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Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida

Il Presidente entrante della Commissione Europea Jucker, ha formato in giornata la squadra dei suoi Commissari.

La volontà del Lussemburghese alla guida della Commissione era quella di creare un team politico sul quale centralizzare le funzioni istituzionali e che portasse l’Unione ad essere, citando quanto detto in conferenza stampa, “grande sulle grandi cose e piccola sulle piccole cose”.

Le novità principali relative alla govenrance riguardano la presenza di un Primo Vicepresidente vicario, l’olandese Frans Timmerman, che sarà l’alter ego dello stesso Jucker è potrà decidere sostanzialmente su tutte le questioni e porvi il veto. Il potere di veto inoltre è nelle corde anche dei Vicepresidenti, in totale sette, per quanto concerne i loro ambiti di influenza, non limitati ad una singola Commissione, ma estesi  a più Commissioni qualora gli argomenti trattati presentassero sovrapposizioni ed in tal caso sarebbe loro possibile porre vincoli mandatori.

Lo schema che ha portato a partorire il nuovo Esecutivo Europeo il quale dovrà ottenere la fiducia del Parlamento a valle di singole audizioni previste per il 21-22 ottobre consentendo un insediamento al primo novembre, è stato una sorta di Cencelli a ben vedere leggermente sbilanciato verso l’ala Popolar (che comunque ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni) – Rigorista – Tedesca pur mantenendo ad una superficiale lettura un certosino equilibrio.

Per quanto riguarda i singoli nomi vi sono alcune considerazioni interessanti.

Una riguarda il ruolo della Mogherini come Alto Rappresentante della politica estera e sicurezza con delega da VP agli affari esteri, commercio, allargamento e gestione crisi. L’incarico di “Lady PESC” additato da molti come di poco spessore ed di poca utilità per l’Italia è stato reso più pesante proprio dal nuovo modello con i VP che nel caso di Federica Mogherini le danno la possibilità di avere voce in capitolo anche sulla gestione delle crisi, elemento importante quando si parla di problema dei flussi migratori o del Mar Mediterraneo per cui non v’è un commissario specifico, e sul commercio ancor più importante considerando la natura di paese manifatturiero ed esportatore che ha l’Italia. La Mogherini lascia una poltrona vacante nel governo italiano che dovrà quindi affrontare un’ulteriore questione che si inserisce nelle molte già in essere, quali il processo riformatore che va a coinvolgere economia ed istituzioni su cui pressano la BCE che dopo aver abbassato i tassi si attende riforme e risultati ed Europa  che per bocca di Barroso rammenta all’Italia di essere ancora indietro pur offrendo il proprio sostegno al Premier; la situazione del debito; i dubbi sul deficit; la ricchezza degli italiani tornata a 30 anni fa; le problematiche interne ai vari partiti (caso Emilia Romagna) e trasversali; le tensioni con Magistratura, Sindacati e Burocrazie varie che rendono la situazione molto fluida, complessa e pesante.  Se però l’opportunità di agire sul settore commercio da parte del Ministro Mogherini sarà sfruttata nel migliore dei modi questo punto può senza dubbio portare vantaggio all’Italia e costituire un elemento di crescita economica.

Un secondo elemento è il passaggio dagli Interni al Commercio della Malmstrom, con cui la Mogherini quindi dovrà avere uno stretto dialogo e quello di Oettinger all’Economia Digitale e Società dall’Energia-Clima, commissione ora ricoperta dallo spagnolo Canete, non senza polemiche per via di presunte dichiarazioni sessiste, ma soprattutto perché in precedenza pare sia stato un grande azionista di una compagnia petrolifera (quindi gli rimprovererebbero la vicinanza con alcuni portatori di interessi ed un potenziale conflitto di interessi).

