in modo opinabile il mandato di creazione di proprio profitto. Quello che fino ad ora Draghi ha fatto in modo eccellente è utilizzare l’effetto annuncio, senza mai intervenire concretamente. L’effetto annuncio porta beneficio, ma si esaurisce ed è necessario un nuovo annuncio con cadenza che segue i bollettini periodici della ECB. Si arriva ad un punto però in cui è necessario intervenire sull’economia e lo dimostra la bassa inflazione ben sotto il 2% che è già deflazioni in alcuni stati ed in alcune zone europee e che non risparmia neppure la Germania nonostante mercati tonici (link scollamento politica e mercati).

Chiaramente non si può pensare ad un intervento scellerato né richiedere alla ECB manovre che non ha nel suo mandato (che potrebbe comunque essere modificato), ma un intervento mirato che deve fungere da prima fase di shock che rilanci investimenti nel breve termine, crei lavoro ed indotto con un controllo certosino della spesa e della destinazione di questo QE. La FED ha agito in tal modo non interessandosi troppo del deficit o del debito, che ha necessitato di un innalzamento del tetto per evitare il fiscal cliff, ma ponendo al centro il dato sulla disoccupazione con target al 6%.  Penso che l’idea delle due fasi una di spesa produttiva e per investimenti ad alto valore aggiunto ed una di riforme e creazione di lavoro ed indotto strutturale e quindi crescita duratura sia anche la mira di Padoan, del Governo Renzi e di molti altri leader europei.

Adesso i giochi sono in mano a Draghi ed alla ECB che devono decidere se e come assecondare le richieste più o meno velate.

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29/04/2014
Valentino Angeletti
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Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato

Secondo quanto diramato dall’ISTAT la fiducia dei consumatori, nonostante lo scetticismo sui dati rispetto alla situazione reale delle associazioni di categoria, ha registrato in aprile un aumento, il secondo consecutivo, toccando i massimi dal 2010 (a gennaio 2010 era 107.4) e passando in media da 101.9 a 105.4 (per approfondimenti: il fatto Quotidiano, AGI), migliorando in tutti i settori analizzati ed in tutte le aree geografiche.

La percezione dei consumatori è fondamentale per la ripresa economica perché, come per una grave malattia, la guarigione parte dalla volontà di voler guarire e dalla consapevolezza di poterlo fare. L’abbandono della speranza e la rassegnazione, anche a livello psicologico, ed in medicina è dimostrato, rallenta, quando non blocca definitivamente, la guarigione ed è lo stesso per la ripresa economica. Senza un rinnovato clima di fiducia personale che preceda segnali tangibili e forti di ripresa, il miglioramento complessivo, innescato da meccanismi individuali, collettivi, micro e macro economici, perde un attore che se non sufficiente di è certo necessario.

Vero è che timidi segnali di ripresa si stanno vedendo, ma siamo ancora ben lungi da poterne toccare gli effetti, il potere d’acquisto delle famiglie decimato di oltre il 10% dall’inizio della crisi è rimasto tale così come gli stipendi tra i più bassi in Europa, le difficoltà delle imprese dovute alla burocrazia, al costo dell’energia, all’alto livello di tassazione sono ancora le medesime, il PIL è stimato in crescita nel 2014 del 0.8% (secondo analisti invece oscillerebbe tra lo 0.5 e lo 0.7% mentre secondo il governo potrebbe attestarsi attorno all’ 1.1%, ma la scelta è stata quella della prudenza). Dati certi sulla spending review non se ne hanno così come ancora non si ha la risposta da parte di Bruxelles sul DEF e sulla possibilità di avere più tempo per rispettare i vincoli sul deficit strutturale. I debito crescerà ancora ed oltrepasserà il 134% sul PIL (Link al PIL), il quale, anche crescendo dell’1.1% non riuscirà a garantire la diminuzione della disoccupazione.

A cosa è dovuta allora la ritrovata fiducia?

Oggettivamente da diversi fattori. In primis gli 80 € in più nella busta paga di alcuni che, benché non saranno a beneficio di tutti, lasciano ben sperare, in particolare perché il Premier Renzi ha dichiarato di voler aiutare anche pensionati e partite IVA; poi vi è lo sgravio IRAP del 10% per le imprese, poca cosa, ma è un inizio.

A parte queste che sono misure oggettive ormai consolidate vi è la percezione di ciò che sta per essere fatto, anche grazie alla capacità mediatica ed all’effetto annuncio (del quale Draghi ed ECB sono maestri Link).

Per la prima volta la sensazione delle persone comuni è quella da parte del Governo di voler ridurre i privilegi a chi ha fino ad ora goduto (la vendita delle auto blu è stata una azione molto popolare nonostante si tratti di una goccia nel mare) anche nei periodi di crisi, di voler provare a tagliare drasticamente la spesa pubblica ed ottimizzarla, di voler ridurre i costi della politica e di provare a cambiare la classe politica e dirigente (anche se su questo tema il lavoro è ancora lungo). Si tratta ad ora di percezione alla quale contribuisce anche l’atteggiamento che i partiti hanno nei confronti dell’Europa: tutte le parti politiche europee da PPE al PSE, dalla lista Tsipras ai Liberali (ed anche il M5S ha adottato una linea più morbida limitandosi a voler cambiare l’Europa non necessariamente uscirne) condividono, ovviamente con differenti dettagli, l’idea di realizzare una Europa più vicina ai cittadini e meno rigorosa nei vincoli, più flessibile, in grado di reagire a periodi di altissima recessione, confermando l’inefficacia delle metodologie fino ad oggi usate (Renzi, Quirinale, riforme, Europa Link).

Al momento si tratta di sensazioni quindi, spinte anche dalla volontà del popolo di “guarire”, di riprendersi, perché alla fin fine l’uomo vuole pensare di poter risolvere i problemi, è fatto per risolverli e la rassegnazione non può essere per sempre. Il Governo Renzi ha il delicatissimo compito di dar seguito a questo sentimento con fatti che lo supportino e lo incrementino.

