Archivi Mensili: giugno 2014

Ancora sul POS….

Fossimo all’estero, magari in un paese del nord, il POS lo installerebbero gratis, non avrebbe canone nè tanto meno commissioni sulle transazioni ed ovviamente per trasgressori ed inadempienti sarebbe prevista una sicura sanzione…
…ma siamo in Italia, installare e mantenere il POS costa circa 1000€ all’anno ed altri 700€ sempre annui se ne vanno in commissioni per gli esercizi che hanno un giro d’affari di 50’000€/anno, inoltre per chi non si adegua non sono previste sanzioni (e fortunatamente mi verrebbe da dire).

Come troppo spesso è stata consuetudine in Italia sì è partiti da un intento in assoluto encomiabile, vale a dire la lotta all’evasione ed il recupero di risorse economiche, ma si è agito andando a colpire ove più facile, penalizzando i piccoli con poco potere e possibilità di voce in capitolo, favorendo i grandi, in tal caso le banche, che al momento mantengono le commissioni sulle transazioni, gli installatori e le compagnie telefoniche, per giunta con una misura posticcia ed incompleta (mancando ancora l’aspetto sanzionatorio).
In sostanza sì è creato un castello, si sono spese energie, tempo e denari, perché poi non cambi nulla, senza neppure avvicinarsi minimamente all’obiettivo di combattere l’evasione fiscale; la classica frase 150€ con ricevuta, 120 senza rimane attualissima (differente sarebbe il discorso se si potessero scaricare le spese… senza contare che volendo, gli strumenti per combattere la grande evasione ci sono già tutti, basterebbe utilizzarli al meglio).

Ciò indigna ancora di più se si pensa ai dati sulle partecipate, enumerate a seconda delle stime, tra le 8’000 (Corte dei Conti) e le 10’000 (Commissario Carlo Cottarelli)  unità, con bilanci complessivamente in perdita per valori miliardari e che costano annualmente allo stato ben 26 miliardi di € ogni 365 giorni. Quante risorse si potrebbero reperire da una loro ottimizzazione e/o cessione?

Ci si potrebbe poi dilungare per ore andando a considerare quanto le commissioni e le spese di gestione del POS possano incidere sulle piccole attività con un giro d’affari annuo attorno ai 15’000 – 20’000 €, in particolare in un periodo che vede due attività serrare i battenti ogni nuova apertura, ma del resto ci siamo già espressi più e più volte in merito a ciò, anche direttamente riguardo alla possibilità del POS obbligatorio già paventata: Web-Tax e POS: due punti della legge di stabilità da rivedere con urgenza 16/12/2013

Speriamo in un ripensamento del governo (e parlo io che in Danimarca pagavo con carta anche due panini per una spesa complessiva inferiore a 10 corone danesi, poco più di 1€).
Del resto sul pos mi ero già espresso:

29/06/2014

Valentino Angeletti
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Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità

La designazione del nuovo Presidente della Commissione Europea sì è conclusa non senza difficoltà. L’esito è stato quello che, stando a come era stata presentata questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, le elezioni avevano suggerito. Dai media ed anche dalle comunicazioni istituzionali pareva che l’elezione del nuovo Presidente di Commissione fosse sostanzialmente diretta, senza precisare chiaramente che in realtà si trattava solo di una indicazione alla quale il Consiglio ed il Parlamento Europeo avrebbero dovuto prestare attenzione per il loro voto, vera espressione decisiva in questa nomina.

La presidenza andrà dunque a Jean Claude Juncker, candidato del partito popolare che alle elezioni di maggio aveva raccolto la maggioranza delle preferenze. Il finale non è stato assolutamente scontato, anzi è stato tirato fino all’ultimo, benché per la prima volta in assoluto il popolo si fosse espresso. Altro primato da sottolineare è l’assenza della totale unanimità da parte dei 28 membri, infatti il Presidente è stato eletto a maggioranza qualificata con 26 voti sui 28 totali, circostanza che non ha impressionato più di tanto i votanti, a cominciare dalla Merkel la quale ha ribadito come l’unanimità del resto non sia necessaria.

A votare contro  sono stati il Premier ungherese, Orban, esponente di una destra estrema e dichiaratamente anti europea, ed il Premier britannico David Cameron secondo cui Juncker sarebbe l’espressione di una continuità accentratrice a Bruxelles della sovranità che lascerebbe troppo poco spazio ai singoli stati. Cameron si è espresso in un vaticinatorio “ve ne pentirete” di manzoniana memoria, chissà se si tratta solo di una sorta di pronostico personale o se ha intenzione di prendere provvedimenti per far avverare il monito, magari agendo in sinergia con i potenti banchieri della City. Da considerare che l’economia inglese è legata a triplo giro alla finanza londinese che in questo periodo viaggia a gonfie vele, ma che non può non guardarsi dal rischio di uno scarico degli oscillatori come alcuni parametri potrebbero far ipotizzare. Molti importanti quotidiani britannici titolano esprimendo il concetto secondo cui la Gran Bretagna sarebbe più vicina all’uscita dall’Unione e rimproverano al loro Premier la modalità conduzione della trattativa; ciò fa senza dubbio pensare a come la reputazione e l’interesse per l”Unione Europea sia mutata nel corso del tempo, di certo è probabile che nel prossimo futuro vedremo una Gran Bretagna sempre più avamposto statunitense e sempre più in sintonia con l’alleato storico d’oltre Atlantico.

Nella trattativa che ha portato alla scelta del popolare Juncker, Renzi avrebbe mantenuto la posizione più volte espressa, vincolando la scelta del candidato alla presenza di un programma e di una agenda condivisa che dovrebbe ridisegnare le modalità di governance europee all’insegna di lavoro e crescita. Il riassunto di questo programma può essere espresso con la parola forse anche abusata, di flessibilità, ed in particolare di flessibilità in cambio di riforme.

La frase però risulta in ogni caso ancora ermetica: di che tipo di flessibilità si parla? Flessibilità pur rispettando i patti? Flessibilità sui conti? Concessione di più tempo? Flessibilità entro i vincoli? Ovviamente non è pensabile che verranno aperti i cordoni delle borse come si si fosse fatto un jackpot a Las Vegas. Ed ancora, come si farà a quantificare la flessibilità da poter applicare come contropartita per una determinata riforma?

