Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?

Il punto vero sulle reazioni al dato del PIL non è il valore deludente, le ultime stime già preparavano ad una crescita zero (anche se effettivamente è andata peggio delle più negative previsioni, a dirlo vari analisti bancari tra cui quelli di Intesa).
Il problema è l’altezza dell’asticella delle aspettative.
Se in un momento difficilissimo si pone troppo in alto e si ha la bravura ed il merito di convincere, ma poi qualcosa si inceppa e si deludono le attese, ed in parte le speranze, di coloro che un po’ ingenuamente, ma comprensibilmente perché l’essere umano è portato a sperare, confidavano in un totale cambiamento nel giro di pochi mesi senza tener conto che la situazione è il risultato di una deriva decennale, il clima creato di tendenziale fiducia crolla fisiologicamente a picco, parafrasando è un casino. Lo è ancora di più se, come nel caso in questione, le aspettative e la fiducia erano molto elevate anche da parte degli investitori e delle testate di stampa, tra i quali i più attenti avranno potuto notare un certo raffreddamento.
Ad essere pragmatici e schietti, come del resto è nelle corde del Premier, sapevamo da tempo le difficoltà del sentiero della ripresa e non ci siamo stupiti né scorati del Pil.

Oggettivamente però il messaggio ufficiale lanciato fin da inizio anno non era quello di anni ed anni di sacrifici, ma di una repentina quanto violenta inversione di tendenza in grado di ribaltare fin da subito tutto con ritmo incalzante: istituzioni, burocrazie, trend economici, dati negativi, radicati comportamenti quasi secolari come lo sono le volte o gli affreschi fiorentini e simili amenità che affliggono il paese, tanto più con una forza di governo che va ricordato essere di compromesso ed un Partito Democratico in parte devotamente renziano, ma in parte evidentemente avverso al Premier toscano.
Esperienza, leggerezza, errore di gioventù di cui far tesoro e dalle quali umilmente imparare….
Il vice ministro Morando a Villa D’Este disse chiaramente di non attendersi troppo nel breve termine….ma non fu amplificato a dovere quel messaggio.
Al LINK quanto si scriveva in aprile, ma lo si scrisse anche ben prima.

Una situazione così compromessa non può essere risolta nel giro di pochi mesi e questo è bene che lo si trasmetta anche alle persone e che non si illudano gli investitori che, non ingenui, ritengono per il nostro paese l’alternativa Renzi come la probabile ultima spiaggia, non solo per Renzi in se, ma perché il contesto europeo ci mette nelle condizioni di essere davvero prossimi all’ultimo lido. Supponendo di agire nel modo migliore possibile con la massima rapidità, cooperazione e collaborazione, facendo tutte le scelte giuste, credo che non serviranno meno di 10-15 anni per riportare la situazione ai livelli pre crisi, continuando a confidare nei sacrifici delle persone che prima di quelle scadenza difficilmente vedranno miglioramenti significativi, in particolare della generazione dei 25-35 che dovranno convincersi di non tornare mai al benessere dei loro padri; come dire, meglio una brutta verità che illusioni, meglio mantenere un low profile per poi sorprendere che volare alti ed deludere. Notorio è quello che va fatto internamente e chiaro è che il tempo per farlo è sempre meno, lo si è già detto fino alla noia, lo si è ribadito dal 2011, ma si doveva iniziare ad agire già fin dal 2007, ed a valle del dato del Pil lo ha palesato anche il Ministro delle Finanze Padoan.

Il fronti da aggredire sono sostanzialmente tre, non nuovi e ripetuti più e più volte anche in queste pagine, e dipendono l’un l’altra in modo capillarmente complesso.

Uno è l’azione che deve avvenire internamente al paese. Un processo di riforme vere incisive, talvolta radicali e che non possono avere consenso unanime, ma è il rischio da dover prendere in situazioni d’emergenza. Tra il novero vi sono senza dubbio le riforme istituzionali e costituzionali come quella del Senato; della legge elettorale per garantire governabilità; delle province e regioni; ma in particolare serve una violenta sburocratizzazione; un rinnovo in termine di tecnologie, processi, approccio mentale delle PA che porti ad un rapporto più semplice con i cittadini, le imprese e ad una maggior efficienza e rapidità; la riforma della giustizia in modo da rendere chiare e certe le pene per i trasgressori; importantissima è anche la semplificazione normativa, la sua stabilità, certezza, chiarezza e la riduzione di tutti i permessi e gli enti deputati a concederli che bloccano letteralmente ogni attività produttiva, questo ultimo punto è il maggior deterrente agli investimenti esteri che prima ancora della pressione fiscale vedono in questo fattore un elemento di instabilità e rischio eccessivamente alto in confronto ad altri paesi. Di egual importanza rispetto alla parte costituzionale-istituzionale vi sono poi le riforme più prettamente economiche che devono essere rivolte ad incentivare il lavoro, la flessibilità e riqualificazione dei lavoratori, la loro riconversione verso settori che sono e diventeranno strategici; il rilancio del potere d’acquisto tramite la riduzione del cuneo fiscale e detassazione così da supportare la produzione industriale e la conseguente necessità di manodopera; il supporto alle imprese tramite riduzioni di Irap e la facilitazione di accesso al credito in modo che le aziende possano investire recuperando un grande divario in termini di valore aggiunto, tecnologie, competitività, livello di investimenti, innovazione; un lavoro sulla catena e la filiera per aumentare l’export; interventi nel campo energetico, tecnologico e del digital divide (l’obiettivo dovrebbe essere semplice, dotare tutto il paese di fibra ottica, tecnicamente per la suo conformazione geografica l’Italia non sarebbe così complessa da coprire) ed  investimenti nelle opere pubbliche incompiute, grandi e piccole; valorizzazione degli asset che si hanno (pubblici ed in certi casi anche privati se particolarmente strategici) eventualmente in prospettiva di vendita; riqualificazione del territorio; efficienza energetica; un vero piano di sviluppo del paese di medio-lungo periodo che a ben vedere dovrebbe essere alla base di tutto. Poi vi sono anche temi a metà tra economia ed istituzione, come la spending review, le privatizzazioni, la lotta all’evasione ed alla corruzione. Non è negabile che le energie ed il tempo dedicato alla questione del Senato, della legge elettorale, ad elaborare patti trasversali siano state troppe e che, pur con interventi positivi e qualche positivo riscontro, i risultati non abbiano ad oggi rispecchiato le aspettative. Gli obiettivi complessi, che come quello della crescita richiedo volontà politica ed in questo momento anche sinergia trasversale, si raggiungono dedicando tutte le energie a quelle cause con determinazione, impegno ed utilizzando le persone giuste nei momenti giusti ed ai posti giusti, cambiando anche strategia se mai se ne presentasse la necessità.

