Archivi Mensili: luglio 2014

Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola

Con leggero ritardo anche la Confcommercio ha ridotto le stime di crescita del PIL Italiano portandole dallo 0.5% allo 0.3% per il 2014, mantenendo la previsione per il 2015 allo 0.9%. La rettifica non sorprende e segue quella del FMI e del Codacons. Al momento solo il Governo pare non essere intenzionato, forse attendendo i dati ufficiali sulla crescita nel Q2, a rivedere la stima sul 2014 fissata a 0.8%, che, ricordo, fu definita pessimistica, di caso peggiore, dal Ministro Padoan solo qualche mese fa e che ora è lo stesso Premier Renzi a dichiarare difficilmente raggiungibile, pur chiosando (durante un’intervista a Friedman) che una crescita di 0.3%, 0.5%, 1% o 1.5% non farebbe alcuna differenza. L’affermazione probabilmente si riferisce al solo 2014 e vuole essere rivolta allo stato delle famiglie, come per dire che nell’immediato le famiglie non se ne renderebbero conto, rimane però imprecisa e superficiale perché quando ad ottobre si dovrà redigere il documento di economia e finanza e si dovranno verificare i parametri europei le differenze di PIL possono valere fino a 15-16 miliardi con conseguente ripercussione sui provvedimenti da adottare che inutile dire essere strettamente collegati alla pressione fiscale.

Proprio il dato sulla pressione fiscale risulta essere quello più sconvolgente, raggiungendo il primato assoluto del 53,2%, tale da superare Danimarca (51.3%) e Francia (49.5%) i cui livelli di servizi e welfare non sono neppure lontanamente paragonabili ai nostri che definire preistorici è spesso più che calzante. Il dato italiano ovviamente è un dato medio e se quindi per certe categorie di lavoratori l percentuale risulta più bassa, per altre, come artigiani e commercianti può superare il 70% (insostenibile pressoché ovunque).

L’allarme sulla pericolosità di una vessazione così elevata oltre a provenire da Confcommercio era già arrivata dal FMI che annoverava tra le cause di recessione, stagnazione dei consumi, assenza di investimenti internazionali, nazionali, pubblici e privati, proprio il regime fiscale opprimente, così come dall’Europa che consigliava caldamente di spostare la pressione fiscale da famiglie, lavoro, imprese, produzione verso rendite e consumi (aggiungo io in modo progressivo) consiglio solo parzialmente ed incompiutamente perseguito. Gli 80€ in busta paga e l’aumento delle trattenute sulle rendite sono andate in tale direzione, ma la situazione è così grave ed è stata fatta colpevolmente negli anni correre così a largo che senza ulteriori implementazioni risultano essere solo una goccia in un oceano.

In una contesto simile, ulteriore beffa, l’evasore si sente relativamente tutelato, quasi premiato, essendo, e sono parole della nuova Direttrice dell’ Agenzia delle Entrate Orlandi, sanatorie, condoni, scudi il pane quotidiano. L’evasore quindi è portato attendersi un’assoluzione. Ciò detto non è affatto incomprensibile come lo scoramento, il disagio sociale, la sensazione di impotenza fino all’astio ed all’ira possano divenire sentimenti estremamente pervasivi.

Le misure da adottare sul fronte economico sono ben note e qui più volte ribadite tanto che è un insulto ripeterle per l’ennesima volta. Molte in realtà sono già in programma come la spending review di Cottarelli (il quale non mi stancherò mai di ribadire non ha alcun potere attuativo, ma risulta essere un consulente più che un commissario) o le privatizzazioni (ci si augura fatte per conciliare la necessità di reperire risorse con quella di consentire sviluppo ed investimenti a campioni nazionali che sono fondamentali per l’industria e la crescita del paese), ma afflitte dai cornici ed italici slittamenti.

Il punto delle riforme istituzionali è altrettanto importante, una macchina statale agile, snella, efficiente è basilare perché tutta l’infrastruttura funzioni correttamente ed in tempi rapidi, e lo è parimenti per attirare investimenti e capitali esterni, per incrementare fiducia dei partner internazionali governativi e non, per avere l’autorevolezza e la credibilità necessaria a chiedere concessioni (più o meno rientranti nei patti in essere) alle istituzioni europee.

Proprio sulle riforme istituzionali si stanno vivendo momenti di grande tensione, animati da ostruzionismo, blocchi, minacce di Aventino, accuse di autoritarismo, tanto da far slittare di giorno in giorno i lavori parlamentari con la conseguente perdita di tempo preziosissimo. La determinazione di Renzi, che ha evidentemente inserito la riforma del Senato tra le priorità assolute, nel raggiungere l’obiettivo è ammirevole, anche se ciò vorrà dire arrivare fino a settembre inoltrato.

L’ostruzionismo, democraticamente impeccabile, ma drammaticamente infantile quando, come in tal caso, fine a se stesso e quando si possono leggere inverosimili emendamenti come centinaia tra quelli presentati, è più che devastante in un periodo di siffatta urgenza perché innesca una spirale di inazione di cui non c’è affatto bisogno. Esso blocca il processo riformatore della macchina statale, impedisce di allocare le opportune forze e concentrazione sulle riforme economiche, sulle questioni internazionali, sulle vicende europee incluse le nomine ed il semestre di presidenza italiano che ci dovrebbe consentire di dettare l’agenda delle priorità.

C’è da scommettere che quando sarà la volta del confronto sulle unioni civile, altro punto altamente “divisivo” che il Governo ha esplicitamente detto di voler affrontare a stretto giro, nuove fazioni, nuove prese di posizione e nuovi ostacoli sorgeranno arcigni causando il solito lavoro ad intermittenza, le solite vergognose scene nelle onorevoli aule del Parlamento e la consueta dispersione di energie e smarrimento rispetto all’obiettivo finale della ripresa economica che si è tenuti a dover perseguire.

Nel mentre il tempo scorre, il semestre europeo italiano si accorcia sempre di più, le tensioni internazionali che ci toccano geograficamente ed economicamente molto da vicino si acuiscono, ed i dati, cattivi loro, senza azioni mirate e concrete non vogliono proprio migliorare. Sembra che non tutta la politica sia capace, o ne abbia la volontà ovvero l’interesse, di quella la visione strategica e d’insieme necessaria a traghettare l’Italia verso il lungo e tortuoso sentiero del riassetto.

Questa doveva, da almeno 3 anni, essere l’epoca del cambiamento, l’era delle riforme, delle misure shock, il periodo di una collaborazione trasversale extra partitica per implementare un piano di medio-lungo termine che ridesse all’Italia, ed all’Europa, la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo economico politico dominante nel mondo globale, invece si sta trasformando, o meglio si sta conservando, come un periodo  di scontri, di frizioni, di accuse, di arroccamenti (e qui il riferimento a tutta quella che è l’industria italiana non è casuale), di prese di posizione partitiche quando non settarie o personalistiche, di violenza verbale, di testardaggini e prese di posizione a volte al limite dell’anacronistico, tutt’altro che quella flessibilità, resilienza, proattività, apertura mentale, visione strategica e pensiero laterale che contraddistinguono tutti leader e tutte le organizzazioni vincenti nel mondo moderno.

Che fare dunque?

