Archivi Mensili: ottobre 2014

Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita

Nella giornata dei due eventi formalmente afferenti alla stessa parte politica, il PD ma che di fatto ne sanciscono la divisione tra l’area governativa, moderata ed inclusiva del Premier Renzi, e quella più marcatamente di sinistra rappresentata oggi dalla CGIL e dalla minoranza del PD di Cuperlo e Civati solo per citare due nomi conosciuti, è doveroso fare un passo indietro e tornare agli accadimenti caratterizzanti il Consiglio Europeo appena concluso.

La Leopolda e la manifestazione CGIL di Piazza San Giovanni sono due eventi emblematici la situazione politica italiana, in particolare quella attualmente di Governo, ma in questo frangente conviene non perdere mai di vista l’Europa soprattutto nel periodo di revisione dei budget, delle valutazioni delle leggi di stabilità e di stress test bancari.

Come ormai sappiamo l’UE vaglierà la manovra italiana analizzando e valutando ogni scostamento rispetto ai parametri previsti negli accordi europei e chiederà chiarimenti in merito. La questione subito emersa è stata quella di una correzione sul deficit strutturale di 0.1% rispetto allo 0.5% presente negli accordi con Bruxelles. La differenza di 0.4% varrebbe circa 8 miliardi, cifra non irrisoria considerando la cronica difficoltà italiana nel reperire coperture ed alla luce dei valori di debito/PIL e deficit/PIL da dover ridurre come da ridurre dovrebbe essere la pressione fiscale. La linea del Presidente di Commissione uscente, Barroso, era probabilmente quella di richiedere il completo raggiungimento dello 0.5% ma col trascorrere delle ore pare sempre più probabile un accordo sul valore intermedio dello 0.3% (come peraltro già pronosticato, vedi link a fondo pagina) che vale attorno a 3.2 miliardi somma pressoché totalmente accotonata nel tesoretto già previsto in Legge di Stabilità (che secondo quanto riportato da La Stampa per ottenere la bollinatura della Ragioneria Generale di Stato sarebbe stata stravolta rispetto a quella presentata in Parlamento – Link Articolo).

Nonostante l’ufficialità da Barroso non sia ancora arrivata, attenderà infatti la risposta italiana alla richiesta di chiarimenti europei che giungerà a Bruxelles lunedì 27 e forse perverrà nella successiva valutazione completa da parte della Commissione, la probabile mediazione allo 0.3% in cambio di un dettagliato piano di riforme che l’Italia dovrà presentare entro fine anno, viene sbandierata coma una vittoria di tutti, anzi come una sconfitta dell’austerità. In tutta umiltà e sincerità mi terrei ben lontano da un’affermazione simile che incontra tutto il mio scetticismo. Lungi dal voler essere un gufo, anzi tutt’altro, ma l’approccio che porta alla crescita non può basarsi su concessioni di qualche decimo di punto ed il fatto che l’Europa si sia intestardita a richiedere una correzione, seppur minimale, al valore proposto non lascia presagire nulla di buono proprio adesso che c’è bisogno di un rapido cambio di direzione e quando la flessibilità necessaria ad una poderosa virata non può essere insita in patti stipulati in circostanze e congiunture macroeconomiche neppur lontanamente paragonabili a quelle in corso.

Come detto negli articoli dei giorni addietro la nazionalità Portoghese di Barroso e la sua volontà di rientrare da candidato politico in Portogallo dove non sono stati fatti sconti e la Troika ha operato per il risanamento del bilancio, unitamente alle solite pressioni tedesche affinché ogni numero venga rispettato, hanno contribuito a spingere il Presidente uscente ad mantenere una linea ancora decisamente intransigente.

Un secondo elemento che si contrappone alla volontà di cambiamento nella governance Europea è la richiesta di un conguaglio dovuto al ricalcolo Eurostat del PIL dei vari paesi a partire dal 1995. L’adozione della nuova metodologia costerebbe 2.1 miliardi alla Gran Bretagna, 340 milioni all’Italia mentre 1 miliardo andrebbe in favore della Francia e 779 milioni della Germania. Tecnicamente (ed è l’eccessiva tecnocrazia ancora imperante a preoccupare) il meccanismo non fa una piega, il PIL è stato rivisti, ha incluso anche alcune attività illegali, ha supportato (o penalizzato) i parametri di rapporto deficit/PIL e debito/PIL, ma porta la contropartita di una maggiore (minore) contribuzione, che avviene proprio in rapporto al valore assoluto del prodotto interno lordo, al bilancio europeo. In sostanza se il PIL è stato rivisto al rialzo, come nel caso italiano, dal primo ottobre abbiamo avuto un vantaggio nei rapporti deficit/PIL (quantificabile in 0.2% circa) e debito/PIL, ma al contempo avendo un prodotto interno lordo maggiore l’-Europa ci chiederà anche un contributo maggiore rispetto a quanto già versato, andando tale contribuzione proprio in relazione al valore assoluto del PIL.

Quello bisogna chiedersi è se in questo momento problematico, con gli stress test bancari alle porte, le leggi di stabilità al vaglio, una crisi più lunga e dura del previsto che morde l’UE e la rende fanalino di conda tra tutte le economie avanzate mondiali, fosse davvero il caso di aggrapparsi a questa “tecnicalità” invece di rimandarla (non cancellarla) a periodi meno foschi?

Cameron è ovviamente stato il più indignato ed ha assicurato che non pagherà assolutamente questo debito ripianato dai soldi dei contribuenti britannici. “Una Europa così non è accettabile” avrebbe asserito il premier inglese, e c’è poco da scherzare perché nel 2017 la gran Bretagna andrà alle urne per votare se rimanere o meno in Europa.

Questi elementi non sono di buon auspicio, anzi fanno intendere che il modello economico votato al rigore è ancora lungi dall’essere prevaricato, anzi continua a sussistere nelle vene tedesche ed in alcune vene europee, nonostante le necessità impellenti di intraprendere un cammino di crescita. Cammino che non può essere lanciato dalle correzioni decimali, che attingono peraltro a clausole di salvaguardia già accantonate in via precauzionale ma che sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto, e badare che l’Italia non è il solo paese ad essere in questa condizione, ma deve basarsi sul percorso di riforme richiesto da ogni istituzione, BCE, Commissione ed agenzie di rating, e su un piano di investimenti ove il privato è indispensabile ed in ottica di medio lungo periodo dovrà rappresentare la parte preponderante beneficiando dei risultati delle riforme, ma dove anche il pubblico ha un ruolo non sostituibile od omissibile. Ed il pubblico in questo periodo, nel caso italiano ma non solo, necessita di poderosi tagli di spesa, invero già ipotecati per riduzione del debito e defiscalizzazione, e di risorse da impiegare che nel caso di importanti interventi infrastrutturali potranno essere raccolte solamente sforando quegli stringenti vincoli europei fatti in tempi e condizioni differenti. Continuarenel rigore mascherato dalla locuzione “flessibilità entro i limiti dei patti” non può portare altro che allo sgretolamento europeo in conseguenza alle difficoltà dei singoli paesi che potrebbero tranquillamente sfociare in default e del sentimento anti-europeo che il comportamento vessatorio aizza e che nei casi peggiori si trasforma in xenofobia, nazionalismi, razzismi ed in generale paura del diverso.

La speranza che questi siano solo gli ultimi colpi di coda della Commissione Barroso è obbligatoria così come che la nuova Commissione Juncker esaudisca davvero le promesse pre-elettorali di focalizzarsi al di là del rigore, sulla crescita e sul lavoro impostando subito un piano di investimenti transnazionali da 300 miliardi di €, da solo non sufficiente, ma capace di dare un piccolo contributo iniziale. Coloro che spronano non sono pochi né mancano di autorevolezza, infatti a spingere, inascoltato, da tempo verso una nuova direzione vi è l’FMI con la stessa Lagarde, le agenzie di Rating, Fitch è solo l’ultima, ed ora, un po’ a sorpresa, anche la BCE il cui Governatore Draghi secondo alcune fonti avrebbe rotto i rapporti con il Governatore della BuBa Weidmann fino ad oggi vero dominatore assieme al suo Cancelliere della politica economica e monetaria di Bruxelles e Francoforte. La nuova Commissione dovrebbe insediarsi in via ufficiale il primo novembre, da lì avrà poco tempo per portare i primi risultati concreti, ma di qui a quella data ancora molti colpi di scena potrebbero succedere.

Link:
La piccola gaffe dell’epistola “segreto di Pulcinella” UE ed un umilissimo consiglio: low profile!
Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso
Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino
Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

 

 

25/09/2014
Valentino Angeletti
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La piccola gaffe dell’epistola “segreto di Pulcinella” UE ed un umilissimo consiglio: low profile!

MefLa scena politica europea al momento è dominata, almeno a livello mediatico quasi non ci fossero argomenti  ben più   importanti da affrontare come il Consiglio Europeo in corso che ha appena approvato il pacchetto  clima 2030 ed  affronterà nelle prossime ore i temi economici oppure le rinnovate tensioni tra Ucraina e  Russia, dalla lettera  inviata dalla  Commissione Uscente al MEF. Come si può vedere dal documento allegato il  mittente era Jyrky Katainen, il  destinatario il MEF,  nella persona del Ministro Pier Carlo Padoan, ed il alto è  riportata la dicitura “strictly confidential”.

Lettera Commissione – MEF

Sinceramente tutta questa attenzione sulla pubblicazione pare eccessiva sia per le rimostranze europee, sia per le piccate risposte italiane.

Effettivamente la lettera è un documento ufficiale tra due istituzioni importanti e, vista la classificazione dell’informazione, pubblicarla in modo così repentino (alle 11:33 di questa mattina, 23/10) e senza darne minima informativa con annesse motivazioni di tale scelta, che relativamente alle possibili speculazioni dei mercati avrebbero potuto essere anche condivise, alla controparte è sicuramente una caduta di stile ed una violazione della riservatezza delle informazioni. Verissimo è, come ha fatto notare il Premier Renzi, che il contenuto della lettera era stato anticipato in modo sospettosamente preciso dal FT prima e dalla Stampa in un secondo tempo, ma la gaffe italiana rimane.