Le azioni principali da intraprendere, a mio modestissimo ed insignificante parere, sono la prosecuzione delle riforme istituzionali, ma anche economiche a supporto di persone, imprese e lavoro volte alla ridistribuzione (La quarta R alle tre di Davos della Lagarde) reperendo risorse dall’ottimizzazione e dal taglio della spesa in modo da rendere il paese efficiente, digitalizzato, innovativo, ricordiamo che l’Europa proprio ieri ha redarguito il nostro paese perché ancora indietro con le riforme, non in grado di innovare, di essere tecnologicamente all’avanguardia e di creare valore aggiunto sufficiente, ma questi dati non sono di dominio così comune da influenzare il sentiment del paese,.

La componente della lotta alla corruzione ed all’evasione sono importantissimi perché l’illegalità deve essere smascherata e punita e non sembrare privilegiata rispetto all’onestà (come accade per le imprese molte delle quali rischiano di soccombere allo stato se oneste), quindi la sburocratizzazione rendendo tutto più efficiente e telematico (con una necessaria educazione digitale, e quindi posti di lavoro per i giovani, della popolazione più anziana che ne l nostro paese rappresenta un a altissima percentuale) e la conseguente modifica delle pubbliche amministrazioni (a breve sul tavolo del governo), il pagamento effettivo dei debiti delle PA.

Servono poi investimenti concreti da escludere nel computo del deficit grazie ad una migliore applicazione della golden rule, come quelli destinati ad innovazione e ricerca, al riassetto idrogeologico, all’efficienza e sostenibilità energetica ed ambientale, alla conclusione delle opere cantierabili ma ad oggi bloccate, alla riqualificazione di aree, industrie ed impianti inutilizzabili, insomma il percorso deve portare ad un nuovo modello di sviluppo economico e di base produttiva (Link nuova base produttiva ; Link Manifattura).

Un ulteriore punto da sviluppare per alimentare la fiducia e fino ad ora deficitario è quello dell’inserimento nella politica di persone competenti, a prescindere da genere ed età, attingendo dalla società comune, dai talenti delle differenti generazioni che vorrebbe contribuire alla rinascita del paese perché ne sono innamorati e che non hanno voluto, benché potendolo, emigrare (Capitale sociale 1, capitale sociale 2, collaborazione generazionale).

L’Europa è un altro fattore determinante. La fiducia in questa istituzione, che rappresenta l’unica via di salvezza del continente e dei paesi membri per non essere fagocitati dalla grandi economie che corrono, è molto bassa per via delle modalità di intervento nella crisi. Oltre alla banale frase “di battere i pugni sui tavoli”, quello che dovrà essere fatto è perseguire una vera unione e si spera quindi che una volta al Parlamento Europeo vengano implementate le promesse ed i programmi, condivisi circa da tutti i partiti, a meno delle fazioni più estremiste ed anti euro che però peccano di totale divisione, volti alla cooperazione e collaborazione. Allo stesso modo è necessario che l’Europa venga percepita come una entità di valore anche nella politica estera, cosa che al momento non avviene né relativamente alle persone né relativamente agli altri grandi stati del mondo asiatico ed occidentale. La crisi in Ucraina e l’incapacità di fronteggiare efficacemente il tema dell’immigrazione nel sono una lampante dimostrazione. L’agire in modo congiunto e sinergico di certo contribuiranno a far crescere la necessaria fiducia che cittadini europei a tutti gli effetti devono avere nel confronti dell’unione, la quale dal canto suo però deve lavorare per meritarsela.

Ritornando al nostro paese, anche agli occhi esteri, lasciando perdere i mercati che sono mossi da dinamiche ben più ampie e legate alle politiche monetarie delle varie banche centrali, al flusso di capitali dalle economie emergenti verso quelle più mature (approfondimento, poltica-mercati; approfondimento Brasile; mercati emergenti) e da molto altro ancora rispetto a cui le vicende interne del nostro paese rappresentano un elemento trascurabile, vi è la percezione che, dopo il riassetto dei conti operato anche dei Governi precedenti, qualche cosa si stia muovendo, a fronte di anni ed anni di immobilismo (Ora ICS, decreto Irpef, inizio lungo percorso).

Che la direzione sia la migliore è assai difficile ed è ancora presto per trarre conclusione definitive, ma la sensazione,e sempre di sensazione si tratta, è che ci sia un’accelerata che avrebbe dovuto avvenire ben prima (come dimostrano le lamentele europee sulla lentezza delle riforme) e che comunque ora sembra iniziare.

Il processo sarà lungo come complessa è la situazione italiana ed europea, ma sperare ed essere positivi e non sempre disfattisti è il primo passo verso la guarigione. Sicuramente il Governo, le istituzione e l’Europa dovranno guadagnarsi e consolidare questo sentimento impegnandosi in un compito tutt’altro che facile.

29/04/2014
Valentino Angeletti
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Lucchini, Alitalia e la grande industria

Con la firma dell’accordo di programma siglato tra Governo e regione Toscana che prevede lo stanziamento complessivo di 250 milioni di € per la riqualificazione del polo siderurgico ha inizio il processo di spegnimento dell’altoforno della Lucchini di Piombino. L’intesa, finanziata per 100 milioni di € dal Governo e per i restanti 150 dalla Ragione, comprende l’inizio il primo maggio degli ammortizzatori sociali per un ammontare complessivo di 4000 lavoratori che si ripartiscono in contratti di solidarietà per i lavoratori dell’acciaieria e cassa integrazione, ordinaria o in deroga, per quelli dell’indotto; il Ministero della Difesa avrebbe inoltre assicurato l’utilizzo della struttura per lo smantellamento di 30 navi da guerra in una prima fase, per poi ampliarsi includendo anche imbarcazioni civili.

Questa situazione che si protrae da anni si inserisce nel contesto di crisi industriale italiano, certificato dai dati Unioncamere sulle imprese fallite nel primo trimestre 2014 che crescono del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente attestandosi alla drammatica cifra di 40 al giorno (3600 nell’intero trimestre), e ne rappresenta al contempo una differente sfaccettatura.

Mentre per le imprese tipicamente artigiane ed a conduzione famigliare le più grandi difficoltà sono rappresentate dalla difficoltà di accesso al credito, dalla burocrazia, dai debiti contratti dalle PA nei loro confronti, dal prezzo dell’energia e dall’eccessivo livello di tassazione, assieme al drastico calo dei consumi, per il colosso siderurgico uno dei problemi principali è stata una gestione non lungimirante e che non ha saputo cogliere i segnali di un settore, quello siderurgico, nel quale i paesi industrializzati non possono più competere sul costo del prodotto. I paesi emergenti, dove la manodopera costa oltre un ordine di grandezza in meno rispetto ai paesi industrializzati sono competitivamente avvantaggiati, non dovendo oltretutto sottostare a vincoli ambientali e di sicurezza sul lavoro (elementi di grandi impatto nella siderurgia, settore industriale ad alto rischio).