Questa è una domanda spinosa, semplice tanto quanto fondamentale, la risposta forse non esiste, di certo andrebbe cambiata la mentalità di taluna classe dirigente e certamente andrà preso un rischio. Per alcuni, anche autorevoli, ormai non c’è più nulla da fare ed il tracollo è mera questione di tempo, per altri sarebbero necessarie elezioni ed un governo forte non di compromesso visto che al compromesso con le larghe intese non si è finora giunti, altri ancora confidano nella discussione e nel dialogo come accade nelle democrazie vere e come sarebbe auspicabile, ma evidentemente l’Italia allo stato attuale non è una democrazia matura a tal punto da produrre confronti negoziali e tavoli di discussione propositivi che portano soluzioni e non solo critiche e muro contro muro; non è matura come non lo sono del resto certi atteggiamenti e certe personalità ai vertici della catena di comando per le quali troppo hanno pagato il paese e noi cittadini.

Quale che sia la soluzione scelta dovrà essere perseguita con determinazione e rapidità fin da subito perché stiamo continuando a perdere troppo tempo con gli eventi che si avviluppano sempre di più senza che l’Italia abbia modo di porvi un freno per puntare ad invertire la tendenza. La diretta conseguenza di un troppo lento procedere non sarà altro che il tracollo politico, istituzionale ed economico.

Link correlato: Volontà di cambiamento? 16/01/2014

 29/07/2014
Valentino Angeletti
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Attrazione capitali esteri e Lobbying (Spunto da “Il Messaggero”)

Porto l’attenzione su un al solito eccellente Gianluca Comin, Il Messaggero 29/07/2014, pg. 28:

Una moratoria legislativa per attrarre capitali esteri

Nell’articolo il giornalista mette in luce i “blocchi” del “Sistema Italia” sovente ancora barocco, che ostacolano l’attrazione di investimenti e capitali esteri nella misura che sarebbe consona ad un paese come il nostro (almeno allo stesso livello di Spagna dove pure la legislazione non è così stabile, ne è un esempio la tassazione sulle aziende energetiche; Germania e Francia).
Un punto sollevato è la distanza tra istituzioni pubbliche e policy makers rispetto alle aziende che spesso hanno una visione molto più chiara, strategica e concreta delle difficoltà burocratiche/normative nell’intraprendere nel senso lato del termine. Difficoltà che ovviamente anche i top manager stranieri incontrano ed a causa delle quali evitano in molti casi di investire nel nostro paese.
Mi chiedo se una regolamentazione ufficiale e più trasparente dell’attività di lobbying, come avviene in EU ed in molti Stati europei e non europei (recentemente una primordiale regolamentazione è stata introdotta in Romania ad esempio) possa aiutare ad avvicinare il pubblico al privato per convergere, con la contaminazione e condivisione di esperienze e visioni, verso una macchina normativa e burocratica che invece di ostacolare incentivi, come del resto dovrebbe essere, l’approdo di attività straniere nel nostro paese.
A ciò si rivolgeva il piano Destinazione Italia, encomiabile tentativo, ricco di spunti interessanti, ma, in modo similare a quanto accaduto per l’Agenda Digitale (AD), finito un po’ nel dimenticatoio nonostante l’importanza fondamentale del pacchetto di misure, così come dell’AD d’altronde, per la competitività italiana.

Da augurarsi sicuramente la soluzione degli annosi problemi del nostro paese (anche qui più volte portati in luce e menzionati) ai quali il Governo Renzi sta cercando faticosamente di porre rimedio, ma anche una seria e trasparente regolamentazione della relazione tra industrie e governo-entità legiferanti, altresì detta lobbying, tema che l’attuale esecutivo si era proposto di affrontare, dalla quale possono di certo scaturire vantaggi per le aziende stesse, per la competitività del paese in grado così di attirare aziende estere ed essere più snello ed efficace e per i consumatori beneficiari di una maggiore concorrenza.

29/07/2014
Valentino Angeletti
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Se Tavecchio è la nuova classe dirigente noi giovani lasciamo pure ogni speranza…

Non è possibile trattenersi da una brevissima considerazione che può dare il la a dibattiti lunghissimi e potrebbe tranquillamente alimentare ore ed ore di talk show estivi se non fosse che essi nonostante l’enorme mole di vicende che in Italia ed all’estero stanno accadendo, non hanno saputo rinunciare alle lunghissime ferie agostane e non solo, con la parziale eccezione di La7.

Partirei con la premessa, peraltro ripetuta più e più volte, che non condivido affatto il concetto di rottamazione su base anagrafica, di genere, o di qualsiasi altro attributo che non sia la competenza, la meritocrazia, la dimostrazione dei successi ottenuti e soprattutto la volontà di mettersi sinceramente, appassionatamente e disinteressatamente al servizio di una causa importante, a maggior ragione se pubblica,  dando il meglio in di se stessi, onorandola (da qui l’appellativo dei politici).  Sono anzi a sostenere non il ricambio tout court bensì la cooperazione e la collaborazione generazionale in modo che la freschezza e l’apertura mentale al concetto di “globale” tipica dei migliori “giovani” si possa contaminare con l’esperienza, la competenza acquista sul campo e la saggezza dei migliori “anziani” solo a contaminazione avvenuta si potrà ottenere un ricambio generazione efficiente per le persone coinvolte e per il sistema in cui saranno inserite a contribuire.

Il tema che vorrei appuntare è la vicenda della candidatura condivisa dalla maggior parte delle società calcistiche professionistiche e dilettanti di Carlo Tavecchio alla presidenza della FIGC. Le uniche discordi sono state fin dal primo momento Juventus e Roma, ed a valle delle “performance” del candidato anche la Fiorentina ha preso le distanze. Le dichiarazioni di Tavecchio sono ormai ben note e visibili al link video di seguito:

Oltre allo spunto razzista evidente, a copertura del quale poco servono le giustificazioni dell’interessato di mala interpretazione e sul quale non è necessario alcun ulteriore commento, mi chiedo se sia il caso dare in mano la FIGC ad una persona che ha evidenti deficienze nel trasmettere un messaggio o almeno a trasmetterlo nei termini che avrebbe voluto (a meno che non avesse voluto esattamente dire quello che a detto ed a quel punto sarebbe quasi da processare per xenofobia)?

A ciò si aggiunge una certa difficoltà nell’articolare un discorso ed esprimere un concetto sia pure relativamente poco complesso, come il voler portare all’attenzione che un eccessivo numero di giocatori stranieri (che è differente da dire calciatori di colore magia banane) nel nostro campionato rischia di impoverire i vivai italiani e la Nazionale di conseguenza. Invece di parlare semplice e chiaro, rischiando pure di aver grande consenso per il concetto in se, vengono tirate fuori le banane, l’Africa, il pedigree… veramente una indecenza se si pensa che questa persona probabilmente diventerà il manager a capo di una importante istituzione italiana attorno alla quale ruota un business rilevante. Non mi sento di approcciare il tutto con buonismo, gli errori sono certo concessi, ma non di tale entità e non per coloro che avranno in mano un affare da miliardi, che occupa numerosissime persone e che tra l’altro ha già la propria credibilità e moralità minata da ripetuti scandali.