Il concetto, peraltro giustissimo, di trasparenza che Renzi ha addotto come motivazione alla pubblicazione della lettera (in aggiunta alla giustificazione più “market oriented” del MEF) si può e si deve applicare, come ha intenzione di fare il Premier, ai dati di stipendi, spese, costi, entrate di un’istituzione pubblica quali Ministeri, regioni, comuni, province, fondazioni ed anche Commissione e corpi istituzionali europei, seguendo la filosofia degli Open Data, ma non si può applicare a carteggi privati che oltretutto hanno esplicito carattere di confidenzialità, a meno di un accettazione da parte di mittente e destinatario. Arrogarsi un simile diritto unilateralmente di certo contravviene al galateo e forse non è neppure legalmente consentito.

Ciò premesso, il contenuto della lettera non è affatto sorprendente o scabroso ed a grandi linee i chiarimenti richiesti erano gli stessi anticipati qui ed in molti altri mezzi di comunicazione. I dati italiani ed il loro scostamento da quelli presenti nel patto europeo di stabilità e crescita dovranno essere motivati alla Commissione che potrebbe valutare la necessità di azioni correttive, non serviva troppa fantasia a pronosticarlo. Molto più interessante e delicata sarà invece la risposta italiana, attesa per domani (24/10), ma che probabilmente sarà ritardata a lunedì 27. Un delle giustificazioni addotte dall’Italia ed avvallata da Bankitalia sarà quella della recessione più lunga e pesante del previsto. Effettivamente tempo addietro era stata avanza l’ipotesi più che ragionevole di non considerare infrazioni gli scostamenti dovuti alla stagnazione o diminuzione del PIL causati dalle congiunture economiche rispetto invece ad aumenti del Debito e del Deficit che non sarebbero stati in linea di massima consentiti. Questa ipotesi pare poi essere caduta nel dimenticatoio preferendo una più rigorosa applicazione della flessibilità entro i patti (i contraddittori ossimori si sprecano).

Il singolar tenzone (e casca a puntino) tra Barroso e Renzi che ha avuto come elemento, o meglio pretesto, scatenante l’epistola, pare nascere da vecchie ruggini e forse dal fatto che il Portoghese Barroso, Presidente di Commissione UE uscente, è stato il Presidente sotto il quale Portogallo è entrato in amministrazione Troika non consentendo eccezioni ai vincoli europei ed imponendo non pochi sacrifici che ancora affliggono i cittadini dello stato iberico nonostante i dati economici in miglioramento. Ora Manuel Barroso vorrebbe applicare lo stesso metro adottato in Portogallo e Grecia (benché evidentemente forieri di insuccesso) anche agli altri paesi, Italia in primis, forse per uno spirito di equità ingiustificato dopo aver riscontrato un errore, ma soprattutto per le sue mire politiche nel paese natio che potrebbero risentire di un comportamento permissivo con altri paesi non avuto con il proprio.

Dal canto suo Renzi ha risposto come di consueto a tono, troppo a tono. A detta del Premier gli scostamenti tra Legge di Stabilità e richieste europee sarebbero irrisori, appena 2 miliardi che Renzi si dice in grado di trovare in poche ore (“se voglio glieli trovo domani mattina” avrebbe detto). Un paio di miliardi in una manovra da 36 e con un bilancio di 800 miliardi son ben poca cosa…

Va precisato che se l’Europa volesse essere pignola i miliardi sarebbero almeno 8 (necessari solo per portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% in Legge di Stabilità allo 0.5% richiesto). Il tesoretto di salvaguardia da 3.2-3.5 miliardi già potenzialmente accantonati ed effettivamente sufficienti a coprire la somma (a dire il vero maggiore di 2 miliardi stimati da Premier) per innalzare lo 0.1% al valore di compromesso probabile di circa 0.3%, deriva quasi in toto da aumenti di tassazione tra cui IVA ed accise, le cosiddette clausole di salvaguardia che sarebbe meglio lasciare nella forma di potenza che non in quella di atto. Viene poi da pensare che se trovare 2 miliardi (senza alzare tasse) è un’operazione così semplice perché allora la manovra non li ha inclusi fin dall’inizio? Sarebbe stata ancora più impressionante: 38 miliardi (mantenendo però il prelievo della Legge di Stabilità attuale). La verità che non sfugge a nessuno è che ogni volta che ci sono da reperire risorse, finanche pochi spiccioli, le coperture sono un dramma, e quasi sempre, almeno parzialmente si ricorre ad un incremento della tassazione. Lo dimostra il fatto che era stata ipotizzato il posticipo del pagamento delle pensioni al 16 del mese che avrebbe consentito un risparmio (per il primo anno ) di appena qualche milione di (ottimisticamente 19 mln) euro e che la decisione di portare il pagamento in unica soluzione delle doppie pensioni Indap-Inps al 10 del mese comporta un risparmio di circa 6-7 milioni. Per le coperture è sempre un inseguimento alla casba, lo è sempre stato anche per cifre al di sotto del miliardo (i vari rifinanziamenti degli ammortizzatori sociali, i molteplici bonus ed agevolazioni, molte altre spese indifferibile, rinnovi contrattuali e via dicendo).

Un umile suggerimento a Renzi, che di certo non ne ha bisogno, è quello di abbassare un po’ il profilo soprattutto in contesti istituzionali così formali come l’UE. Non è la prima volta che si rivolge in modo irriverente nei confronti di importanti e potenti attori della partita economica (i Gufi, i Rosiconi, Draghi dica quello che vuole ma decido io, rivolgendosi alla commissione UE disse che le volta successiva avrebbero lavorato via mail perché non aveva tempo da perdere…). Insomma dovrebbe abbassare un po’ il tiro, essere incisivo e portare avanti le sue ragioni se lo ritiene funzionale al cambiamento verso l’Europa dei cittadini e dei popoli, ma dovrebbe farlo con più diplomazia, un po’ più di “paraculaggine” ed un po’ meno superbia. I tavoli tra cui si muove sorreggono porcellane cinesi preziosissime, da non far cadere, sono tavoli potenti che fanno il bello ed il cattivo tempo anche in casa altrui se vogliono. Ed infatti la legge di Stabilità Italiana sarà vagliata ancora dalla Commissione Barroso. Speriamo che il portoghese non si porti in ufficio i rancori privati.

Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso
Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità
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L’IVA … e la coperta tricolore sempre troppo corta 14/06/13

23/10/2014
Valentino Angeletti
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Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso.

Il Parlamento Europeo di Strasburgo ha dato il suo nullaosta all’insediamento della nuova Commissione Juncker. L’investitura formale c’è quindi stata ed ora rimane da attendere l’ufficialità per il suo insediamento prevista per il primo novembre.

Nel suo discorso davanti all’Europarlamento il Lussemburghese Juncker, presidente entrante, ha voluto sottolineare l’importanza dell’Europa che deve pensare oltre che alla tripla A finanziaria, rimasta saldamente solo alla Germania ed in modo più traballante al Lussemburgo, alla tripla A sociale, riavvicinandosi di più ai cittadini e rianimando lo spirito di appartenenza e l’orgoglio di far parte del progetto Europeo. Europa che inevitabilmente dovrà rivolgere sempre più lo sguardo al Mediterraneo ed all’Africa intervenendo con più risolutezza nelle vicende di politica estera che stanno affliggendo il Medio Oriente, senza ovviamente poter permettersi di tralasciare la Russia.

Juncker ha tenuto a ribadire l’importanza che ricoprono gli investimenti rilanciando così il piano di supporto a crescita ed occupazione da 300 miliardi la cui definizione precisa è stata anticipata da febbraio 2015 a dicembre 2014 ed in cui la componente privata sarà di fondamentale importanza. L’ammontare della somma è ingente, un buon inizio, ma oggettivamente da sola non è sufficiente a ricollocare l’Unione sui binari della competitività rispetto ad un resto del mondo che pare aver imboccato una strada, che seppur non priva di difficoltà, porta comunque a livelli di crescita ben superiori a quelli dell’Eurozona. La destinazione dell’incentivo dovrebbero essere quei settori trainanti, ad alto valore aggiunto ed in cui l’Europa si mostra più deficitaria o in certi casi, con i tedeschi non immuni, obsoleta. Ci si riferisce quindi alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, ai collegamenti digitali a larghissima banda, alle telecomunicazione ed ovviamente al settore energetico che mai come ora mostra evidente bisogno di essere maggiormente integrato ed uniformato tra tutti gli stati membri con un miglior sfruttamento e distribuzione geografica della diversificazione tecnologica che in Europa comunque già esiste.

Fino a qui gli intenti ed i propositi sono encomiabili e rispecchiano a tutti gli effetti le reali esigenze del vecchio continente e riprendono le linee programmatiche pre elettorali. Quando invece si viene al nodo economico le cose si complicano. Una parte del discorso è stata pronunciata in tedesco facendo riferimento al fatto che è la lingua della nazione campione del mondo attualmente non così in forma, quasi a voler ricordare di come la Germania, ultimi dati alla mano, abbia bisogno dell’Europa. In realtà questo piccolissimo affronto poco deve aver scalfito gli animi di Merkel e Schauble, perché subito dopo Juncker ha fatto intendere che per quel che concerne la politica economica non vi saranno grosse rotture con il passato. La disciplina di bilancio, il rigore se vogliamo usare un termine più odioso, va mantenuta e la via intrapresa non deve essere abbandonata, ma rafforzata ed affiancata al processo di riforme che ogni singolo paese ha il dovere di portare a compimento. Nessuna idea di rivedere i patti, neppure alla luce della pesante recessione, e la flessibilità che può essere concessa è solo quella già presente nei trattati. Da queste parole si comprende la sintonia che indiscrezioni dicono essere nata tra il Cancelliere tedesco ed il Commissario entrante, perché si tratta proprio della linea economica Schaeuble-Merkel-Katainen.