Lato italiano comunque sia intesa questa flessibilità, ed è un bene che se ne parli, l’importante è puntare alle riforme in tempi rapidi, non tanto per accedere alla paventata flessibilità, o meglio non solo, quanto perché davvero indispensabili nel nostro paese. Il processo riformatore, come dimostrano le tensioni sulla riforma del Senato, non è così semplice da intraprendere, e singolare è il fatto che ogni volta che il Premier si allontana dall’Italia si manifestano i malumori; è successo a Renzi come successe a Letta (ricordiamo, e qui ne parlammo, il terremoto Telecom-Telefonica proprio quando l’allora premier Letta era in USA a rassicurare gli investitori sulla stabilità ed affidabilità del nostro paese). Il semestre italiano alla guida del Consiglio EU può dare una mano ad impostare qualche priorità ed una agenda su cui discutere e sulla quale poi la Commissione potrà prendere spunto per legiferare, ma anche in tal caso dimentichiamoci chissà quale vantaggio correlato; ricordiamo che la presidenza in uscita è stata della Grecia e non pare che gli ellenici abbiano ottenuto particolari elargizioni o abbiano avuto la possibilità di indirizzare il lavoro di Bruxelles a proprio pro.

In Europa dovrà essere chiarito in cosa consiste questa flessibilità e come si interfaccerà con le politiche della ECB per sostenere la crescita. Ad essere precisi di un certo margine di flessibilità hanno già goduto la Francia, con la concessione di più tempo per raggiungere il 3% nel rapporto deficit/PIL, ma anche l’Italia con lo spostamento al 2016 del pareggio di bilancio. Le tempistiche per applicare la flessibilità necessaria a creare uno shock tale da influenzare concretamente lavoro e crescita, devono essere più che stringenti. Troppo spesso in Europa a fronte di intenzioni più che condivisibili ed encomiabili, la rapidità non è stata quella che avrebbe dovuto essere, come nel caso dell’unione bancaria che avrebbe potuto contribuire in modo decisivo alla gestione della crisi, ma il cui processo lungo e macchinoso è ancora lungi dall’essere completato.

Quello che quindi dovrebbe essere auspicato è un processo riformatore rapido, incisivo e concreto nel nostro paese così come in Europa, la definizione del concetto di flessibilità e di precisi settori di intervento ed investimento (energia, trasporti, telecomunicazioni) in ambito europeo e la loro immediata applicazione in sinergia con una politica monetaria espansiva.

28/06/2014

Valentino Angeletti
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I pilastri dell’ Europa unita “lavoro e crescita” nell’agenda di Van Rompuy

Europa Le scena europea in questi giorni è dominata dalla questione delle nomine che porteranno nuove  figure sulle più altre poltrone istituzionali europee. La scelta sulla figura del Presidente della  Commissione dovrebbe ricadere sul Popolare Juncker, mentre è probabile una riconferma di  Schulz all’Europarlamento. Quella di Juncker alla presidenza è una scelta che, mediata dalla  eventuale riconferma di Schulz e dal lavoro congiunto sui programmi all’insegna della crescita,  della competitività e non del solo rigore, condivisa in ultimo anche dal Cancelliere Merkel, ma non  dal Premier britannico Cameron che vorrebbe essere messo ufficialmente in minoranza tramite  voto, cosa mai accaduta precedentemente quando il Presidente di Commissione è sempre stato  eletto all’unanimità.

Proprio nel pomeriggio, secondo alcuni media, il Presidente del Consiglio EU uscente, Herman Van Rompuy, nella sua vesta da mediatore, avrebbe redatto una lettera intitolata “Agenda strategica in tempi di cambiamento” che fungerebbe da programma ed agenda delle priorità per la ventura commissione e per il suo successore. Non si possono non condividere i due punti cardine del documento, vale a dire la crescita ed il lavoro.

Il fatto però di dover rimarcare questi due valori ad un punto in cui ormai driver dell’Unione dovrebbero essere ben chiari e condivisi, testimonia come nel tempo si siano totalmente perse di vista le priorità ed i concetti fondanti sotto l’egida dei quali l’Europa nacque. Le cause che hanno portato a questa deriva possono essere riscontrate in politiche errate, poco lungimiranti o troppo rivolte a particolarismi degli stati più virtuosi indubbiamente forti di un’influenza maggiore sui policy makers di Bruxelles e Strasburgo, senza comunque dimenticare le situazioni contingenti relative crisi nata dagli USA e propagatasi nel nostro continente nel quale, come un virus, ha mutato il suo DNA trasformandosi da principalmente finanziaria a sistemica.

Gli obiettivi primi dell’Europa erano quelli della pace, della protezione e della prosperità. A ben vedere, senza comunque sminuire in alcun modo gli indubbi importantissimi risultati ottenuti, questi tre principi sono stati seguiti solo molto parzialmente.

La pace in Europa è di certo presente e senza Unione forse sarebbe stata più difficile, ma appena si sposta l’attenzione verso est o ancor peggio verso le sponde del mediterraneo o del medio oriente che solo per geografia europee non sono, ma che non possono rappresentarne una propaggine, la situazione cambia e si hanno quotidianamente di fronte instabilità costante ed episodi di cruda violenza.

La protezione è ostaggio dell’assenza di una politica estera e militare comune e condivisa, lacuna messa alla luce pesantemente ogni qual volta si presentano i frequenti episodi di immigrazione così come nella gestione della crisi Ucraina.

La prosperità, il benessere ed il miglioramento costante delle condizioni di vita da qualche anno a questa parte mancato totalmente ed è sotto questo termine che ricadono i concetti di crescita e lavoro rammentati nel documento del Presidente del Consiglio uscente.

Il documento di Van Rompuy quindi potrebbe non essere nient’altro che un riconsiderare i vecchi valori e, in modo forse non totalmente esplicito, prendere umilmente atto degli errori fatti così da cercare di rimediarli nel minor tempo possibile, con la consapevolezza che l’Europa collaborativa, unita, sinergica ed allineata è fondamentale per raggiungerli, ma anche che tutti gli sbagli insistiti si sono pagati e si continueranno ancora per un tempo discretamente lungo a pagarli a caro prezzo.

