Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia.

BuBa Si apre un nuovo capitolo nella storia europea tra rigoristi e sostenitori  dell’abbandono dell’austerità, o se preferiamo tra falchi e colombe. Questa volta ad  opporsi in tenzone sono la Bundesbank (BuBa) e l’Italia, rappresentata dal Premier  Renzi e da pochi giorno presidente di turno del consiglio Europeo.

La BuBa, per bocca dell’influente presidente Jens Weidmann, avrebbe attaccato la  richiesta di “flessibilità” dell’Italia, che a dire il vero racchiude le richieste di molti altri  stati ed una volontà comune e trasversale che pervade l’Europa animata dalla  comprovata necessità di cambiare strategia economico – politica in modo da perseguire una crescita sostenibile tenendo in debita considerazione gli scenari macroeconomici e congiunturali e puntando ad evitare la ciclicità delle crisi dovute ad una eccessiva finanziarizzazione dell’economia a scapito delle attività produttive reali e concrete. Il rimprovero della BuBa riguarda la possibilità di contrarre ulteriore debito, pericoloso per uno stato come l’Italia ove il debito è estremamente pesante, che, per l’istituto tedesco, non consentirebbe crescita bensì contribuirebbe a rendere ancora più precaria la stabilità finanziaria dei paesi richiedenti. A ciò si aggiunge la scoccata, quasi personale al Premier italiano, che viene rimproverato per le tante parole, la poca concretezza e la lenta azione, riassumendo, il concetto si esprime nella frase “le riforme vanno fatte, non solo annunciate”.

La risposta piccata e dura di Renzi non è tardata ed ha sottolineato nettamente come sarebbe bene che la BuBa si occupasse del proprio mandato e non interferisse nella politica di un paese, l’Italia, fuori dal suo perimetro di competenza. Forse non era nelle intenzioni di Renzi, ma il riferimento ai bilanci ed agli pseudo aiuti di stato convogliati verso le banche territoriali tedesche (LadersBank) dai conti incerti, avvezze alla leva, troppo piccole singolarmente per rientrare negli accordi di Basilea, ma decisamente importanti se prese nella loro totalità, è immediato ed automatico.

Aspri scontri non sono nuovi, ricordiamo lo scambio di battute tra Lagarde, IMF, e Draghi, ECB, sulla politica monetaria; ovviamente, per non compromettere i rapporti internazionali, anche in questa circostanza le rettifiche e l’abbassamento dei toni da parte dei vari portavoce è stato immediato. Sia dall’Italia che dalla Germania,vuoi per bocca dei diretti interessati vuoi per tramite dei portavoce ufficiali, è stato confermato l’eccellente rapporto tra i due paesi, tra Renzi e Merkel e tra i rispettivi ministri delle finanze, Padoan e Schaeuble  in quest’ultimo caso introducendo anche l’elemento della forte amicizia personale.

Il primo appunto da fare è che non è assolutamente la prima volta che tra dichiarazioni e smentite la Buba, il ministero dell’economia e delle finanze tedesco e la Merkel si lasciano andare in un confuso ping pong di dichiarazioni che se da un lato aprono alla maggiore flessibilità ed alla possibilità di concessioni a patto di comportamenti virtuosi dando speranza per una nuova struttura europea, dall’altro ribadiscono l’assoluta inflessibilità degli accordi e l’impossibilità di violarli. Tutto ciò lascia ampio spazio alle libere interpretazione della reale volontà tedesca, ancora oggi non manifesta, facendo sospettare i più maliziosi (tipo il sottoscritto, ma in genere sbaglio….) di una furbesca e strutturata strategia per lasciare tutto inalterato beneficiando (nel breve termine, perché nel lungo le cose cambierebbero drasticamente…) della situazione oggettivamente loro favorevole.