Questo discorso in realtà si contrappone in modo abbastanza evidente all’informativa pronunciata da Renzi in Senato durante la quale il Premier italiano ha parlato di una Europa nuova, in rotta col passato e che cambia verso, abbandonando il rigore e l’austerità. Renzi sottolinea inoltre come il piano da 300 miliardi sia un grande risultato del semestre italiano perché fortemente voluto e preteso proprio dall’Italia. Qualche dubbio su questa affermazione nasce in quanto il piano fu proposto da Juncker ancor prima che ottenesse la maggioranza dei voti alle elezioni europee, sembrerebbe dunque (ma il condizionale è doveroso) esclusivamente farina del suo sacco.

Nelle stesse ore dell’approvazione della nuova Commissione UE arrivava,non senza qualche intoppo, anche la bollinatura da parte della Ragioneria di Stato alla legge di Stabilità italiana che può così approdare al Quirinale. A breve inoltre è prevista la consegna della lettera già inviata dalla Commissione al MEF dove si chiederanno alcune precisazione. Sulla lettera della Commissione ha totalmente ragione Renzi nel dire che la richiesta di precisazioni è una  normale prassi. Il vero problema è se le precisazioni saranno accettate e condivise da Bruxelles o se verranno richieste rettifiche più o meno pesanti. In ogni caso una completa bocciatura il 29 ottobre non pare un’ipotesi verosimile.

Tornando invece al concetto di flessibilità entro i patti nuovamente ribadito da Juncker e che sarà comunque il viatico dei prossimi mesi, la Francia non ha di che stare tranquilla visto che il suo rapporto deficit/PIL supera il 4.2%, quindi ben fuori dalla più permissiva applicazione dei trattati, dalla parte di Hollande vi è però un appoggio tedesco che sembra molto un tentativo di supporto al primo mercato per esportazioni (in Francia tutti hanno la Mercedes per intenderci…). Neppure l’Italia può permettersi di non preoccuparsi. Anche se il rapporto deficit/PIL rimarrà, come dovrebbe, sotto il 3% esso è comunque superiore al piano di rientro e la correzione sul deficit di 0.1% presente nella Legge di Stabilità  è ben inferiore allo 0.5% richiesto. Le indiscrezioni vorrebbero la Commissione indirizzata a richiedere uno sforzo sul deficit ed è probabile che verrà trovata una mediazione per un valore di 0.25-0.3% riducendo le coperture necessarie da 8 miliardi (necessari per arrivare allo 0.5%) a 3-3.5 miliardi già accantonati in un apposito tesoretto. Il tesoretto però viene da clausole di salvaguardia che significano aumento dell’IVA, delle accise quindi aumento della tassazione e prosecuzione senza se e senza ma sulla via dell’austerity.

Di certo questo modello non è quello che Renzi, stando all’informativa al Senato, ed i cittadini europei vorrebbero e non pare essere una rottura così netta col passato da consentire l’uscita dalla spirale recessiva esasperata dal vecchio approccio economico.

Se questa Commissione vorrà davvero imprimere e, ricordando che Juncker ha affermato essere l’ultima opportunità, evitare il tracollo, l’approccio da seguire dovrà essere ben differente e dovrà essere messo in pratica fin da subito. IN questo frangente non esistono mezze misure o vie di compromesso, o si agisce immediatamente e bene o si prosegue nel declino.

22/10/2014
Valentino Angeletti
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Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità

Certo che questo è proprio uno strano, buffo paese. Mi verrebbe da sorridere se fossi uno scrutatore esterno senza legami o vincoli e senza essere parte dei buffi meccanismi nostrani. Ciò che porta a questo stato d’animo, in un certo senso quasi atarassico, è l’incapacità che si manifesta, sempre maggiore di giorno in giorno, di saper leggere gli eventi e di avere la visione d’insieme senza perdersi nei dettagli.

Era stato così ad esempio per l’IMU, e lo è per l’Articolo 18 che uno straniero, il quale assistesse per qualche giorno ai dibattiti in tema di lavoro, sarebbe portato ad identificare come il rimedio o la causa di tutti i problemi occupazionali italiani per quanto viene caricato di esclusiva attenzione e per quanto violentemente i suoi sostenitori o detrattori lo trattano, quasi che ignorassero tutto ciò che realmente serve per creare posti di lavoro a cominciare da investimenti, mercato interno propenso a spendere e mercati esterni dinamici.

L’ultimo episodio della saga è relativo al cosiddetto bonus bebè da 80€ (80 poi è diventata una cifra mitologica… bonus IRPEF da 80€, bonus bebè da 80€, 800’000 posti di lavoro in tre anni) annunciato dal Premier durante il programma di Barbara D’Urso sulla rete MEDIASET.
Il bonus partirebbe a gennaio 2015, la platea dei beneficiari sarebbe costituita dalle neo mamme e sarebbe erogato per ogni figlio fino al raggiungimento del terzo anno di età fino al reddito ISEE di 30’000 € ed a partire dal terzo figlio con reddito fino a 90’000 € (anche se durante il programma televisivo il limite di reddito a prescindere dal numero dei figli era stato fissato a 90’000 € lordi).
Le coperture necessarie ammonterebbero a circa 500 milioni di € (ma alcuni avrebbero ipotizzato fino a 1.5 miliardi), non proprio poco in questi tempi di revisione di legge di stabilità e con le solite ristrettezze economiche con le quali far fronte.

Da inesperto ed ingenuo mi viene da pensare che volendo incentivare (giustamente) le nascite e le neo mamme sarebbe meglio investire quelle risorse per interventi più strutturali, come sostegno al welfare materno, miglioramento dell’assistenza sanitaria a loro rivolta (spesso per una ecografia presso il pubblico vi sono mesi di attesa oppure è necessario spostarsi di centinaia di Km con il risultato che alla fine ci si rivolge al privato), sostegno agli asili nido o baby-sitting, ma anche alle scuole primarie, secondarie ed università presso le quali il bebè si istruirà e che sarebbe bene tornassero ad un livello consono per consentire ai nascituri di competere nel mondo, controllo delle aziende affinché non facciano pressioni o ricatti sulla maternità, miglioramento dell’equilibrio lavoro-vita privata che nel nostro paese è ancora borbonico se paragonato a quello degli stati mittel e nord europei dove la famiglia, a dispetto della tradizione cristiana italiana, è molto più importante e valorizzata, quando invece sempre più spesso da noi si è messi di fronte al bivio: o carriera (ma neanche troppo brillante) o famiglia.
Inoltre va considerato che spesso le giovani mamme non hanno occupazione, soprattutto se del sud, e ben poco possono 80€ al mese per tre anni. Le spese dopo il terzo anno di età si moltiplicano, ed il bimbo ha più esigenze e di li a poco inizierà asilo e scuola con le conseguenti esigenze: trasporti, libri, rette, mense ecc. Infine va ricordato che il costo sanitario per l’assistenza alla maternità è a carico del pubblico, quindi ponendo l’improbabile caso di un incremento sconsiderato delle nascite la spesa necessaria sarebbe ben oltre i 500 milioni di €.
Detto ciò è ovvio che coloro che già avrebbero fatto un figlio e percepiranno, se la misura andrà in porto, il bonus è giusto che siano felici, e va sempre sottolineato che 80€ sono indubbiamente meglio che nulla ed un minimo aiuto lo apportano. Indiscutibilmente è giusto migliorare l’assistenza alla maternità e lavorare affinché il tasso di natalità aumenti, a maggior ragione nel nostro paese estremamente “vecchio”, perché in generale maggiori nascite e quindi una età media inferiore, consentono al paese di essere più dinamico, innovativo, flessibile, aperto al cambiamento, alle nuove tecnologie, al rischio d’impresa e permetterebbe di intraprendere un percorso di maggior sostenibilità per il sistema previdenziale e sanitario. Insomma, i benefici di incrementare il numero delle nascite sono innumerevoli ed è giusto sostenerli, ma serve una strategia d’insieme, strutturale e più di lungo termine.

La misura sembrerebbe, ma questa è solo una mia erronea interpretazione, quasi una pedina di scambio, non tanto (o non solo) elettorale, quanto da porre sul piatto dei diritti/unioni civili che hanno già cominciato ad animare le prime forti divergenze e che saranno un tema molto caldo nelle prossime settimane. Una misura in favore della famiglia tradizionale, gradita ai conservatori e magari alla chiesa (il bonus bebè appunto) per un incremento dei diritti e dei riconoscimenti civili per le coppie omosessuali e coppie di fatto, solo per citare due casi, richiesto dai partiti più a sinistra. Do ut des, dicebant.

Converrebbe, asserisco stupidamente, che oltre ad essere attentissimi a capire le dinamiche di questo nuovo potenziale bonus, tesserne gli elogi o le critiche, si prestasse attenzione a vicende più importanti. Ora in primo luogo vi è la legge di stabilità al vaglio presso la Commissione. Barroso, Presidente uscente, secondo dl’ANSA avrebbe richiesto di portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% allo 0.5% (8 miliardi complessivi) come da programma. E’ vero che potrebbe essere trovata la mediazione di 0.25% e che le coperture potrebbero provenire dal tesoretto di circa 3 miliardi messo come riserva di sicurezza, ma proveniente da clausole di salvaguardia mai piacevoli.
Oltre a questa richiesta (come si scrive al link a fondo pagina) altri ritocchi potrebbero essere domandati, ma non è prevista una bocciatura, in parte perché da novembre, se non si presenteranno problemi nelle lunghe procedure europee, dovrebbe insediarsi la nuova Commissione Juncker.
Gli stress test alle porte rischiano di conferire una bocciatura all’istituto MPS, non imprevedibile visto il risarcimento dei Monti bond al 9% che MPS deve allo stato italiano. In caso di giudizio negativo senza dubbio dell’istituto senese (terza banca italiana) sarebbe un problema rilevante da gestire.
I dati ISTAT hanno rilevato che dal 2008 al 2013 i disoccupati under 35 sono aumentati di oltre 2 milioni e fino ad ora non abbiamo mai assistito ad una inversione di tendenza, ovviamente si confida che le parole di Padoan che pronostica 800’000 (stimati per difetto) posti di lavoro in tre anni si verifichino, ance se senza un immediato sblocco economico tale target è di difficile raggiungimento.
Infine ancora non è stato possibile toccare con mano alcun beneficio derivante dal semestre italiano di presidenza UE, scivolato ormai alla conclusione del quarto mese, che seppur non consentisse di dettare legge a Bruxelles, ci darebbe l’opportunità di redigere l’agenda delle priorità su cui discutere e di avere una voce più autorevole nell’indirizzare le azioni.

