Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2

L’economia europea è congelata.
Questa potrebbe essere la frase che riassume la condizione del vecchio continente a valle dei dati di PIL Q2 di Germania (-0.2%) e Francia (0.0%). Già le previsioni non paventavano nulla di positivo, ma forse la realtà è andata un po’ oltre.
Uno di primi commenti del Premier Renzi, con un tono non soddisfatto, ma un po’ di colui che si è preso una piccola rivincita, è stato quello di ribadire come la percentuale negativa della Germania dimostri che non esiste un caso Italia, bensì c’è un caso Europa. Ha poi aggiunto, nel modo abbastanza sentenzioso (ma è solo una mia impressione) che lo sta caratterizzando nelle ultime settimane, che considerando che i dati erano a lui noti già da una settimana l’ISTAT avrebbe potuto evitare di fare la prima della classe nel diramare il valore del PIL italiano attendendo magari la stessa Germania e risparmiando così una impennata dello spread BTP-Bund.
Va detto che prima o non prima della classe se a Renzi i dati erano noti da una settimana probabilmente ai market maker che hanno mosso gli spread lo erano da un mese e quindi il fattore “momento di pubblicazione dei dati” non era altro che un diversivo per fare una mossa che avrebbero fatto comunque; come abbiamo più volte detto non sono le notizie che muovono i mercati, ma sono i mercati che cercano notizie per muoversi nella direzione in cui hanno deciso di muoversi. Se leggiamo qualche bollettino economico un dato per giustificare un impulso rialzista ed uno che contemporaneamente ne potrebbe giustificare uno ribassista si trovano in ogni piazza e quasi in ogni momento.

In realtà c’è poca da esser gaudiosi perché la situazione di evidente stagnazione non è un bene per nessuno e forse peggiora analizzando che una parte importante di questo arresto è dovuto al calo dell’export che non può far altro che colpire pesantemente i paesi manifatturieri, come Italia e Germania appunto.
A ciò si aggiungono poi le tensioni internazionali e le sanzioni commerciali alla Russia.
Per l’Italia la Germania rappresenta il primo paese per interscambio commerciale e la Russia vale interscambi tra gli 800 ed i 1000 milioni annui. Evidentemente se di una minimale sensazione di riscatto si può essere coinvolti (e nei confronti della Germania più di uno può emozionato), si tratta, passatemi la locuzione, di un “riscatto di Pirro”.
L’austerità prima e la deflazione come risultante, han poi fatto il resto con la conseguenza di mercati interni assolutamente poco dinamici, o per assenza di potere d’acquisto e salari ridotti (come in Italia) o per una ossessione nel rigore dei conti ed una resistenza ad ogni politica espansiva (come in Germania).
La Germania infatti, appoggiando e probabilmente costringendo l’Europa alla ferrea ricerca della disciplina e rigore di bilancio tramite lo strumento dell’austerità incondizionata benché in un periodo di evidente recessione, ha fatto terra bruciata attorno a se, erodendo anche quelli che erano i suoi mercati di sbocco principali, come l’Italia appunto.
Qui si è più volte ribadito che alla lunga, probabilmente sarebbe stato l’ultimo dei coinvolti, anche la Germania avrebbe dovuto pagare pegno ed ora il momento è giunto, forse anticipato dalle vicende internazionali russe che toccano estremamente da vicino Berlino in particolare su commercio ed energia. Internamente poi la Germani non ha, contravvenendo i consigli di Bruxelles, mai sostenuto i consumi forte di un export in grado di trainare il proprio PIL, riducendo di molto il proprio potenziale di locomotiva europea, ruolo che ha assolto solo parzialmente. Il surplus commerciale tedesco al 6% è al limite dei parametri e più volte le è stato suggerito di ridurlo aumentando i consumi e la spesa interna ed avviando vere liberalizzazioni, consigli sempre senza riscontro fattivo.