22/06/2014
Valentino Angeletti
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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già

IMF  Il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sulla situazione  economica e politica dell’area Euro. La ripresa dell’ Eurozona, secondo l’istituto di  Washington, è in corso ma non è robusta né sufficientemente forte, inoltre,  nonostante il ritorno della fiducia degli investitori (dovuta parzialmente alla  politica adottata e parzialmente alle condizioni che hanno spinto i capitali a  migrare dagli emergenti verso le economie mature) i livelli pre crisi sono ancora  lontani, i debiti di molti paesi, tra cui l’Italia eccessivamente alti e la crescita,  disomogenea a seconda degli stati e generalmente più consistente nei paesi  economicamente solidi, più debole e lenta del previsto.

Totalmente in linea rispetto a quanto sostenuto da tempo in questa sede, l’ FMI, che pure è stato parte dell’austerità europea come membro della Troika, imputa il perdurare di tale situazione fondamentalmente a due fattori.

Uno è la politica monetaria di Francoforte non sufficientemente accomodante e proattiva, tanto che viene nuovamente suggerito alla BCE, qualora la bassa inflazione non si attenuasse, di procedere a QE tramite acquisto di bond sovrani. Questo messaggio non è nuovo e, contrariamente al passato, il Governatore Draghi pare averlo recepito, avanzando l’ipotesi di QE tramite l’acquisto di bond privati, opzione in certi casi ancora più rischiosa e facile preda di speculazione rispetto ai classici titoli sovrani.

L’altro fattore è la politica economica di Bruxelles – Strasburgo che ha fin da subito (ricordiamo l’inizio dell’escalation della crisi con la questione greca) prediletto l’austerità, appoggiata dagli stati del nord (in certi casi poi caduti in difficoltà essi stessi come nel caso dell’ Olanda) rigorosi ed evidentemente interessati a tutelare il proprio sistema, rispetto a politiche espansive nonostante il lapalissiano stato di recessione. L’eccessivo rigore nell’imposizione del rapporto deficit/Pil al 3% è oltretutto stato perseguito puntando all’abbassamento del deficit invece che all’innalzamento del PIL modalità che avrebbe consentito una maggiore crescita. Inoltre non è stata tempestivamente (anzi, anche ora non è ben chiaro se e come verrà utilizzata) applicata la golden rule agli investimenti produttivi, mirati alla crescita, al rilancio dell’occupazione ed al completamento del processo riformatore necessario in molti paesi così come nella governance europea stessa; in aggiunta neppure sul fattore tempo sono stati ad oggi concessi allentamenti (solo a Francia ed Olanda).

L’aggregazione di questi due fattori ha portato alla stagnazione più totale senza appoggiare in alcun modo, anzi ostacolando, la ripresa economica che è così diventata ancora più complessa da ottenersi e ridotta a qualche decimale, oggettivamente ininfluente a sopperire a problemi come la disoccupazione che nel nostro paese (ma in tutta la Oil Belt) ha raggiunto livelli inaccettabili.

Fin dagli albori di questo periodo recessivo pareva chiaro (e qui si disse) che la politica monetaria avrebbe dovuto prontamente iniettare liquidità nel sistema, senza passare dalle banche che hanno fatto da tappo alla trasmissione di credito, mentre i governi avrebbero dovuto investire in progetti di sviluppo, investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca, energia, nuovi modelli economici e di business in modo da creare immediatamente uno shock economico in grado di favorire la creazione di posti di lavoro, quindi far girare moneta supportando i consumi e la produzione industriale. Questa avrebbe dovuto rappresentare la prima fase alla quale avrebbe dovuto essere affiancato il processo riformatore volto a spostare la tassazione in modo progressivo da persone e lavoro verso patrimoni, rendite e consumi; a riformare ed unificare il sistema bancario; a semplificare l’accesso al mercato del lavoro; ad armonizzare la normativa europea in modo che non vi fossero eccessivi squilibri e competizioni impari in termini di fiscalità, tassazione, costo del lavoro ecc.

Di tutto ciò, ripeto, estremamente chiaro fin da subito anche avendo sotto mano gli esempi di USA e Giappone, magari da non ricopiare pedissequamente, ma da cui prendere certamente spunto, si sente parlare solo adesso, quando ormai il fattore tempo è andato perduto. La ripresa dunque, già difficile con azione tempestive e mirate, sarà ancora più lunga del previsto ed in certe zone del continente si potrà realmente parlare di generazioni sacrificate.

Ora, a distanza di almeno due anni, sembra che l’ Europa, in tutte le sue rappresentanze politiche, abbia preso atto della necessità di agire concretamente. Se andrà in porto la suddivisione delle posizioni di Presidente della Commissione EU e la riconferma all’Europarlamento (oppure la nomina a Presidente del Consiglio EU) rispettivamente a Jucker (PPE) e Schulz (PSE) potrebbe essere il viatico di una grande coalizione tra i due maggiori partiti europei che necessariamente dovranno avere idee comuni quantomeno sul cambio di approccio rivolto alla crescita ed all’occupazione e non più alla sola austerity, così come sulla necessità di rilanciare l’immagine dell’Unione compromessa dall’applicazione di modelli economici errati che hanno portato a derive anti europee ed a nazionalismi, movimenti ciechi di fronte alla necessità di aggregazione, sinergia e cooperazione per mantenere la competitività ed la prosperità dell’Europa e dei singoli stati membri che, pur dotati di indubbi punti di forza interni, sarebbero sopraffatti dalle potenze globali con cui è per certi settori impossibile competere.

Queste discussioni da qualche tempo, guarda caso a partire dal periodo di campagna elettorale per le europee, animano i dibattiti interni ai partiti e tra le differenti fazioni e saranno il tema dell’incontro di questi giorni tra i leader dei partiti aderenti al PSE.

In Italia il Ministro dell’ Economia Padoan ha ribadito la necessità di riequilibrare il sistema fiscale facendo in modo di supportare i consumi, ma ciò inevitabilmente passa da una minor tassazione che impone una pesante rivisitazione della spesa pubblica e dalla necessità dello scorporo di alcune voci relative a riforme ed investimenti produttivi dal calcolo del deficit. A livello europeo invece presso l’Ecofin è passata un serie di misure mirate ad ostacolare l’elusione fiscale, cioè ad impedire alle grandi multinazionali di poter pagare tasse in paesi a fiscalità privilegiata differenti da quelli in cui si è realizzato il margine operativo alimentando in tal modo una perversa competizione, totalmente legale, all’interno della stessa area Euro che generalmente va a premiare i paesi più rivolti alla finanza ed alla speculazione rispetto a quelli più inclini all’industria ed alla produzione che dovrebbero essere i capisaldi per ripartire percorrendo la via di una crescita sostenibile nel lungo periodo e scongiurando le crisi alle quali i sistemi eccessivamente finanziarizzati periodicamente vanno incontro come in una sorta di “scaricamento degli oscillatori”.