Il Governo dal canto suo si è limitato a prendere le distanze da quei discorsi ed a rimarcare l’indipendenza della FIGC, ma se questi sono i nuovi manager e dirigenti sul quale il paese vuole puntare per rinnovare settori importanti, possiamo dire strategici, che hanno, dati alla mano, evidente necessità di cambiare rotta, credo che per noi giovani ogni speranza sia ormai vana. Sono curioso di leggere i nomi della lista di economisti voluta dal Premier Renzi per farsi giustamente assistere nelle più delicate questioni economiche, chissà se ci saranno più o meno sempre e solo i soliti (le prime indiscrezioni sui capi economisti conducono a persone con grande esperienza e curriculum, ma assi note) o anche qualche ventata di competente ed entusiasta novità che potrebbe aggiungere quella capacità di visione da un punto di vista differente, di uscita dagli schemi (il think different anglosassone), arricchendo così il ventaglio delle possibili soluzioni agli spinosi problemi che dovranno essere affrontati.

27/07/2014
Valentino Angeletti
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Alitalia: Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur

Alitalia-Etihad Fossi in James Hogan, CEO di Etihad, qualche dubbio comincerei a farmelo seriamente venire.

Nella trattativa su Alitalia è vero che gli Emiri hanno un enorme potere contrattuale ben sapendo di  essere l’ultima spiaggia, ma è altresì vero che stanno comunque acquistando una azienda che nel  2013 ha perso 569 milioni di €, che ha necessitato di svariati salvataggi statali, che gli stessi capitani  coraggiosi, lungimiranti industriali italiani, non hanno saputo salvare nonostante la scissione in bad  company, totalmente in carico al pubblico e good company sotto la loro gestione, che negli anni è  stata un mezzo di creazione di posti di lavoro ingiustificati e di concessioni clientelari,  che è arrivata  ad avere un costo del lavoro esorbitante rispetto ai competitors, che non è stata in grado di rendere  efficiente la gestione dei processi e delle spese, così come ha errato clamorosamente il piano  industriale investendo nel corto raggio in particolare nazionale (tagliando in tal modo fuori tutte le  rotte lungo raggio, in primis quelle verso Asia, Africa e Medio Oriente), quando era già evidente che  la concorrenza dei treni veloci sarebbe stata difficilmente vinta. A ciò si aggiunse il rifiuto della proposta Air France, che avrebbe previsto anche l’accollarsi dei debiti evitando il ricorso al pubblico (l’AD di Air France allora disse: “per trattare coi sindacati ci vorrebbe un esorcista….”).

Hogan, non di certo uno sprovveduto, la situazione la conosce bene, così come sa bene che l’altro grande azionista di Alitalia, Air France appunto, difficilmente potrà aderire ad ulteriori aumenti di capitale visti i conti non eccellenti della compagnia francese e sa anche che Poste, con il nuovo Amministratore Caio ed in prossimità ad una delicata quotazione sul mercato, hanno dato disponibilità a sottoscrivere l’ADC (circa 40 milioni di € su 250) a patto di avere un ritorno, di verificare l’esistenza di un piano industriale concreto, insomma, proprio come lo stesso Hogan, Caio vuole un investimento serio e non ha assolutamente intenzione di elargire denaro per stipendi, contratti di solidarietà, pagamento forniture e così via, come fatto in passato sfruttando l’ingerenza dello Stato in simili aziende che di fatto si sono talvolta trasformate nel braccio armato del tesoro (una sorta di CdP versione 2.0).

Sembra proprio che, parafrasando il Ministro delle infrastrutture Lupi, non esista alcun piano B e che questa situazione vada conclusa rapidamente.

In tal scenario si inseriscono le proteste di alcune sigle sindacali, in primis la UIL, principalmente rappresentative degli operatori di terra che si schierano agguerrite contro i tagli proposti al costo del lavoro sul quale è stato indetto un referendum che non ha raggiunto il quorum (i votanti hanno raggiunto poco meno del 27%). Le divergenze sindacali sono molto veementi, in particolare il leader della CISL Bonanni, non ha lesinato di criticare aspramente le posizioni bloccanti e “corporative” delle sigle sindacali schierate con la UIL che rischiano di creare gravi problemi agli accordi ed al futuro della stessa ex compagnia di bandiera la quale potrebbe diventare la quarta compagnia mondiale se l’accordo con Etihad si concludesse positivamente.

L’affermazione più che mai oggettiva e concreta del premier Renzi trova assoluta riprova nei fatti, l’alternativa alla gestione di circa 2500 esuberi è mandare a casa tutti e 13200 i dipendenti, Monsieur del La Palice non poteva essere più chiaro ed incisivo, ma pare che a molte orecchie il monito serva costantemente per ricordare che su questa vicenda va posta la parola fine una volta per tutte, gli strascichi sono già stati troppo onerosi e penalizzanti per la competitività italiana e per le tasche dei cittadini.

Il caso è un emblema della situazione che in Italia perdura da anni (si può assimilare con le differenze opportune al caso MPS). Ci troviamo senza un piano industriale nazionale, senza che sia stata definito un percorso di crescita e di sviluppo per il paese, dove la scuola e l’università non sono in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro il che significa che domanda ed offerta non si incontrano quindi le poche opportunità di occupazione specifica che esistono non sono soddisfatte penalizzando giovani che non trovano lavoro ed aziende che non trovano addetti specializzati; analogamente si può dire  sul piano energetico e su quello turistico ove l’Italia potrebbe eccellere, ma dove per troppo tempo si è lasciato spazio ad azioni autonome locali sovvenzionando con incentivi centrali senza verificare l’effettivo ritorno o l’efficacia delle azioni implementate; si è spesso vissuto sul debito per creare lavoro inutile senza destinarlo invece ad investimenti ad alto ROI alimentando in gran parte dei casi meccanismi clientelari in più di un organo gestito totalmente o parzialmente dallo Stato; ci si è spesso gettati sulla finanza speculativa del brevissimo termine piuttosto che pensare alle generazioni future, perché in quel momento pareva che tutti guadagnassero, senza tenere in considerazione che il gioco è a somma zero, quindi se alcuni guadagnano, e molto, alcuni altri perdono; tante aziende (senza generalizzare, perché le eccellenze esistono e sono prova delle potenzialità insite negli italiani ben svantaggiati su molti fronti rispetto ai colleghi europei) non hanno saputo cogliere la sfida della globalizzazione e sono rimaste troppo piccole e senza la giusta filiera per competere nel mercato mondiale (ne è un esempio la GDO nostrana se confrontata a quella francese); si sono spesso protetti, con complicità a volte anche dei sindacati, privilegi antichi e piccoli gruppi in genere già ben tutelati a scapito delle nuove generazioni con il risultato di impedire il progresso e mantenere meccanismi anacronistici (esattamente stessa identica accusa che a ragione si può muovere al parametro del 3% deficit/PIL europeo) come ad esempio la CIG in sostituzione della quale non è mai stata pianificata alcuna forma di riqualificazione del lavoratore ove l’azienda non fosse più in grado di sopravvivere; non si è stati capaci di innovare a livello amministrativo, di governance, di mercato del lavoro, di processi e burocrazie, di tecnologie con il risultato di mantenere una macchinosità insostenibile; ovviamente ci si potrebbe dilungare molto oltre (evasione, corruzione ecc) e va sottolineato che tutto ciò prescinde dalla crisi che ne ha solo aggravato ed anticipato le conseguenze.

