Prima dei Mini-Bond per le PMI le banche tornino al servizio dell’economia

ABIDall’assemblea annuale dell’ABI tenuta nei giorni scorsi emerge, secondo la relazione del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, che una causa della comprovata incapacità di essere competitive per le imprese italiana risiede nell’eccessivo ricorso alle banche (debito troppo bacarizzato) rispetto a strumenti propri per finanziare crescita e reperire capitale per innovazione, ricerca e sviluppo.

Una soluzione proposta sono i mini-bond, ossia strumenti che permettono alle aziende PMI di emettere in autonomia una sorta di BOT vendendoli ad investitori pubblici o privati che periodicamente incasserebbero gli interessi pattuiti ed alla scadenza del titolo sottoscritto il capitale investito. Questo mezzo è già utilizzato dai grandi gruppi, i quali spesso possiedono vere e proprie banche interne utilizzate per erogare finanziamenti alla clientela finalizzati all’acquisto dei loro prodotti oppure per attingere, avendo licenza bancaria, a prestiti interbancari agevolati, a volte addirittura dalla stessa BCE. Tra questi grandi industrie si annoverano ad esempio Siemens, GE e Volkswagen.

Il meccanismo è certamente interessante, da approfondire ed implementare, ma questa necessità, della  quale agli albori e nel periodo dell’oro delle banche e del mecenatismo italiano non risultava abbisognare, è scaturito senza dubbio dalla debolezza del sistema bancario, dalla sua eccessiva deriva finanziaria speculativa, dall’incapacità di individuare soggetti realmente solvibili oppure dalla colpevole pratica del prestare denari (talvolta estremamente ingenti) a cerchie ben note pur senza garanzie o piani industriali concretamente capaci di giustificare l’erogazione di simili prestiti ( i casi Carige o Banca Marche ne sono una dimostrazione). La commistione tra attività finanziaria ed economica ha portato alla crisi dei mutui subprime in USA (dopo l’abolizione della separazione tra banche d’affari e commerciali sancita nel 1933 dal Glass-Steagall Act ed abrogata nel 1999 dal  Gramm-Leach-Bliley Act sotto il governo Clinton) con tutto ciò che ne è conseguito, alla vicenda MPS, alle problematiche di Unicredit, Bankia, Dexia, RBS e molte altre fino ad arrivare all’ultimo episodio di questi giorni relativo al primo istituto portoghese Banco Espirito Santo (anche se la provvidenza pare non aver dato una mano); in generale la sotto-capitalizzazione delle principali banche mondiali ormai ben nota.

Viene per tanto naturale obiettare che, prima di ricorrere ad un mini-bond che significherebbe l’apertura delle piccole aziende ad un meccanismo che non compete strettamente a coloro che per core business fanno industria e produzione, dovrebbero essere le banche a tornare a fare le banche come lo facevano ad esempio la Monte dei Paschi del 1472 o i gloriosi istituti fiorentino ed olandesi degli anni delle grandi navigazioni. Dovrebbero tornare ad erogare crediti puntando al guadagno derivato dagli interessi che le aziende crescendo ed ampliando il proprio business sono in grado di restituire; addirittura una reale divisione tra attività finanziaria, da non demonizzare, ma neppure da proteggere sulle spalle di privati, attività commerciali ed imprenditoriali, ed attività economia e di prestito alle imprese dovrebbe tornare ad essere imposto con controllo che non venga aggirato attraverso meccanismi non trasparenti di proliferazione di più branchie afferenti allo stesso istituto, differenti formalmente ma all’atto pratico complici.

Una volta raggiunta la certezza di poter contare sul reale supporto finanziario del sistema bancario allora lo strumento del mini-bond potrebbe essere veramente utile per rafforzare ulteriormente il patrimonio delle PMI consentendo un ulteriore accesso al credito per crescita, sviluppo, innovazione, assunzioni ed apertura in nuovi mercati.

11/07/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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