Se quanto condiviso verrà realmente recepito e soprattutto implementato nel minor tempo possibile, ed a questo punto non ci sono più alibi per non farlo, allora si potrebbe pensare a scenari di medio-lungo termine meno drammatici e con qualche spazio anche per il vecchio continente europeo; in caso contrario il destino è quello di rimanere compressi tra Russia, USA, Cina e tutti i problemi di instabilità presenti sul bacino Mediterraneo.

Alcuni Link collegati:
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/2014
Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine 20/09/13
Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione 12/04/2014
Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/2013
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/2014

 

21/06/2014
Valentino Angeletti
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Stop russo alle forniture di Gas e la debolezza europea

L’Ultimatum di Mosca che intimava all’Ucraina il pagamento di una prima trance del debito sulle forniture di Gas, con scadenza, prorogata più volte, a lunedì 16 giugno è scaduto, senza trovare risposta da parte di Kiev.

La somma richiesta da Gazprom ammontava a poco meno di 2 miliardi di dollari, su un totale di circa 4 miliardi di debito complessivo. Dal canto suo l’Ucraina denunciava discriminazioni sul prezzo del gas che l’hanno portata negli ultimi giorni a ricorrere al tribunale di Stoccolma, tribunale al quale la stessa Russia si è appellata per vedere saldato il debito sul metano.

I nodi principali che hanno fatto saltare le trattative nonostante i vertici indetti tra le parti, a cominciare da quello di Ginevra e poi di Bruxelles, ed alla presenza si USA, EU e Nato, riguardano gli scontri in Crimea, regione russofona che con un referendum non ufficiale si è dichiarata autonoma rispetto all’Ucraina, le accuse mosse da Kiev verso Mosca secondo la quali la Russia appoggerebbe nella guerra civile i separatisti fornendo armi e milizie e non ultimo  il prezzo del combustibile che Mosca vorrebbe fissare a circa 485 $ per mille metri cubi contro la richiesta di 280 $ richiesta da Kiev, ossia il prezzo pre crisi.

Sullo sfondo di questa lotta sul gas vi sono gli scontri tra separatisti filorussi e milizie di Kiev che hanno fatto numerose vittime tra civili, militari e separatisti.

Adesso Mosca ha, con la tipica risolutezza sovietica, bloccato ogni fornitura verso l’Ucraina a meno di non essere pagata anticipatamente; dall’Ucraina però passa oltre il 60% del gas russo diretto in Europa, che rappresenta circa il 15% del totale approvvigionamento europeo, ma con notevoli differenze da nazione a nazione che vede quelle dell’est Europa, la Germania e l’Italia più vulnerabili.

Il commissario Eu per l’energia, Oettinger, ha dichiarato che questo inverno potrebbero sussistere problemi di approvvigionamento se la situazione continuerà a mantenersi grave. Fortunatamente gli inverni miti degli ultimi anni hanno consentito di riempire i depositi garantendo una maggiore autonomia.

Almeno due critiche vanno mosse all’Unione nella gestione di questa crisi, la prima denuncia uno scarso potere a livello internazionale, di politica estera, militare e di coordinamento congiunto nel definire strategie comuni; l’Europa senza l’appoggio di Nato ed USA ha ben poca autorevolezza nei confronti delle altre potenze mondiali e ciò rispecchia anche la gestione dell’immigrazione nonché delle sanguinose crisi che attanagliano tutto il bacino del Mediterraneo come Siria, Libia ed Iraq.

La seconda critica riguarda l’assenza a livello Europeo di una politica energetica sufficientemente diversificata per tecnologie e fornitori, problema che si amplifica a livello italiano dove i principali fornitori di energia primaria sono Russia e Libia, ambedue territori decisamente instabili. In tal contesto si ripercuote anche la crisi dell’area Mediterranea che contribuisce ad indebolire la sicurezza energetica Europea ed italiana. A ciò si aggiunge il minor interesse degli USA ad intervenire, per la linea politica di Obama, per la minor necessità di energia dovuta alla rivoluzione della shale gas e per il taglio di costi militari se non strategicamente necessari. Ovviamente in ultimo se sarà indispensabile gli USA interverranno a supporto dell’alleato Europeo, ma non manifestano sicuramente quella “verve” tipica delle amministrazioni Bush (e non per un ritrovato pacifismo).

L’Europa nella crisi Ucraina si è trovata tra la necessità di mantenere i rapporti commerciali con la Russia (importanti non solo per l’energia) ed al contempo appoggiare la linea statunitense totalmente avversa all’operato russo. A dimostrazione di ciò vi sono le sanzioni economiche, immediatamente erogate al Cremlino da parte degli USA, ma solo annunciate e minacciate da parte degli stati europei, autonomi nel gestire simili provvedimenti.

Ora a livello Europeo si sente parlare di possibili nuovi fornitori energetici o rotte, opzioni totalmente avversata dalla Russia, di considerare l’importazione di shale dagli USA i quali hanno dato il via libera all’esportazione di materiale energetico e più in generale di accelerare sulla via della diversificazione e del mercato unico. In realtà su questo fronte le possibili minacce all’Europa erano già note da tempo, ma irrisolte come del resto lo è la dipendenza italiana da territori instabili. Queste modifiche di approccio, più che sensate e ragionevoli, richiedono però tempo e non si risolvono da un giorno all’altro. La diversificazione tecnologica richiede piani e valutazione dei mix energetici ottimali, mentre quella geografica richiede infrastrutture come nuove pipeline o rigassificatori.

Probabilmente questo inverno non vi saranno problemi di forniture perché anche la Russia, nonostante gli accordi con la Cina, le sua mire di dominio del settore Oil&Gas con i colossi Rosneft e Gazprom, e la volontà di riaffermare la sua autorevolezza agli occhi del mondo e del proprio popolo mostrando i muscoli, non ha interesse a rompere i rapporti con l’Europa e dall’altro canto l’Ucraina non può permettersi di bloccare i flussi poiché se scoperta avrebbe indebolito il suo rapporto con l’Europa che la sostiene economicamente (è stata erogata in questi giorni una prima tranche di aiuti pari a 500 mln di $ che probabilmente useranno per acquisto di Gas). In questa fase comunque i rischi di sabotaggi sono alti e non è semplice scoprirne gli artefici; le accuse potrebbero rimpallarsi come è avvenuto per l’esplosione in territorio ucraino di un tubo di collegamento per il trasporto di metano tra Russia ed Europa del 17 giugno.

