Archivi del giorno: 3 maggio 2014

La crisi ucraina a tre settimane (troppe) dal giro di boa delle elezioni

La crisi ucraina continua ad aggravarsi, purtroppo anche in termine di perdite umane.

Negli scorsi giorni si è tenuto il vertice bilaterale tra USA e Germania. Il Presidente ed il Cancelliere convengono sulle sanzioni da applicare alla Russi, ma al di là dell’ufficiale linea comune sussiste almeno una differenza: la Germania, così come la parte dell’Europa che orbita commercialmente ed energeticamente attorno al Cremlino, vorrebbe sanzioni  meno pensanti nei confronti di Putin di quanto non vorrebbero gli USA. Altamente probabile che la motivazione sia appunto da attribuirsi agli importanti scambi commerciali ed energetici che vi sono tra Russia e Germania, ma anche Italia e tutti  i paesi nordici e dell’ex blocco sovietico.

Obama, dando corpo alla propensione statunitense, non pare orientato ad intervenire militarmente, limitandosi piuttosto a seppur pesanti sanzioni. Come abbiamo ricordato più volte, il fatto di essere al sicuro dal punto di vista energetico ha orientato la Casa Bianca e l’opinione pubblica statunitense a propendere per il ritiro graduale delle truppe da zone storicamente calde e strategiche per produzione ed approvvigionamento di idrocarburi (come il medio oriente) potendo così risparmiare dal punto di vista militare e non rischiando di invischiarsi in situazioni costose e dal dubbio esito, memori di conflitti passati.

La minor convinzione dell’EU nel proporre sanzioni è testimoniata dall’assenza della lista “nera” di aziende ed oligarchi (tra l’altro demandata ai singoli stati cosicché una azienda bandita in uno stato membro potrebbe non esserlo in quello confinante) già stilata invece dagli USA. Al contempo però si nota l’impossibilità di alcune multinazionali nel tagliare nettamente i ponti con certe realtà Russe che dominano il settore dell’ Oil&Gas, con in prima linea i colossi parastatali Rosneft e Gazprom.

Nel frattempo gli scontri nell’est dell’Ucraina proseguono con violenza. Putin, che come Obama non è ufficialmente intervenuto nel conflitto, asserisce che il patto di Ginevra ottenuto con tante difficoltà sia stato violato dagli interventi (utilizzando anche elicotteri da combattimento) di Kiev contro gli occupanti filorussi che, ed è l’unica buona notizia, hanno rilasciato gli osservatori OSCE precedentemente trattenuti.

L’IFM che si era detta disponibile ad avviare il piano di aiuto economico in favore di Kiev,  alla luce della perdita ufficiale del controllo dei territori dell’est attualmente in mano ai filorussi, ha rimesso in discussione l’intervento. Il piano biennale varrebbe 17 miliardi di $ complessivi a sostegno dell’Ucraina, dei quali 3.2 disponibili immediatamente, che avrebbero consentito di pagare i debiti sulle forniture di gas contratti da Kiev con Gazprom e quindi Mosca.

Il debito dell’Ucraina con la Russia, in particolare relativo al Gas, è un altro punto fondamentale. Mosca ha dato un ultimatum all’Ucraina, qualora non venisse pagato entro maggio il Cremlino avrà il diritto di bloccare gli approvvigionamenti, considerando anche l’esistenza di una clausola negli accordi tra Russia ed Ucraina che vincola i secondi a pagare le forniture anticipatamente. Incontri di mediazione tra il ministro dell’energia Russo Novak ed il commissario europeo Oettinger si sono tenuti senza risultati di rilievo e si terranno anche nel mese in corso, ma la situazione resta comunque delicata ed il tempo è poco.

Un giro di boa fondamentale per comprendere l’evoluzione della vicenda saranno le elezioni ucraine del 25 maggio, se esse non dovessero svolgersi in trasparenza e se sorgessero sospetti di brogli in favore della Russia potremmo essere di fronte alla fatidica goccia che farà traboccare il vaso e che costringerà gli Stati Uniti ad intervenire al di là delle pesanti sanzioni economiche che fino ad ora sembrano aver poco scalfito Mosca la quale punta a rafforzare i ruoli di egemonia nel capo energetico, forse messo in discussione da nuovi scenari e nuovi players (shale gas in USA e non solo, il TTIP, le potenze asiatiche) ed in quello dell’immagine, andata via via deteriorandosi, agli occhi del suo orgoglioso popolo e del mondo che ha con le Olimpiadi invernali di Sochi ha visto l’inizio di un processo propagandistico decisamente ascendente. A quel punto l’intervento militare USA, pur rappresentando l’ultimo e sgradito provvedimento, potrebbe divenire realtà così come le controffensive della Russia. Ci sarà da capire che decisioni vorrà prendere l’Unione, ufficialmente schierata con Obama e Kiev, ma restia a rompere definitivamente con Putin.

Gli scenari possibili sono vari, certo è che la soluzione diplomatica ed il patto di Ginevra sono subito apparsi d’argilla e che di qui al 25 maggio intercorrono oltre 3 settimane di possibili rappresaglie e guerriglie che potrebbero aggravare ulteriormente un bilancio già a tinte molto fosche.

Link Russia e Crisi ucraina
Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica? 30/04/2014
Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia 28/03/2014
La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche 16/03/2014
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03/05/2014
Valentino Angeletti
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Alitalia-Cai verso la creazione di una nuova Bad Company?

Stando a quanto si legge, il Messaggero vi dedica la prima pagina, nei piani Alitalia – Etihad vi sarebbe la creazione di una compagnia sana posseduta al 51% da CAI ed al 49% da Etihad in cui far convergere le attività profittevoli, il vero business, mentre in una bad company sarebbero convogliati i debiti e gli esuberi di personale.

In sostanza, dopo che nel 2009 venne creata la good company CAI dei Capitani Coraggiosi a tutela dell’italianità del gruppo e la bad company in carico al pubblico, ora la CAI viene a sua volta smantellata in una bad company ed una good company.

La CAI quindi è partita come azienda sana e ripulita dalle attività deteriorate ed è arrivata a perdere centinaia di migliaia di euro al giorno seguendo piani industriali e strategici rivelatesi perdenti, senza neppure analizzare le modalità operative dei concorrenti europei che avrebbero consigliato ben altre azioni; non c’è bisogno di giudicare ulteriormente.

I dettagli, in particolare riguardo le modalità e l’ammontare della rinegoziazione del debito con gli istituti di credito che Etiahd vorrebbe almeno del 50% (di 565 milioni di €), sono ancora tutti da definire essendo le trattative tra Alitalia e banche (Intesa, Unicredit, Popolare di Sondrio, MPS) in corso, e quelle tra la compagnia aerea italiana e quella araba previste per lunedì.

La domanda che sorge spontanea è: chi dovrà accollarsi le spese della bad company?

Forse la CAI, che non ha brillato in quanto a gestione, oppure nuovamente il pubblico?

Quando si usa l’espressione “bad company” in genere è il pubblico che “elargisce” praticamente senza ritorno alcuno; in tal caso sarebbe la terza volta, decisamente un fallimento, non solo per la gestione della stessa Alitalia, ma anche per la politica industriale totalmente latitante.

Link correlati:
Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi – 30/04/2014
Lucchini, Alitalia e la grande industria – 26/04/2014
Le contraddizioni che non sfuggono agli investitori – 28/09/2013
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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività – 02/02/2014

Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto – 04/02/2014

 

03/05/2014
Valentino Angeletti
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