Passando a livello Europeo (come è possibile leggere al link a fondo pagina) sembra che sia in atto un alleanza tra Berlino e Parigi nella quale la Germania garantirebbe per la Francia assicurando un immediato processo di riforme così da spingere l’Europa, nonostante un rapporto deficit/pil dei transalpini bel oltre il 3%, a non avviare la procedura di infrazione. Questa mossa può essere letta come il tentativo tedesco di arginare i dati negativi di fiducia di consumatori/imprese, export, ordinativi e produzione andando a fortificare uno dei suoi più grandi mercati di sbocco (ovviamente imponendo condizione a lei stessa favorevoli) e sfruttando la difficoltà dell’Italia secondo paese manifatturiero in Europa, forte esportatore e quindi concorrente tedesco.
Il compito della nuova Commissione e lo spirito utilizzato per la valutazione delle manovre finanziarie dovrebbero essere non i criteri aritmetici di Katainen, bensì l’intento di indirizzare fattivamente la crescita in Europa redigendo e mettendo in atto immediatamente quel piano d’investimento transnazionale basato su digitalizzazione, TLC, infrastrutture, trasporti ed energia da o d’investimento transnazionale da 300 miliardi assicurato da Juncker e puntando al contempo a livellare le differenze tra i vari stati membri (si confida nel beneplacito della Merkel).

Gli USA grazie alle riforme, alla determinazione nell’affrontare il problema occupazionale e soprattutto all’operato della FED stanno ripartendo spinti da una nuova industrializzazione e la crescita cinese nel Q3 con un +7.3% ha battuto le stime.

Come si vede, senza toccare le questioni estere, le vere matasse da sbrogliare sono altre.
Altrove le reazioni ci sono e tentano di andare nella giusta direzione pur in presenza del rischio di errore che sempre esiste, mentre l’Europa ed a maggior ragione l’Italia, nonostante l’inefficacia ormai manifesta di quanto fatto dal 2011 ad oggi, sembrano sempre bloccate, lente ed incapaci di reagire avendo una chiara visione e strategia d’insieme.

Link:

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/13

20/10/2014
Valentino Angeletti
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Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

La prevista pioggia di liquidità dovrebbe spingerci ad andare in giro ben muniti di ombrello. Lunedì 20 ottobre infatti si avvia la seconda, dopo il T-LTRO, delle misure non convenzionali decise dalla BCE per riportare l’inflazione attorno al 2% e vincolare denaro fresco verso le imprese e l’economia reale. Questa fase consiste nell’acquisto da parte dell’Istituto di Francoforte di covered bond emessi dalle banche. Questi titoli sono garantiti con rating almeno di Bbb- e potrebbero ammontare complessivamente a 1000 miliardi probabilmente spalmati in tre anni con obbligo per le banche di vincolare la liquidità ottenuta direttamente alle imprese.
Il provvedimento come detto segue la prima trance di T-LTRO e precede l’acquisto di ABS ed a differenza delle misure non convenzionali utilizzate precedentemente, quelle di questi giorni vincolerebbero appunto i beneficiari, quindi gli istituti di credito, a finanziare aziende ed economia reale (ad esclusione di prestiti immobiliari per evitare bolle).
Fino ad ora la politica monetaria di iniezione di liquidità non aveva mai imposto agli istituti di prestare ad imprese e famiglie e tale lacuna è stata determinante nel limitarne gli effetti.
Ancora prima però, e si è sostenuto più volte, i ritardi di intervento della BCE e la poca determinazione ad agire con politiche espansive differenziandosi dall’esempio della FED e senza seguire i consigli provenienti da più parti, a cominciare dal Fondo Monetario della Lagarde, hanno contribuito all’aggravarsi della crisi iniziata con il caso greco che se trattato diversamente e con miglior puntualità forse avrebbe avuto un minore impatto e non sarebbe stato il “la” alla recessione più grave dal 1929.
I ritardi fino ad ora attribuiti all’approccio eccessivamente conservativo della BCE sembrano adesso poter essere fatti risalire, in modo non così sorprendente, anche ad un altro attore. Sarebbe emerso da alcuni carteggi che già per risolvere il caso della Grecia molti Governi, tra cui il Governo Monti, sarebbero stati favorevoli all’utilizzo immediato di strumenti non convenzionali da parte della BCE, dal canto suo già pronta ad intervenire, tra cui anche l’acquisto diretto di titoli di stato .
Questa possibilità, che forse avrebbe permesso di scrivere una storia differente, sarebbe stata avversata dalla Germania, ed in particolare dal Governatore della BuBa Weidmann e dal Ministro delle finanze Schaeuble ai quali BCE e Commissione si sono rimessi assecondando così il commissariamento, l’intervento della Troika e la conseguente linea dell’austerità che ha messo in ginocchio la Grecia ad oggi nuovamente a rischio per via delle tensioni sui suoi titoli di stato con interessi balzati oltre il 7% (con punte fino a 9%).
L’ingerenza della Germania, potente azionista europeo e della banca centrale, se vera, avrebbe tenuto in scacco Draghi e la BCE dall’attuare misure più immediate e risolute consentendo solo la rincorsa agli eventi che stavano precipitando invece che agendo con azioni preventive e arrivando così al livello di inflazione (già deflazione in alcune zone) ad oggi presente.

Nonostante questa lezione, e ciò è preoccupante, pare che anche ora l’approccio tedesco non sia mutato. Weidmann e Schaeuble non hanno lesinato critiche al T-LTRO, all’acquisto di covered bond e soprattutto a quello degli ABS ritenendo che così facendo il rischio si trasferisse iin modo eccessivo sulla BCE. Ovviamente al momento non v’è nessuna apertura né a QE che acquistassero direttamente titoli di stato sovrani ed ovviamente neppure ad una condivisione del debito a mezzo di Euro-Bond. Nel frattempo la Germania, consapevole della sua forza e dei problemi patrimoniali di alcune sue banche territoriali, ha spinto affinché si rallentasse il processo di unificazione bancaria che avrebbe dovuto consentire di rendere più sostenibile il sistema finanziario europeo ed affinché si rendessero più laschi i criteri di valutazione del loro stato patrimoniale (criteri di Basilea).
Anche adesso, sempre a dispetto di quanto propagandato trasversalmente in tutta UE nel periodo pre-elezioni europee quando l’austerità ed il rigore (durante periodi recessivi) sembravano ormai sul punto di rimanere solo un ricordo in favore di un piano di investimenti (300 mld €) e nonostante dati di produzione, ordinativi e fiducia di consumatori ed imprese in netto calo, la Germania non si risparmia nel professare che la prima preoccupazione dovrebbe essere il rigore dei conti ed il rigido rispetto dei vincoli europei e ciò soprattutto per quel che concerne le “leggi finanziarie” che gli stati membri si apprestano ad inviare al vaglio della Commissione.

Il comportamento tedesco, che ha confermato ogni impegno preso con Bruxelles incluso l’azzeramento del deficit ed ha impostato una finanziaria su investimenti in ricerca-sviluppo ed istruzione, sembra ignorare il semplice ragionamento per il quale se il mercato principale di sbocco, rappresentato da quasi tutto il resto dell’Europa, va in crisi pesante e si blocca, la naturale conseguenza è che anche il mercato “esportatore”, con un fisiologico ritardo più o meno cospicuo, ne andrà a risentire.
Analogo rigore pare che vorrà applicare Katainen, attuale Commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari, nel valutare le leggi di stabilità avendo dichiarato che utilizzerà l’aritmetica per l’analisi di ogni numero.
La legge di stabilità italiana difficilmente sarà bocciata, ma sicuramente saranno chieste precisazioni e cifre ben comprensibili, in particolare sulla spending review incluso il perché della dipartita di Cottarelli e con lui del suo report, sui tagli che le regioni/enti locali dovranno effettuare, sullo stato delle privatizzazioni, sul taglio del cuneo fiscale e probabilmente anche sul progresso delle riforme istituzionali. Oltre a ciò sarà messo sotto esame il debito in aumento, il livello di crescita (ottimistico per il momento in essere) considerato per le stime previsionali del DEF ed il rapporto deficit/pil al 3% che non verrà sforato, ma che è pur sempre superiore rispetto a quanto la tabella di marcia UE per il rientro del deficit prevede, così come ritardato di un anno è stato il pareggio strutturale di bilancio. Non è previsto comunque un respingimento, ma la richiesta di un qualche aggiustamento è probabile e vista la difficoltà nel reperire risorse se non con clausole di salvaguardia ben note ed odiose questa circostanza potrebbe essere preoccupante.

Oltre a ciò non si attendono grandi novità anche se alcune indiscrezioni danno un Katainen, che dovrebbe essere futuro VP della Commissione Juncker, ammorbidito verso le posizioni più riformiste e permissive professate dallo stesso Juncker, e soprattutto un “patto segreto” che vedrebbe la Germania soccorrere la Francia garantendo la sua legge finanziaria (con rapporto deficit/pil al 4.2%) affinché non venga rigettata da Bruxelles e soprattutto venga evitata la procedura di infrazione. Evidentemente se ciò fosse vero Berlino si sta rendendo conto che alla fin fine anche gli stati vicini, e suoi mercati naturali di esportazione, hanno una discreta importanza sull’economia tedesca. Un asse Franco-Tedesca però potrebbe essere controproducente per l’Italia che troverebbe maggiori difficoltà a fare squadra proprio con il paese transalpino che a quel punto dovrebbe sottostare alle condizioni dettate dei tedeschi, precludendo così un incremento dei margini di flessibilità per il nostro paese. Benché intriganti comunque allo stato attuale questi sono puri esercizi di analisi senza verificate fondamenta.