Come per altre situazioni la soluzione per questo grave problema e per le violenze nel bacino del Mediterraneo passano attraverso il rafforzamento delle politiche Europee ed una maggior cooperazione tra gli stati membri.

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La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire… 30/05/2014

17/06/2014

Valentino Angeletti
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Riforma PA. Presto capiremo quanta voglia c’è nelle istituzioni di cambiare.

La riforma della pubblica amministrazione e l’attribuzione di poteri straordinari al commissario Raffaele Cantone sono stai i cardini del CdM scorso.

Per quel che riguarda il decreto che conferisce poteri straordinari a Cantone, grazie alla creazione di una agenzia anticorruzione (Anac), al potere sanzionatorio, al controllo sui dati, sulle varianti d’opera, sulle documentazioni d’appalto ed agli uomini messi a disposizione dell’ex Magistrato, sembra che siano stati fatti importanti passi avanti rispondendo a questo augurio (LINK), col quale si auspicava che fossero dati a Cantone opportuni mezzi per affrontare un grave problema.

Passando alla riforma della PA si notano subito provvedimenti interessanti e che di certo vanno nella direzione giusta. Si parla di legare i bonus per i dirigenti, fino ad ora erogati a pioggia, al reale raggiungimento di concreti e misurabili obiettivi, all’andamento del PIL (qualcosa di simili si suggeriva: LINK) e comunque non in misura superiore al 15% dello stipendio; i dirigenti sono licenziabili in caso di gravi inadempienze. Viene resa obbligatoria, qualora richiesto dalle circostanze, la mobilità dei dipendenti entro 50 Km; sono previste 15 mila assunzioni e la possibilità di pre pensionare coloro che, pur non avendo ancora raggiunto i requisiti, fossero a 2 anni dall’età di cessazione dell’attività lavorativa; è stata abolita la possibilità di permanenza in servizio oltre i 70 anni per i dirigenti scolastici e per i professori universitari (augurandoci di porre fine ai baronati accademici che tra l’altro impediscono l’ingresso nel circuito della ricerca a persone veramente capaci ed innovative).
Le prefetture vengono ridotte fatto salvo per le zone ad alta intensità criminale, tagliati del 50% i diritti annuali che le imprese pagano alle camere di commercio (diritti camerali) e calano del 10% le bollette elettriche per le PMI (in tema energetico il Premiar ha anche ribadito la necessità di rivedere pesantemente gli incentivi alle fonti elettriche rinnovabili). I permessi sindacali sono ridotti ed è introdotta l’identità digitale per provare a ridurre le file, e le conseguenti perdite di tempo e denaro, dei cittadini negli uffici. Non mancano note opinabili, come ad esempio l’incremento massimo del 12% (che segue il raddoppio della marca da bollo sui passaporti) del bollo auto che rischia di annullare i benefici dell’ottimizzazione di ACI e PRA portando l’automobilista, tra benzina, pedaggi, parcheggi, assicurazione, bollo, permessi d’accesso ed altre amenità, ad essere trattato quasi che fosse un facoltoso detentore d’un bene extra lusso, quando in certi casi, causa le deficienze del trasporto pubblico locale che soffre della sindrome dello spreco comune a molte municipalizzate, non muoversi in auto risulta oggettivamente impossibile.

Il punto chiave da verificare nel prossimo futuro è se, soprattutto relativamente alle modifiche introdotte nelle PA, sarà possibile metterle in pratica senza incorrere nell’ostruzionismo di coloro che vedono in pericolo la propria posizione, siano essi i dirigenti o i dipendenti oggetto di mobilità obbligatoria o ancora gli avvocati dello Stato che vedono ridotto il loro compenso.
Proprio riguardo alla mobilità ad esempio, una misura per lo spostamento verso sedi e mansioni più necessarie, già sussiste, ma di fatto non è mai stato applicato. Analogamente la proposta di chiudere i tribunali secondari è andata in contro ad aspre polemiche ed opposizioni da parte di sindacati, dipendenti, sindaci e dirigenti fino a rendere ogni tribunale, o per un motivo o per l’altro, oggetto di dichiarazioni che lo qualificavano assolutamente indispensabile. Medesima sorte è stata riservata alla chiusura degli uffici postali di periferia (quando poi le Poste saranno privatizzate, se il processo di privatizzazione sarà reale e non fittizio, le inefficienze non potranno più essere consentite, sarà l’azionista a non permetterlo, ed allora il maggior datore di lavoro italiano con 120’000 dipendenti dovrà risolvere, assieme alla tutela del posto di lavoro dei propri dipendenti, anche priorità, per così dire più, veniali).

Nonostante quanto si dica, e nonostante la necessità impellente, il conservatorismo e la tendenza all’immobilismo talvolta un po’ egoistica, nel nostro paese dilagano in particolare ove vi fosse un minimo rischio da prendere o ancor peggio una piccola posizione, non importa quanto grande, da proteggere. I meccanismi radicati nel tempo, come le influenze di alcuni gruppi che agiscono nell’ombra oppure semplicemente le modalità di azione di fronte a circostanze mutate che porta a decidere nel medesimo modo e sotto la medesima influenza, sono tanto difficili da estirpare quanto ostacolo per un vero cambiamento e per una reale accelerazione di passo.

