TFR in busta paga, misura dubbia. Le soluzioni ora devono essere strutturali

Persiste la situazione di estrema difficoltà dell’economia italiana, lo dimostra l’ultima stringa di dati diramata dall’Istat e lo confermano le parole del ministro Padoan.

Il dato dell’istituto di statistica che più fa rabbrividire è il livello di disoccupazione giovanile raggiunto, ossia il 44.2%, 710’000 disoccupati in valore assoluto ed escludendo i Neet, massimo da quando vi sono le registrazioni mensili (2008) e da quando esistono le serie storiche trimestrali (1977) insomma record assoluto. Questa percentuale sminuisce anche l’abbassamento di 0.3% della disoccupazione totale che passa dal 12.6% al 12.3%. Il Cnel stima che servirebbero circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 per tornare al 7% circa e si spinge ad affermare che è del tutto verosimile l’ipotesi che non si tornerà mai più ad un livello occupazionale pre crisi. Il dato sull’occupazione complessiva è circa un punto percentuale superiore rispetto a quello europeo (che include anche stati come Grecia, Spagna, Portogallo e gli stati dell’Est) e doppio rispetto a quello tedesco che si attesta nell’intorno del 6% (target anche per l’economia USA). Fa ridere alla luce di numeri così scoraggianti come nel Governo (e nel PD) invece di operare coesi per una riforma del lavoro a tutto tondo si continui a discutere e dividersi solo ed esclusivamente sull’articolo 18, battaglia che non sarà né rapida e né indolore, ma lascerà segni profondi nell’attività e negli equilibri dell’Esecutivo e non solo.

Proprio alla vigilia della riunione napoletana del Board BCE viene diramato anche il dato sull’inflazione al quale, considerando il suo legame coi consumi, non è scollegato quello sulla disoccupazione di cui sopra e che fa da sfondo europeo a questa crisi. Nell’eurozona l’inflazione continua ad essere in calo attestandosi allo 0.3% e l’Italia entra in deflazione con un -0.1%; valori a distanza siderale dal target di Francoforte del 2%.

Il Ministro Padoan non potendo far altro registra il deteriorarsi della situazione, denotando che le difficoltà erano state sottovalutate e le aspettative troppo rosee a cominciare da quello 0.8% di PIL (pessimistico) ipotizzato ad aprile. Il rapporto deficit/PIL si attesterà al 3% per scendere a 2.9% il prossimo anno (il PIL dovrebbe risalire, ma vista l’attendibilità delle previsioni e vista la rapidità e mutevolezza delle situazioni economiche e geo-politiche è saggio neppure considerarle stime così “lontane” nel tempo). I patti Europei quindi si stanno formalmente rispettando, ma praticamente contravvenendo in quanto il pareggio di bilancio, come per la Francia, è stato spostato unilateralmente dal nostro Governo al 2017, interessante sarà vedere la reazione europea. Una Europa in cui proprio la Francia, col nuovo Commissario agli Affari economici e monetari Moscovici, cerca di superare l’austerità e porre l’ipotesi di una revisione dei patti, ma continuamente osteggiata dalla Germania, Da Weidmann, da Schaeuble e dalla vecchia (non per età ma per concetto) guardia economica capeggiata in questo frangente dal commissario ad Interim Katainen che poco si discosta per visione dal predecessore Olli Rehn. Costoro sono anche molto restii alle nuove misure BCE, probabilmente alla luce della situazione generale anche troppo poco potenti e rapide, che additano come potenziale fonte di instabilità economica e monetaria in grado di dare adito a bolle speculative consentendo una gestione più allegra dei bilanci dei vari stati che anche in questa fase di recessione prolungata, persistente e di bassissima inflazione vorrebbero vedere saldamente impostati alla disciplina. Juncker, esponente del PPE, avrà un lavoro arduo nel cercare di mediare mantenendo le promesse pre elettorali di una Europa dall’approccio meno rigorista, più flessibile e rivolto alle reali esigenze delle attività produttive, dell’economia e dei popoli.

Ora un nodo cruciale e condiviso per la ripartenza economica nel nostro paese, assieme agli investimenti, è il sostegno ai consumi affinché si inneschi  nuovamente la spirale consumi e domanda, lavoro ed ordinativi per imprese, necessità di posti di lavoro. L’ultima ipotesi, ma ancora tutta da discutere e studiare, tanto che non sarà inserita nella legge di stabilità come ribadito dal MEF, per sostenere i consumi è quella di erogare parte del TFR, il 50%, in busta paga ai lavoratori che lo richiedessero. Si tratterebbe di una somma mensile molto simile agli 80€ del bonus Irpef che per varie ragioni (discusse ampiamente: Link1 – Link2 – Link3 – Link4) non ha portato i benefici attesi, e come la sua progenitrice presenta squilibri importanti. Innanzi tutto rischierebbe di creare buchi nei bilanci delle piccole imprese (che detengono le quote TFR dei dipendenti che hanno deciso di non servirsi dei fondi pensione) e nelle casse dell’Inps (circa 3 miliardi all’anno); a copertura di ciò potrebbe subentrare un meccanismo, ancora tutto da verificare ma già ipotizzato dal Premier, che veicolerebbe alle imprese soldi dalla BCE in modo da consentire erogazioni delle quote mensili di TFR.