In questo frangente in cui la crisi e la recessione non sembrano aver mollato la presa ed in cui l’inflazione è bassa ed alta la forza dell’Euro (anche se ridimensionata) l’unica possibilità, che deve accompagnare le riforme che i singoli governi hanno l’obbligo di mettere rapidamente e proficuamente in atto per attrarre investimenti, supportare famiglie ed imprese ed agevolare l’occupazione (in Italia oltre 2 milioni di posti di lavoro persi in 6 anni solo tra gli under 35, dato ISTAT), è una governance europea realmente rivolta alla crescita ed una politica monetaria più espansiva che a questo punto sono assolutamente dipendenti dal cambio d’impostazione del Governo di Berlino e della BuBa.
Del resto Germania e BuBa, se vera è l’indiscrezione del loro veto rispetto ad un subitaneo ed espansivo intervento della BCE nel 2011 indirizzando invece verso il commissariamento di Atene il conseguente intervento della Troika ed un protratto regime di austerità, avrebbero da farsi perdonare forse gran parte dell’aggravarsi della crisi con tutte le ripercussioni economiche, sociali e di sentimento Anti-UE alle quali stiamo assistendo.

19/10/2014
Valentino Angeletti
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Gestione del cambiamento e delle crisi …. capacità su cui lavorare in Europa e non solo

Nessuno può mettere più in dubbio che l’epoca che stiamo attraversando sia un epoca di cambiamento, del resto tutto scorre, “panta rei” dicevano i greci, e l’evoluzione del mondo nel suo succedersi di ere e specie viventi ne è una dimostrazione. Quello in atto però, come molti altri, è una discontinuità netta, non graduale né dolce, ma sembra essere piuttosto irruenta. Mai come adesso il termine cambiamento si può associare alla sua radice etimologica di crisi, termine che sta caratterizzando il presente.

Le crisi per come le intendiamo nella nostra modernità, vale a dire periodi di estrema difficoltà, ci pongono di fronte alla necessità di saper gestire simili eventi così da portare avanti la nostra sopravvivenza. Il paragone è volutamente estremizzato, ma a pensarci bene neppure troppo.

Fino ad oggi la nostra società, forse differenziandosi da quelle del passato che erano avvezze ad adattarsi in modo più rapido a mutate condizioni, pare dimostrare di giorno in giorno di non aver la ben che minima capacità di affrontare crisi di un certo rilievo.

La capacità di fronteggiare e gestire le crisi, crisis management, dovrebbe essere caratterizzata almeno da quattro elementi:

  1. Capacità di prevederle, almeno in parte.
  2. Gestirne l’evoluzione.
  3. Reazione ed adattamento prendendo le opportune contromisure.
  4. Mitigazione ad apprendimento.

Recentemente la nostra modernissima ed altamente tecnologica cultura ha dimostrato di avere pesanti, incolmabili, lacune in ognuno dei quattro punti presentati. Le cause di questa deficienza risiedono sicuramente nella complessità delle recenti crisi che si inseriscono in un contesto sempre più globalizzato ed interconnesso in cui segregare gli effetti di eventi avversi diventa sostanzialmente impossibile e l’innesco dell’effetto domino risulta essere se non immediato sicuramente molto rapido, ma risiedono anche nell’assenza di una strategia comune di intervento mirata a perseguire obiettivi condivisi e che sia definita in modo olistico in ogni suo aspetto, nell’anteposizione di interessi particolari e nazionali  ed alla tendenza al mantenimento dello status quo, di privilegi acquisiti, del potere accumulato da parte di certi gruppi di influenza che pure a livello globale ancora esistono potenti. Non si parla di cospiratori o poteri oscuri dominatori dell’intero pianeta, ma semplicemente di gruppi di persone che principalmente per la posizione che ricoprono e per la loro capacità di fare sinergia proteggendo vicendevolmente i propri interessi comuni (cosa che i singoli stati non sono capaci di fare efficacemente in modo da indirizzare un benessere più diffuso) riescono ad avere notevoli influenze su aspetti che poi si ripercuotono su un numero molto elevato di persone ed hanno impatti importanti su interi sistemi.

Una dimostrazione di incapacità nella gestione di crisi e cambiamenti, limitandoci per un attimo al perimetro italiano, è rappresentata dagli ultimi episodi alluvionali di Genova che si sono verificati. Nonostante i recenti precedenti (a 3 anni da un evento identico ed avvenimenti simili accadono con cadenza annuale) non è stato possibile prevedere e quindi diffondere tempestivamente ed in modo ottimale l’allarme né avere danni limitati testimoniando che anche la gestione durante l’evento è stata approssimativa, in certi casi tardiva e troppo dipendente dall’iniziativa di singoli gruppi di persone più o meno organizzate. Il fatto che poi vi fosse un precedente dimostra l’incapacità nelle azioni di mitigazione nonostante i fondi stanziati per interventi di abbattimento del rischio e nell’apprendimento della lezioni impartita da madre natura. Inoltre a distanza di pochi giorni dalla vicenda di Genova eventi analoghi e problemi di gestione simili si sono verificati anche in Toscana (ricalcando un evento già accaduto nelle medesime zone solo due anni fa), a Trieste ed in Emilia Romagna. Salendo di livello, il verificarsi con sempre maggior frequenza di eventi atmosferici estremi, che per il numero di volte che si ripetono non possono più essere definiti straordinari, è strettamente collegabile al cambiamento climatico in atto. Il “Climate Change” è da tutti i consessi scientifici, a cominciare dall’IPCC, indicato come un rischio globale da fronteggiare e tale tesi è accettata da tutti i governi che periodicamente indicono riunioni e conferenze senza però che vi sia una roadmap tangibile e pratica per far fonte al problema riconosciuto come grave. Nel mentre le condizioni del pianeta tendono a peggiorare, i ghiacciai a sciogliersi, le acqua ad innalzarsi, la desertificazione avanza verso il continente europeo e l’incontro tra correnti d’aria calda africana con quella fredda nordica conferisce alle precipitazioni un’energia molto superiore rispetto al passato, tale da scatenare gli episodi a cui periodicamente assistiamo, inclusi tornado ed uragani. Pur avendo previsto tutto ciò ed avendone le basi scientifiche non siamo ancora capaci di gestire gli eventi né siamo in grado di adattarci e mitigarne il rischio.

Analogo ragionamento può essere fatto per il virus Ebola. Un problema grave che rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale come ha confermato l’ONU. La vicenda dell’infermiera statunitense contagiata è emblematica. Questa persona, entrata in contatto con malato proveniente dall’Africa pur seguendo ufficialmente le procedure è caduta vittima del contagio. Recatasi poi all’ospedale di Dallas è stata dimessa e si è imbarcata su un volo di linea assieme ad altre 300 persone. Qui è evidente la presenza di errori umani. La gestione delle procedure e degli eventi in un caso molto grave e noto non sono state sufficienti e c’è da scommettere che non lo sarebbero neppure altrove. Fin tanto che non verrà scoperto un vaccino minimamente efficace, e c’è da augurarsi che le case farmaceutiche al di là dell’interesse economico ci stiano lavorando, solo le procedure e la capacità di gestione possono contenere la minaccia, quindi devono essere seguite pedissequamente.

Anche sulla gestione dei flussi migratori l’Europa, e per la sua posizione l’Italia è la prima a risentirne, è stata, principalmente perché, dietro la spinta di specifici interessi, non interessata a contribuire economicamente ad un problema che pare di dominio altrui, incapace di lavorare in modo efficace e coordinato per fronteggiare l’emergenza, né ha imparato dal passato essendo le migrazioni un annoso problema.

Che dire poi delle crisi geo-Politiche ancora insolute, e lontane dall’esserlo, con le loro ripercussioni economiche ed umanitarie che sono tutt’ora in atto in Russia-Ucraina ed in medio Oriente?  Al di là di riunioni e vertici l’Unione Europea ha sostanzialmente raggiunto risultati nulli e, quasi in contemporanea con gli incontri tra vertici di stato, gli scontri continuano violenti senza che si capisca quale strategia di intervento sia stata elaborata.

Infine veniamo all’aspetto più veniale delle crisi economiche. Siano esse finanziarie o sistemiche si ripetono quasi periodicamente segno di un sistema che non riesce a reggersi in modo equilibrato e che prima o poi deve scaricare i propri oscillatori. Nell’ultima crisi del 2011, seguente a quella del 2007 dei Mutui Subrime dalla quale pare non si sia appreso nulla, è mancata la capacità di previsione nonostante alcuni segnali già vi fossero e qualche allarme fosse stato lanciato, è mancata la capacità di gestione perché le misure messe in campo come ad esempio il salvataggio di svariate banche, la politica adottata con la Grecia e l’approccio monetario non sono servite ad evitare la spirale recessiva e l’avvitarsi degli eventi; è mancata la capacità di adattamento perché nonostante i risultati evidentemente negativi non è mai mutato l’approccio con cui si è continuato ad affrontarla contribuendo al suo aggravamento (vedi i casi di Cipro, la prosecuzione dell’austerità inflessibile, e l’attuale ricaduta greca). Adattando quanto detto ad un evento recente, l’intenzione di Katainen, Commissario UE ad interim agli affari economici e monetari, di utilizzare un metodo strettamente aritmetico per l’analisi delle leggi di bilancio proposte dagli stati membri è esattamente il migliore emblema dell’incapacità e della non volontà di adattarsi agli scenari mutevoli.

La parola d’ordine del presente e del futuro è resilienza, dobbiamo constatare che non siamo in grado di indirizzare l’ordine degli eventi, ma dobbiamo essere bravi ad evolvere in modo da adattarci nel migliore e più proficuo dei modi, se necessario anche cambiando radicalmente le nostre convinzioni ed i nostri modelli fino ad oggi ritenuti, a torto o a ragione, vincenti.

Di sicuro la capacità di gestire il rapido cambiamento e le crisi in senso lato non è una delle qualità più acute dell’Europa e della nostra società, ma di per certo conviene a tutti che si inizi subito a far fronte a questa mancanza.

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Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
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15/10/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

Entro poche ore il Governo guidato da Matteo Renzi ed il MEF del Ministro Padoan dovranno porre il sigillo alla legge di stabilità per sottoporla al vaglio dell’Unione Europea. In questi ultimi frangenti il Premier era all’assemblea di Confindustria a Bergamo dove ha anticipato a grandi linee l’entità della manovra: 30 miliardi di cui 18 di taglio di tasse ed una spending review di ben 16 miliardi (“alla faccia di Cottarelli” avrebbe testualmente detto il Premier che in tono ironico forse ha voluto sottolineare la distanza tra lui e l’ex Commissario).