Allo stato attuale la condizione è molto complessa e pervasiva, si è protratta, sotto gli occhi di tutti, Commissione e BCE comprese, per troppo tempo, senza che venissero prese opportune contromisure, anzi, inasprendone gli effetti addentrandosi sempre di più in un viatico palesemente non foriero di alcun bene.

La BCE si è menzionato, ed infatti anche l’istituto di Francoforte non risulta incolpevole, prima perché non in grado di servire direttamente l’economia non regolando l’azione dell’intermediario bancario, poi perché non ha mai agito a sostegno dell’economia reale con la tempestività necessaria; e sta continuando a farlo, perché da giungo gli strumenti non convenzionali, ormai pronti a sentire i portavoce della Banca Centrale, sono slittati a settembre, ed anche a valle dei dati di PIL europei è stato ribadito che sono lì, pronti pronti ad essere usati. Ormai però i mercati, una volta entusiasmati da questo genere di annunci, sono divenuti più scettici e guardinghi.

La situazione pare essere molto prossima alla deriva, ed è composta da casi nazionali così come dal caso europeo.
Esiste dunque anche il caso italiano, perché dietro un dato non si può nascondere almeno un ventennio di gestione egoistica e fallimentare del nostro paese che ci ha portato al livello a cui siamo arrivati.

Questa stagnazione diffusa può avere il solo “vantaggio” di mettere davanti agli occhi di Bruxelles e di Berlino le evidenze dell’insuccesso, che peraltro più volte avevamo sottolineato e ribadito fortemente, della politica economica e del modello di governance fino ad ora adottato confidando che non si facciano orecchie da mercante e che si dia una rapida sterzata a cominciare dalla possibilità di mettere in discussione i patti ed i trattati, quantomeno nelle fasi di crisi acuta.

La Francia, con il suo Ministro delle Finanze Michel Sapin, ha rivelato la concreta possibilità di richiedere ancora più tempo per il rientro del rapporto deficit/PIL, ipotizzando un valore oltre il 4% a fine anno.
L’Italia ancora non è stata così esplicita e non ha preso una posizione netta, di certo potrebbe essere il momento di rilanciare (come di consueto in ritardo) quell’asse Roma-Parigi di cui si è più volte avanzata l’ipotesi (Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel? 15/03/14).

Dal meridione italiano, che secondo lo SVIMEZ avrebbe perso nei 5 anni di crisi quasi il 14% del PIL e sta correndo il serio rischio di desertificazione industriale e di capitale umano, Matteo Renzi torna ad identificare come piano di crescita anti-crisi il rilancio proprio del Mezzogiorno, con grandi investimenti concentrati in pochi progetti di sviluppo (Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13).
I casi di Termini Imerese o Gela potranno già farci capire di che tipo di sviluppo si parla, se vi sarà una riconversione verso settori annoverabili nell’attualità economica, come importanti poli tecnologici avanzati, distretti di innovazione e di studio delle materie più promettenti qualche possibilità di risveglio si potrà avere, se altrimenti la tendenza sarà quella di portare avanti settori manifatturieri a poco valore aggiunto, cronicamente in perdita e senza possibilità di essere competitivi, magari con lo scopo ultimo di una difesa senza se e senza ma dei posti di lavoro senza cedere ad alcun tipo di riqualificazione o re-impiego, sarà di nuovo il fallimento.
I settori a cui il sud può guardare sono molti, dal turismo all’agricoltura, dall’alimentare alla sartoria di pregio fino alla tecnologia che è presente in alcuni distretti all’avanguardia (troppo pochi e piccoli purtroppo), fino al settore energetico che potrebbe vedere il sud come snodo chiave di quell’anello (Mediterranian Ring) che collegherebbe energeticamente Africa, Medio oriente ed Europa, contribuendo alla diversificazione geografica e tecnologica, principalmente basata su energia rinnovabile, indispensabile alla sostenibilità del nostro sistema ed al percorso di svincolo rispetto alla Russia.
Sempre in tema energetico poi il sud sarebbe particolarmente adatto allo studio dell’integrazione tra fonti rinnovabili, fonti convenzionali (incluso carbone e gas), accumulo energetico ed ottimizzazione dei flussi in rete, scenari che si renderanno indispensabili per assolvere contemporaneamente i vincoli ambientali, la qualità e sicurezza del servizio e dell’approvvigionamento venendo incontro alle esigenze dei mutati contesti urbani. Il meridione potrebbe essere davvero un laboratorio, ma servono investimenti che possono parzialmente venire dai fondi europei, ma che in altra quota parte dovrebbero venire da privati e governo, sempre meno in grado di fare questo genere di spese a meno di non rettificare i patti europei appunto. Questi temi dovrebbero essere parte del cuore del fondamentale decreto Sbloccaitalia, al varo nel CdM del 29 agosto.