Una delle principali problematiche e motivi di tensione di questa commissione sarà quella del crescente sentimento Anti-UE che in molti stati ha movimenti politici organizzati e di grande consenso. Il caso dell’Ungheria è emblematico, ed all’Ungherese Novracsici è stata assegnata l’istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza. Novracsics è molto vicino al presidente ungherese Orban, uno dei più nazionalisti ed Anti-UE e probabilmente nelle intenzioni di Juncker c’è anche quella di utilizzare il Commissario come testa di ponte per allentare le tensioni con il leader del governo ungherese cercando di alleggerire le sue posizioni sull’Europa. Stesso ragionamento vale per l’inglese Jonathan Hill ai servizi finanziari e mercato dei capitali che potrebbe dover avere il compito di riportare il Regno Unito verso il ripensamento sull’unione bancaria, da Londra rifiutato, ma fondamentale per il processo di integrazione europeo, anche facendo leva sul risultato incerto del referendum sull’indipendenza scozzese che molto preoccupa la City (e le società, ad esempio RBS ha dichiarato di trasferire la propria sede in Inghilterra in caso di vittoria del SI è come lei molte altre).

Infine, ma non per importanza, c’è lo spinoso, il più spinoso, nodo economico. Il nuovo Commissario agli affari economici sarà il francese socialista Pierre Moscovici, candidato sostenuto da Hollande, ma anche molto gradito all’Italia, in ottica anti-rigorista. Sembrerebbe di buon auspicio per un rinnovato approccio economico, in realtà la struttura con i nuovi VP sottopone Moscovici ad uno stretto controllo da parte del finlandese, erede di Olli Rehn, Jyrki Katainen VP per lavoro, crescita, investimenti e competitività e del lettone Valdis Dombrovski VP per euro e dialogo sociale, oltre che del Primo-VP Timmermans che si può pronunciate a tutto tondo. Essi sono annoverabili tra i falchi e perciò nelle grazie della Germania. Senza titolo di VP, ma sempre scrupolosa sui bilanci e propenso al rigore è anche la belga Marianne Thyssen, assegnataria della pesante poltrona di commissario per lavoro ed affari sociali.

La linea intransigente quindi ha saldi protettori e Francia ed Italia avranno difficoltà nel portare avanti l’idea di flessibilità in discontinuità col recente passato.
Il Cancelliere tedesco si è apertamente detto soddisfatto perché il rigore e la disciplina di bilancio, da non abbandonare, sono assicurati nella loro prosecuzione.

Ora v’è da capire quanto Juncker voglia mantenere la promessa di cambiamento fatta, ricordando gli obiettivi di crescita, lavoro, prosperità dei popoli, benessere, integrazione che sono pilastri del suo mandato. Con l’austerità tali obiettivi sono stati falliti, il risentimento contro l’Europa aumentato, il benessere come la fiducia nelle istituzioni mediamente diminuiti, gli investimenti sono scesi in molte aree e con la continuità cieca del rigore le cose non miglioreranno.
I conti vanno controllati, ma in questa fase altamente recessiva l’approccio deve essere resiliente ed adattarsi ai contesti dei quali si è solo una variabile dipendente. Gli scenari dirigono, le società si adattano, questo è il dogma da seguire.
Come detto dal neo-presidente, questa è l’ultima opportunità. O si imposta quindi un percorso di crescita o vi sarà la disgregazione dell’Unione, probabilmente non senza tensioni anche violente.

Importante sarà sicuramente il ruolo Franco-Italiano ed il semestre di presidenza italiano che purtroppo quando entrerà veramente nel vivo sarà ormai in dirittura d’arrivo (meno di due mesi effettivi di lavoro), ma soprattutto sarà decisiva la reale volontà di aprirsi a nuovi modelli di sviluppo ed economici. Questa volontà va perseguita in accordo ed in condivisione tra i 28. Il rilancio degli investimenti è fondamentale e se ne parlerà all’Ecofin di venerdì con proposte inerenti il ruolo della BEI provenienti da Italia, Francia ed anche Germania. Probabilmente non in quella occasione, ma rapidamente dovrà essere discusso anche il concetto di euro-bond.
La rigidità dei conti si è visto non consentire gli investimenti pubblici e privati necessari e reclamati da BCE e Bankitalia anche per via di un sistema bancario avaro di concessione di credito e qui si rimanda alla necessità repentina dell’unione bancaria e dia una armonizzazione normativo-fiscale.