Nonostante la consapevolezza di quanto detto sopra, nonostante si sappia che troppo tempo è stato perso e si è davvero all’ultima spiaggia essendo già molti nodi venuti al pettine, sapendo che le riforme quand’anche fossero perfette porteranno risultati nel medio-lungo periodo (anche quelle implementate ed in via di implementazione avranno un consistente “delay time”) e che quindi l’immediato futuro richiederà ancora pesanti sacrifici, si insiste a non trovare un accordo tra parti che in una situazione normale potrebbero anche avere il dovere di scontrarsi (costruttivamente) e cercare ulteriore dialogo e confronto, ma che in casi di emergenza come questo devono fare forza comune per raggiungere l’obiettivo di “proteggere” gli interassi del paese o dell’azienda rappresentata. Invece no, anche in situazione in cui ogni minuto è prezioso, anche quando i dati continuano ad essere preoccupanti, si continua a non essere in grado di formare un tavolo comune in cui le parti, nel caso Alitalia Governo, sindacati, banche, Poste (nel caso del Governo i vari partiti) si siedono e si trovano d’accordo per capire quale sia il meglio ottenibile per la nostra compagnia di volo con le condizioni al contorno in essere. Prevalgono invece i particolarismi, l’ostruzionismo ad oltranza, la perdita di tempo, l’impasse perenne e ciò è riscontrabile appunto in alcune vicende del governo (che pure ha implementato non senza difficoltà alcune misure),  così come nei frequenti rallentamenti e rinvii in Alitalia.

Vedendo la “malgama” e l’instabilità in cui Hogan rischia di radicare una parte importante del proprio busieness e confidando in una marginalità di Etihad che consente ampiamente di attendere e trovare altre e più convenienti soluzioni, il considerare di temporeggiare e mettersi in stand by ancora un po’ potrebbe essere una mossa più che sensata.

Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur.

Solo alcuni link su Alitalia:
Alitalia-Cai verso la creazione di una nuova Bad Company? 03-05-14
Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi 30-04-14
Lucchini, Alitalia e la grande industria 26-04-14
Dedica del primo maggio e speranza per una visione comune 01-05-14
Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto 02-04-14
Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività 02-02-14

26/07/2014
Valentino Angeletti
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Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso

Dopo che ieri, primo giorno di voto in aula sugli emendamenti dalla riforma del senato che ha portato il bottino di due sole votazioni con bocciatura dei testi proposti, oggi è stato deciso che si ricorrerà alla tagliola, ossia alla contingentazione dei tempi, per arrivare al voto definitivo entro la pausa estiva dell’ 8 agosto.

Questa esigenza, che, sottolinea Zanda del PD, non è piacevole e sarebbe stata volentieri evitata, si è resa necessaria perché con un ostruzionismo ad oltranza il quale non consente né dialogo né confronto costruttivo e con 7850 emendamenti in ballo non ci sarebbe modo, pur utilizzando l’effetto canguro/domino, di giungere in tempi rapidi ad un voto finale.

Il dissenso di per se non va demonizzato, anzi e parte del processo democratico e migliorativo di una legge o di un provvedimento, ma deve avere l’accezione positiva del confronto e non nascondere dietro di se la volontà di non cambiare nulla, come si ha la sensazione che stia accadendo.

La determinazione di Renzi e del Governo nello sbrogliare il nodo delle riforme è evidente ed ammirevole è l’energia che il Premier ci mette, però non si può non constatare che in tal contesto di dissidenza generalizzata, mossa vuoi per motivazioni di dissenso puramente politico, vuoi per un atteggiamento conservatoristico e protezionistico di interessi particolari che pervade parte del PD, della maggioranza di governo ed ovviamente nelle opposizioni, così come tra altri elementi della società come aziende, enti pubblici, dipendenti di Camera e Senato e molti altri gruppi di interessi, è pressoché impensabile giungere entro breve termine alla soluzione del problema, pur con tutti i moniti del Presidente Napolitano che sottolinea la necessità di evitare gravi paralisi e pur con la proposta di lavorare ad oltranza, anch’essa altamente contestata, dalle 21 alle 24 nel mese di agosto, weekend inclusi.

Ad aggiungere lentezza e macchinazioni alle procedure si inseriscono poi la viscosità dei processi burocratici italiani che richiedono altri 3 passaggi in aula per una riforma come quella del Senato la quale potrà essere operativa non prima di qualche anno e la possibilità del voto segreto su 900 argomenti che acuirebbero sicuramente le divisioni dando adito a macchinazioni e mercanteggiamenti. Il risultato è che i lavori procedono a rilento, in modo non chiaro, infatti non c’è totale consapevolezza se si stia andando incontro ad un Senato di nominati o di eletti a volte a seconda dell’interpretazione del termine il Senato venturo potrebbe essere elettivo o nominativo. Una vicenda che ben rappresenta la monicelliana “supercazzola”.

La necessità della modifica della governance del paese, e lo si ripete per l’ennesima volta, è fondata poiché è necessaria una modernizzazione e poiché è  funzionale anche all’aspetto economico, ma non può, nonostante il lodevole zelo del Premier nel portare i risultati, sottrarre troppe energie ed arrivare a conclusione troppo tardi, perché in fasi economiche come quella in essere il non rispettare i tempi equivale a non centrare l’obiettivo.

La veritiera affermazione che non si è fatto nulla fino ad ora, perdendo colpevolmente anni, e che quindi qualche mese in più o in meno non sono la fine del mondo, perde di significato quando si devono fare i conti con una crescita in continuo ribasso, stimata in zero da Confindustria e dimezzata rispetto a tre mesi fa anche dall’FMI che l’ha allineata alle previsioni Censisi, Eurostat ed Istat di 0.3-0.2%, con consumi e produzione industriale che si muove sul filo dello 0 animando l’euforia quando sale di qualche decimale e buttando nella depressione quando si porta appena sotto lo zero senza considerare che nelle dinamiche reali oscillazioni simili non hanno impatto significativo se non quello di confermare il trend in essere, sfortunatamente per noi negativo. Anche le riforme più rivolte all’economia hanno subito uno slittamento rispetto al “cronoprogramma”, il Jobs-Act è rimandato a settembre, mentre le privatizzazioni hanno rallentato paurosamente, tanto che per far fronte al minor gettito derivato dalla collocazione in borsa di Fincantieri e dalle posticipazioni delle quotazioni di Enav e Poste si sta accelerando nella dismissione di circa il 30% di CdP-Reti che raggruppa importanti infrastrutture energetiche italiane (Snam ad esempio) in favore dei partner cinesi e si sta facendo sempre più concreta la collocazione di ulteriori quote di Eni ed Enel (gettito totale 6 miliardi) con relativa modifica della legge sull’OPA che abbasserebbe dal’attuale 30% al 20% (o 25% come richiesto dal governo) la soglia minima che garantirebbe il totale controllo. Modifica che fa parte del pacchetto DDL Competitività, domani 25 luglio in scadenza e che rischia di rimanere incompiuto.

La situazione è tale che il tempo per implementare misure, senza false illusioni efficaci nel medio periodo, equivale a raggiungere l’obiettivo, il ritardo è un fallimento, a maggior ragione quando l’Italia dovrebbe investire i prossime sei mesi per andare in Europa e dettarne l’agenda, partecipare alla “partita delle nomine”, trattare seriamente con pesanti investitori esteri senza lodarsi per aver ricevuto qualche briciola (come gli scorsi 500 milioni dal fondo del Quatar, per gli elargitori poco più di una mancia per una brava colf) cosa che evidentemente non può fare con piene forze se invischiata nella lotta ai conservatorismi interni.