Questa è una fase in cui si deve agire in velocità. Forse, e l’affermazione è forte, in molte situazioni è preferibile agire subito, rischiando di essere tacciati di autoritarismo, pur consapevoli di non aver raggiunto il miglior risultato possibile (evitando porcate ben inteso), rispetto ad attendere, temporeggiare, trattare, negoziare all’infinito col pericolo più che concreto di non concludere nulla e lasciar andare le cose alla deriva. Che non c’è più tempo da perdere ormai lo si sa, ma nonostante questo non pare che fino agli scorsi Governi si siano profuse le forze necessarie per deviare il corso degli eventi. La disoccupazione nel nostro paese stenta a rallentare, l’inflazione diminuisce, spinta dal ribasso dei consumi e non da una efficace libera concorrenza, andando ad avvicinarsi e raggiungendo in alcune zone, la deflazione; il debito ha superato i 2’140 miliardi di €, record assoluto, e l’aumento del PIL non bilancia favorevolmente il dato precedente. Il sud continua a perdere terreno rispetto al nord denotando la presenza di due paesi in uno e rischiando di non essere più recuperabile.
In questo scenario che si protrae da troppo a lungo è chiaro che il fattore tempo, assieme alla qualità delle azioni, è fondamentale.
È giusto quindi che si faccia di tutto per imprimere con decisione e fretta, la giusta forza al processo riformatore che deve coinvolgere pervasivamente il paese, le istituzioni e tutti i cittadini verso l’obiettivo comune di invertire rotta e spesso anche modo di pensiero.
È innegabile che il processo sarà lungo, che serviranno anni, si parla non a torto di generazioni perdute e sacrificate e la probabilità che sia così è concreta; è innegabile che i tenori di vita pre crisi non torneranno nel breve (al sud potrebbero servire oltre 14 anni); è innegabile che serviranno sacrifici che non dovranno essere sprecati, ma ciò è indispensabile per pensare ad un futuro di medio-lungo periodo più favorevole.

Ai più attenti non sfuggiranno certo i tentativi delle influenti burocrazie e tecnocrazie di ostacolare il cambiamento così come di alcune parti interne al governo di larghe intese ed anche all’interno dello stesso PD, tanto che verrebbe da chiedersi se nuove elezioni, un governo non di compromesso e la possibilità di mettere in posizioni chiave i propri uomini avessero consentito al Premier un percorso più agevole. Probabilmente, alla luce del crono programma, all’inizio della sua avventura anche Renzi medesimo credeva di aver gioco più facile, ma si sa “il diavolo è sempre più brutto di come lo si dipinge”.

C’è attesa nel capire se davvero si vuole lavorare per un paese più semplice, più al servizio del cittadino, più tecnologico ed innovativo, più d’aiuto alle persone ed alle imprese, capace di supportare, coltivare ed accelerare l’innovazione e la creatività, in grado di riequilibrare in favore del merito, delle competenze e delle pari opportunità prescindendo dal genere, una scala sociale chiusa ed eccessivamente sbilanciata a vantaggio dei ceti più agiati e di coloro i quali fanno parte dei circuiti di conoscenze o peggio clientelari, creando così vere opportunità di crescita e realizzazione per tutti affinché il cittadino sia riconoscente verso le istituzioni e si adoperi attivamente per contribuire al mantenimento di questo meccanismo virtuoso.

Link:

Volontà di cambiamento? 16/01/2014

Spunto dal CEO Microsoft:  “giovani e dirigenti affrontate il cambiamento e mettetevi in gioco” 25/08/2013

14/06/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, l’Europa e la partita cinese

Nelle prossime ore con l’ultima tappa in Kazakistan si concluderà il viaggio asiatico del Premier Matteo Renzi, del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e della importante delegazione industriale al seguito.

Dal punto di vista del Governo italiano gli obiettivi principali della visita erano quello di rafforzare la collaborazione e l’interscambio con l’oriente, Cina in particolare con la quale già sussistono 33 miliardi di scambi bilaterali, ma sbilanciati 23 a 10 in favore dei cinesi, e di attirare nuovi capitali ed investimenti nel nostro paese.

La volontà del Governo di spingere sul fronte degli investimenti esteri e conseguentemente anche su quello delle privatizzazioni è testimoniata dalla contemporanea presenza del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan negli Stati Uniti, in una visita avente lo stesso fine di quella del Premier, ma dall’altra parte del mondo dove si vorrebbe perfezionare e concludere il TTIP.

I messaggi lasciati da Renzi nella sua ultima conferenza prima di partire alla volta del Kazakistan  sono stati la richiesta di più investimenti da parte di imprenditori e del governo cinese in Italia, ma al contempo più coraggio da parte degli italiani nel valutare ed approfittare delle opportunità di business in cina esulando dall’idea di delocalizzazione per manodopera a basso costo, concentrandosi invece sul concetto di internazionalizzazione e creazione di una grande filiera distributiva e di marketing indispensabili per non sopperire nel mondo globalizzato.

Seguendo queste linee di pensiero, concettualmente più che corrette sia alla luce dell’evoluzione mondiale che delle condizioni del sistema paese italia dove capitali interni allocabili in investimenti ed innovazione con ritorno nel medio-lungo periodo languono, sono stati siglati numerosi Memorandum of Understanding (MoU) che hanno coinvolto molte aziende (Luxottica, Enel, Finmeccanica, Unicredit, Generali) e gli stessi Ministeri dello sviluppo Economico. Le tematiche di cooperazione spaziano dall’agricoltura, alla tecnologia, energia, smart city, reti intelligenti, ottimizzazione dell’uso del carbone fino allo scambio di know how e best practices.

La facilità con cui la Cina firma accordi e MoUè ormai notoria e dalla firma alla concretizzazione di progetti e business case concreti il percorso è di norma lungo e non privo di ostacoli, in ogni caso il viatico di certo è promettente, e l’importanza di partner come le economie asiatiche è indiscutibile; non mancano però i punti su cui prestare attenzione e meditare.

Il primo è il problema dei diritti umani e dei lavoratori spesso violati. Argomento che non si può soprassedere valutando solo i benefici economici derivanti dalla collaborazione bilaterale. Uno stato civile, come ogni azienda seria, deve seguire principi di responsabilità sociale che deve esportare in particolare in quelle situazioni più lacunose. La Cina riguardo a ciò rappresenta sicuramente un’area da migliorare senza scendere a compromessi, vincendo quell’atteggiamento di chiusura che si cela nella mentalità cinese al di là delle accoglienze e delle occasioni formali.

Il secondo è la questione ambientale e dell’inquinamento, problema che mina la salute degli abitanti delle megalopoli, che sta raggiungendo livelli non sostenibili e che effettivamente incute preoccupazione nello stesso Governo cinese un tempo non eccessivamente sensibile all’argomento. Alcuni accordi in particolare riguardo al carbone, al nucleare, alle rinnovabili ed alle tecnologie turbogas siglati in questi giorni vanno proprio in questa direzione. Stessa direzione in cui parzialmente va l’accordo sulla fornitura di gas trentennale stipulata tra Pechino e Mosca solo qualche settimana fa (notare i due accordi per fornitura di combustibile con Gazprom e per tecnologie turbo-gas con Asnaldo – Shanghai Electric).