I dubbi sulla manovra rimangono. Ad esempio Fubini su La Repubblica fa notare che vi sarebbero 11 miliardi derivanti da aumento del deficit pubblico, che i tagli di spesa sono estremamente complessi da portare a termine a causa dei veti imposti ad ogni misura restrittiva dai soggetti interessati e che le entrate straordinarie, circa 5.5 miliardi, nella realtà dei fatti sono difficilmente quantificabili perché proverrebbero da misure quali aumento della tassazione sul gioco d’azzardo (le aziende del gioco si stanno già muovendo contro questa eventualità) oppure entrate derivanti dalla lotta all’evasione che difficilmente possono essere stimate con precisione ex ante.

Alla platea di Confindustria Renzi ha fatto notare che 18 non è l’articolo, ma sono i tagli di tasse, in particolare si avranno sgravi dell’Irap per 6.5 miliardi e la totale sgravio per i primi tre anni tramite un contributo ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella bozza illustrata sembra che si voglia accontentare un po’ tutti: l’UE con la spending review, sempre l’ UE assieme a Confindustra ed ai lavoratori (ipotizzando che parte dello sgravio vada in busta paga) con il taglio del cuneo fiscale (al momento per i primi tre anni di lavoro), di nuovo Confindustria con la misura sull’Articolo 18, la Germania e l’UE per il rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit PIL, i contribuenti in generale col taglio ipotetico di 18 miliardi alle tasse.

La misura più interessante e abbastanza chiara quantomeno nel contenuto è quella relativa all’azzeramento della contribuzione per i primi tre anni nel caso di assunzione di un giovane a tempo indeterminato. L’abolizione dell’articolo 18, che avrà ancora da essere visti i venti di guerra con la CGIL di Susanna Camusso che ha ipotizzato anche uno sciopero generale e con le fronde interne al PD, e lo sgravio per i neo assunti, nell’idea del Premier dovrebbero sollevare i datori (quelli in condizioni di farlo) da ogni alibi nell’assumere giovani. Evidentemente il provvedimento vuole andare nella direzione di ridurre la disoccupazione, obiettivo verso il quale vi è totale accordo tra BCE, UE e Stati Membri.

Il problema del lavoro, estremamente complesso, come sì è detto più volte, non si risolve con una singola misura, ma con un pacchetto “olistico” rivolto seriamente e concretamente alla crescita (LINK). Quello che Renzi ha proposto va più che bene come elemento facilitante, ma deve necessariamente essere inserito in un contesto dove sia possibile e profittevole la creazione di business e l’insediamento di attività produttive, dove insomma si facciano investimenti privati e pubblici.

Se sul lato del pubblico vi sono i vincoli europei da rispettare che impediscono ogni spesa seppur produttiva e seppur con ritorno nel medio periodo e vi è una incapacità quasi delittuosa nell’usare quei soldi disponibili (ed il caso dell’alluvione di genova ne è solo l’ultima dimostrazione LINK); sul lato del privato le cose non vanno meglio. L’Italia in questi hanno non è stata in grado di attirare un sufficiente numero di investimenti e tanti sono fuggiti assieme ad aziende costrette alla chiusura; le motivazioni sono quelle ben note e contro le quali dovrebbe lottare l’Esecutivo Renzi (ma in realtà ogni Governo): burocrazia (e Genova nuovamente ne è l’ultimo tragico emblema), incertezza normativa, fisco, giustizia e via andare nell’impietoso elenco. La misura del Premier, eccellente se verrà confermata, rischia di non avere gli effetti desiderati senza tutti quegli elementi al contorno dai quali non si può prescindere e che dovrebbero portare all’aumento del potere d’acquisto, all’aumento della domanda e di conseguenza della produzione con annessa richiesta di manodopera da parte delle aziende. Su tale direttrici ci si può muovere o tramite diminuzione drastica delle tasse in modo da aumentare i consumi, ma è estremamente complesso agire su tutti i potenziali consumatori evitando che maggiori consumi per alcuni vengano compensati da riduzione degli acquisti per altri (come è accaduto fino ad ora col bonus degli 80€; e neppure il TFR potrebbe essere risolutivo, visto che il Corriere da un sondaggio rileva che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli ad impedirlo e dal privato, se esistono possibilità di fare affari e ciò è possibile solo abbattendo le barriere esistenti. In ambedue i casi, considerando lo scenario di bassa inflazione persistente, con il supporto di una lungimirante politica monetaria della BCE. Pertanto è evidente come la decontribuzione per tre anni dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato (che nel caso di abolizione dell’Art. 18 sarebbe  una forma contrattuale comunque più debole di quella attuale e per tanto si potrebbe supporre che debba essere meglio remunerata almeno nella fase di minori tutele) sia un aiuto, ma da sola rischi di non essere sufficientemente “shockante”.

Non va poi dimenticato il contesto vigile dell’Europa che, relativamente alla legge di stabilità, vorrà verificare le coperture per ogni taglio di spesa e di tasse, così come vorrà comprendere precisamente e non solo a sommi capi, come spesso l’italianità porta a fare, la destinazione di ogni taglio di spesa della spending review che ricordiamo deve essere destinata alla riduzione del debito ed al taglio delle tasse.

Le dichiarazioni del rispetto del 3% sono sicuramente un elemento in favore dell’impegno italiano, ma esso potrebbe non bastare perché secondo la tabella di rientro sul rapporto deficit/PIL a fine 2014 avremmo dovuto attestarci al 2.6% (già il nuovo calcolo del PIL introdotto da Eurostat ci è venuto in soccorso per uno 0.2%) e perché abbiamo già rimandato al 2017 il pareggio strutturale di bilancio. Di buon auspicio vi è il silenzio della coppia Dijsselbloem-Katainen, presidente dell’Eurogruppo il primo e commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari il secondo, rispetto agli intenti italiani, mentre è stata da loro sottolineata la condizione di difficoltà della Francia che con un rapporto deficit/PIL attorno al 4.3% andrà in procedura di infrazione.

A ribadire il fatto che l’Europa potrebbe richiedere una modifica alla legge di stabilità vi è anche Bankitalia sostenendo che molte delle misure sono difficilmente quantificabili a priori e che gli scenari futuri per i prossimi anni, ed in particolare per il 2015, presentano notevoli rischi al ribasso di tutti i parametri vuoi per le congiunture macroeconomiche assolutamente ancora non sanate, vuoi per le tensioni geopolitiche tutt’ora in corso. Le opzioni italiane qualora la UE richiedesse modifiche ed aggiustamenti potrebbero essere obbedire oppure mantenere quanto presentato ed eventualmente rischiare di incorrere nella procedura di infrazione, ma solo nella primavera 2015, guadagnando così alcuni mesi.

Complica ulteriormente la situazione una Germania ancora egemone la quale, nonostante gli ultimi dati non buoni relativi ad export, ordinativi e produzione industriale, vanta un surplus vicino al limite europeo del 6% (attorno ai 14 miliardi in valore assoluto) e che per bocca del Governatore della BUBA continua a ribadire come il rispetto del 3% sia fondamentale per la credibilità degli stati e quindi per la sostenibilità del loro debito sovrano che fu alla base della crisi finanziaria nel 2011.  Il Governatore avrebbe addirittura definito Francia ed Italia “Bambini Problematici”, prima di esternare le sue perplessità anche sul programma di acquisto di ABS della BCE (LINK). Tale atteggiamento e la circostanza di essere il maggior azionista di BCE e UE hanno fatto si che la Germania tenesse fino ad ora in scacco sia le politiche europee che quelle della BCE che pur nell’indipendenza statutaria dei loro mandati non possono non aver risentito dell’influenza tedesca. Come sostenuto dal politico tedesco Fischer, la Germania sta condannando i paesi del Sud e l’Europa tutta se non si convincerà a sostenere una maggior integrazione finanziaria ed un progetto simile agli Eurobond di condivisione dei rischi (cui abbiamo già parlato più volte). Del resto i dati deboli menzionati sopra mettono in luce il fatto che alla lunga della povertà dell’UE (maggior mercato per i prodotti tedeschi) non può non risentirne anche la Germania stessa.

Attendendo la conclusione della legge di stabilità italiana, la relativa reazione europea e sperando che Bruxelles e Berlino recepiscano la necessità di un cambio di approccio economico, il nostro paese ha la possibilità di sfruttare l’incontro Asem (Asia Europa Meeting), ed in particolare i bilaterali a margine, per raccogliere investimenti dall’estremo oriente, sempre molto attento ed interessato a i nostri settori Hih-Tech, TLC, Energia-Oil&Gas, Agricoltura, Lusso, Manifattura ad alto valore aggiunto poiché oltre alla qualità rappresentiamo un naturale punto d’ingresso al mercato europeo (ancora il più grande del mondo). L’atteggiamento italiano non dovrà essere assolutamente quello del mendicante, pur nella consapevolezza della necessità di reperire capitali e partner forti e globali, e dovrà perseguire risultati concreti senza eccessiva cessione di sovranità ed andando ben oltre la miriade di accordi e parternariati che la Cina in testa a tutti è solita stipulare con più di mezzo mondo. Dovrà quindi essere in grado di esporre un “prodotto” valido su cui investire e dovrà saper indirizzare l’investitore verso strategie di lungo termine, non toccate e fughe (che pure non sono nello stile cinese) pur senza cedere totalmente il timone di settori particolarmente delicati.