Il risultato nel perseguire questa competizione impari è quasi scontato, ossia le aziende dei paesi maturi, come appunto la Lucchini, tentano di abbassare i prezzi agendo sul costo del lavoro, attingendo a contratti di solidarietà, risparmiando su adeguamenti tecnologici per la salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori, tagliando totalmente la ricerca e l’innovazione, ma nonostante tutto ciò non riuscendo ugualmente a produrre un prodotto in competizione con quello dei paesi emergenti ed alimentando per giunta un meccanismo che porta al calo dei consumi ed in ultima istanza alla deflazione.

Se, come ha sostenuto il Governatore Enrico Rossi, a Piombino si tornerà a produrre acciaio e fare siderurgia sostenibile, allora è imprescindibile puntare a differenti modelli produttivi cercando di orientarsi verso la qualità ed il valore aggiunto, investendo in ricerca ed innovazione e creando prodotti di nicchia e costosi. Ad esempio il passaggio dagli altoforni a coke ai forni elettrici consentirebbe di produrre acciai speciali utilizzati ad esempio nei settore dell’avio spazio, della difesa, dell’automotive e della cantieristica navale ed edilizia rivolgendosi ad una clientela disposta a pagare l’altissima qualità di cui a bisogno. Questo processo di rinnovamento implica un maggior utilizzo della tecnologia e probabilmente un minor uso di manodopera che dovrà essere più specializzata e qualificata quindi non è oggettivamente pensabile il totale reimpiego dell’indotto che comunque nella fase di riqualificazione dei siti potrebbe trovare nuova occupazione.

Quella del rinnovo dei processi e dei metodi e modelli lavorativi è un argomento che tocca un’altra annosa crisi: l’Alitalia. Al momento l’unico serio acquirente interessato risulta Etihad, un partner forte e che consentirebbe il potenziamento di promettenti rotte verso il medio ed estremo oriente. Ovviamente però, alla luce della situazione della compagnia aerea di bandiera, e poiché Etihad sa di essere l’unico ad avere serie intenzioni nell’affare, le condizioni avanzate per portare a termine l’acquisto sono stringenti. Del resto non è pensabile che un investitore totalmente privato come Etihad si accolli anche tutti gli sprechi e le inefficienze gestionali, di processo, finanziarie e tecniche che nel caso Alitalia, pur essendo divenuta la compagnia un soggetto privato, sono rimaste a carico del pubblico rappresentando un pessimo case sudy di privatizzazione. Etihad cercherà fin dall’inizio di adeguare il più possibile Alitalia ai propri standard che fino a prova contraria il mercato ed i risultati della compagnia araba hanno comprovato. Se linee paragonabili a quelli coperte da Alitalia con un certo numero di dipendenti sono coperte da Etihad con un numero di dipendenti inferiore senza lesinare su stipendi e diritti dei lavoratori, qualità del servizio e standard di sicurezza è lampante che cercherà di includere nell’affare solo quel numero di dipendenti.

Analogamente per gli oneri finanziari e per l’organizzazione degli hub internazionali, di norma uno in ogni paese e raggiungibile con collegamenti ad alta velocità, tranne che in italia (ed in Germania, ma il paragone al momento non regge) dove gli hub sono due, non serviti da alta velocità ed uno dei quali, Malpensa, per giunta non facilmente raggiungibile dai principali centri industriali  finanziari italiani neppure con mezzi “standard”. Alla fine quindi pur cercando di mediare fino in fondo, a spuntarla, qualora la trattativa non venisse sospesa, sarà probabilmente Etihad.

Questi due esempi sono la testimonianza di come la grande industria italiana (contrariamente a tante realtà piccole e PMI) non sia all’altezza di paesi paragonabili, come la Francia, la Germania o la Spagna (senza volerci spingere troppo lontano) e come l’annosa assenza di piani e politiche industriali chiare, cattivi esempi di finte privatizzazioni, inadeguati investimenti in innovazione e tecnologia necessari per mantenere la competitività e la qualità dei prodotti e servizi abbiano portato alcuni campioni industriali ad un punto tale da non riuscire più a sostenersi autonomamente, non poter contare in toto sullo Stato preso da limitatissime possibilità di spesa e quindi doversi affidare ad investitori stranieri, che se ben intenzionati nel lungo termine possono risolvere situazioni quasi compromesse, ma quando c’è una preda alle stretta possono essere estremamente ed incolpevolmente violenti.

Il rilancio dell’industria, dei campioni nazionali rimasti, siano essi privati, pubblici o misti, della sostenibilità e della qualità, la conversione a modelli innovativi e tecnologici che creano indotto e filiere produttive ad alto valore aggiunto, sono elementi fondamentali per la ripresa di un modello produttivo virtuoso e competitivo nel lungo termine, che Governo ed il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) in particolare, devono affrontare nell’immediato con grande rapidità.

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25/04/2014
Valentino Angeletti
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Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa.

Si è svolto in mattinata l’incontro tra il Premier Renzi, impegnato in svariati tavoli internazionali con al centro la crisi ucraina, ed il Presidente della Repubblica Napolitano. Il tema è stato quello delle riforme, fondamentali secondo i Presidenti ed oggettivamente non più rimandabili nei fatti.
Negli ultimi giorni però sono sorte alcune falle nel processo riformista che pareva avviato e scandito da un rigido crono-programma.
I maggiori azionisti del patto per le riforme sono il PD, ala renziana, e Berlusconi, leader indiscusso di Forza Italia. Il leader di centro destra, probabilmente a causa delle vicende giudiziarie e soprattutto vedendo avvicinarsi le elezioni europee in un momento in cui la popolarità della sua parte politica è quasi ai minimi, ha esplicitato la possibilità di non appoggiare le riforme, ed in particolare quella del Senato, che vorrebbe mantenere elettivo, e quella della legge elettorale che, sempre stando ai sondaggi, non gli consentirebbe di incassare il dividendo riservato ai primi due partiti.
In questo momento gli istituti di statistica (di seguito risultati del sondaggio IXE’ realizzato per Agorà) danno PD al 32.1%, il M5S al 27.4%, e Forza Italia al 17.5% i cui elettori si sarebbero allontanati per avvicinarsi proprio allo schieramento di Grillo (l’astensionismo complessivo rasenterebbe quasi il 50%, segno di distacco dei cittadini da politica ed Europa. Probabilmente sul dato influirà anche la singola tornata domenicale del 25 maggio soprattutto in caso di bel tempo).