Il terzo punto è l’altissimo grado di corruzione che dilaga tra i colletti bianchi cinesi, i mandarini, i funzionari governativi e la rampante classe dirigente che spesso impone alle aziende estere operanti nel paese di scendere ad inaccettabili compromessi.

Il quarto, ma non per importanza, è proprio la tendenza alla chiusura dei cinesi. Tendenza che si nota anche nelle comunità instauratesi fuori dal paese d’origine; ne è un esempio il caso italiano di Prato. Fino ad ora è innegabile che il modo di agire del mondo cinese, totalmente in opposizione al concetto di Open Innovation occidentale (europeo e statunitense), sia stato quello di appropriarsi delle conoscenze e tecnologie occidentali tramite partenariati o acquisizioni di aziende, dominarle ed internalizzarle sfruttando il vantaggio competitivo dato dal loro modus operandi in tema di lavoro, manodopera, produzione, vincoli ambientali ecc, per poi rifornire gli stessi mercati occidentali stroncando in qualche circostanza i competitori locali. Non ha caso le accuse di spionaggio industriale (anche cibernetico) che gli USA dichiarano di aver subito e di subire regolarmente da parte di spie ed hacker cinesi assumono toni sempre più accesi. Da considerare che in questo frangente anche l’economia cinese sta rallentando, in particolare per il rallentamento dell’economia globale, mentre rimane relativamente forte il loro mercato interno. Ciò forse potrà renderli maggiormente aperti ed una più effettiva e reale cooperazione oppure renderli ancora più chiusi e protettivi nei confronti del loro mercato interno.

Il nostro paese potrà dal canto suo contare sul brand di cui indiscutibilmente gode in particolare relativamente al turismo, al lusso, all’enogastronomia, alla sartoria ed al tessile che rappresentano uno status symbol per le classi dei nuovi ricchi cinesi; potrà contare sulla stima che la Cina ripone nell’Italia e sulla manifesta intenzione di voler investire in aziende italiane, come ha dimostrato il superamento del 2% (soglia oltre la quale è obbligatoria la comunicazione alla Consob) in Enel ed Eni, e quindi la fiducia nei business italiani di interesse cinese. In sostanza si deve fare in modo che i campioni e le eccellenze indubbiamente presenti in Italia riescano a fare squadra in modo vincente ed a tal pro il supporto istituzionale è indispensabile.

Infine il Governo italiano dovrà essere bravo e convincete a portare l’occasione cinese all’interno dell’agenda di presidenza europea in modo da rendere la collaborazione Europa – Cina un caposaldo, perché se è vero che il nostro paese ha bisogno di investimenti, lo stesso vale anche per l’intera Unione, ed il rischio di un eccessivo avvicinamento tra Russia e Cina, che rappresenterebbe un fortissimo asse strategico-economico, è altissimo. Come in tutti i contenesti economici la diversificazione diviene una parola d’ordine anche nelle partnership commerciali, a maggior ragione in un periodo dove la crescita va perseguita con organizzazione e lungimiranza. Vedremo se i MoU siglati assumeranno concretezza e saranno profittevoli per ambedue i contraenti.

12/06/2014
Valentino Angeletti
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Expo2015, Mose e gli investimenti esteri vanno a picco…

Dopo lo scoppio degli scandali, solo gli ultimi a dire la verità, dell’EXPO2015 e del Mose che secondo gli esperti per somme in gioco e meccanismi implementati farebbero impallidire l’intera tangentopoli, unanimi e vigorose sono state le condanne alla corruzione.

Il Premier Renzi ha tuonato sia contro i politici, indipendentemente dal loro colore, sostenendo la possibilità del daspo a vita per coloro che venissero scoperti ad essere corrotti o corrompere, sia contro le aziende, arrivando a proporre l’impossibilità per le imprese disoneste e colluse con la malavita, di partecipare alle gare con le pubbliche amministrazioni.
A queste dichiarazioni si affiancano, solo per citare la seconda carica dello Stato, quelle del presidente del Senato Grasso che invece vorrebbe revocare il vitalizio a tutti quei politici incriminati per reati mafiosi.

Senza voler tirare in ballo il concetto di onorabilità della politica e del politico, principio che rientra nella Costituzione Italiana, secondo il quale un esponente che perdesse il requisito di onorabilità, venendo meno alla rettitudine, integrità morale ed etica, dovrebbe decadere avendo tradito il patto e la fiducia conferita dal cittadino affinché lo rappresenti nella complessa gestione della cosa pubblica per il bene collettivo, le frasi dette da Renzi, Grasso e gli altri membri dei vari partiti, non mi paiono quelle di grandi statisti o illuminati, mi sembrano piuttosto quelle di una qualsiasi persona di buon senso abituata a vivere, con tutte le difficoltà che ciò comporta nel nostro paese, nell’onestà.

Sono le stesse parole che ogni persona per bene ha sicuramente detto se non quotidianamente almeno settimanalmente, da venti anni a questa parte e non c’è nulla di strano o rivoluzionarlo in esse, tanto che la mia prima reazione all’ipotesi di daspo per i politici corrotti, avanzata da Premier all’indomani della vicenda Expo2015, è stata:
“Bene che si faccia subito, oltre al daspo anche la galera ove il caso, perché si è aspettato così tanto!”.

Va assolutamente detto che l’Italia non è tutta corrotta e collusa. Vi sono aziende e politici che operano nella più totale legalità e nella completa adempienza delle norme e della burocrazia eccessiva, macchinosa, popolata da numerosissime figure con potere di veto che amplificano la possibilità di incappare nella richiesta della “mazzetta”, ma non v’è dubbio che questa correttezza sia motivo svantaggio competitivo rispetto a competitors meno ligi.

Quando però si tirano in ballo i grandi lavori ed appalti pubblici il destino sembra scontato, ed allora sia i politici che le persone comuni paiono non sorpresi da una metodologia che ormai si è consolidata e con la quale, in maniera altrettanto colpevole, si rischia di convivere scadendo quasi nella consuetudine. Addirittura nel caso Mose pare che alcuni politici incensurati e simbolo di cultura, ad oggi già incarcerati, ancora prima di assumere la carica in questione, si fossero rivolti alle ditte impegnate nei lavori per avanzare le loro pretese, ricambiando, quando e se mai avessero coperto l’incarico, con permessi ed azioni a loro vantaggio.