Al momento, senza voler essere cattivi o troppo pessimisti la situazione è che: il paese non ha trovato quella temporanea armonia dell’accordo trasversale per far sollevare l’Italia da un periodo oltremodo difficile (anche a livello sociale e perciò la mancanza dell’accordo è ancora più grave) che si auspicava tempo fa; mostra dati economici inattesi e decisamente peggiori del previsto; le riforme proseguono troppo lentamente sul piano istituzionale ed anche su quello economico continuando a slittare; in Europa ancora non si è chiarito se il concetto di flessibilità è quello proposto da Padoan o da Katainen; un reale piano industriale e di investimenti pubblici che risponda alla domanda “dove vuole andare nei prossimi 40-50 anni il paese e soprattutto che mezzi vuole mettere in campo” non esiste ancora.

Pensare che di opportunità anche connesse al nostro semestre europeo ve ne sarebbero, ad esempio il nuovo pacchetto clima-energia europeo pone il nuovo obiettivo di risparmio energetico al 30% entro il 2030, insieme a una riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 e ad una quota di energie rinnovabili pari ad almeno il 27% del consumo totale di energia. Tutti campi in cui l’italia eccelle per competenze e tecnologie e dove potrebbe investire creando un importante indotto ad alto valore aggiunto e diventando per risultati oggettivi un esempio mondiale….. forse però per i fissati del Senato i reali problemi sono altri.

Vale sempre il solito quesito, pur in una situazione istituzionale complessa, con una legge elettorale a metà, le elezioni ed una conseguente forte maggioranza (che rimane una scommessa da vincere da parte di Renzi) potrebbe riuscire a sbloccare l’impasse?

el resto si disse tempo fa che il governo avrebbe avuto vita difficilissima dovendo sottostare a molti compromessi: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07-05-14

24/07/2014
Valentino Angeletti
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Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini

Dopo tanti proclami al cambiamento, tanti appelli ad una differente interpretazione delle regole europee, senza comunque mai citare il vituperato termine di flessibilità all’interno dei documenti ufficiali, in modo da superare l’austerità che nei fatti concreti ha contribuito a fomentare la spirale recessiva degli ultimi anni sintomo indiscusso di una pesante crisi in atto a partire dal 2007 senza soluzione di continuità e che ha coinvolto pesantemente l’aspetto finanziario, economico – produttivo e sociale, siamo da punto a capo.

Siamo da punto e a capo perché il nuovo Commissario Europe agli affari economici e monetari Katainen, guarda caso finnico proprio come il suo predecessore Olli Rehn, si è sbilanciato pesantemente, quasi sordo alle discussioni ed alle dichiarazioni provenienti da PSE, PPE e proferite dallo stesso Juncker, tuonando che l’Italia deve pensare a fare le riforme continuando il lavoro iniziato degli esecutivi precedente e portando avanti l’ambizioso programma del Premier Renzi, senza né pensare né richiedere ulteriore flessibilità, ma non flessibilità aggiuntiva, neppure quella che potrebbe essere insita all’interno dei trattati in essere che l’Italia ha confermato di voler rispettare (ma alla fine questi trattati dovranno essere rivisti). Il finlandese ha duramente ammonito che si impegnerà al massimo per evitare giochi di prestigio che potrebbero consentire una interpretazione meno rigida delle regole, facendo non misteriosa allusione a Francia ed Italia (Hollande e Renzi sarebbero i prestigiatori) ed inverosimilmente  adducendo questioni di giustizia nei confronti di Irlanda e Portogallo (in realtà sembrerebbe dire Irlanda e Portogallo, ma pensare agli interessi della Germania… ma siamo troppo maliziosi).

Katainen al momento è Commissario pro-tempore fino alla fine del mandato di Barroso, quindi novembre, ma con importanti mire di riconferma all’interno della Commissione guidata da Juncker andando a ricoprire una carica fortemente richiesta (a ragione) dal PSE con Moscovici in pole-position o in alternativa il rigido, ma pur sempre laburista, olandese Dijsselbloem.

Bene ha fatto Sandro Gozi, braccio destro di Renzi per le questioni europee, a rispondere seccamente dicendo che non spetta al Commissario Economico, per giunta a tempo, prendere certe decisioni in capo invece alla Commissione e che è l’austerità a soffocare l’Europa.

La vicenda mostra però come, all’interno della platea di posizioni vacanti a Bruxelles, all’Italia sarebbe più funzionale un Dicastero economico (anche se la posizione di Draghi rende difficoltosa questa nomina) o commerciale/industriale rispetto agli affari esteri, ma soprattutto mostra come in Europa continui a sussistere una visione particolaristica e votata alla pura lettura di numeri e parametri senza l’interpretazione dei contesti economici che li racchiudono e nei quali potrebbero risultare totalmente insensati. Anche se ufficialmente l’idea di una nuova governance europea pare trasversale e pare aver pervaso tutti i partiti in realtà, il che vuol dire capire cosa guiderà realmente le azioni dei nuovi vertici, non si sa quanti la possano pensare come Katainen.

Il semestre italiano, da far entrare subito nel vivo superando le questioni interne delle riforme ed europee delle nomine, ha il compito di dirigere, pur senza possibilità di imporre alcunché, l’agenda di Bruxelles verso l’abbandono dell’austerità ed il ritorno agli investimenti, e possibilmente alla riduzione della disoccupazione, che con i patti in essere non possono essere effettuati dagli Stati che ne avrebbero maggiormente bisogno. Del resto è lo stesso istituto guidato da Christine Lagarde, l’ FMI, a mettere in guardia dal fatto che l’austerità in Europa ha bloccato totalmente gli investimenti mai tanto bassi come in questi ultimi anni e di conseguenza la competitività del vecchio continente.

Ovviamente le riforme sia istituzionali che economiche, così come il taglio di spesa pubblica e debito,  vanno perseguite in Italia il più rapidamente possibile per riguadagnare immagine ma soprattutto per la nostra competitività e crescita, ma ciò non esime dall’immediata necessità di rivedere totalmente l’approccio economico dell’Unione se non si vuole assistere alla sua scomparsa.

Se proprio vogliamo rispolverare un termine ora quasi desueto, ma che ha vissuto vecchie glorie: “rottamazione”, esso va inserito nel contesto europeo, come si scrisse: Un “case study” di rottamazione da portare all’Eurogruppo 20/03/2014.

19/07/2014
Valentino Angeletti
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Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo

Durante un’informativa alla Camera il Ministro Padoan ha rassicurato nuovamente che non vi saranno manovre aggiuntive, confermando quanto ribadito da Renzi, e che il bonus Irpef da 80 € sarà confermato anche per il 2015 (tra i 7 ed i 10 miliardi di costo) nonostante gli scenari si mantengano fragili, incerti e non consentano aspettative particolarmente confortanti.

Del resto il bonus ha rappresentato un cavallo di battaglia del Premier che non può permettersi di disattendere nonostante i dati economici sia a livello europeo che, e soprattutto, italiano non consentano margini, anzi quelli previsti si stringano sempre di più.