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE' per Agorà.

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE’ per Agorà.

Le dichiarazioni bellicose di Berlusconi sono state poi edulcorate, ma l’intento di mantenere alta l’attenzione sulla sua importanza e popolarità e sul ruolo politico di primo piano che vorrebbe preservare, pare chiaro.
Oltre alle dichiarazioni di Forza Italia vi sono poi gli scontri interni allo stesso PD, ove un’area non trascurabile prova malcontento nei confronti dei contenuti delle riforme presentate e che non teme di opporsi nelle sedi parlamentari.

In questo scenario in bilico il Presidente Napolitano ha probabilmente voluto sincerarsi dello stato dei rapporti di forza e del processo di implementazione delle riforme delle quali è un grande sostenitore così come è avverso alla eventualità di nuove elezioni, poiché sua intenzione sarebbe quella di accompagnare a conclusione in una stabilità di governo le riforme stesse per poi dimettersi e ritirarsi a vita privata.
L’appuntamento con la prima lettura dei testi fissato dai programmi di Renzi prima delle elezioni europee del 25 maggio, pare ormai difficilmente rispettabile, ma dieci giorni in più o in meno non fanno la differenza a detta del Governo che si ritiene in grado di andare avanti in autonomia appoggiato dalla maggioranza anche in caso di strappo con Berlusconi.

Le elezioni rappresentano al momento solamente una exit strategy per la parte renziana del PD, comunque sostenuta esplicitamente da alcuni fedelissimi del Premier, che potrebbe essere perseguibile in autunno previa applicazione dell’Italicum anche in Senato (sondaggi indicano però che la maggioranza degli interpellati, oltre il 40% sarebbe favorevole ad elezioni immediate).

Considerando quanto il Premier, e con lui le riforme, siano collocate in mezzo ad una sorta di incudine e martello viene da pensare se le elezioni effettivamente non siano l’unica via attraverso la quale il PD di Renzi possa davvero assumere quell’indipendenza e quel potere decisionale necessario per riformare in modo sostanziale un paese da anni bloccato, superando gli avversari politici, le fronde interne, i conservatorismi insiti nei poteri parlamentari ed istituzionali che vedono nel cambiamento il diminuire della loro influenza e del loro ruolo nascosto ma centrale nella gestione del paese.
Una vittoria forte di Renzi consentirebbe al Premier di formare un governo totalmente proprio, di ridimensionare l’ala del PD oppositrice, di collocare in posti chiave non prettamente politici ma spesso di nomina politica o politicizzati suoi fedeli, di liberarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il quale agli occhi degli italiani perderebbe la natura di elemento chiave per il rinnovo del paese che pur sta tentando di mantenere, ed infine, ma non per importanza, mettere realmente solo e soltanto la “propria faccia” nella sfida del cambiamento con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Il Governo Renzi sta cercando, con tutte le difficoltà connesse, di sviluppare un percorso di cambiamento, che di certo non è il migliore possibile, è senz’altro perfettibile e c’è da augurarsi che venga perfezionato anche grazie all’innesto di persone nuove e competenti prese dalla platea degli individui comuni che hanno ritrovato la voglia di servire il paese e partecipare alla vita politica, ma gli va dato atto che sta provando a fare quello che da decenni nessuno ha mai convintamente tentato o per interesse personale e partitico, e dunque colpa, o perché mosso dalla rassegnazione che il paese non fosse modificabile in meglio e quindi, perso per perso, ci si sarebbe dovuti adattare ad una politica al ribasso, oppure perché, nonostante l’impegno e la buona volontà, a prevalere sono stati i potentati, le tecnocrazie ed i beneficiari del prosperare di un simile sistema.

Alla luce di ciò valutare la possibilità, anche interpellando in Presidente della Repubblica, di un passaggio elettorale, con tutti i rischi potenziali connessi, ma con un enorme premio in ballo, potrebbe avere decisamente senso e non rappresentare solamente una exit strategy da una situazione che rischia di essere bloccante in ogni momento.

Se in Italia quella delle riforme è una partita fondamentale, lo è allo stesso modo, se non di più in Europa. I programmi di tutti i partiti, sia nazionali che europei (a meno dei fautori dello sfascio dell’Europa), proclamano esplicitamente la propria volontà di riformare il contesto dell’Unione che fino ad oggi ha fallito nel processo di avvicinamento dei popoli e delle nazioni verso una unità istituzionale normativa e “sentimentale” che avrebbe dovuto avere come obiettivo, agendo spesso con eccessiva intransigenza e proteggendo alcuni particolarismi a discapito di realtà più bisognose e deboli.

Quanto sarà possibile però perseguire una vera riforma europea preservando la natura dell’Europa stessa che sembra l’unica via per il continente e per gli stati membri di rimanere un tassello importante dell’economia e dei processi strategico decisionali in un mondo globale?
Difficile a dirsi.
Gli anti-europeismi avanzano (UKIP in GB è dato al secondo posto dietro i Laburisti e prima dei conservatori del Premier Cameron) ma peccano di capacità organizzativa trasversale (del resto sono i profeti dei nazionalismi a volte anche molto spinti e di stampo nazista), i partiti che si dicono europeisti ma che al contempo reclamano drastici cambiamenti nella politica economica e sociale (tipicamente di sinistra più radicale) sembrano non avere forza sufficiente, e le due maggiori fazioni PSE ed PPE secondo alcuni analisti hanno, in caso di vittoria, un percorso già da tempo disegnato e che non molto ricalcherebbe i programmi di riforme ed avvicinamento al popolo che a dire il vero non sono tra loro così dissimili nei punti fondamentali (dalla centralità dei popoli europei, alla modifica della politica monetaria ed economica abbandonando l’austerità totale, dalla collaborazione internazionale con partner economici alla protezione dei diritti di popoli non ancora liberi).
L’esito delle urne potrebbe essere molto frammentario ed allora si potrebbe prospettare l’ipotesi di una grande coalizione, simile a quella tedesca, in cui governano assieme PSE ed PPE e che, qualora venisse data con convinzione e determinazione priorità al processo riformatore nei suoi punti cardine, non sarebbe sicuramente peggio che una frammentazione in cui è difficile giungere a decisioni. Nel nuovo assetto europeo si inserirà la presidenza italiana del semestre che, nonostante margini di manovra non forse eccessivi, potrà rappresentare un’opportunità per indirizzare alcune questioni importanti, ad esempio i vincoli di bilancio, il fiscal compact e l’unione bancaria.