Questo sistema eterogeneo oltre al vantaggio di una pluralità di visioni sempre positiva, mette di fronte al grosso rischio di rallentare immensamente ogni processo decisionale (un po’ come in Italia) soprattutto nelle sfere economica, di revisione dei trattati e di analisi/approvazione dei documenti di economia dei singoli stati (Italia sempre nel mirino), in un momento in cui la rapidità di reazione non è negoziabile.
Le sfide per questa Commissione non ancora insediata sono tante ed ogni sfida è vista in modo differente dai protagonisti, ognuno rappresentante di un qualche interesse che dovranno mediare e mettere in comune per la prosecuzione della strutturazione, ancora decisamente in fieri, e del futuro stesso dell’Unione Europea, che rischia di rimanere un embrione mai sviluppato completamente.

 10/09/2014
Valentino Angeletti
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Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE

La Spending-Review è stata la protagonista del vertice d’urgenza convocato a palazzo Chigi nelle ore scorse. Erano presenti oltre a Renzi e Padoan, ovviamente il commissario Cottarelli, ma anche il Ministro Boschi ed il consigliere economico di Renzi Yoram Gutgeld che sarebbe in lizza per sostituire Cottarelli, di ritorno alla base del FMI a Washington, nella revisione della spesa.

I tagli in analisi ammonterebbero a 20 miliardi in 3 anni (sperando che non si collochino tutti alla fine del terzo anno) da reperirsi tra Ministeri e PA. I 20 mld sono un obiettivo fattibile alla luce dei 720 mld di base di spesa dice Cottarelli, ma in realtà i piani originari avevano previsto tagli per 37 miliardi e per tali ragioni, oltre che a causa delle difficoltà nelle privatizzazioni ex novo di Poste, Enav, Fincantieri, è stato deciso di accelerare la discesa statale di un ulteriore 5% nel capitale di Eni ed Enel.

In particolare 7 mld arriveranno dai Ministeri (convocati in riunione a partire dai prossimi giorni) ai quali è chiesto un piano dettagliato per arrivare ad un risparmio tra il 3 ed il 5%, altrimenti sarà il Governo a decidere per loro. Si tratta di una concessione intelligente che i Ministeri con la massima serietà devono sfruttare, conoscendo sicuramente meglio dove si annidano gli sprechi rispetto ad un intervento centralizzato di certo più orizzontale.  Gli altri 13 mld dovrebbero arrivare dalle PA, inclusa la riduzione, ottimizzazione, privatizzazione delle partecipate pubbliche che dovrebbero passare da 8000 a 2000 consentendo nel breve 0.5 mld di risparmi e 2 mld nel lungo periodo.

In verità il riservatissimo piano Cottarelli e del suo team era pronto da tempo, come lo erano quelli dei suoi predecessori Giarda e Bondi, poi rimasti, alla stregua dei consiglio dei Saggi, incompiuti per l’alternarsi dei Governi e soprattutto per l’incapacità di trovare quella volontà politica necessaria ad adottare misure restrittive su centri di potere, fatto ben più complesso che agire sulla maggioranza dei cittadini impotenti di fronte ad esempio ad un incremento più o meno lineare di tasse o ad un pasticcio immane come quello IMU – TASI (TASI che per 7 famiglie su 10 sarà complessivamente più pensante dell’IMU, ma ovviamente non è opera dei 6-7 mesi di Governo Renzi, ma come altre circostanze, eredità precedente).

Ora la volontà politica va trovata, è, come si usa dire, improrogabile per più di una ragione. Ad una prima lettura potrebbero sembrare i dati economici ad essere i più pressanti per la revisione della spesa, infatti gli ultimi dati non buoni sono relativi alla disoccupazione (che, pur con posti di lavoro in aumento, torna a salire a luglio dello 0.3% raggiungendo il 12.6%, contro l’11.5 della zona UE), il cui incremento ha cessato di rallentare, al debito ed al PIL che il Premier Renzi colloca a zero per il 2014, decimale più decimale meno confermando la previsione di Morgan Stanley che mette in guardia il nostro paese sul perseverare della recessione fin tutto il 2014 (vi sono puoi tutti gli altri dati ripetuti più e più volte che spaziano dai consumi fino alla sofferenza delle imprese); al momento considerando il nuovo modello di calcolo del PIL che inserisce anche le attività illegali, il rispetto del 3% deficit/PIL, seppur risicato, pare in sicurezza.  In realtà è bene ricordare che i proventi della spending review dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito e per il taglio delle tasse, non per finanziare vecchie o nuove spese, bonus ed incentivi.