Le rassicurazioni del Ministro dell’Economia si rivolgono anche all’Europa alla quale ha rammentato che le previsioni di crescita attuali, ben più basse della stima MEF di 0.8% (in ogni caso poco rispetto ad almeno il 2% che sarebbe realmente funzionale), non tengono conto delle azioni programmate da questo esecutivo a cominciare da spending review e piano di privatizzazioni. A Bruxelles, come qui ricordato più volte, non si fidano dei piani e dei programmi, vogliono invece numeri concreti, possibilmente già consolidati e certificati. Purtroppo non è il caso né della spending review che sta procedendo a rilento e che, nonostante l’impegno profuso da Cottarelli, trova enormi difficoltà, per fare un esempio, nel reperire dati per quantificare possibili tagli a livello regionale (20 interlocutori differenti) e comunale (oltre 8000 interlocutori, primato europeo), né tanto meno delle privatizzazioni, anch’esse in ritardo rispetto al crono-programma e che sono state riprogettate inserendo la possibilità di cessione di ulteriori quote di Enel ed Eni alla luce dei risultati non ottimali di Fincantieri e del ritardo di Poste, le quali in un momento delicato di apertura agli investitori forse non dovrebbe neppure considerare l’ingresso nel deal Alitalia.

Il JOBS-Act è stato rinviato a settembre ed i dati, non tanto economici (anche la Banca D’Italia ha rivisto le stime del PIL 2014 al ribasso, collocandolo a 0.2% in linea con Confindustria e REF, mantenendo un più che ottimistico 1.3% per il 2015), quanto reali, sono in continuo peggioramento; si parla di consumi ridotti ai minimi termini, produzione industriale di conseguenza bassa così come la propensione delle aziende ad assumere contribuendo così al calo dell’occupazione. Le persone tendono a non consumare o a rimandare i consumi, nella più classica miccia deflattiva, rinunciando persino a beni di prima necessità, cibo di qualità, visite mediche, e via discorrendo. Il numero dei poveri “nostrani” è aumentato di svariate decine di migliaia nell’ultimo anno (Poveri – Disuguaglianza) riempiendo centri Caritas, stazioni ferroviarie e prendendo la desolante consuetudine di rovistare tra i cassonetti, attività che un tempo coinvolgeva solo i poveri immigrati.

Chiaramente il contributo di 80 euro, pur valendo secondo Bankitalia 0.1 pti di PIL 2014 (il 50% della crescita se così si può chiamare)  non è in grado da solo, quand’anche riversato (o che sarà riversato) in consumi da coloro che lo hanno percepito, di bilanciare un drastico peggioramento sociale che viaggia a tassi decisamente più rapidi.

Come si disse immediatamente (LINK1 – LINK2) la misura di equità degli 80 euro dovrebbe essere, oltre che strutturale, estesa ad incapienti, pensionati, partite iva e soprattutto far parte di un processo che mira alla riduzione della spesa pubblica, alla maggior apertura del mercato, alle privatizzazioni non tanto per far cassa nel breve periodo, ma per offrirà la possibilità ai campioni nazionali di raggiungere superiori livelli di competitività; al taglio delle tasse su persone, imprese e lavoro, eventualmente reperendo risorse da una nuovo meccanismo di prelievo più progressivo e mirato ad un certo tipo di consumi (non di prima necessità) e ad un certo tipo di rendite finanziarie. La competitività va rilanciata per tutte le aziende italiane supportandole nell’accesso al credito e consentendo investimenti in innovazione cosicché il valore aggiunto delle produzioni nostrane possa essere paragonabile ai livelli più alti europei, cosa che se per certi settori di nicchia e specifici già sussiste e ne sono testimoni gli eccellenti risultati dell’export, non è vero per molti altri settori (Romania spesso raggiunge valori aggiunti maggiori: Link). A ciò si devono aggiungere le ovvie lotte all’evasione, elusione fiscale, corruzione e burocrazia che necessitano di collaborazione ed allineamento anche in sede europea.

Inoltre non da sottovalutare è la partita da giocarsi in UE  (ma anche a livello di banche centrali) per una Unione più aperta alla possibilità di modificare o reinterpretare le regole assecondando scenari economico-sociali in rapida evoluzione.

Senza una decisa accelerazione nelle direzioni proposte ed individuate inizialmente non si presenteranno soluzioni automatiche, né esse pioveranno dal cielo; gli scenari di contro si manterranno poco confortanti. La questione delle nomine europee e l’aggravarsi delle crisi internazionali potrebbero poi contribuire a rallentare da un lato il processo di riforma della govenrance europea e dall’altro a distogliere, giustamente, energie per giungere ad una risoluzione dei sanguinosi conflitti internazionali, con il risultato che, complice anche l’agostana pausa estiva, il semestre europeo dell’Italia venga lasciato alle spalle senza che possano essere affrontati i temi ai quali in nostro paese vorrebbe dare priorità.

18/07/2014
Valentino Angeletti
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Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti

Jean Claude Juncker ha inaugurato il proprio mandato come Presidente della Commissione Europea con un discorso molto ampio che cita e riprende i padri fondatori dell’Europa condannando i nazionalismi forieri di guerre e tensioni e facendo suoi gli obiettivi di crescita e lavoro.

A parte il discorso condito dall’immancabile retorica delle grandi occasioni formali, quello che più interessa è il suo approccio alla politica europea, in particolare cosa avrà in serbo per far ripartire l’economia, la crescita, l’occupazione e gli investimenti, vale a dire quelli che sono i pilastri del mandato europeo appena iniziato. Non esistono alternative, questo è il mandato della svolta, o davvero l’Europa riesce ad imboccare, e dico imboccare poiché il varco d’uscita richiederà tempo ed impegno, una qualche via per la ripresa oppure è destinata a sgretolarsi e, senza alcun pessimismo precauzionale, a capitolare, di paese in paese, sotto i colpi della globalizzazione e dei nuovi competitotors. Concorrenti agguerriti che hanno compreso ampiamente il loro potenziale e si sono recentemente aggregati dando vita ad una ancora primordiale ed abbozzata banca centrale dei BRICS, la quale per quanto embrionale e lungi dall’essere efficace ed in grado di  “rivaleggiare” con BCE e FMI, testimonia la volontà di fare sinergia in una potenziale tendenza ad imporre propri vincoli.

A livello economico Juncker ha presentato un piano pluriennale (2015-2017) di 300 miliardi di euro in investimenti, un terzo dei quali provenienti da risorse pubbliche (BEI e Budget EU) ed i restanti due terzi da risorse private. I veicoli da utilizzarsi sarebbero cartolarizzazioni societarie, project bond, mini bond ed, udite udite, euro union bond (titoli di stato EUROPEI ad ora inesistenti destinati al finanziamento delle infrastrutture) che, pur non essendo una condivisione dei debiti sovrani che comunque prima o poi avrà da venire, sono almeno una condivisione degli investimenti che in linea teorica dovrebbero essere funzionali a tutta l’Unione e contribuire al processo di integrazione ed unificazione dei vari settori (industria, infrastrutture, tlc, energia ecc). A piani importanti i vari stati membri e l’Europa stessa non sono nuovi, ben differente è la capacità, la forza, la volontà e la sinergia per poterli realizzare concretamente.

Una considerazione che sorge immediata è che mai come ora, quando alla luce della condizioni economiche, sociali, politiche e geopolitiche, l’ UE necessita della più solida unità e condivisione di intenti e programmi, l’Europa risulta disunita e discorde su molti fattori di primaria importanza.