Come si deve imparare a pensare, in questo frangente il punto principale non è chi governi o chi indichi la via del cambiamento, ma che questa via, ormai nota quasi in toto salvo piccole deviazioni, venga rapidamente e definitivamente intrapresa in modo comune, sincronizzato e condiviso, poiché in caso di ulteriori ritardi non vi saranno vincitori duraturi, ma solo sconfitti in tempi più o meno brevi.

26/04/2014
Valentino Angeletti
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Ridurre il debito è oggettivamente possibile?

Risulta ancora in aumento il debito italiano, grande fardello che costa le attenzioni strettissime delle istituzioni europee nonostante il diligente mantenimento del rapporto deficit/PIL al 3% . Non è ad esempio lo stesso per la Francia che ha raggiunto il 3.8% di deficit/PIL, ma con un debito che si attesta poco sopra il 92% del PIL stesso.

Lo stock di debito raggiunto dall’Italia è del 132.6% rispetto al PIL ed in termini assoluti vale circa 2’107 miliardi di €.

A costare veramente tanto è la necessità di dover pagare gli interessi sul debito stesso, i quali si attestano attorno a 90 miliardi all’anno, rifinanziati in parte a mezzo di altro debito tramite l’emissione di bond. Verissimo è che col diminuire dello spread, in questo periodo ai minimi da svariati anni, gli interessi diminuiscono, ma supponendo anche di pagare 70 miliardi di interessi, risparmiando ben 20 miliardi in un anno, il “bulk” di interessi monstre rimane.

Il vincolo del fiscal compact firmato in Europa obbliga di riportare in 20 anni il rapporto debito/PIL entro il 60%, riducendo di un ventesimo l’eccedenza rispetto al 60%. Tale meccanismo non impone automaticamente la riduzione del debito che potrebbe essere evitata (addirittura il debito potrebbe anche crescere) qualora il PIL crescesse ad un tasso superiore rispetto al debito. Anche supponendo di riuscire a mantenere il debito al livello attuale si dovrebbero registrare crescite costanti attorno a circa il 2-3% (calcolo spannometrico).  Evidentemente una crescita simile del PIL sarebbe una previsione ottimistica anche in condizioni macroeconomiche favorevoli, decisamente fuori d’ogni probabilità in quelle in essere.

Come ridurre allora l’immane stock di debito? La risposta è tremendamente difficile e lascia aperte molte questioni irrisolte nel nostro paese, che ha comunque bisogno di reperire risorse, sempre di difficilissima copertura, da distribuirsi su diversi fronti inclusa la necessità di investimenti per favorire consumi, lavoro e crescita in generale che in fasi recessive può essere innescata, perlomeno nella sua fase iniziale, solo da spesa pubblica, provenga essa da nuovo debito o da ottimizzazione delle spese già in essere.

Le privatizzazioni, in certi casi necessarie se ben fatte ed accompagnate da precisi piani industriali, servono più alla competitività, all’innovazione ed alla crescita delle aziende, ai consumatori che potranno godere di maggiore concorrenza, al mercato in generale che non alla riduzione del debito nei confronti del quale le cifre in gioco, anche supponendo che vengano in toto destinate a tal scopo, rappresentano ben poca cosa e costituiscono un provvedimento “una tantum”.

Le uniche misure che sembrano poter dare un contributo strutturale significativo stando alle stime dei loro valori complessivi sono la riduzione e l’ottimizzazione della spesa pubblica, gestione profittevole degli immobili e dei patrimoni statali, lotta all’evasione ed all’elusione fiscale e totale intolleranza nei confronti della corruzione.

Queste misure però necessitano di tempo per entrare a regime e molto impegno e determinazione, compresa la lotta alle burocrazie e tecnocrazie interessate nel caso dei tagli alla spesa pubblica, inasprimento di pene e sanzioni nei casi di reato fiscale e di corruzione e collaborazione ed armonizzazione a livello europeo per disincentivare pratiche elusive (che se sono dannose per alcuni bilanci sono la manna per altri) e per facilitare la lotta all’evasione tramite maggior trasparenza bancaria e più fluidità nella trasmissione dei dati tra i vari istituti.

Sicuramente quand’anche simile misure saranno implementate nel migliore dei modi la lotta al debito sarà ostica e non potrà comunque prescindere da un tasso di crescita del PIL decisamente superiore rispetto ai livelli attuali.

23/04/2014
Valentino Angeletti
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I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali?

DL Lavoro: possono il tetto ai rinnovi dei contratti a termine 5 o 8, la durata di 24 o 36 mesi dell’apprendistato oppure la presenza o meno di un piano di formazione scritto, risolvere i problemi del lavoro quali ad esempio la vertenza dell’acciaieria Lucchini di Piombino o gli esuberi in Alitalia che rappresentano uno degli elementi ostanti l’avanzamento della trattativa con Etihad, o ancora il tasso di disoccupazione che continuerà ad aumentare anche nel 2014 a causa del non sufficiente tasso di crescita del paese?
Direi di no.