Accanto al caso italiano però vi è quello europeo che necessita anch’esso di un importante intervento, servirebbe un piano “Sbloccaeuropa”, che agisca sulle dimensioni di governance e di economia, implementando una politica di gestione più flessibile, snella e meno macchinosa, ed adatta ai rapidi cambiamenti che ci coinvolgono di giorno in giorno, lavorando per abbattere ogni particolarismo e cercando di armonizzare ed integrare il più possibile l’Unione dal punto di vista fiscale, bancario, normativo, energetico, di mercato, tecnologico e via dicendo, spingendola così ad una maggior condivisione di rischi e benefici (Euro Bond), in modo che non si creino gli squilibri e le concorrenze impari ad ora esistenti. In questo piano dovrebbero rientrare i 300 miliardi che il Commissario Juncker ha pronti per nuovi investimenti ed in generale per innescare l’inizio del rilancio dell’economia europea.

Un ulteriore caso è rappresentato dalla BCE che dovrebbe concretamente mettere in azione una qualche misura non convenzionale, a maggior ragione adesso che i consumi sono bloccati, l’export è in difficoltà, le sanzioni alla Russia comportano ingenti perdite e l’Euro rimane forte. In un momento simile sembrerebbe necessario cercare di supportare l’export attraverso un leggero deprezzamento della moneta da inserire accanto a misure in grado di convogliare liquidità alle aziende multinazionali e PMI.

Ciò detto il grosso rischio che permane è quello della lentezza. Per fare un esempio, la politica USA e la FED sono molto più rapidi, si sono dati dei target sull’occupazione e non hanno intenzione di interrompere le loro contromisure ed i loro stimoli fino a che non lo avranno raggiunto. Al momento, con la fragilità di alcune situazioni mondiali contingenti che rendono ballerini alcuni dati, stanno conseguendo il risultato.
In Italia potrebbe esservi il rischio di gravi rallentamenti del processo di riforme a causa di blocchi e dissidi su particolari temi di dubbia rilevanza immediata, come l’Articolo 18, altamente divisivo, mentre a Bruxelles, durante il nostro difficoltoso semestre, la partita delle nomine sembra succhiare tempo e linfa vitale ad altre attività.

In questo macro scenario gli anti europeismi potrebbero avere gioco facile, forti dell’assenza di ogni controprova, a calcare ulteriormente la mano propagandando derive nazionalistiche e di abbandono dell’Europa.
Gli investitori ed i mercati stanno invece alla finestra, si sono raffreddati nei confronti dell’Italia, tanto che il Premier ha rilasciato numerose interviste rassicuranti a testate internazionali, e sembrano pronti a riposizionarsi altrove con il pericolo che stiano partorendo un piano autunnale per una nuova ondata speculativa nei confronti del mercato finanziario e dei debiti sovrani europei.

15/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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4 Risposte

  1. […] frase attuale, ma che assume sempre più gravità. La situazione da cui partire è problematica (LINK). Gli investitori sono pronti a riposizionarsi rispetto al continente europeo ed a scaricare i […]

  2. […] tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona. 17/08/14 Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2 15/08/1… Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14 […]

  3. […] non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato […]

  4. […] non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona. Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2 Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14 Eccola la […]

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