Con la spendig review, oltre ovviamente a razionalizzare spese non sostenibili ed ingiustificate reperendo risorse, è soprattutto l’Europa che si vuole guardare e convincere, infatti Bruxelles usualmente e giustamente è meticolosa nel voler leggere e capire approfonditamente i piani economici, i tagli, le entrate, gli impieghi e le spese (lo farà anche col documento di metà ottobre). Con la revisione della spesa ha fatto (link a fondo pagina), bacchettando che i piani non erano ben chiari, e farà lo stesso. Le aspettative dell’UE rispetto al nostro Governo e rispetto al Premier sono alte, come lo sono quelle dei cittadini e di molti leaders europei ed economici che, pur non negando critiche, hanno tutti appoggiato il piano di riforme di Renzi giungendo però negli ultimi giorni a concludere che oltre alla comunicazione servono a questo punto fatti concreti, tangibili e soprattutto quantificabili, cosa richiesta anche dalla maggioranza dei cittadini che dal “cambiamento” e dal “nuovo verso della politica” del paese si attendono vantaggi rapidi in termini di benessere e qualità della vita ad oggi purtroppo ancora non pervenuti in egual misura rispetto alle aspettative nutrite.

Una buona spending può sicuramente, ancora prima delle riforme che nei prossimi mesi non possono essere altro che impostate poiché il vero blocco sono le plurime letture parlamentari ed i decreti attuativi e ciò è ben noto alla Commissione ed i cui effetti presentano un fisiologico ritardo, giocare a favore della credibilità dell’Italia, da usarsi come leva per ampliare quel termine “flessibilità” che si vorrebbe da Bruxelles e da Berlino limitare ai patti in essere, ma che in tal caso sarebbe insufficiente rispetto a quella realmente necessaria per sboccare una situazione ben più difficile del previsto (sempre a braccetto con una politica monetaria impostata al supporto delle attività produttive, alla stabilità dei prezzi e dunque inflazione al 2% e giusto apprezzamento dell’Euro). L’obiettivo quindi è cercare la credibilità e la fiducia da parte di Europa ed investitori che vogliono certezze ed impegno; in tal senso, pur non essendo l’unico elemento di valutazione, la revisione della spesa in un paese notoriamente sprecone come l’Italia, può avere un ruolo importante. L’obiettivo ultimo (per il quale è necessario il sostanzioso e noto pacchetto di riforme economico-istituzionali) è supportare un una prima fase di aumento dei consumi e di export (che hanno un ruolo complementare alla politica monetaria nel contrastare la deflazione) tramite sgravi fiscali ed immediatamente dopo, grazie al rilancio degli investimenti, bloccare quell’incedere diabolico della disoccupazione. Gli investimenti infatti rimangono un punto dolente visto che il nostro paese non ha ad oggi le condizioni (burocrazie, norme, lentezze, fisco ecc) per attrarre aziende private ben più allettate da altri luoghi benché interessate al nostro, non è in grado di provvedere pubblicamente (come fecero gli USA dopo la grande depressione del 29, quando immense opere come la Hoover Dam finalizzata in 5 anni, furono finanziate e riportarono alla crescita), e le aziende nostrane non sono così forti e patrimonializzate da poter investire su lunghi orizzonti, anzi sono più che altro concentrate a tagliare spese e sprechi (a volte anche personale) per risorse nel breve. Inoltre il sistema di investimenti nostrano è totalmente basato sulle banche che quando chiudono, come in questo momento, i rubinetti del credito creano un blocco decisamente di grande impatto; questo sistema di investimenti eccessivamente basato su istituti di credito è un elemento da superare a livello europeo con vari strumenti che possono essere quotazioni in borsa incentivate, venutre capital privati, mini bond, BEI ecc.

Per tutto ciò però è necessaria una volontà politica che fino ad ora non si è mai manifestata ed anche durante questo esecutivo non pare facile da trovare, ne sono esempio le riforme della magistratura la cui proposta è avversata dall’ANM che la definisce punitiva e del lavoro, a cominciar dall’articolo 18 emblema delle bandiere ideologiche sia a destra che a sinistra, seme della discordia anche tra stessi ministri (Poletti – Guidi), all’interno dello stesso PD, ovviamente tra le differenti forze dell’Esecutivo di coalizione (PD  ed NCD) e tra i contraenti del Nazareno (PD – FI). Per una maggior velocità dell’azione di Governo si rimanda alle riflessioni già fatte ( Link: 06/09/14 Renzi – Cernobbio – Link: 07/05/14 Governo Renzi e compromessi ). Una volontà politica che andrà senza dubbio a penalizzare classi, ceti e tecno-burocrazie molto potenti ed influenti che si opporranno con tutti gli strumenti, e ne hanno molti, soprattutto se, come sovente accade, presentano delle teste di ponte, avamposti tra le file del Governo.