Una seconda azione fondamentale deve venire dall’Europa. Siamo nel semestre italiano, ma le nostre questioni interne e quelle delle discusse nomine alle varie commissioni UE, stanno erodendo tempo prezioso alle azioni vere e proprie, perché anche i meccanismi burocratici europei a ben vedere non sono così snelli. L’austerità protratta oltremodo nonostante gli evidenti segnali di non funzionamento ha esasperato il periodo recessivo. Lato europeo la revisione dei patti e dei trattati è fondamentale per sbloccare risorse per investimenti ad alto valore aggiunto che i vari stati avranno così modo di fare. Importante sarebbe anche una armonizzazione verso una più marcata equiparazione tra gli stati membri delle norme fiscali, di tassazione, bancarie. Le somme potenzialmente derivanti da una revisione dei patti, a maggior ragione in un paese come l’Italia, potranno (e dovranno) essere soggette a rigido controllo, anzi dovrebbe proprio essere Renzi a richiederlo, in modo da dimostrare le migliori intenzioni nell’andare ad evitare ogni forma di spreco e corruzione per le quali l’Italia è tristemente e meritatamente nota. Purtroppo attendere, come si dice, di aver implementato le riforme per andare a chiedere più concessioni in Europa è una vita decisamente sensata ed autorevole, ma il timore è che il tempo necessario sia troppo (la sola riforma del Senato per essere portata a compimento richiederà almeno un anno) e sappiamo benissimo che a Bruxelles non si accontentano di promesse o risultati parziali, ma vogliono fatti compiuti e numeri chiari (e non li si può biasimare).

Infine l’ultimo elemento, che in realtà ha in se la capacità da dare un impulso immediato e shockare l’economia, è nelle corde della BCE che ha peccato talvolta di poca risolutezza, ma che ha effettivamente cercato di assolvere il proprio mandato aiutando l’Europa. Fino ad ora sono stati studiati alcuni mezzi e modalità di intervento non convenzionali da parte della Banca Centrale, ma questi o sono stati annientati dall’intermediario bancario che ha “speculato” sulla situazione percependo denari da Francoforti e reinvestendoli in titoli di stato ad alto rendimento o addirittura overnight presso la stessa BCE,  oppure non sono mai stati messi in campo sapendo gestire magistralmente l’effetto annuncio ed il classico intervento sui tassi. Azioni ben più blande della dichiarazione del Governatore Draghi che fece scaldare i mercati: “The ECB is ready to do whatever it take to preserve the Euro and believe me i twill be enough”. In questi giorni la BCE si riunirà per il meeting mensile e forse, oltre che parlare del dato sul PIL italiano, dovrebbe finalmente davvero pensare di mettere in campo azioni straordinarie come specifici QE destinati direttamente all’economia, alle imprese ed alle PMI vero cuore economico dell’Europa. Misure studiate per evitare “giochi” bancari e destinare le somme all’economia reale sono state definite e Draghi aveva dato il Giugno scorso come possibile momento di inizio del loro utilizzo. Anche la svalutazione conseguente dell’Euro potrebbe portare nel breve benefici alle esportazioni in calo sia in Italia che in Germania, le due maggiori manifatture del continente. Ovviamente questa misura non è affatto la panacea di tutti i mali, è utile e può sbloccare una impasse solo e solo se a livello Europeo viene implementata più flessibilità e se a livello nazionale esistono piani di sviluppo precisi rivolti al medio e lungo termine, in sostanza i soldi possono arrivare, ma vanno saputi spendere e far fruttare. Un eventuale QE potrebbe rappresentare l’elemento chiave per lo shock di breve periodo, ma la sua efficacia non può prescindere da interventi strutturali, economici e di governance non in capo a Draghi o Francoforte, ma all’Unione ed ancor di più ai singoli stati.

La complessità dell’incastro di questi tre elementi, già di per se elevata, è ulteriormente incrementata dagli scenari internazionali belligeranti che stanno colpendo territori prossimi al continente europeo e con i quali l’Europa ha ingenti interessi (Russia e Libia in testa) e dalla necessità di una forte volontà politica di cambiamento e discontinuità per portarli a completamento. Volontà politica di cambiamento che può concretamente configgere con molti interessi particolari di Stati membri, gruppi di potere e soprattutto delle stesse figure, gruppi, tecnocrazie, partiti che al momento, tanto a Bruxelles quanto a Roma, sono al comando, talvolta deputati all’approvazione stessa delle riforme o alla loro redazione, delle entità istituzionali o governative che si vorrebbero riformare e che dalla configurazione in essere traggono indubbi vantaggi.

06/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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10 Risposte

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