Per inciso in un momento in cui il lavoro varia rapidissimamente ed i lavoratori devono adattarsi e riqualificarsi costantemente, la presenza dell’obbligo di un piano triennale di apprendistato, scritto e dettagliato, se non vi fosse la possibilità di aggiornarlo in tempo reale, sarebbe effettivamente un ulteriore vincolo burocratico per le aziende alla fine assolto come mero obbligo senza rappresentare un valore aggiunto per azienda e ragazzo lavoratore.
Supponiamo ad esempio che ad una azienda di vendita al dettaglio inizialmente serva un addetto agli scaffali; 18 mesi dopo, a seguito di un calo degli affari, viene presa la decisione di orientarsi verso l’e-commerce innovando la propria strategie ed i processi di vendita. Da quel momento l’addetto agli scaffali espostivi non serve più, ma vi è necessità di un addetto alla logistica di magazzino. In un caso simile, cosa dovrebbe fare l’impresa? Impiegare il giovane addetto agli scaffali che lavora da 18 mesi (tra i vari rinnovi ecc) seguendo un piano di formazione scritto e depositato oppure assumerne un nuovo ragazzo da formare ex novo?

La normativa deve aiutare, supportare, fungere da acceleratore e per questo va effettivamente studiata bene nei dettagli; al contempo deve essere adeguatamente flessibile senza ledere i diritti dei lavoratori, ma assecondando la fase economica in corso, caratterizzata da altissima dinamicità del lavoro e che necessità di adattabilità degli impiegati.

Tutto ciò però non può prescindere, per la creazione di lavoro ed occupazione, da un substrato economico reale ed orientato alla crescita (che potrebbe essere differente per modello da quella fin qui concepita).

Il pensiero rimane il medesimo:
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici (link)

24/04/2014
Valentino Angeletti
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Non sarò uno squalo di wall street, ma i pianti su rivalutazione Bankitalia sembrano fuori luogo

Non sono certo io uno squalo di Wall Street né un Gordon Gekko, un Bernard Madoff o un George Soros, ma sinceramente non comprendo le motivazioni, o meglio, comprendo perfettamente la volontà, a mio avviso inopportuna in un contesto come quello in atto, di proteggere i propri interessi, che spinge le banche a lamentarsi in modo marcato per l’incremento dal 12 al 26% della tassazione sulla plusvalenza relativa alla rivalutazione delle quote di Bankitalia da loro detenute.
Va dato atto alle banche di aver subito lo scorso hanno un incremento dell’anticipo Ires al 130% (dal 128.5 precedente) ed è oggettivo che quest’anno, riporta la CGIA di Mestre, il settore bancario subirà un prelievo fiscale pari a 5.9 miliardi, ma ciò non sembra sufficiente ad opporsi in modo simile al provvedimento del Governo Renzi che rimane estremamente vantaggioso per gli istituti di credito.

Sul tema dell’aumento delle quote di Bankitalia si può approfondire ai link di seguito:
Sull’ora ICS, in fondo una nota sulla tassazione alla plusvalenza relativa alla rivalutazione quote Bankitalia
Cenni su seconda versione rivalutazione Bankitalia

Le quote di Bankitalia sono distribuite tra i vari istituti come riportato sul SITO della Banca D’Italia stessa (Link).

La rivalutazione delle quote che complessivamente valgono 156’000 € le porterà ad assumere il valore complessivo di 7’500’000’000 €, in sostanza viene applicato un fattore moltiplicativo di 48’077. Detto in modo molto semplice se un istituto detiene una quota da 1 € il giorno dopo la rivalutazione la medesima quota varrà 48’077 €. L’operazione avviene, in questa prima fase, senza trasferimento di denaro dal soggetto pubblico a quello privato, ma rimane un notevole vantaggio per gli istituti che detengono molte quote in quanto rafforza il loro patrimonio in modo evidentemente importante.

Non sembra per tanto strano che si chieda agli istituti di pagare il 26% sulla plusvalenza ottenuta da questa operazione. Nell’esempio si tratterebbe di pagare il 26% di 48’076 €.

Innanzi tutto viene adeguato il prelievo sulla plusvalenza a quello che pagano i privati cittadini, il 26% appunto.

In secondo luogo, se è vero che questo è l’anno degli stress test europei, è altrettanto vero che negli anni scorsi, in piena crisi, è stata prassi comune tra numerosi istituti incassare denaro all’ 1% dalla ECB, idealmente destinato ad alimentare l’economia reale, ma nei fatti depositato presso la ECB stessa durante la notte oppure utilizzato per operazioni finanziari su titoli di stato all’epoca molto appetibili.

L’ammontare complessivo della tassazione sulla plusvalenza derivante dalla rivalutazione di Bankitalia è pari ad 1.8 miliardi di €, molto inferiori rispetto a quanto ricevuto, sempre durante gli scorsi anni di crisi, da parte di Stato (la sola MPS ha ricevuto 3.7 miliardi di € da restituirsi ad un tasso del 9.5% al quale sta faticosamente cercando di tenere fede, pena la nazionalizzazione, a suon di aumenti di capitale ben oltre il valore nominale della banca stessa), azionisti (a mezzo di ADC) ed ECB come abbiamo precedentemente detto.

Inoltre i costi di commissione sui conti correnti, sulle operazioni agli sportelli, di prelievo tramite ATM, sulle carte di credito sono ai massimi in Europa, senza considerare i tassi di interesse sugli scoperti, sulle carte di credito revolving e sugli stessi finanziamenti che varie inchieste e reportage hanno confermato essere al limite dell’usura (quando non oltre).

Detto ciò le lamentele non sembrano giustificate, anzi si dovrà vigilare affinché non siano i correntisti, come spesso è capitato, a pagare né tantomeno che vengano giustificate eccessive chiusure di sportelli e ridimensionamenti degli organici.

Qualora l’ABI continuasse ad asserire di essere oltremodo danneggiata lo Stato potrebbe pensare di bloccare la rivalutazione di Bankitalia, riacquistare il 95% delle quote circolanti, rivalutarle e solo allora venderle ponendo agli acquisti un limite massimo pari al 3% del capitale totale di Bankitalia, consentendo un prezzo di sconto rispetto al nuovo valore per rendere vantaggiosa l’operazione anche per gli istituti. In tal modo non vi sarebbe più il problema di pagare tasse sulla plusvalenza e lo Stato ne trarrebbe un gettito decisamente maggiore rispetto ad 1.8 miliardi.
Sono certo che se quanto sopra venisse proposto il 26% sarebbe visto molto più di buon occhio.