Aprendo una breve parentesi, si fa riferimento ad una volontà politica nostrana che manca invero anche in Europa, come dimostrano le vicende Russe ed in Medio Oriente che stanno ulteriormente screditando la forza, l’autonomia e la capacità decisionale dell’Europa, sempre in bilico tra la necessaria alleanza e supporto agli USA (a prescindere dal tema) e la necessità economica del legame con la Russia (ma anche con la Libia) che forte del suo potere energetico ha svariati strumenti di ricatto per contraccambiare sanzioni sempre molto incerte nell’entrare in vigore (anche le ultime sanzioni economiche contro Mosca, non leggere, sono state sospese per una verifica sul proseguire di una tregua che a ben vedere formalmente non dovrebbe interessare il Cremlino, sussistendo tra Ucraina e separatisti filo-russi). Non è un mistero tra l’altro che l’Uione Europea abbia sempre meno appeal, nel referendum che si terrà a breve sull indipendenza della Scozia dall’UK, gli indipendentisti (i SI) sono in vantaggio (51 a 49), lanciando Londra nella preoccupazione poiché sono scozzesi circa l’ 8% delle entrate fiscali, i l 10% del PIL, tutto il settore Oil&Gas, energetico, estrattivo e cantieristico navale, così da spingere l’UK a proporre più concessioni di autonomia finanziaria e fiscale.

La domanda è quella già fatta: avranno, con tempi già scaduti e risultati finali probabilmente già parzialmente compromessi, l’Italia e L’UE la capacità di raggiungere la volontà e la collaborazione politica necessaria per ottenere gli obiettivi prefissati e probabilmente non graditi a molti, ormai chiari a tutto il mondo senza che sia necessario sentirli ripetuti durante gli ennesimi tavoli e simposi accademici?

Link Spending Review:

08/09/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre.

Dopo l’assenza al meeting di Comunicazione e Liberazione che ogni agosto anima Rimini e lo rende centro, oltre che vacanziero, d’incontri e di dibattiti con grandi nomi della politica, dell’economia, del volontariato, il Premir Renzi ha confermato la sua tendenza al mantenimento di un profilo basso, molto apprezzato in questo frangente dal grande pubblico e dal ceto, per così dire, popolare, mancando anche ad un altro appuntamento in cui politica, industria, finanza si incontrano, ossia il Forum Ambrosetti di Cernoobbio che tra dibattiti, propositi e soluzioni, da il LA alla stagione politico-economica autunnale.

Il Presidente Renzi ha preferito visitare l’apertura di una fabbrica di rubinetti nel bresciano assieme al numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi.

L’idea di Renzi è evidentemente quella di voler abbandonare i salotti buoni, le stanze della finanza ed i bunker dei bottoni, dove tutto si decide, o almeno così l’immaginario collettivo ritiene, in gran segreto. Questi ambienti per un certo verso mistici riuniscono coloro che effettivamente hanno per la posizione ricoperta, in alcuni casi non si sa quanto meritata o quanto consegnata per cooptazione quasiché delfini di un destino ineluttabilmente benevolo che in questo paese volta sovente le spalle ad ottimi talenti inghiottiti dal gorgo delle sue inefficienze oppure realizzatisi oltre i confini muniti di biglietto di sola andata,  notevole influenza nel paese. Si tratta di finanzieri, industriali, grandi manager e dirigenti che usualmente la politica, se non asseconda, tiene in considerazione, ma al contempo additati dai cittadini comuni come grandi responsabili assieme alla politica stessa del tracollo di un paese schiacciato dall’incapacità della classe che (sempre facendo le debite distinzioni) dovrebbe essere illuminata per lo sviluppo economico e per la gestione della cosa pubblica. Il Premier identifica come segno di rottura con la politica di relazionatone l’essere assente o al limite contrastare realtà come il meeting di Rimini, il forum di Cernobbio o gli stessi sindacati, tutti ritenuti colpevoli dell’interesse nella conservazione per proteggere rendite di posizione o potentati e burocrazie bloccanti a buon pro del loro stesso interesse, ovviamente nonostante discorsi orientati verso tutt’altra direzione.