13/10/2014
Valentino Angeletti
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Alluvione di Genova: tre banali considerazioni al di là della ricerca di colpevoli e capri espiatori

A Genova purtroppo siamo (di nuovo) nei giorni degli interventi di urgenza e della conta dei danni, con previsioni meteo che non danno tregua per altre 24-36 ore ed allerta al massimo livello (2). Le immagini ormai di “eroica normalità” che raffigurano schiere di volontari, cittadini forze dell’ordine, pompieri, protezione civile sono quelle di 3 anni fa: 2011, esondazione del torrente Fereggiano.
Di ammirazione nei confronti della popolazione attiva e di tutti coloro che si impegnano senza sosta per far in modo che tutto possa tornare ad una parvenza di normalità si è scritto in abbondanza così come dell’ammontare degli ingenti danni che arriverebbero ad oltre 200 milioni di Euro. Allo stesso modo si rimbalzano le accuse di colpevolezza e negligenza tra protezione civile, ARPA, politica, previsioni meteo e via dicendo, alla fastidiosa ricerca del capro espiatorio che per ogni voce è sempre annidato altrove.
Oltre a questi aspetti i quali hanno già ampiamente e talvolta inutilmente saturato i mezzi di comunicazione che avrebbero potuto essere utilizzati per scopi più utili, vi sono altri elementi da mettere in luce.

Il primo riguarda il concetto di evento eccezionale. Nella mia concezione delle cose un evento è eccezionale quando realmente al di là di ogni comune immaginazione e mai verificatosi prima. Esso rappresenterebbe appunto un’eccezione difficilmente prevedibile. L’evento al quale abbiamo assistito per quanto estremo possa essere stato non può definirsi eccezionale. Da qualche anno a questa parte siamo abituati al susseguirsi di eventi di portata paragonabile, tanto che appena tre anni fa si era verificata una medesima circostanza nella stessa zona Ligure ed in ogni stagione siamo abituati a vedere episodi nominati erroneamente “bombe d’acqua” che hanno sempre avuto gravi conseguenze. Si sono viste in Veneto, a Milano, in Emilia-Romagna, in Toscana ed anche nel sud Italia. Probabilmente ciò è parte di quel processo di cambiamento climatico e riscaldamento globale molto complesso e discusso che sta modificando il clima della zona temperata europea. In ogni caso, vista la loro frequenza, simili avvenimenti meteo non sono più da considerarsi eccezioni bensì eventi gravi che potenzialmente possono colpire tutto il territorio italiano un certo numero di volte durante l’anno. Pertanto si deve pensare seriamente a doverli affrontare sempre più spesso studiando e verificando piani precisi di azioni preventive come manutenzione di territori ed edifici, ed informazione delle popolazioni, squadre speciali addestrate ad hoc, nuovi modelli di previsioni e nuovi standard per la diramazione degli allarmi meteo congiunte ad interventi reattivi, ad esempio piani di evacuazione, prove di messe in sicurezza, comunicazione e gestione dei messaggi durante e post crisi.

Il secondo è legato allo stato manutentivo dei nostri territori. La Liguria, che ben rappresenta in piccolo lo stato di tutto il territorio Italiano, è per 98% del suo territorio oggetto di rischio idrogeologico grave. La zona è difficile e vi sono montagne a picco sul mare dove le acque scorrono impetuose. È pensabile che fino a qualche decennio fa, il clima più mite non avesse portato in modo lapalissiano alla luce, se non in qualche rara occasione, la pericolosità di una simile congiuntura di circostanze ulteriormente aggravata dall’abusivismo tipico del nostro paese e quasi tollerato ed incentivato considerati i condoni edilizi periodici che sono stati concessi (della pericolosità dell’assetto idrogeologico però ne sono sempre stati ben consci i cittadini e quindi con tutta probabilità le istituzioni locali). Genova stessa è una città arroccata, ammassata di edifici, costruita in modo scellerato sulla confluenza di tre fiumi. I greti dei torrenti, così come i boschi, le montagne ed i bacini non sono adeguatamente mantenuti e ripuliti, pertanto non hanno assolutamente modo di sopportare eventi così violenti e precipitazioni sittanto rapide e copiose. Ovviamente in questo vi è la colpevolezza umana, dalla politica alla burocrazia, dai comuni alle regioni fino allo stato centrale che non hanno mai fatto in modo di portare a termine piani di riqualificazione idrogeologica e di pianificare tempestivamente un budget di spesa.

Il terzo punto che si ricollega strettamente al secondo, riguarda la gestione dei fondi. Se tre anni fa, all’epoca della prima disastrosa alluvione, si poteva dare la colpa ai 5 o 6 lustri di mala politica del passato (talvolta entità eterea e “rifugium peccatorum” per il presente) ed all’eccezionalità dell’accaduto, ora non è possibile. Non è possibile perché l’evento aveva un recentissimo precedente proprio nel 2011, perché fondi per il riassetto idrogeologico erano già stati stanziati (si parla di decine e decine di milioni di euro) ma bloccati nella burocrazia di ricorsi e contro ricorsi sull’assegnazione delle gare di appalto e quindi fermi in qualche ufficio o tribunale. In questo frangente altri eventi critici erano avvenuti, culminando lo scorso anno con lo smottamento nelle Cinque Terre di una montagna a picco sul mare a seguito di un’alluvione che fece quasi precipitare un convoglio ferroviario della linea soprastante con annesso crollo di una terrazza a picco sul mare e di probabile natura abusiva. Incredibile che in questi tre anni non si sia riusciti a spendere efficacemente i fondi stanziati. Ovviamente non avrebbero evitato il disastro di questi giorni, ma fortificando il territorio, avrebbero diminuito i danni. Ovviamente rispetto a tre anni fa non essendo stato fatto alcunché, il territorio si è presentato a questa alluvione più debole e fragile, subendo quindi addirittura più danni del 2011.

Sconfortante è sentire il Capo della Protezione Civile Gabrielli, sconsolato, dichiarare che in Italia riguardo al rischio idrogeologico “si sta combattendo una guerra con solo una cassetta di aspirine e che se non fosse stato per i privati e per la procedura di urgenza la nave Costa Concordia starebbe ancora bel bella adagiata sulle coste del Giglio” (nel mentre ricordiamo i successi mediatici del Capitan Schettino).
Esempi simili se ne potrebbero fare a decine (anche i terremoti a L’Aquila ed in Emilia ne fanno parte), ma soffermiamoci per una invettiva che sorge spontanea.

Se si fossero spesi quei soldi stanziati per Genova e quelli stanziati o richiedibili ed ottenibili da enti terzi per la riqualificazione idrogeologica/sismica ed il riassetto e protezione del territorio di tutta Italia, quanti posti di lavoro e quanto indotto avrebbero potuto essere creati?
Visto che l’ammontare dei soldi spesi in prevenzione è decisamente inferiore rispetto a quelli spesi per rimediare (spesso male) i danni, quanto si avrebbe potuto risparmiare?

Ora il Premier Renzi ha assicurato che i circa 2 miliardi stanziati saranno nel breve spesi e con il decreto “Sblocca Italia” dovrebbero essere accorciate e ridotte le burocrazie per opere di riqualificazione, appalti e lavori pubblici, ma ormai è oggettivamente tardi.

Col senno di poi non si poteva fin da subito dare la precedenza a questo genere di ben noti investimenti, ed alle riforme correlate indiscutibilmente di tipo economico-istituzionale, che forse potrebbero portare molti più posti di lavoro rispetto alle discussioni aspre e pericolosamente ideologiche sull’Articolo 18 e facenti parte di quel piano di investimenti che tutti gli istituti ed enti: FMI, Commissione Europea, BCE, Confindustria, Sindacati, Bankitalia, e lo stesso Governo italiano, reclamano a gran voce ed indicano come elemento imprescindibile per l’uscita dalla crisi?

La necessità di investire e l’incapacità di farlo in settori fondamentali (ma forse forieri di pochi voti e poca visibilità) come saranno letti dall’Unione Europea e come l’UE e gli investitori privati interpreteranno la gestione di fondi già stanziati e dopo tre anni ancora impastati chissà dove per la solita burocrazia, la complessità normativa e la lista infinita di adempimenti ed uffici da interpellare per far partire i lavori (da notare che anche i fondi stanziati per i debiti delle PA in gran parte dei casi sono fermi tra uffici ed intermediario bancario e quini non ancora pervenuti alle aziende) ?

Alla vigilia dell’invio della legge di stabilità a Bruxelles/Strasburgo, la sensazione è quella di un’altra figura non proprio eccellente per il nostro paese che aspetta di cambiare davvero da troppo tempo.

12/10/2014
Valentino Angeletti
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Proviamo ad anticipare Moody’s

Moodys Tra poche ore, domani, l’agenzia di rating Moody’s si pronuncerà sull’Italia.

Proviamo, in un gioco personale, senza alcuna pretesa, ad anticipare cosa dirà l’agenzia.

A mio avviso, in modo molto sintetico, si pronuncerà circa come di seguito:

 

“L’Italia sta attraversando un momento complesso, ma i pacchetti di riforme che il Governo Renzi sta portando avanti vanno nella giusta direzione. La riforma del lavoro (Jobs Act) dovrebbe essere mirata a rendere più flessibile il mercato occupazionale agevolando in particolar modo le assunzioni, che dovranno essere meno onerose, da parte delle aziende. Ciò potrà concorrere a facilitare gli investimenti, benché molti altri aspetti, quali burocrazia, certezza delle norme e delle leggi, corruzione, eccessiva spesa pubblica sulla sanità e sulla previdenza, scarsa propensione ad investimenti in innovazione, poca privatizzazione e concorrenza in alcuni settori, alto costo dell’energia siano elementi da riformare rapidamente.

Ciò si inserisce in una cornice italiano recessiva per il terzo anno consecutivo in cui i valori di disoccupazione al 12.6% ed oltre il 43% per quella giovanile, il rapporto deficit/PIL al limite del 3% ed il debito tendente al 136.7%  uniti ad un PIL rivisto al ribasso (-0.2%) ed una inflazione a -0.1% rendono lo scenario estremamente fragile, come si mantiene fragile a livello Europeo. In UE l’ingresso in recessione ha una probabilità tra il 35 ed il 40%, a causa sempre della bassa inflazione, delle tensioni geopolitiche in Russia ed in Libia dalla quale arrivano le prime tensioni sui flussi di Gas che colpiscono principalmente proprio il paese italiano.

Anche i recenti dati negativi relativi a produzione industriale, esportazioni ed ordinativi (che prevedono gli andamenti di mercato futuri) della Germania hanno un ruolo importante dimostrando la fragilità economica europea che non può non avere ripercussioni sui singoli stati ad iniziare da quelli più problematici.