19/04/2014
Valentino Angeletti
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L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima

La Banca d’Italia ha diramato ieri il bollettino relativo al primo trimestre 2014.
Il report dell’istituto afferma che l’inflazione, allo 0.3% a marzo, rimarrà bassa ancora a lungo, in alcune città è già in territorio negativo riflettendo la debolezza della domanda al di sotto del livello del 2007. L’occupazione non tornerà a salire prima della fine del 2014 – inizio 2015 (come abbiamo più volte detto in questa sede). Il credit crunch ha leggermente allentato la propria stretta, ma le imprese italiane per finanziarsi pagano tassi di 80 pti base più alti rispetto alle concorrenti dell’area Euro. La domanda interna rimane debolissima così come la competitività (-4% in linea con le altre imprese europee principalmente a causa della forza della moneta), solo le esportazioni fanno da traino e sono la sostanziale causa del fatturato industriale che ha fatto segnare -1.5% m/m, ma +1.2% y/y e degli ordinativi -3.1% m/m, ma +2.8% y/y. La ripresa dunque rimane fragile e debole e sarà condizionata dalla propensione al consumo di privati e dalla ripartenza delle imprese che necessitano di un processo riformatore del mercato del lavoro, di un supporto ai consumi, ma anche di un clima di fiducia e speranza nel futuro così come di una maggior capacità delle aziende di innovare, creare valore aggiunto e mantenersi competitive.

Sempre ieri, con un ora di ritardo circa è scoccata l’ora ICS. Ossia il momento immediatamente successivo al CDM in cui il premier Matteo Renzi ha presentato le coperture per le detrazioni IRPEF ed il conseguente bonus medio da 80€ per i redditi lordi tra i 9’000 € ed il 26’000 € annui. Le risorse necessarie per il 2014 di 6.9 miliardi sono stati trovate e ne sono stati identificati 14 miliardi per il 2015 a fronte dei 10 miliardi necessari, con buona pace di Padoan che ha paragonato la possibilità di avere 4 miliardi di margine aggiuntivo al sogno dell’economista.

Nel dettaglio i 6.9 miliardi deriveranno:

  1. 2.1 miliardi dalla razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi. Elemento chiave della spendig review di Cottarelli e decisamente un modello di inefficienza nostrana. Nei piani del governo ci sarebbe la riduzione dagli attuali 32’000 centri a 40 – 50.
  2. 1.8 miliardi dalla tassazione al 26% della plusvalenza per la rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dagli istituti di credito (vedi nota).
  3. 1 miliardo dal taglio delle agevolazioni alle imprese.
  4. 0.9 miliardi da misure di sobrietà.
  5. 0.6 miliardi dall’Iva derivante dal pagamento dei debiti delle PA al quale sono stati destinati altri 8 miliardi di €.
  6. 0.3 miliardi sono già stati incassati grazie alla lotta all’evasione.
  7. 0.1 miliardi con misure di innovazione.
  8. 0.1 miliardi dalla riorganizzazione delle municipalizzate che il Governo vorrebbe sfoltire da 8’000 a 1’000 in 3 anni.

Tra le misure di sobrietà vi sono i tagli alla difesa di 400 milioni, dei quali 150 per l’acquisto degli F35, la vendita delle auto blu che a regime non potranno essere più di 5 per ministero, il contributo di 150 milioni di € dalla Rai, ed il tetto di 240’000 € annui agli stipendi dei manager e dipendenti pubblici inclusi magistrati (rimangono fuori i dirigenti di camera e senato che sono soggetti ad autodichia e quindi a leggi particolari, ma che comunque potrebbero ridursi autonomamente lo stipendio).
Decisamente interessanti sono state le scelte di ridurre i contributi agevolati alle le spese postali dei partiti per inviare corrispondenza cartacea in campagna elettorale, modalità quasi vintage nell’era del digitale e dei cinguettii, e di indicare all’ente contribuente l’ammontare del contributo dovuto lasciando spazio di azione. Ciò si applica a comuni, province ed alla Rai alla quale è stato indicata come possibilità per reperire 150 milioni la vendita di Rai Way e la riorganizzazione o chiusura delle sedi regionali, ma potrebbe decidere, come sarebbe peraltro giusto, di lottare l’evasione del canone (magari riducendo leggermente l’importo complessivo) legandolo alla bolletta elettrica e puntando a recuperare il 60% dei 300 milioni annualmente evasi (Link Canone-bolletta). Questo è un approccio fuori dalla logica dei tagli lineari e che lascia libertà a specificità locali sulle quali lo Stato centrale potrebbe non avere adeguata sensibilità, fermo restando che se entro un tempo stabilito non viene presentata la modalità operativa allora sarà il governo ad agire in autonomia, in alcuni casi applicando quanto previsto dal piano Cottarelli.
In aggiunta a ciò è stato confermato anche il taglio del 10% dell’IRAP per le imprese.

Il decreto IRPEF, dunque, è positivo o no? Parlando a titolo del tutto personale ritengo che possa essere considerato un primo positivo passo. Ovviamente si poteva fare meglio, dalle province si poteva ottenere di più, si poteva intervenire anche sulle regioni (vero contro di costo), il taglio agli stipendi pubblici interessa solo le primissime fasce dirigenziali, non si ricava molto dalle municipalizzate, ovviamente è perfettibile, ovviamente è solo l’inizio di un processo che deve avere riscontri nel breve ma che deve necessariamente essere rivolto al medio e lungo periodo.

Le critiche non sono mancate, ad esempio si rimprovera che incapienti, pensionati e piccole partite IVA, oggettivamente tra le più colpite dalla crisi, siano state lasciate fuori dal bonus ed in merito a ciò effettivamente ci si augura (è necessario che lo faccia) che il Governo dia seguito alle dichiarazioni del Premier di porre rimedio nel breve a questa lacuna.

Analogamente potrebbe essere opinato che coloro che percepiscono 9’000 € lordi annui avranno uno sgravio di 39 € mensili contro gli 80 € per coloro che percepiscono tra i 19’000 ed i 24’000 €.  Altresì è comprensibile che la prima azione sia stata applicata scegliendo la via più facile e rapida da attuare.