Ai cittadini segni come questi possono effettivamente dare l’impressione del un desiderio di slegarsi ed essere indipendenti dal potere “nascosto”, così come la visita alla fabbrica di rubinetti può essere interpretata come interesse per le realtà pratiche, produttive ed in difficoltà del paese. Non v’è dubbio però che prima ancora di simili segnali in una fase ancora drammatica, come confermano tutti i dati economici e dell’occupazione, al cittadino interessino i risultati che hanno scandito i programmi e riempito le slide di Renzi. Quindi si ritorna al pacchetto di riforme istituzionali ed economiche, al sostegno alle classi meno agiate che vada al di là del bonus Irpef che a ben vedere non ha supportato i più poveri, al sostegno alle imprese in enorme difficoltà, alle modifiche sul lavoro, alla reale offerta di possibilità di accesso alla classe dirigente prescindendo da ceto sociale e conoscenze, ed a tutto ciò che può rilanciare investimenti ed aprire le porte a coloro che volessero farne dei nuovi. Il titanico lavoro si inserisce in una complessa partita a livello Europeo, giocata sotto il vessillo del semestre di presidenza così come in difficili, dinamici e fluidi scenari esteri.

In questo momento i risultati ed il raggiungimento di alcuni obiettivi tangibili per i cittadini nel giro di poco tempo sono fondamentali, perché se da un lato il liberarsi da quelli da lui definiti come poteri forti e salotti buoni, leggasi Cernobbio, CL, Sindacati, Mediobanca ecc, ha guadagnato in popolarità, parallelamente questa popolarità non è per sempre e per essere mantenuta necessita di azioni concrete. La decisione di proseguire col blocco della rivalutazione degli stipendi per le forze di polizia già allo stremo e per altre categoria deboli sembra tanto uno di quei tagli lineari che tanto i cittadini detestano e che vanno contro il principio che ormai tutti vorrebbero fosse esaudito di ridistribuzione della ricchezza, indubbiamente uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale renziana. Vi sono poi molti sostenitori e leopoldiani della prima ora che stanno avanzando apertamente critiche al Premier, non così rapido ed incisivo come atteso, ci si riferisce ad alcuni giornali e direttori di media e/o testate ed a manager “amici” come Della Valle. All’interno del PD poi le tensioni si fanno sempre più evidenti e manifeste palesemente. A favore del Premier gioca la lapalissiana circostanza di assenza di avversari concreti e strutturati in grado di contrastarlo, adeguatamente carismatici, con spiccate capacità comunicative e metodi guascon-fiorentini tali da raggiungere la pancia delle masse, benché poco popolari tra le alte sfere.

Il programma renziano da 100 giorni è passato a 1000, in questa sede si era avanzata la necessità di 10 anni di duro, meticoloso, calibrato e perfetto lavoro per risollevare la situazione economico-sociale raggiungendo una crescita relativamente strutturale, il giornalista del Financial Times, Wolf, pronostica almeno 5 anni. Quindi tempi non immediati durante i quali, se meramente di attesa ed aspettativa, non è certa la tenuta sociale.

Se v’è la sensazione di non essere in grado di raggiungere ciò che è stato presentato nel crono programma, anche alla luce della situazione complessa ereditata e delle altissime aspettative che Renzi si è accollato per avere ampio consenso, forse questo momento potrebbe essere l’ultimo per pensare a nuove elezioni in modo da poter essere totalmente legittimato ed avere un proprio governo tale da presentare qualche possibilità di scalfire i poteri delle burocrazie e tecnocrazie bloccanti che, tanto sono potenti, riescono a frapporsi al percorso delle riforme e del cambiamento. Ovviamente è una partita a poker che, con la legge elettorale in essere, richiede un ampio consenso per avere la maggioranza in ambedue le Camere, ma del resto Renzi del “mi ci gioco la faccia” ha fatto un motto, forse quindi è arrivato il momento di un “all-In”.

Link: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14

06/09/2014
Valentino Angeletti
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