Il secondo punto da analizzare risiede nei contenuti delle dichiarazioni della BuBa. Ancora l’Italia, pur avendo fatto progressi, non ha riconquistato quella credibilità che consente di dare garanzia sull’eventuale utilizzo delle risorse aggiuntive. Nuove procedure di infrazione europee continuano ad essere aperte, gli scandali per tangenti non cessano di minare il nostro sistema economico-industriale così come i costi delle grandi opere sono incredibilmente superiori rispetto ad altrove, Grillo, generalizzando infantilmente, esorta l’Europa a non dare fondi all’Italia poiché finirebbero diretti nelle mani di ‘ndrangheta e camorra; il processo di riforme, di taglio del debito e della spesa pubblica, e le tempistiche che lo distinguevano da un puro sogno, non seguono la tabella del “cronoprogramma”. Nonostante l’indubbio impegno e la buonissima volontà di Renzi, troppi sono gli impedimenti ed i compromessi da accettare, le burocrazie e le tecnocrazie da sconfiggere, i loro poteri da escludere (tanto che si scrisse: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14), inoltre il governo rimane sempre e comunque di compromesso e nelle posizioni apicali (politiche e burocratiche) spesso non vi sono sostenitori della discontinuità e del cambiamento, anzi vi sono i beneficiari del sistema in essere. Un sintomo di questa tendenza al conservatorismo ed alle difficoltà a 360 gradi per il Governo nel concretizzare il radicale piano di cambiamento di cui il paese ha bisogno, è riportato oggi sul giornale “La Notizia” secondo cui: “La riorma della Pubblica Amministrazione presentata dal Governo vieta di assegnare incarichi dirigenziali ai dipendenti in pensione. Lo stesso Governo ieri invece ha nominato il pensionato Ortona presidente di Arcus…”, qualora fosse confermato ogni commento sarebbe superfluo. Evidentemente è necessario il reale cambio di passo ancora assente a dispetto di alcuni appassionanti quanto sporadici sprint e scatti, troppo spesso vanificati dalla percentuale della salita. Si deve per tanto sciogliere immediatamente il nodo delle riforme istituzionali e devolvere tutte le energie al piano di riforme per la crescita seguendo anche quelle che sono le linee guida europee. Indirettamente ciò è confermato dal Ministro Padoan e dal Presidente della CdP Bassanini a margine di un convegno organizzato congiuntamente da BEI e CdP e dal rapporto dell’antitrust. La CdP ricorda la necessità per l’EU, e per l’Italia in particolare, di maggiori investimenti ovviamente privati, ma anche pubblici. Per il nostro paese gli investimenti sono preoccupantemente a livello del 95 e se è vero che i privati dovrebbero investire di più in innovazione e tecnologia di prodotto e di processo è anche vero che lo stesso dovrebbe fare il pubblico ad esempio nelle grandi e piccole infrastrutture e per innovare ed ottimizzare le PA (contribuendo ad abbassare la spesa pubblica nel medio periodo ed aumentando la qualità del servizio, riducendo i tempi per la burocrazia con vantaggio per cittadini ed imprese che dovrebbero “sprecare” meno giorni a combattere con le carte risultando più produttivi), ma questo elemento non può prescindere dal concetto di flessibilità di cui parleremo in seguito. L’antitrust invita invece ad accelerare sulle privatizzazioni ( i target previsti di 12 miliardi per il 2014 sembrano difficilmente raggiungibili) approvando il piano per la messa sul mercato di quote di Poste, a rilanciare la competitività attraverso una maggiore concorrenza a cominciare dai settori chiave di energia, elettricità, gas, assicurazioni, banche, telefonia, ed infine, confermando le cricche del sistema italiano, a risolvere il problema dell’economia di relazione che tante risorse economiche ed umane sottrae allo sviluppo del paese (viene naturale un pensiero alla non applicazione del concetto di meritocrazia e scalata sociale…Tangenti Expo 2015 …. amara conferma che per “noi” non c’è spazio – 08/05/2014).

Il terzo punto è proprio quello della flessibilità a livello europeo, tanto chiesta da tutte le colombe, in linea di massima assicurata dai falchi, ma ancora oscura ed invero mai menzionata nei documenti ufficiali che rammentano solamente come i trattati prevedano già “un certo grado di flessibilità”. Anche Barroso, presidente di Commissione Eu uscente, proprio dall’Italia ha ribadito la necessità di un’Italia forte, ma anche di rispettare gli accordi europei. Ora, il nostro paese ha bisogno di una flessibilità che esuli dai patti, nel senso che considerando le condizioni economiche, la tendenza del debito tra il 132 e 133% del PIL, i dati sullo stesso PIL costantemente rivisti al ribasso è impossibile rispettare il fiscal compact (che sostanzialmente prevede la riduzione della parte eccedente il 60% del rapporto debito/PIL di 1/20 all’anno a partire dal 2015) così come  non è pensabile raggiungere il pareggio strutturale di bilancio (nonostante la concessione di un anno in più) ed abbassare il rapporto deficit/PIL che dal 3% dovrebbe tendere all’ 1.5%. Anche solo mantenere a tempo “indeterminato” fino all’uscita dalla crisi il 3% sarebbe uno strappo decisamente consistente ai trattati europei da noi stessi sottoscritti. In tal senso si richiede più flessibilità, come è vero che in tal senso i patti non si possono rispettare e vanno rivisti ed allentati, altrimenti l’Italia, così come altri stati dell’unione, rischierebbero di far tracollare l’Europa trascinando, prima o poi, anche la Germania. Di ciò si dovrebbe discutere in Europa e di questi fattori dovrebbe costituirsi il patto di flessibilità e crescita siglato dal Consiglio EU; di fronte al rischio dello sgretolamento europeo è evidente che il prezzo di una condivisione dei debiti (solo per fare un esempio) sarebbe ben poca cosa.

Per capire come si vorrà impostare la direttrice europea e le intenzioni della Germania, sarebbe bene che al venturo Presidente di Commissione fosse esplicitamente richiesto di sottoscrivere un documento (che a ben vedere dovrebbe essere promosso dall’asse Italia – Francia) chiaro, senza possibilità di interpretazioni soggettive, ove si mettessero nero su bianco ed avessero valore vincolante le richieste, le misure ed i provvedimenti che l’Europa vorrà rapidamente e concretamente adottare per indirizzare l’uscita dalla crisi, così come indicare (non avendo potere in merito) quella che secondo Bruxelles dovrebbe essere la politica monetaria della ECB e comunque essere sempre presente nella discussione delle misure dell’istituto di Francoforte. Qualora, e spiacevolmente perché sarebbe un disattendere una votazione popolare che per quanto strana e risicata è stata pronunciata, ciò non avvenisse si potrebbe pensare che il Parlamento Europeo, nell’ultimo passo formale del processo di successione alla presidenza di Commissione, non acconsentisse all’ascesa di Juncker. Di certo sarebbe un segnale forte e non privo di rischi, ma giunti a questo punto pare che la risolutezza e la decisione siano indispensabili e non più prorogabili.

Che le due partite, quella delle riforme e del cambiamento in Italia e quella dell’abbandono dell’austerità e dei particolarismi in Europa, distinte ma all’interno di un medesimo torneo, fossero improbe lo si sapeva, così come è tremendamente complesso ottenere concessioni dalla Germania, ma la necessità di portarle a casa entrambe è di gran lunga più necessaria rispetto alla loro difficoltà ed è questo il concetto che dovrebbe muovere le riflessioni dell’Italia e dell’Unione.

05/07/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

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Una Risposta

  1. […] su flessibilità ed Europa: Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia 05/07/14 Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità […]

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