Altre critiche accusano la natura propagandistica di certe azioni, tipo i tagli alle auto blu ed il tetto agli stipendi dei manager pubblici, i quali in sostanza contribuirebbero in misura infinitesimale al bilancio complessivo. Ciò è parzialmente vero, ma nei mesi scorsi quante volte è stato ripetuto che la politica necessita di una nuova credibilità morale ed etica, deve essere più vicina ai problemi della quotidianità, che i sacrifici dei cittadini devono venire dopo quelli della classe politica e dirigente, quante campagne contro le auto blu sono state fatte (se non erro anche qualche inchiesta di Sergio Rizzo che ne quantificava il costo complessivo in misura non proprio irrisoria)? Ora per la prima volta si inizia, ed anche questo è un percorso, a dare qualche segnale in tal senso. Chiaramente siamo ben lungi dal risolvere una situazione quasi patologica, ma ripeto è un inizio.
A coloro, in genere ben pagati, che definiscono il bonus “risibile” si ricorda che si tratta di un 7-8% su una busta paga da 1’100 € mensili, quindi non un’inezia, inoltre è assai probabile che gran parte di tale somma aggiuntiva venga rimessa in circolo per l’acquisto di bene di prima necessità dando una piccolissima spinta ai consumi.

A ben vedere, riprendendo quanto riportato da Bankitalia, in questo decreto vi sono misure per rilanciare i consumi e che infondono un minimo di ottimismo (il bonus ed i tagli di alcuni privilegi) e misure per le imprese (il taglio del 10% dell’IRAP) che, nonostante sia assolutamente da potenziare, dopo il pagamento dei debiti che alcune attività produttive hanno, potrà parzialmente essere investito in innovazione.

Oggettivamente per la prima volta l’indirizzo intrapreso va nella direzione corretta, il Ministro Padoan ha dichiarato la necessità di due fasi per rafforzare la ripresa: una di stimolo immediato ed una di riforme nel medio periodo (come qui scritto più volte anche in riferimento al percorso che dovrebbe adottare l’EU composto da stimolo monetario nel breve e processo di investimenti a supporto del lavoro e delle attività produttive nonché  riforme che puntano alla vera unificazione nel medio-lungo periodo). La direzione di questo decreto pare proprio questa. Inoltre il Ministro dell’economia si è esposto con l’Europa inviando la famosa lettera a Bruxelles (Link) dove facciamo finalmente sentire le nostre ragioni chiedendo un anno in più per il pareggio strutturale di bilancio. Ciò, mai accaduto prima d’ora, è stato possibile per una serie di elementi favorevoli esterni (macro-economici e non, fonti riferiscono di una amicizia tra Padoan ed il consigliere di Olli Rehn) ed interni derivanti anche da alcuni risultati conseguiti dai Governi Monti e Letta, ma va detto che è la prima volta.

In conclusione il decreto è l’inizio di un lungo percorso da consolidare, perfezionare e migliorare in varie parti, ma rappresenta comunque un buono scheletro a patto di continuare senza scendere a compromessi nella direzione intrapresa. Dobbiamo proseguire con il taglio della spesa e delle inefficienze, ridurre privilegi anacronistici ed esagerati, riformare la burocrazia ed il fisco, innovare ed avvalersi delle nuove tecnologie, combattere duramente l’evasione, la corruzione e l’elusione fiscale e presentare tutto ciò in modo chiaro e preciso in Europa chiedendo alcune concessioni sul fronte dello stimolo economico e dell’investimento produttivo.

Si deve lavorare in Italia ed in Europa alleandoci con i paesi nelle medesime condizioni per consolidare il percorso che con questo decreto è iniziato, senza abbassare la guardia, comprendendo, soprattutto noi giovani, che i sacrifici saranno ancora tanti e che non raggiungeremo nel giro di pochi anni le condizioni di benessere e di possibilità di spesa dei nostri padri; la politica dovrà garantire più trasparenza ed apertura coinvolgendo attivamente cittadini e persone comuni che volessero mettersi al servizio del paese e dell’EU in tal modo si potrà innescare un necessario processo di riappacificazione tra istituzioni e popolazione che incentiva la partecipazione ed argina le derive estremiste, embrioni dell’anti europeismo convinto, caratterizzate dalla critica fine a se stessa e dagli arroccamenti.

PS Nota su rivalutazione delle quote di Bankitalia (LINK Articolo con cenno Bankitalia):
si sente ancora affermare che con la rivalutazione delle quote di Bankitalia possedute da alcune banche/assicurazioni si stia drenando denaro dal pubblico agli istituti. Questo non è vero. Le quote di Bankitalia valgono complessivamente 156’000 € e verranno rivalutate raggiungendo a seguito dell’operazione un valore complessivo di 7’500’000’000 €. Viene applicato quindi un fattore moltiplicativo pari a 48’077 € il che, semplificando all’estremo, significa che se un istituto bancario ha una quota di Bankitalia da 1 €, da un giorno all’altro si troverà ad avere una quota che vale 48’077 €. A meno della tassazione sulla plusvalenza, che nel caso in esempio sarebbe calcolata come il 26% (aumentata dal decreto Ipref rispetto al precedente 12%) di 48’076 €, è evidente come sia un guadagno sostanzialmente gratuito per le banche, nonostante le lamentele per l’aumento della tassazione che peraltro non è superiore a quella applicata ai privati cittadini, ma è altrettanto evidente che non sia il cittadino ad accollarsi la spesa. L’utilità di una simile operazione per le banche risiede nel fatto che una parte del loro capitale viene pesantemente rivalutato e ciò è molto importante nell’anno degli stress test europei. Ovviamente qualora gli istituti detentori decidano di vendere le loro quote (dovranno farlo essendo stato imposto un limite massimo del 3%) e sia lo Stato a riacquistarle allora vi sarebbe un reale trasferimento di denaro dal soggetto pubblico all’istituto privato (avvantaggiati ulteriormente), ma al momento parlare di un simile passaggio non è corretto. Di sicuro sarebbe stato più conveniente per lo Stato italiano, norme permettendo, riacquistare tutte le quote in circolazione (pari a poco meno del 95% del totale) esborsando circa 148’200 € rivalutarle e rivenderle, indicendo regolare asta tra soggetti istituzionali, al nuovo prezzo leggermente diminuito in modo da rendere vantaggioso l’acquisto senza dover contribuire interessi, arrivando ad incassare, nel caso di collocamento del 95%, una somma di poco inferiore a 7’125’000’000 €, indubbiamente ben altro ordine di grandezza.

19/04/2014
Valentino Angeletti
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