Archivi del giorno: 24 aprile 2014

Ridurre il debito è oggettivamente possibile?

Risulta ancora in aumento il debito italiano, grande fardello che costa le attenzioni strettissime delle istituzioni europee nonostante il diligente mantenimento del rapporto deficit/PIL al 3% . Non è ad esempio lo stesso per la Francia che ha raggiunto il 3.8% di deficit/PIL, ma con un debito che si attesta poco sopra il 92% del PIL stesso.

Lo stock di debito raggiunto dall’Italia è del 132.6% rispetto al PIL ed in termini assoluti vale circa 2’107 miliardi di €.

A costare veramente tanto è la necessità di dover pagare gli interessi sul debito stesso, i quali si attestano attorno a 90 miliardi all’anno, rifinanziati in parte a mezzo di altro debito tramite l’emissione di bond. Verissimo è che col diminuire dello spread, in questo periodo ai minimi da svariati anni, gli interessi diminuiscono, ma supponendo anche di pagare 70 miliardi di interessi, risparmiando ben 20 miliardi in un anno, il “bulk” di interessi monstre rimane.

Il vincolo del fiscal compact firmato in Europa obbliga di riportare in 20 anni il rapporto debito/PIL entro il 60%, riducendo di un ventesimo l’eccedenza rispetto al 60%. Tale meccanismo non impone automaticamente la riduzione del debito che potrebbe essere evitata (addirittura il debito potrebbe anche crescere) qualora il PIL crescesse ad un tasso superiore rispetto al debito. Anche supponendo di riuscire a mantenere il debito al livello attuale si dovrebbero registrare crescite costanti attorno a circa il 2-3% (calcolo spannometrico).  Evidentemente una crescita simile del PIL sarebbe una previsione ottimistica anche in condizioni macroeconomiche favorevoli, decisamente fuori d’ogni probabilità in quelle in essere.

Come ridurre allora l’immane stock di debito? La risposta è tremendamente difficile e lascia aperte molte questioni irrisolte nel nostro paese, che ha comunque bisogno di reperire risorse, sempre di difficilissima copertura, da distribuirsi su diversi fronti inclusa la necessità di investimenti per favorire consumi, lavoro e crescita in generale che in fasi recessive può essere innescata, perlomeno nella sua fase iniziale, solo da spesa pubblica, provenga essa da nuovo debito o da ottimizzazione delle spese già in essere.

Le privatizzazioni, in certi casi necessarie se ben fatte ed accompagnate da precisi piani industriali, servono più alla competitività, all’innovazione ed alla crescita delle aziende, ai consumatori che potranno godere di maggiore concorrenza, al mercato in generale che non alla riduzione del debito nei confronti del quale le cifre in gioco, anche supponendo che vengano in toto destinate a tal scopo, rappresentano ben poca cosa e costituiscono un provvedimento “una tantum”.

Le uniche misure che sembrano poter dare un contributo strutturale significativo stando alle stime dei loro valori complessivi sono la riduzione e l’ottimizzazione della spesa pubblica, gestione profittevole degli immobili e dei patrimoni statali, lotta all’evasione ed all’elusione fiscale e totale intolleranza nei confronti della corruzione.

Queste misure però necessitano di tempo per entrare a regime e molto impegno e determinazione, compresa la lotta alle burocrazie e tecnocrazie interessate nel caso dei tagli alla spesa pubblica, inasprimento di pene e sanzioni nei casi di reato fiscale e di corruzione e collaborazione ed armonizzazione a livello europeo per disincentivare pratiche elusive (che se sono dannose per alcuni bilanci sono la manna per altri) e per facilitare la lotta all’evasione tramite maggior trasparenza bancaria e più fluidità nella trasmissione dei dati tra i vari istituti.

Sicuramente quand’anche simile misure saranno implementate nel migliore dei modi la lotta al debito sarà ostica e non potrà comunque prescindere da un tasso di crescita del PIL decisamente superiore rispetto ai livelli attuali.

23/04/2014
Valentino Angeletti
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I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali?

DL Lavoro: possono il tetto ai rinnovi dei contratti a termine 5 o 8, la durata di 24 o 36 mesi dell’apprendistato oppure la presenza o meno di un piano di formazione scritto, risolvere i problemi del lavoro quali ad esempio la vertenza dell’acciaieria Lucchini di Piombino o gli esuberi in Alitalia che rappresentano uno degli elementi ostanti l’avanzamento della trattativa con Etihad, o ancora il tasso di disoccupazione che continuerà ad aumentare anche nel 2014 a causa del non sufficiente tasso di crescita del paese?
Direi di no.

Per inciso in un momento in cui il lavoro varia rapidissimamente ed i lavoratori devono adattarsi e riqualificarsi costantemente, la presenza dell’obbligo di un piano triennale di apprendistato, scritto e dettagliato, se non vi fosse la possibilità di aggiornarlo in tempo reale, sarebbe effettivamente un ulteriore vincolo burocratico per le aziende alla fine assolto come mero obbligo senza rappresentare un valore aggiunto per azienda e ragazzo lavoratore.
Supponiamo ad esempio che ad una azienda di vendita al dettaglio inizialmente serva un addetto agli scaffali; 18 mesi dopo, a seguito di un calo degli affari, viene presa la decisione di orientarsi verso l’e-commerce innovando la propria strategie ed i processi di vendita. Da quel momento l’addetto agli scaffali espostivi non serve più, ma vi è necessità di un addetto alla logistica di magazzino. In un caso simile, cosa dovrebbe fare l’impresa? Impiegare il giovane addetto agli scaffali che lavora da 18 mesi (tra i vari rinnovi ecc) seguendo un piano di formazione scritto e depositato oppure assumerne un nuovo ragazzo da formare ex novo?

La normativa deve aiutare, supportare, fungere da acceleratore e per questo va effettivamente studiata bene nei dettagli; al contempo deve essere adeguatamente flessibile senza ledere i diritti dei lavoratori, ma assecondando la fase economica in corso, caratterizzata da altissima dinamicità del lavoro e che necessità di adattabilità degli impiegati.

Tutto ciò però non può prescindere, per la creazione di lavoro ed occupazione, da un substrato economico reale ed orientato alla crescita (che potrebbe essere differente per modello da quella fin qui concepita).

Il pensiero rimane il medesimo:
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici (link)

24/04/2014
Valentino Angeletti
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