A dimostrarlo vi è stata l’elezione per la prima volta non unanime di Juncker, la sua conferma presso il Parlamento Europeo seguita da manifestazioni di malcontento (a cominciare dal primo partito francese, FN, con Le Pen) e dove i 422 voti favorevoli ottenuto mancano almeno di una ottantina di membri; a riprova vi è anche la vicenda che tocca molto da vicino l’Italia, vale a dire la posizione come Alto Rappresentate per la Politica Estera dell’Unione. Questa casella all’interno dell’organigramma europeo dovrebbe spettare ad un membro del PSE, il quale ha appoggia proprio la brava italiana Federica Mogherini attualmente al Dicastero degli Esteri. Il nome però non risulta ben voluto da molti, da un lato (la Germania?) le si rimprovera la mancanza di esperienza e di network internazionali sufficientemente consolidati, dall’altro vi sarebbe l’eccessiva vicinanza alla Russia di Putin, rivendicata manifestamente solo dalla Lituania, ma in realtà da tutto il blocco Ex Sovietico (la posizione di apertura al South Stream, in contrasto con la posizione ufficiale di Bruxelles,  del Min. Mogherini non è ben digerita ad est). Il Premier Renzi, forte del peso del PD all’interno del PSE ove rappresenta il primo partito, pare determinato a voler portare a casa quella poltrona, l’alternativa di esperienza alla Mogherini sarebbe Massimo D’Alema.

Un dubbio egoisticamente italiano però va posto. Considerando che le questioni estere, fondamentali in Europa, all’atto pratico sono gestite gelosamente dalle sovranità nazionali e difficilmente nel breve termine l’approccio cambierà, è conveniente insistere così strenuamente su una simile posizione?

Eliminando tutte le postazioni economiche (tagliando fuori anche Enrico Letta per la presidenza del Consiglio) che non possono essere ricoperte dall’Italia essendo il connazionale Mario Draghi Governatore della BCE, non sarebbe meglio pensare a qualche cosa di più funzionale alla nostra economia? In particolare mi riferisco all’industria (siamo in procedura di infrazione per il pagamento dei debiti delle PA), all’agricoltura (nodo fondamentale per il paese e che spesso vincola pesantemente le nostre produzioni), alle TLC ed innovazione (settori in cui siamo arretrati e dove dovremo raggiungere livelli adeguati ad un paese che vuole tornare competitivo), all’immigrazione (siamo l’approdo naturale della migrazione africana e medio orientale), al commercio (attualmente solo l’export ci sta salvando) oppure alla fondamentale energia (dobbiamo abbassarne il prezzo puntando su mercati più integrati ed infrastrutture comuni che richiedono investimenti ed una maggior diversificazione tecnologica e geografica, siamo inoltre un hub naturale per il dispaccio energetico nonché testa di ponte con l’Africa e medio oriente) che poco si discosta, superandolo per importanza e strategicità, da quel commissariato agli esteri tanto insistito.

La discordanza di visione sulla politica europea, in tal caso economica e monetaria, prevarica i confini del vecchio continente per giungere oltre oceano, dove la visione dell’FMI è ben differente da quella della BCE. Se l’istituto della Lagarde preme per una governance economica più flessibile con meno rigore che starebbe (in realtà è comprovato) bloccando investimenti e crescita, la Banca con sede a Francoforte, per bocca del Governatore, invita a mantenere duro sui vincoli di stabilità, pur con dati dell’inflazione, produzione industriale, consumi, occupazione ed investimenti che spaventano sempre di più.

Probabilmente già nelle prossime ore, e di certo prima della pausa estiva, alcuni nodi verranno sciolti, ma il pericolo che le divisioni, i particolarismi, gli interessi nazionalistici e partitici rimangano tanto da ostacolare azioni che, per non perdere l’efficacia del fattore tempo come fin qui si è più volte verificato, vanno concretizzate immediatamente, esiste e non è di poco conto.

Come è vero che prima dei nomi vengono i programmi, anzi che ne sono conseguenza riprendendo la citazione dantesca “nomina sunt consequentia rerum”, è bene non perdere di vista i reali obiettivi che la nuova Europa deve congiuntamente perseguire e raggiungere: crescita-prosperità; lavoro-occupazione; pace-sicurezza. Tre note di una sinfonia che porta al benessere economico e sociale e di conseguenza al ritorno alla piena competitività ed autorevolezza nel mondo.

15/07/2014
Valentino Angeletti
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Dati economici che cominciano a preoccupare

Si comincia a percepire in modo marcato un senso di sempre maggiore preoccupazione nei confronti dei dati economici del nostro paese. Gli allarmi e gli interventi più estremi e radicali, come una manovra correttiva oppure addirittura il commissariamento dell’Italia da parte della Troika, sono seccamente smentiti dal Governo e dalla voci di Renzi e Padoan in persona.

Risulta innegabile però che la situazione economica a causa delle mille congiunture e variabili interne ed esterne, stenti a migliorare, per il nostro paese in particolare. Gli ultima dati diramati dal Censis (Link: Censis: paveri raddoppiano in quinquennio 07-12 ) parlano di un incremento del 100% dei poveri nel quinquennio 2007-2012 mentre Prometeia rivede al ribasso le stime del PIL portandole per il 2014 a +0.3% contro la stima (definita pessimistica) di +0.8% del Governo mentre per il 2015, secondo l’istituto bolognese, la crescita si fermerebbe all’ 1.2%. Questi numeri si aggiungono al debito in crescita, alla ancora non chiara entità della spending review di Cottarelli, alla disoccupazione che non si riesce ad arginare ed ai consumi in stagnazione (e con i dati Censis non potrebbe essere altrimenti) che zavorrano la produzione industriale. A tutto ciò, ed in parte ne è conseguenza, si aggiunge anche la bassissima inflazione, uno spettro che pervade l’ intera Europa.

Questi segnali che ora intimoriscono in modo manifesto erano già ben noti (Link: Ridurre il debito è oggettivamente possibile? ), come lo era il fatto che se il fiscal compact Europeo, il quale al momento rappresenta una di quelle regole dei trattati che si vorrebbero più flessibili senza però mai paventare la possibilità di una reale rinegoziazione, non impone automaticamente all’Italia di perseguire ulteriore gettito per abbassare il rapporto debito/PIL, lo impone di fatto se non si riesce a ridurre sensibilmente il debito o ad aumentare il PIL. Con un debito sotto controllo, ossia non in crescita, ed un PIL attorno al +2% il fiscal compact praticamente non richiederebbe azioni dirette. Non è ovviamente così se le stime di crescita sono più basse di quelle, già non entusiasmanti, previste.

Il nodo delle riforme istituzionali rispetto a quelle economiche, è stato posto su un pino maggiormente prioritario, ed una sua logica ce l’ha poiché la governabilità, lo snellimento delle procedure, la certezza normativa, influiscono anche sull’economia e sulla capacità di attrarre investimenti in un paese, ma non si può negare che gli scontri e gli attriti stanno facendo perdere molto tempo, il resto lo fa la complessità del sistema italiano; ad esempio per la riforma del Senato, che sembra ormai prossima, saranno necessari due passaggi alla Camera e due al Senato intervalli da almeno 90 giorni l’uno dall’altro. Malcontenti e talvolta pesanti scontri verbali si verificano costantemente tra le fronde di medesimi partiti, tra alleati di governo e tra alleati per le riforme. Nel mentre si discute il tempo passa e di trimestre in trimestre i dati e le previsioni non migliorano quando non vengono riviste al ribasso. Rapidità è quello che anche l’Europa ci chiede, ben consapevole che la crescita andrebbe perseguita immediatamente (nonostante l’Unione fino ad ora non sia comportata in modo impeccabile nella gestione della crisi), invece nel Bel Paese tra dibattiti interni, oggettive problematiche da affrontarsi rapidamente (come questioni internazionali, dal medio oriente all’Ucraina, ed immigrazione), tra frondisti, scissionisti, ultimatum vari che poi magari si dissolvono in un bicchiere d’acqua, senza considerale l’ancestrale problema della declinazione di genere del termine presidente (il presidente, la presidente o la presidentessa… sbagliare potrebbe essere offensivo sfiorando il più tremendo maschilismo) si sprecano energie e tempo prezioso per “venire a capo” a questioni estemporanee non riuscendo ad affrontare tematiche più importanti, di ampio respiro e di medio termine. Si badi bene che è così da anni, anzi da decenni, ed intanto il tempo è scorso ed veri nodi sono sempre lì e sempre più intricati da sciogliere.