Alla luce di questi ultimi fatti, grosse vetrine per l’italia, non sorprende che il nostro paese abbia perso dal 2007 al 2013 il 58% degli investimenti esteri, pur con trend leggermente in miglioramento (forse risultato delle missioni estere del 2013 dei Premier Monti e Letta e del piano Destinazione Italia).
Questi impegni economici non sono volati solo nei paesi emergenti dove si potrebbe obiettare che i diritti umani sono lesi, le condizioni di lavoro irrispettose ecc, ecc, ma anche in Francia, Germania, Spagna, USA ed UK…. non cito tutte gli stati che ci sopravanzano perché sarebbe un elenco di 64 menzioni visto che ci collochiamo al 65 esimo posto. Inutile dire che la corruzione è il primo fattore deterrente e che quindi il suo costo stimato in 100-120 mld annui potrebbe essere ampiamente sottodimensionato.
Gli altri fardelli, tutti noti come la corruzione del resto, che respingono gli investimenti ed uccidono le nostre imprese, gli artigiani e commercianti, i cittadini comuni e l’economia, sono l’eccessiva burocrazia, l’incertezza normativa e della pena, la titanica mole di leggi e norme, lo sproporzionato carico fiscale, ma anche il divario tecnologico; solo per fare un esempio, un’azienda innovativa che sfrutta le potenzialità di internet necessita di connessioni alla rete ad altissima velocità, diciamo attorno ai 30 Mbps che in Italia su gran parte del territorio non vengono garantite.
A ciò si aggiunge una grossa tendenza alla fuga di sola andata delle risorse competenti, substrato a cui le aziende tecnologiche vorrebbero attingere. Questo fenomeno è causato in primis dell’assenza di speranza nel nostro paese, da quella di opportunità lavorative, ma anche per via dei salari che non consentono per figure laureate e specialistiche che entrano nel mondo del lavoro, di vivere in modo autosufficiente in grandi città, provvedendo all’affitto (o mutuo), alle spese domestiche ed eventualmente progettando di metter su famiglia. Le condizione di vita per queste figure spesso rasentano un compromesso con la dignità (che personalmente trovo intollerabile in un paese mediamente civile… Come può un laureato che lavora non riuscire a sostentarsi autonomamente??? E badare bene che questa condizione può protrarsi per svariati anni visto che gli avanzamenti di carriera e stipendio sono praticamente inesistenti).

Tutto tremendamente già notorio ed irrisolto da anni che ora passa alla cassa a chiedere il conto.
L’agenzia di rating S&P ha mantenuto la sua valutazione sull’Italia a BBB e con outlook negativo, volendo, giustamente, attendere che le riforme proposte dal Governo e viste positivamente dai mercati e dalla comunità finanziaria, vengano attuate e portino benefici reali (così come per le misure della ECB che potranno portare i primi frutti in 9-12 mesi, i movimenti in essere son osolo finanziari), perché la credibilità del nostro sistema paese è ai minimi e le promesse non bastano più.

Sbrogliare i nodi delle riforme, della semplificazione normativa e burocratica, del fisco, della giustizia, della corruzione ed evasione è quindi necessario e deve segnare un reale ed oggettivo cambio di passo.
Dal 2010 si sente dire che il tempo è scaduto, che non ci sono più alibi e che il tempo delle riforme è arrivato, ma da allora, a dispetto della gravità della situazione, l’azione è stata lenta e non incisiva, anzi spesso ha creato ulteriori problemi a cui far fronte in mezzo alle urgenze.
Sta ora a Renzi ed a tutto l’Esecutivo, che nonostante di larghe intese dovrà necessariamente agire lontano da logiche partitiche e con il solo obiettivo di risolvere una situazione che si aggrava di ora in ora, riconquistare la fiducia persa ed ulteriormente minata da quello che, ahinoi, quotidianamente si legge e che anche all’estero notano.

08/06/2014
Valentino Angeletti
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Le misure di Draghi ci sono, con un ma….

ECB Il 4 aprile scorso in merito alle misure non convenzionali avanzate più e più volte  dal Governatore Draghi con una maestria geniale (e non mi stancherò mai di  dirlo) nel gestire l’effetto annuncio, ci si chiedeva quando l’ ECB sarebbe passata  da ipotesi a fatti:
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
Ora il momento sembra arrivato grazie all’implementazione di un “piano Draghi”  molto interessante e che sarà sicuramente apprezzato. Esso in realtà non non è  assolutamente innovativo, anzi ricalca quanto più volte espresso anche in questo  spazio; va ben oltre il taglio del costo del denaro dallo 0.25% allo 0.15% il quale  rimarrà basso a lungo, va oltre la virata in negativo per i tassi di interesse  overnight presso la ECB portato a -0.10% e principalmente punta favorire il credito per le imprese, per gli investimenti in innovazione, per le PMI ed anche per le famiglie (esclusi i prestiti per l’acquisto di immobili che rimane un mercato a medio rischio di bolla). Le misure messe in campo sono varie, vanno dai prestiti alle banche (TLTRO) a lungo termine con controllo che il denaro venga convogliato effettivamente nell’economia reale fino agli ABS ossia strumenti collaterali di garanzia emessi dalle imprese ed acquistati dalla ECB in cui sarà consentito cartolarizzare riserve immobiliari ed altri beni garanti a patto che il derivato finale sia semplice comprensibile (bisogna capire da chi) e trasparente. L’unico strumento non convenzionale non ancora messo in campo dalla ECB a ben vedere è il QE cioè acquisto diretto di titoli di stato oppure stampaggio di moneta.
Personalmente credo però che la ECB e Draghi avrebbero dovuto agire ben prima, le condizioni attuali sono gravi a cominciare da consumi, potere d’acquisto, credito, investimenti; inoltre il target d’inflazione inferiore ma prossimo al 2% è lontanissimo, siamo allo 0,5% con stime previsionali dello 0,7% per il 2014, dell’ 1,1% per il 2015 e dell’1,4% per il 2016
Di sicuro qualche buon risultato verrà (oltre al bell’inglese tanto caro al Barisoni di Focus Economia, Radio 24, ora Draghi vanta anche un bel piano concreto a sostegno dell’economia), rimane solo da verificare e sperare che non sia già troppo tardi.

05/06/2014
Valentino Angeletti
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