Alla luce di ciò il giudizio attuale sull’Italia rimane invariato, ma se si protrarranno le condizioni congiunturali macroeconomiche in essere sia nel paese che nella UE e se il Governo italiano non riuscirà a reagire implementando l’ambizioso piano di riforme proposto confidando che porti i risultati attesi, un rapido ulteriore deterioramento con conseguente peggioramento del giudizio sono altamente probabili.”

Questo è a mio personalissimo parere quello che approssimativamente sarà detto da Moody’s.

In ogni caso, ed il discorso vale anche per le parole di Draghi proferite oggi, non è comprensibile come possano già ora affermare che la riforma del lavoro vada nella giusta direzione se ancora non è completamente chiara neppure agli addetti ai lavori e quando manca tutta la parte dei decreti attuativi che ne riempirà la cornice. Inoltre il mercato del lavoro ha dinamiche molto complesse che portano effetti solamente dopo il fisiologico ritardo rispetto ad altre dinamiche propedeutiche (ad esempio una crescita minima del 1.5% sarebbe necessaria per invertire la tendenza dei dati sulla disoccupazione). Inoltre non va mai dimenticato che per la creazione del lavoro l’utilissimo atto legislativo non è sufficiente,  servono investimenti industriali concreti e quindi uno scenario di business e sviluppo che al momento e per leggi e norme, burocrazia, fisco ecc e per condizioni economiche non è presente.

09/10/2014
Valentino Angeletti
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UE: le parole pre-elettorali che ormai sembrano andate al vento

Ricordiamo benissimo la campagna elettorale pre-elezioni europee dello scorso 25 maggio. Anche all’epoca la condizione macroeconomica non era affatto positiva e confortante, le critiche e talvolta le autocritiche nei confronti dell’approccio economico adottato da Bruxelles ed improntato esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti sembravano condivise da tutte le principali parti politiche dal PPE al PSE passando per i Liberali.

Ad aprire ad una maggiore flessibilità parevano essere anche gli stati membri compresa la Germania, che, sempre molto timidamente, sembrava essere propensa a concedere in sede europea qualche margine di manovra in più nei bilanci dei singoli paesi per appoggiare una fase che avrebbe dovuto essere improntata alla crescita. Il nuovo (probabile) Commissario uscito dagli scrutini delle urne, il lussemburghese Juncker aveva decisamente indicato la sua volontà di orientare nuovamente l’Europa verso le tre P dei padri fondatori, ossia i valori di Protezione, Pace, Prosperità e questa era l’idea di cui tutti si facevano sostenitori.
Il bisogno di ritornare alle origini, oltre che dai dati macro economici in continuo peggioramento che la disciplina di bilancio in un momento recessivo non era riuscita ad invertire, era evidente anche a causa della sempre maggior distanza tra i popoli e l’istituzione europea che appariva più matrigna che madre, tanto da fomentare numerosi movimenti anti Europa dagli importanti e diffusi consensi, in molti gravi casi improntati verso derive xenofobe e naziste.
Sembrava essere davvero la Commissione della svolta perché sulle priorità di crescita, lavoro, investimenti e politica estera la condivisione era unanime e l’intento di Juncker di stanziare 300 miliardi di € per investimenti lasciava ben sperare. Poi vi era il semestre di presidenza italiano sul quale, stando ai discorsi, avremmo dovuto far leva pesantemente.
Ora, forse anche per le lungaggini delle prassi europee che porteranno all’insediamento stabile della nuova Commissione dall’1 novembre, la situazione non pare volgere in meglio. I dati continuano ed essere non buoni ed il clima di fiducia non è migliorato.

In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante.
In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK).
In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro.
Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK).

La Germania, a dispetto dei brutti dati di agosto, già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se non tanto quanto la FED, attraverso l’acquisto di ABS, Covered Bond ed il piano T-LTRO. I QE a mezzo di acquisto di titoli di stato benché solo ipotizzati sono già stati bocciati in toto dalla Germania, attraverso le parole del Governatore della BuBa Weidmann, che ritiene tutte le ultime misure di Draghi eccessivamente rischiose per via della difficile quantificazione del sottostante (che comunque dovrebbe essere garantito ed a basso rischio LINK).
Le proposte di Weidmann sono le solite di sempre, ossia rigore e disciplina di bilancio e, giustamente, riforme. Addirittura il Governatore si è spinto a suggerire (esulando dalle sue funzioni) alla Commissione di bocciare la legge di stabilità francese qualora presentasse un rapporto deficit/PIL al 4.4%. In realtà quanto dice Weidmann ben poco sembra rispondere alla necessità di stabilità dei prezzi ed in particolare al bisogno di riportare l’inflazione europea attorno al 2% (attualmente a 0.3% con svariati stati, tra cui l’Italia già in deflazione).
A fare eco a Weidmann, confermando il ruolo della Germania di maggior azionista sia nella BCE che nella Commissione, vi è l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari e soprattutto futuro VP per la Crescita ed Occupazione Katainen, che nella sua audizione all’Europarlamento non si sbilancia riguardo ai 300 miliardi di investimento e si limita a recitare la solita nozione secondo la quale i paesi virtuosi dovrebbero sostenere i consumi e gli investimenti, mentre i paesi più in difficoltà dovrebbero proseguire con le riforme rispettando i vincoli europei (difficile pensarlo con un PIL in calo e senza margini per investire e per creare le condizione per attrarre capitali dall’estero nel brevissimo periodo in attesa degli effetti delle riforme che arriveranno nel medio-lungo termine), non è pensabile secondo il Finlandese impostare un crescita contraendo altro debito.
Non si dilunga in ulteriori dettagli e la sua arringa è sembrata gradita al consesso europeo, differentemente dalla posizione di Moscovici che per via del suo venturo ruolo da Commissario agli Affari Economici e Monetari e per via della sua nazionalità francese potrebbe avere difficoltà (anche se personalmente non lo credo molto probabile) a farsi confermare nel ruolo.

In sostanza, pur in mezzo ad un costante deterioramento delle condizioni economiche europee, incluse quelle tedesche, e con i grandi analisti a partire da FMI (non che siano la Bibbia o che non sbaglino previsioni, ma non vi è giustificazione per perseverare con l’approccio finora adottato ed il fondo monetario lo dice da tempo LINK) che vorrebbero spronare la BCE ad adottare misure più espansive e soprattutto QE diretti, così come spingono per una politica economica europea meno germanocentrica e più flessibile, ma non flessibile all’interno dei patti che avrebbe relativamente poco senso ed efficacia, ma, limitatamente a questa fase recessiva, concretamente più permissiva e rivolta realmente a crescita ed occupazione di qualità, rivedendo se necessario i trattati europei.
Eppure, oltre agli USA esiste, ed è più prossimo geograficamente, anche l’esempio UK al quale l’Italia dovrebbe ispirarsi molto più che a quello spagnolo.
Il Regno Unito assieme ad una politica monetaria autonoma ed equilibrata è riuscito ad investire e creare un mercato del lavoro dinamico, fare le riforme necessarie e soprattutto tagliare drasticamente la spesa senza guardare in faccia a nessuno (Regina Madre inclusa) e senza impatti negativi sul lavoro pur avendo ridotto il numero dei dipendenti pubblici. Soprattutto riguardo al taglio della spesa l’Italia dovrebbe prendere spunto perché la fondamentale spending review, un tempo generatrice di tutte le coperture, è stata recentemente ridimensionata scontrandosi costantemente con una volontà politica assente quando si tratta di agire concretamente sui veri centri di spesa  a cominciare da regioni, sanità, centrali d’acquisto, previdenza, difesa ecc. La spending review si dovrebbe attestare a 5 miliardi rispetto ai 17 previsti che da soli avrebbero quasi coperto l’intera legge di stabilità; considerando quanto per l’UE la revisione sia fondamentale è prevedibile che la Commissione non tacerà su questa rettifica in sede di discussione della legge di stabilità che essendo fatta in deficit probabilmente subirà critiche nonostante il rispetto del parametro del 3%.
In Italia come in Europa le procedure e le decisioni sono sempre estremamente lente e pastose, la burocrazia impera.
I tempi necessari per l’elezione dei giudici della consulta, le aspre discussioni sulla riforma del lavoro che lasceranno un segno forse indelebile (le oscene lotte fisiche in Parlamento lo dimostrano), il numero esagerato di emendamenti presentati ad ogni proposta di riforma, così come la superficialità con la quale talvolta si affrontano temi estremamente complessi e delicati solo per poter dichiarare di avanzare senza alcun ostacolo, in alcune occasioni a scapito del risultato che, per evitare conseguenze impreviste ed effetti nulli, pur nella fretta deve essere adeguatamente ponderato. Purtroppo l’immobilismo dei decenni precedenti ci ha costretti in una condizione in cui si deve fare presto e bene e ciò non è affatto semplice.
A livello Europeo gli scontri e le continue divergenze sulla politica economica così come le tempistiche per l’insediamento della nuova commissione stanno distogliendo da ciò che realmente serve per fronteggiare i problemi di politica estera/geopolitica in cui l’UE è pesantemente coinvolta e soprattutto per impostare il percorso di crescita che tutti reclamano ma che nessuno sembra davvero capace di indirizzare. In tal scenario si inserisce il semestre italiano europeo che quasi sotto silenzio si sta concludendo.

L’impressione di uno stolto osservatore, quale io sono, potrebbe essere quella di un contesto molto fragile, politicamente frammentato e socialmente debole, che deve stare in guardia da bassissima inflazione, scarsa capacità di innovare ed attrarre investimenti se confrontato con in competitori mondiali, sistema industriale spesso arcaico, eccessivamente esposto alle banche e non in grado di auto-finanziarsi con strumenti tipo borse e venture capital come accade in USA.

Agli occhi dello stolto di cui sopra non sembra sussistere alcun mutamento nella direzione positiva che i proclami pre-elettorali facevano sperare, anzi, come un gambero, addirittura potrebbe sembrare che le condizione di alcuni importanti stati dell’UE siano arretrate con tanto di divergenze che si fanno, se possibile, più evidenti e pericolose proprio quando il tempo per agire è sempre meno.

07/10/2014
Valentino Angeletti
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