In autunno l’Italia dovrà presentare il DEF, la vecchia finanziaria, all’ EU, nel frattempo vi sono le importanti nomine europee che impegneranno parte del nostro Governo, internamente ancora molto rimane da risolvere, poi vi sono le ferie estive, al quale Renzi pare vorrà ammirabilmente rinunciare, ma purtroppo lui da solo non basta, ed ancora il periodo per riprendere le redini del lavoro sospeso, dunque sopraggiungerà l’autunno e con esso il documento economico da presentare a Bruxelles con dati oggettivi alla mano perché l’Europa ha fatto ben intendere che di promesse senza elementi fattivi non ne vuol sapere.

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14/07/2014
Valentino Angeletti
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Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve

Fanno trasalire i dati del CENSIS che certificano l’aumento in italia del 100% dei poveri nel quinquennio dal 2007 al 2012. Da 2,4 milioni (comunque tanti), il 4% del totale, sì è passati a 4,8 milioni, l’8.1% della popolazione.

A far riflettere profondamente però contribuisce soprattutto la differente dinamica di questa nuova povertà. Se negli anni addietro la distribuzione geografica degli indigenti era relegata principalmente al sud ed al profondo sud ora invade anche l’un tempo ricco nord; analogamente in passato i poveri erano rappresentati per la quasi totalità da persone anziane e pensionati adesso invece, ad aggiungersi prepotentemente ed in maniera crescente alle schiere dei sempre presenti pensionati che in maggioranza percepiscono somme inferiori ai 1000€ mensili, vi sono anche ragazzi attorno ai 35 anni, padri di piccoli nuclei famigliari di due o tre componenti.

Questo è il segno che la povertà dall’essere una condizione relegata ad una certa area geografica, ad un certo tipo di popolazione e periodo di vita, pertanto, benché ugualmente sconcertante, più “semplice” da combattere abbracciando una schiera più o meno omogenea di persone, si è trasformata in qualcosa di estremamente pervasivo, che, poiché colpisce la fascia giovane e teoricamente produttiva della società, rischia fortemente di mutarsi da transitoria in condizione stabile e per la quale trovare contromisure adeguate è un processo complesso e molto lungo, probabilmente richiederà anni per essere superato.

La politica lungamente inattenta allo stato sociale delle persone ha inevitabilmente le proprie colpe, quelle di una governance proiettata solo al consenso, alle logiche partitiche a scapito di tutto e tutti, ed alle false promesse per giunta di breve termine in un costante utilizzo della strategia degli annunci, non dei piani, dei programmi e degli investimenti.

I dati, come il PIL, vanno tenuti d’occhio, ma vanno intercalati nel contesto in cui si trovano. Il PIL è stato rivisto al ribasso dall’istituto bolognese Prometeia, +0.3% nel 2014 (stima governo +0.8%), +1.2% nel 2015, e non lascia ben sperare, ma questo dato come altri, preso singolarmente è un dato freddo; ad esempio l’inserimento di attività come riciclaggio, spaccio o prostituzione che verranno inserite nel calcolo del prodotto interno lordo (in italia alcune stime parlano di un incremento di 80 miliardi annui) dalle nuove metodologie europee potrà contribuire ad alzarne il valore assoluto ed a migliorare i parametri frazionari in cui compare il PIL come numeratore o denominatore, non contribuirà agli aumenti differenziali (ad esempio anno su anno) né tanto meno a migliorare le condizione dei poveri nei quali il mal contento e la rabbia rischiano di salire pericolosamente e comprensibilmente (si pensi a chi non ha lavoro oppure a chi pur avendolo non riesce a sostentare moglie e figli).

Voci come disoccupazione al 13% circa, al 43% se si considerano le fasce più giovani della popolazione, l’assenza di domanda, la stagnazione dei consumi, la riduzione del potere d’acquisto, la sfiducia generalizzata, la sensazione che il sistema sia difficilmente modificabile e che per la gente comune non vi siano possibilità di uscita dalla crisi o di progresso sociale, l’altissima pressione fiscale e la vessazione su lavoratori, imprese e partite IVA, sono elementi che se migliorati contribuirebbero ad innalzare virtuosamente il PIL senza che si trattasse di mere “illusioni contabili”.  Alla luce di dati così negativi è comprensibile che il bonus di 80€, che dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, pur essendo utile a chi lo ha percepito, non potrà contribuire ad innalzare tangibilmente i consumi medi visto che coloro i quali non hanno modo di consumare di più aumentano ad un tasso eccessivamente rapido.

Agire su questi fattori è, come precedentemente detto, un processo lungo, richiede impegno e richiede che la classe dirigente e politica sia al più totale servizio del paese e dei cittadini. Il ritorno della competitività per l’italia è un obiettivo di medio-lungo termine. Serve arginare quanto sopra elencato, ma, solo per fare un esempio tra tanti, anche innovare, come digitalizzando processi, pratiche, PA ed educando al digitale le persone visto che senza dimestichezza degli utenti al digitale avere eccellenti infrastrutture digitali è poco utile. Tale “scolarizzazione 2.0” però, come mostra il grafico sotto, è tutt’altro che comune nel nostro paese (e raggiungere livelli adeguati richiede tempo ed investimenti ovviamente). Mentre a livello europeo il 19% delle persone tra i 16 ed i 74 anni non ha mai usato un computer, in italia la percentuale raggiunge il 35% (superandolo in alcune regioni).

Persone 16-74 mai usato PC

Fonte: sito epp eurostat ( http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ )

Colmare gap simili è assai difficile, un processo di lungo termine  appunto. Quindi si facciano le necessarie riforme istituzionali che migliorando la  govenrnance rendono sicuramente il nostro paese più semplice, meno  bloccato, più “scorrevole” nei processi decisionali e più attrattivo per  imprese estere e nostrane, senza però mai distogliere l’occhio dalla  necessità di riforme prettamente economiche per migliorare lo stato  sociale paurosamente in declino.

La frase che da anni si ode “non c’è più tempo” è più che mai attuale, ma va tenuto in mente che il tempo scaduto si riferisce solo all’inizio del processo che si dovrebbe intraprendere per portare la situazione a migliorare. I  primi risultati tangibili invece tarderanno fisiologicamente ancora anni e nel mentre, pur nella ottimistica ipotesi che il tasso di impoverimento si  arresti completamente e non si generino nuovi poveri, coloro che sono  entrati in povertà durante questa crisi non avranno modo di uscirne.

 12/07/2014
Valentino Angeletti
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