Gli squilibri però sono altri, in particolare dal punto di vista di coloro che percepiscono la somma. Le quote TFR coprirebbero solo lavoratori stabili (a tempo determinato ed indeterminato principalmente, quelli in parte già beneficiari degli 80€ e volendo pure tutelati dell’articolo 18), escludendo nuovamente partite IVA, precari di varia natura, artigiani e commercianti ed ovviamente pensionati. Coloro che hanno stipendi più bassi percepirebbero quote più basse e due famigliari con buoni stipendi e due bonus da 80€ avrebbero possibilità di doppio gettito, continuando ad alimentare una disparità già in essere. Inoltre, salvo l’implementazione di meccanismi relativamente più complessi, la distribuzione di quote TFR in busta paga sarebbe assoggettata alla medesima aliquota della stessa quindi fino al 40% circa invece che a quella agevolata del 11.5% riservata ai fondi pensione.

Elevando il discorso va poi detto che si tratta sempre e comunque di denari già dei lavoratori e che verrebbero anticipati. La tendenza dell’italiano medio è quella al risparmio in ottica futura (stile formica e difficile pensare che 80, 100 o anche 100€ cumulando i due bonus li trasformi in cicala), considerando l’incertezza del periodo è pensabile che la preferenza potrebbe essere quella di assicurarsi un gruzzolo a fine carriera per l’acquisto di una casa, l’istruzione (o l’aiuto all’espatrio sempre più soluzione al problema dei giovani) dei figli, cure sanitarie qualora subentrassero le necessità e via dicendo. Inoltre la modifica dello stile dei consumi presente in questo periodo di crisi e volta al risparmio a tutti i costi su ogni tipo di bene rischia di diventare cronica con un peggioramento a livello salutistico e di qualità dei prodotti e con minor spesa proprio per la ricerca della minor spesa in ogni situazione.

Dal mio punto di vista, ed è il ragionamento che faccio e che mi spingerebbe a rifiutare l’anticipo del TFR, quei soldi sono una specie di cassa forte che servirà a far fronte alle incertezze attuali (quante ve ne sono state e che influenza hanno avuto quelle sull’ IMU-TARSU-TASI-IUC?). Coloro che invece potrebbero essere portati ad accettare l’anticipo (che a ben vedere in certe situazioni già esiste come per la prima casa o la sua ristrutturazione) sono le persone veramente alle strette e che quindi probabilmente utilizzerebbero la somma non tanto per consumi (figurarsi cene o pranzi), se non di primissima necessità poiché in situazioni tali da non arrivare proprio a fine mese con figli da mantenere, ma per saldare debiti pregressi e non attualmente estinguibili. Tutto ciò, considerando anche che vi saranno a breve alcuni aumenti di accise, contribuisce a spingermi a pensare che questa misura non sarà troppo gradita se non in un numero di casi dalle specifiche necessità non in grado comunque di spingere i consumi come si vorrebbe e come servirebbe.

Dovrebbe invece essere implementata (oltre a sostenere investimenti con il supporto europeo, con l’abbandono dell’austerità e con il rapido e titanico piano di riforme) una defiscalizzazione potente, definitiva, che coinvolga lavoratori ed imprese, che sia strutturale e della quale da lungo si discute senza trovare una soluzione stabile e realmente efficace senza fare il gioco delle tre carte che da ventenni sottrae da una parte e mette (in genere meno di quanto ha sottratto) da un’altra.

Concludendo non credo che l’adagio “sporchi maledetti e subito” in questo caso valga la pena di essere applicato e nell’ipotesi che il lavoratore sia messo di fronte a tale scelta difficilmente propenderà per questa opzione, fatto salvo i casi più disperati ai quali non si sarebbe dovuti arrivare in un paese civile. I risultati strutturali che reclamano coloro che sostennero fin da subito Renzi senza se e senza e che ora non lesinano critiche (LINK), ma soprattutto i cittadini, probabilmente necessitano di ben altri interventi.

 

30/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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Una Risposta

  1. […] che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli […]

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